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ELEZIONI A BERLINO, WOWEREIT VERSO IL TRIS

Lui Berlino dice di capirla. Lei vorrebbe anche un po' cambiarla. Lui ci è nato e cresciuto, passando da una modesta abitazione periferica di Lichtenrade al fascino borghese della Kurfürstendamm. Lei l'ha adottata sfuggendo per passione della politica al destino di una piccola città della Ruhr. Lui stacca dalla routine quotidiana saltellando da un party all'altro, essenza della vita mondana berlinese, tanto da essersi meritato il soprannome di "Wowi-party". Lei preferisce seriose discussioni politiche con gli amici attorno alle tovaglie a scacchi della sua trattoria italiana preferita. Lui è un gay dal rapporto stabile e felice, divenuto celebre per il modo sfrontato con cui fece outing in occasione della prima campagna a sindaco: «Sono omosessuale e va bene così». Lei è da poco convolata a nozze, chiudendo una lunga carriera di libera convivenza.

Lui è Klaus Wowereit, socialdemocratico, sindaco di Berlino uscente alla ricerca del terzo mandato. In questi ultimi dieci anni è diventato un'icona della città, come la Porta di Brandeburgo e la torre dell'Alexanderplatz. Lei è Renate Künast, una del quadrunvirato che guida i Grünen, tecnicamente la sfidante, catapultatasi dal Bundestag alla conquista del Rotes Rathaus nel momento in cui l'onda verde sembrava inarrestabile. Wowereit e Künast sono gli unici personaggi di livello nazionale che onorano la campagna elettorale per il rinnovo del Senato, come viene chiamata l'assemblea berlinese che ha status di Parlamento regionale, essendo la capitale uno dei 16 Land della Germania. Si vota il 18 settembre, chiudendo ufficialmente l'anno elettorale del 2011, puntellato da sette competizioni che finora si sono rivelate puntuali docce fredde per il governo di Angela Merkel. Tutto lascia pensare che anche Berlino seguirà la tendenza con poche variazioni sul tema.

Secondo le aspettative della vigilia, il sindaco uscente e la sfidante avrebbero dovuto duellare sino all'ultimo voto in quello che sembrava il derby della sinistra della rossa Berlino, città proletaria e alternativa dove le destre faticano a trovare consenso. In verità, i sondaggi delle ultime settimane hanno svelato che la partita si è già chiusa. Wowereit ha vinto, i 12 punti che lo separano dalla Künast appaiono irrecuperabili e, anzi, la pasionaria verde deve adesso guardarsi dal ritorno della Cdu, che un giovane politico locale ha ricompattato sanando la faida interna che per anni ne ha pregiudicato ogni ambizione. I media, alla ricerca di storie nuove, hanno già spostato i loro riflettori sui Pirati, il movimento libertario-internettiano che promette di far bottino nel clima di disincanto per la politica e di sfondare la soglia fatidica del 5%.

Ci sarebbero ancora molti indecisi, ma quelli che erano  partiti come duellanti rischiano di trasformarsi nei partner di domani, alleati nel prossimo governo della città. Per la Künast, una fine poco gloriosa. Per Wowereit una vendetta consumata a giochi ancora aperti. Perché se le cose dovessero andare come dicono i sondaggi, il vecchio-nuovo sindaco avrà a disposizione ben tre opzioni di maggioranza: quella con la Linke, che nei quartieri dell'est ha la sua storica roccaforte, con cui ha governato per due mandati nel nome della riunificazione di Berlino, sempre che l'exploit dei Pirati non rosicchi i seggi necessari; quella con i verdi, azzoppati nelle ambizioni di replicare sulla Sprea il trionfo di Stoccarda; e addirittura quella con la Cdu, in una sorta di Große Koalition in formato ridotto.

Il duello è durato poco: il tempo per Wowereit di carburare il motore e lasciare l'avversaria indietro con i suoi sogni. L'ultimo faccia a faccia televisivo è apparso ai commentatori come un primo incontro di trattativa per il nuovo governo. La Künast si è arresa, ha deposto le armi e si è consegnata, mani e piedi legati, al suo avversario.

Ma le alchimie post-elettorali appassionano solo gli addetti ai lavori, la competizione scivola via senza suscitare interesse o emozioni. I grandi temi sono finiti sullo sfondo, le visioni sul futuro di questa capitale incompiuta latitano: la difficoltà di attirare investimenti e gruppi industriali, la disoccupazione ancora troppo elevata, i salari più bassi rispetto al resto del Paese, la modesta qualità della formazione scolastica, il numero troppo alto di cittadini che vivono di sussidi statali, l'alto debito pubblico. Berlino è la Grecia di Germania, titolava con qualche ironia il quotidiano popolare Bild.

