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WIR SIND NICHT MEHR PAPST

Il Paese che tutto d'un tratto, nella primavera del 2005, si era ritrovato papa, ha faticato un po' a trovare le parole per reagire alla notizia delle dimissioni battute dall'agenzia Ansa. Alle prese con le fresche dimissioni del ministro dell'Istruzione Annette Schavan, i tedeschi hanno in un primo momento pensato a uno scherzo di carnevale. Lo shock è durato poco. Tre ore dopo, la cancelliera Angela Merkel, figlia di un pastore protestante, si è presentata di fronte alle telecamere per esprimere il rispetto del governo tedesco per la «difficile decisione» del papa tedesco. Con parole secche e prive di emozione, come consuetudine, Merkel ha ricordato la gioia del suo Paese il giorno dell'elezione e le parole di Benedetto nel suo primo discorso ai fedeli accorsi in Piazza San Pietro: «Voglio essere un umile servitore nella vigna del Signore. Una frase che testimoniava la semplicità con cui ha interpretato il suo ruolo».

Ora quella forza di servire gli è venuta meno e la straordinaria decisione di lasciare il campo va accolta «con il più alto rispetto». La cancelliera ha ricordato le tappe tedesche del suo pontificato, le visite a Colonia e in Baviera, nelle regioni protestanti e atee dell'Est e il discorso al Bundestag di Berlino, «uno dei giorni più emozionanti della nostra storia parlamentare». Poi, come se si trattasse di congedare un qualsiasi ministro, ha lodato la sua opera come papa e come teologo: «È e resta uno dei più grandi pensatori religiosi del nostro tempo». Gli auguri di buona salute per i prossimi anni hanno concluso il breve intervento.

Più emozionato, un'ora dopo, il presidente della Repubblica Joachim Gauck, ex pastore della chiesa protestante: «Riconosco in questo gesto la stessa persona che ho avuto il piacere di incontrare qualche tempo fa nella sua visita di Stato», ha detto inciampando nelle parole, «questo papa ha avuto un grande significato per la Germania ed è rimasto sempre legato alla sua terra d'origine».

La notizia delle dimissioni non ha tuttavia sorpreso tutti qui in Germania. Almeno non il fratello Georg, ottantanovenne, per trent'anni direttore del Regensburger Domspatzen, il celebre coro della cattedrale di Ratisbona, che dal suo rifugio bavarese ha confermato i motivi di salute alla base delle dimissioni del papa, affermando di essere a conoscenza dei suoi piani già da alcuni giorni: «Lo sapevo da qualche tempo, mio fratello desidera nella sua vecchiaia maggiore tranquillità». Dopo il 28 febbraio, il papa tedesco non si ritirerà nella sua Baviera ma in un convento di suore all'interno del Vaticano. Un segreto che Georg Ratzinger è riuscito a preservare gelosamente per sé: tutti gli altri ecclesiastici sono invece stati colti di sorpresa e il commento dei cardinali della chiesa cattolica tedesca è stato univoco: «Un fulmine a ciel sereno».

La Bild, il quotidiano popolare che il 19 aprile 2005 era uscito in edizione straordinaria sottolineando l'orgoglio nazionale con il famoso titolo Wir sind Papst (Siamo papa), ha riproposto sul sito online una pagina a titoli cubitali con gli stessi toni confidenziali (Il nostro papa spiega i motivi delle dimissioni) e, a seguire, il testo tradotto in tedesco della dichiarazione di Joseph Ratzinger. Ma se a livello politico prevalgono i toni del rispetto e della comprensione, cui si è aggiunto un teologo critico come Hans Küng, autore di duelli teologici a distanza con il pontefice, i cittadini interpellati per la strada da tutte le televisioni all-news del Paese sono apparsi ancora increduli: nessuno pensava che un papa potesse lasciare il suo trono ancora in vita. Su tutto prevale comunque la convinzione che un passo di questo genere sia stato coraggioso, forse rivoluzionario per il futuro della chiesa. E magari restituire al papato di Ratzinger quel consenso che, nel corso degli anni, si era affievolito nella sua stessa patria, dove il continuo calo dei fedeli rappresenta oggi il più insidioso pericolo per la chiesa cattolica. Una fuga che lo scandalo delle violenze sessuali nei collegi cattolici tedeschi, scoppiato proprio durante il pontificato di Benedetto, ha reso quasi inarrestabile.

Non sono mancate le prime pagine satiriche, come quelle del magazine Titanic, autore mesi fa di una copertina che il Vaticano aveva considerato blasfema. Accomunando le dimissioni di Ratzinger a quelle dei ministri del governo Merkel accusati di plagio, il mensile ha ironizzato sull'ipotesi che il papa abbia perso il titolo per aver inserito nei suoi libri passi della Bibbia senza averli correttamente citati.

Dalla cronaca all'analisi, il salto di qualità è rintracciabile sui giornali più autorevoli. Prima la notizia rielaborata sul filo dell'ironia: «Il papa si ritirerà in un convento all'interno del Vaticano, solo con sette donne». Poi una sfilza di domande volutamente futili, che sembrano uscite da una lezione di religione: «Benedetto tornerà adesso a chiamarsi Ratzinger? Godrà di una pensione? E cosa accadrebbe alla chiesa cattolica, se un giorno Ratzinger tornasse in campo affermando di essere ancora il papa?». Così, sulle ricche pagine dello Siegel, la leggerezza di alcuni articoli è servita a stemperare l'emozione . Un tentativo di rielaborare lo shock vissuto, prima di avanzare i primi bilanci sugli 8 anni di un papato che lascerà in Germania, forse più che altrove, un segno indelebile.

