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VILNIUS – CHI VINCE E CHI PERDE

La firma dell’Accordo di associazione tra Ucraina e Unione Europea è saltata. Il vertice di Vilnius del 28-29 novembre, che da questo punto di vista poteva essere una tappa storica del processo di integrazione europea dell’ex repubblica sovietica, si è tramutato in un fallimento ancora prima di cominciare.

Al culmine di un duello durato dei mesi, Kiev, pressata da Bruxelles e da Mosca, ha deciso di arrestare il proprio cammino verso l’Ue per non pregiudicare i rapporti con la Russia. Dal suo punto di vista il presidente ucraino Victor Yanukovich non ha fatto che una scelta logica e pragmatica.

Da un lato c’è stato infatti il ricatto di Bruxelles, che ha messo il capo di Stato ucraino di fronte a un aut aut che suonava un po' così: “O liberi Yulia Tymoshenko o l’Accordo non si fa”. Dall’altro, quello di Vladimir Putin che, sostanzialmente, lo ha minacciato così : “Se firmi l’Accordo, saranno guai”.

Buridano-Yanukovich ha temporeggiato sino all’ultimo minuto. Ma non volendo perire come un asino qualunque, ha infine optato per la soluzione più semplice.

Siglare l’Accordo con l’Ue non solo avrebbe significato rilasciare l’eroina della rivoluzione arancione per riaccoglierla nell’agone politico, ma soprattutto assoggettare il sistema economico-politico del paese alle regole della casa comune europea con conseguenze immaginabili per i poteri forti che, in realtà, rimangono tali soltanto tramite il mantenimento dello status quo.

A queste considerazioni di natura interna si sarebbe aggiunto il fatto che il prevedibile peggioramento dei rapporti con la Russia avrebbe creato, sul medio-breve periodo, molti più danni dei pochi benefici offerti dall’Unione Europea. Inoltre, in vista delle elezioni presidenziali del 2015 il supporto russo sarà molto più importante, per Yanukovich, di quello europeo.

Con il ricatto suicida l'Ue ha rivelato, più che la sua miopia, la propria cecità, imponendo a Yanukovich un ultimatum la cui soddisfazione avrebbe rappresentato un vero e proprio harakiri politico.

A meno che non si voglia credere che la posizione dogmatica tenuta sul caso Tymoshenko, e non condivisa da tutti a Bruxelles, non fosse funzionale al risultato ottenuto. I dietrologi avranno del materiale su cui lavorare.

In realtà il fallimento pre-Vilnius potrebbe anche esser letto come un successo (quasi) per tutti.

Ovviamente per Yanukovich, che tra i 2 ricatti ha scelto di cedere a quello più lucrativo, e per Mosca, che così tiene ancora al guinzaglio Kiev.

E per la stessa (zoppicante) Unione Europea che, detto in soldoni, non dovrà accollarsi nel futuro prossimo le sorti dell’Ucraina.

A perdere è naturalmente la Tymoshenko, che resterà dietro le sbarre ancora a lungo.

Per gli ucraini cambia poco: continueranno a vivere in un paese ove le decisioni fondamentali vengono prese da un direttorio.

A ben pensarci, un po' come se fossero già in Europa.

(Limes)