Vai al contenuto

YULIA E LA BANDA DEI QUATTRO

È un continuo braccio di ferro quello tra Yulia Timoshenko e il regime ucraino, che sembra non avere nessuna intenzione di rendere la vita facile all'ex premier, in carcere dall’agosto del 2011. A dicembre la Corte d'appello ha confermato la sentenza a sette anni di carcere per abuso di potere sui contratti sul gas firmati nel 2009 con Mosca che avrebbero causato centinaia di milioni di dollari di danni alle casse dello Stato, poi l'ex eroina della rivoluzione arancione è stata trasferita a inizio 2012 dalla prigione di Kiev a quella di Kharkiv, seconda città del Paese al confine con la Russia, in un carcere femminile lontano dagli sguardi dell’opinione pubblica.

Il passaggio ha allarmato gli avvocati di Timoshenko che hanno subito protestato per le condizioni disumane a cui verrebbe sottoposta l'ex premier, ma le autorità penitenziarie hanno respinto ogni accusa. Secondo la figlia Eugenia, che ha potuto visitare la madre nella nuova struttura in cui è controllata da telecamere a circuito chiuso anche nei momenti più intimi, la salute dell'ex premier è ulteriormente peggiorata. Eppure anche in questo caso è arrivata la risposta ufficiale del ministero della Salute, secondo cui a Timoshenko viene prestata tutta l'assistenza di cui ha bisogno.

Inoltre per Marina Soroka, consigliera, addetta stampa e amica dell'ex premier, ci sarebbe addirittura un progetto per uccidere la donna. «Incarcerarla senza motivo non è bastato, la vogliono morta», ha detto Soroka, ricordando che nella notte tra il 6 e il 7 gennaio Timoshenko è rimasta priva di sensi per oltre due ore, prima che qualcuno intervenisse. «È diventata pallida, non rispondeva e sembrava morta», ha spiegato l'addetta stampa, «la sua compagna di cella si è terrorizzata, ha urlato e battuto sulla porta. Eppure le guardie hanno atteso 20 minuti prima di chiamare un medico».

Difficile talvolta districarsi in un duello di dichiarazioni, in cui dietro le quinte giocano un ruolo notevole gli spin doctor del presidente Viktor Yanukovich e le agenzie private che seguono la «Lady di ferro» e che dai tempi della rivoluzione ne curano l’immagine in Occidente. Nei mesi scorsi, anche durante il processo, numerosi sono stati gli allarmi lanciati sulla salute di Timoshenko, colpita da misteriose malattie. Certo però che intorno al clan e alla famiglia dell'ex primo ministro il cerchio si sta stringendo sempre di più, tanto che il marito Alexander ha dovuto cercare asilo politico a Praga.

Con la moglie era al vertice della più grande impresa energetica ucraina durante gli Anni 90 e il suo nome è saltato fuori nelle inchieste che hanno portato Timoshenko dietro le sbarre. Storia vecchia, che risale a una quindicina di anni fa e per la quale nel 2001 la coppia aveva passato un breve periodo in regime di custodia cautelare con l'accusa di evasione fiscale, falsificazione di documenti e appropriazione indebita. Il tutto si era risolto nel nulla, accompagnato dal successo della rivoluzione arancione del 2004 e dagli spostamenti negli equilibri di potere a Kiev. Ora gli spettri ritornano e con la signora in gattabuia, al marito non è rimasta altra scelta che fare le valigie per la Repubblica Ceca, dove da anni fa affari (sua la International industrial projects registrata a Usti nad Labem, cittadina in Boemia a pochi chilometri dal confine con la Germania).

In Ucraina rimane ancora Eugenia, in veste anche di avvocato della madre, il cui destino potrebbe però spostarsi oltreconfine se le maglie si stringessero anche contro di lei, almeno da quanto detto da un altro dei legali della famiglia, Sergei Vlasenko. Alexander Timoshenko ha intanto annunciato battaglia, dichiarando di voler fondare a Praga una Organizzazione non governativa con lo stesso nome del partito della moglie, Patria, per continuare a distanza la guerra contro il regime di Yanukovich. «Oggi Timoshenko e altri prigionieri politici sono in galera mentre Yanukovich con i suoi figli e la giunta, l’oligarca Dmitri Firtash, il capo dell’amministrazione presidenziale Sergei Liovochkin, il capo dei servizi segreti Valeriy Khoroshkovsky e il procuratore generale Renat Kuzmin derubano il popolo ucraino», ha detto l'esule riferendosi alla banda dei quattro che secondo lui starebbe dietro al complotto che ha messo fuori dai giochi la leader dell’opposizione.

Il duello sull’asse Kiev-Praga potrebbe anche non rimanere una questione privata, visto che non è la prima volta che la Repubblica Ceca offre protezione a presunti perseguitati politici. Nel 2011 sulle sponde della Moldava era arrivato l'ex ministro dell'Economia, Bogdan Danylyshin, alleato di Timoshenko, a sua volta entrato nel ciclone di quella che l’opposizione ucraina ha definito «giustizia selettiva», quella che colpisce sempre e solo i nemici del presidente. Qualche tensione diplomatica tra i due Paesi vi è già stata, nel contesto già teso delle relazioni tra Ucraina e Unione europea, e i proclami di Alexander Timoshenko, che ha chiesto anche l’applicazione di sanzioni contro il suo Paese a Ue e Usa, mettono un po’ di benzina sul fuoco.

Il modello è quello già visto tra Gran Bretagna e Russia, con Londra che nel corso di un decennio ha concesso asilo politico ai nemici del Cremlino, a partire da Boris Berezovski, e ha creato proprio sulle sponde del Tamigi una Londongrad fatta di spie e rifugiati (veri e falsi), oligarchi di vario taglio e talvolta qualche persona normale. Se Praga vuole assumere un ruolo simile dipende anche da quello che nei prossimi mesi può accadere a Kiev. E se Yulia Timoshenko dovesse uscire di prigione avrebbe già pronta la bella residenza del marito nei pressi di Lidice, a una ventina di chilometri da Praga.

(Lettera 43)