«La sua elezione nel 2005 fu salutata in patria con grande euforia», ha ripreso il magazine nel suo commento principale, «ma quel sentimento dei tedeschi di sentirsi un po' tutti papi era ormai da lungo tempo svanito. Con tutto il rispetto per le prime dimissioni volontarie di un pontefice da secoli, negli otto anni di sua permanenza sul soglio di Pietro il papa tedesco ha più polarizzato che unito la chiesa in Germania. In ogni sua iniziativa era riconoscibile il Ratzinger conservatore e teologo. Benedetto non è stato un costruttore di ponti e, dal momento della sua elezione, la chiesa cattolica tedesca si è sempre più divisa in due fazioni».

Da un lato i riformisti, quasi sbeffeggiati come laici liberali, sempre più delusi dal corso degli eventi, dall'altro i fondamentalisti, sostenitori della tradizione, autonominatisi guardiani della fede, impegnati nel rimettere in discussione le riforme del secondo concilio vaticano: «Alcuni commentatori hanno parlato addirittura di uno scisma, osservando i movimenti interni alla chiesa locale, altri di una frattura, insediatasi ormai stabilmente all'interno della conferenza episcopale tedesca». Nel suo pontificato, Benedetto ha preferito sostenere questa seconda fazione, molto più di quanto abbia fatto il suo predecessore, assecondandone tutti i gruppetti più estremi, così come i suoi sforzi di contrastare nel mondo gli scandali delle violenze nella chiesa sono apparsi timidi e tardivi: «Nè negli Stati Uniti, né in Irlanda e neppure in Germania, lui e i suoi cardinali sono riusciti a riguadagnare la fiducia perduta».

Dello stesso tono l'analisi della Süddeutsche Zeitung, che pure all'inizio ha evidenziato la portata rivoluzionaria dell'ultimo atto del pontificato di Benedetto: «Queste dimissioni hanno rotto una tradizione bimillenaria e la coscienza del ruolo del papato cattolico come vicario di Cristo, come rappresentante di Dio in terra. Un rappresentante fuori servizio, un ex papa era fino a ieri inimmaginabile. Nella sua prostrazione e nel suo indebolimento fisico, Benedetto ha mostrato forza e grandezza storica e ha superato la consapevolezza di una guida autocratica che non ammette l'ipotesi di un ritiro».

Ma in questo ultimo atto si è evidenziato un aspetto amaro e tragico, secondo il quotidiano bavarese: la forza di infrangere le catene della tradizione si è mostrata solo al momento dell'addio, mentre in tutti i suoi otto anni vaticani quelle catene non sono state toccate, semmai rafforzate. «In tutte le problematiche che affliggono la chiesa cattolica del terzo millennio, Ratzinger è rimasto un papa del Ventesimo secolo», ha concluso la Süddeutsche, «un uomo di casa nella saggezza teologica del secondo millennio, poco utile a capire i cambiamenti del mondo. Benedetto era ed è uno degli ultimi vecchi padri della chiesa, che si è laureato con Agostino e si è abilitato al sacerdozio con il filosofo francescano Bonaventura. Pensa con loro e vive nella loro lezione di vita, senza correre il rischio di confrontarsi col nuovo».

Più positivo invece il bilancio tracciato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, per la quale proprio l'atto finale «si è trasformato nel faro di una moderna leadership, una caratteristica inattesa rispetto ai riferimenti teologici di questo uomo, timido ma integro». Benedetto, il papa dei libri, il teologo che preferiva lavorare isolato alla sua biografia su Cristo, non veniva comunque ritenuto in grado di risolvere questioni storicamente rivoluzionarie come la riconciliazione con la chiesa orientale, il dialogo paritario con i protestanti, la fine del celibato, una morale sessuale meno rigida: «Al contrario si è impegnato, col pragmatismo tipico dei tedeschi, a migliorare un po' almeno il funzionamento della chiesa nel mondo, di cui conosceva l'apparato come nessun altro, rinnovandone il personale, rinsaldandone la morale, consolidandone le finanze e individuando mezzi di comunicazione più veloci».

Quanto alla gente comune, reazioni composte anche a Marktl am Inn, la cittadina adagiata nelle valli bavaresi dove Joseph Ratzinger venne alla luce nell'aprile del 1927. Davanti alla casa natale del papa, oggi trasformata in un museo con alcuni oggetti personali, un gruppo di concittadini si è radunato spontaneamente. Prevale la preoccupazione per la sua salute, si accavallano speculazioni su una malattia che però il Vaticano ha fermamente smentito e qualche timore per il futuro turistico. Da quando Ratzinger è stato eletto, il luogo è diventato meta di pellegrinaggi, alcuni esercizi commerciali vendono gadget e prodotti alimentari (dolci e birra) con l'effige dell'illustre cittadino. Max Hummel, titolare dell'omonima locanda in paese, è apparso tuttavia rilassato: «Non ci saranno molte conseguenze per la nostra attività», ha detto alla Süddeutsche Zeitung, «la maggior parte dei turisti arriva in torpedone, visita velocemente la casa natale e poi riparte alla volta del santuario di Altötting, la vera meta dei pellegrini cattolici». Stessa opinione di Annelise Harlander, proprietaria del campeggio sulle rive del fiume Inn: «I turisti che pernottano sono in gran parte cicloamatori, attratti dai percorsi ciclabili che si collegano alla rete danubiana». E un paio di turisti continueranno a capitare da queste parti, almeno per visitare la casa natale dell'unico papa dei tempi moderni che ha utilizzato l'inusuale istituto delle dimissioni.