Una provocazione, ma è vero che prevalgono i temi minimalisti e le preoccupazioni di quartiere e c'è stato bisogno di anfatizzare la questione delle auto incendiate per riportare un po' di vivacità nel dibattito politico. Così, tutto è affidato alla personalità dei candidati e al loro carisma. Wowereit ne ha da vendere. È un animale da campagna elettorale. Batte infaticabile tutti gli angoli della città da est a ovest, ogni suo appuntamento è un trionfo di mani strette, abbracci, pacche sulle spalle, sorrisi e scambi di battute salaci. Che si tratti della festa per la riapertura di un grande magazzino sulla Kurfürstendamm o di un comizio tra i Plattenbauten di Marzahn, dell'inaugurazione della prima clinica psichiatrica per cani o di un discorso nel turbolento quartiere di Neukölln con contestazioni annesse, il sindaco dà sempre l'aria di trovarsi a suo agio, tra applausi e lazzi, bollicine e fischi. Un perfetto stile berlinese. Il suo slogan elettorale è il più azzeccato di tutti: capire Berlino. Magari ci si sarebbe aspettati un passo in avanti rispetto al fortunato motto "arm aber sexy", povera ma sexy, con cui avviò la riscossa di una città raccolta all'inizio del millennio sotto una valanga di debiti e scandali. Un "benestante e sexy", per esempio, a voler indicare una direzione di marcia, un'idea per aggredire il lato debole di una capitale pigra e indolente e creare spazi e opportunità anche per chi non si accontenta di vivere in un eterno carnevale sperimentale. Ma Wowereit ha preferito lisciare il pelo dal verso giusto e adagiarsi come un gatto sornione sui pregi e i difetti dei berlinesi: perché in verità, lui non solo capisce Berlino, è Berlino.

A un tale folletto della politica, la Künast non è riuscita a prendere le misure. Ne ha subìto fin dall'inizio il fascino e la sfacciataggine e gli è corsa dietro tutto il tempo. Ha esordito provando a giocare con il suo slogan elettorale: «Non basta capire Berlino, bisogna anche agire». E ha tirato fuori l'idea di una capitale ecologica, declinandola però in una serie di progetti di piccolo cabotaggio che non hanno fatto presa sull'elettorato. La proposta di estendere il limite dei 30 chilometri orari in tutte le strade della città, anche quelle a scorrimento veloce, ha spaventato gli automobilisti. Quella di creare le condizioni per gli investimenti di aziende tecnologiche, mancava di concretezza. E l'idea di puntare sull'energia rinnovabile si è scontrata con le battute di chi s'immaginava una pala eolica in cima alla torre dell'Alexanderplatz.

Professionista di grande temperamento tra i banchi del Bundestag, non è riuscita a replicare la stessa energia nella campagna porta a porta. Ha cercato di dare di sé l'immagine di una donna concreta snocciolando elenchi pieni di piccoli dettagli che sembravano una lista della spesa. Ha predicato più spazi verdi in una città già piena di verde. Ha voluto ribaltare il pregiudizio sui Grünen portatori di progetti utopistici difficilmente realizzabili, ma ha perduto l'occasione di affascinare Berlino con una visione di sviluppo alternativo e praticabile. Durante una visita al mercato biologico di Schöneberg, di fatto un'uscita fra gente amica, si è limitata a sfiancare i potenziali elettori con lunghi e metallici monologhi. E ha finito con il pranzare da sola, seduta a un tavolo col suo fidato braccio destro.

Così la sua campagna si è afflosciata, i sondaggi che in partenza la davano vincente su Wowereit si sono trasformati, con il passare dei giorni, in bollettini di ritirata. Per di più, con la svolta antinucleare di Angela Merkel è svanito l'effetto Fukushima e alla combattiva candidata non è rimasto altro che tentare un onorevole ripiegamento, cercando di far fruttare l'aumento di consensi rispetto a 5 anni fa che il suo partito comunque misurerà. Da qui l'offerta di fedeltà assoluta all'Spd nella speranza di arrivare al governo della città, seppure come junior partner.

Forse Berlino è stanca, dopo aver tanto corso nei vent'anni della riunificazione vissuti in prima linea lungo la vecchia cicatrice del Muro. Forse la città vuol prendersi una pausa, anche di riflessione, dopo esser tornata capitale e aver ricostruito piazze e strade, boulevard e palazzi istituzionali. Vuol essere lasciata in pace a godersi l'aria di provincia dei suoi Kieze e a lamentarsi delle cose che non vanno, senza dover continuamente rispondere alla domanda su cosa vorrà fare da grande. E in fondo paga di esser diventata la capitale più attraente d'Europa, anche se calamita più giovani spiantati che capitani d'impresa. In mancanza di un principe da baciare, Berlino si accontenta del suo Peter Pan. E va bene così.

(Versione originale di un articolo pubblicato su Lettera 43)