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VIAGGIO NELLA BUFERA GRECA

Per quasi un mese è rimasto sospeso tra la fedeltà alla patria e quella alla famiglia. Alla fine ha prevalso la seconda e in una sola giornata Dimitris ha svuotato i risparmi che i sui genitori avevano accumulato per decenni in una banca greca e li ha trasferiti su un proprio conto in Germania. Il rimorso non è passato e oggi, raccontando la sua storia dietro la richiesta dell'anonimato, spiega il motivo che lo ha spinto a dare un piccolo colpo in più alla crisi del suo Paese: «Sono i risparmi di una vita di lavoro, per anni i miei hanno messo da parte i soldi guadagnati servendo lo stato nel settore dell'istruzione. Poi è arrivata la crisi ed è scoppiato il panico. Nessuno sa fino a quando quel denaro sarà al sicuro, nessuno si fida più di quel che fanno gli uomini del governo e gli operatori delle banche. Chi può scappa all'estero. E se non può farlo fisicamente, mette almeno al sicuro il patrimonio».

Dimitris ha studiato medicina a Salonicco e poi ha lavorato per due anni in Germania, in attesa che per lui si liberasse un posto negli ospedali greci. Anni duri, trascorsi in piccole e desolate cittadine dell'ex Ddr, dove la carenza di personale medico attira forza lavoro dagli altri Paesi dell'Ue. Prima c'erano quasi solo rumeni, polacchi e bulgari, ora sono arrivati i greci. L'origine di medici e infermieri stranieri segue in qualche modo la geografia della crisi europea. «Ma il mio sogno è sempre stato quello di tornare in Grecia, nessuna offerta, per quanto economicamente vantaggiosa, può essere paragonata al piacere di lavorare a casa propria».

Così, appena si è presentata un'opportunità, Dimitris ha lasciato i freddi panorami del Bandeburgo e ha preso servizio in un ospedale privato di Salonicco. Con una particolarità: «Io sono tornato a casa e i soldi di famiglia hanno fatto il percorso inverso. Sul conto greco è rimasto il denaro per l'ordinaria amministrazione».

Non si tratta di un caso isolato. Il fenomeno dell'emigrazione del denaro ha assunto dimensioni di massa. Gli analisti greci parlano apertamente di fuga dei risparmi dalle banche. Nel solo mese di maggio, l'emorragia di denaro dagli istituti ellenici ammonta a 5 miliardi di euro e il flusso non sembra arrestarsi. Non tutti hanno un conto estero sul quale trasferire il denaro, ma tutti provano a tirarlo fuori dalle banche, anche a costo di tenersi il contante in casa. È un lavorìo da formiche che sfugge all'occhio nudo dell'osservatore: «Non ci sono file di clienti davanti alla porta delle banche», confessa un cassiere, «più semplicemente ognuno cerca di ritirare piano piano quanti più risparmi possibile e i colleghi che seguono gli investimenti sono subissati di richieste su come sia possibile trasferire il denaro all'estero».

È l'altra faccia della crisi, quella che nessuno racconta, perché i protagonisti non sono i ministri economici con i loro numeri a troppi zeri che sembrano quasi irreali o i manifestanti che a migliaia riempiono le piazze e le strade di questa calda estate greca. Sono le persone comuni, la grande massa del ceto medio, soprattutto impiegatizio, che ha in qualche modo anche usufruito delle generosità di un Paese vissuto al di sopra delle proprie possibilità, ma che ora si trova a pagare più di tutti la mannaia del redde rationem. Perché, nonostante i troppi privilegi accumulati nei decenni in omaggio a un contratto sociale che spostava sul debito il carico di una spesa per molti aspetti clientelare, non è che i salari pubblici fossero roba da nababbi. E ora il taglio del 30% per coloro che hanno almeno la fortuna di aver conservato il posto di lavoro, significa una netta riduzione del tenore di vita. A questo va aggiunta una larga fascia, stimata attorno al 20% del pubblico impiego, che il lavoro lo ha già perso. Tra loro ci sono i funzionari ma anche tanti professionisti, medici, magistrati, dirigenti, avvocati, giornalisti, quella che in una società moderna rappresenta la spina dorsale di una nazione. E va da sé, che a pagare il conto più salato siano i giovani, tutti coloro che appena completati gli studi, si sono trovati di fronte al mondo del lavoro quando è scoppiata la crisi: come sulla soglia di un burrone. Per tutti, la discesa verso una sorta di nuova proletarizzazione rappresenta un grave smacco sociale. E un pericolo per la tenuta della comunità.

La Grecia assomiglia sempre meno a un Paese europeo di media statura e sempre più a uno di quegli stati membri che si agitano ai margini della fortezza. Sono già scomparsi i lavoratori stranieri, i primi a subire le restrizioni di una società impoverita: albanesi, serbi, bulgari e rumeni hanno fatto fagotto e cercato fortuna altrove. «Posso raccontarti un aneddoto», dice Jannis, giovane tecnico del suono ovviamente a spasso, «prima qui a Salonicco eravamo pieni di giovani lavoratori bulgari, oggi un mio amico, per poter lavorare, si è dovuto spostare a Sofia. La sua famiglia è rimasta qui e ogni fine settimana si fa 800 chilometri andata e ritorno per venirla a vedere». Una sorta di contrappasso per un Paese che negli anni Novanta si era immaginato di essere diventato la locomotiva dei Balcani.

Salonicco, più di Atene, racconta i segreti di questo smacco geopolitico. È la capitale economica, una sorta di Milano di Grecia, dove la gente è da sempre dedita al business e agli affari. Doveva diventare il terminale portuale della ritrovata filiera balcanica e la nuova autostrada Egnatia che, ripercorrendo il genio logistico degli antichi romani, collega il porto occidentale di Igoumenitsa con l'effervescente vitalità di Istanbul, la taglia perpendicolarmente connettendola alle superstrade che viaggiano verso nord, in direzione Albania, Serbia, Bulgaria. È stata inaugurata un anno e mezzo fa, consente al traffico commerciale di ridurre della metà i tempi di percorrenza, ma è un altro esempio di come sono andate le cose in Grecia negli ultimi anni: c'è voluto il doppio del tempo preventivato per completarla e i costi sono esplosi senza controllo in fase di realizzazione.

Ora che l'autostrada è pronta, i greci non sanno più che cosa metterci sopra. Il Paese si è scoperto privo di industrie in grado di reggere la competizione globale, manca insomma della materia prima per provare a tornare protagonista della scena economica regionale: imprese capaci di esportare qualche bene appetibile per i mercati esteri. Si resta così prigionieri dello schema che ha drogato una società vissuta sul debito: si acquistano i prodotti di qualità provenienti dall'estero e in cambio si esporta qualche partita di olio, yogurt e olive di Kalamata. Anche il turismo è in crisi ormai da tempo, da quando sull'onda delle Olimpiadi di Atene i prezzi dei servizi sono schizzati alle stelle, subendo la concorrenza di Croazia e Turchia.

Certo, non ci sono solo le speculazioni di politici e consorzi o le strategie di corto respiro degli imprenditori. Anche i cittadini stessi, o buona parte di loro, hanno contribuito ad aggravare i conti dello stato, infilandosi scorrettamente nelle maglie di un sistema assistenziale privo di controlli. L'ultima truffa l'ha rivelata il quotidiano Echos, secondo il quale una commissione del ministero della Sanità sta indagando sugli abitanti di una non meglio precisata isola dello Jonio che sembrerebbero essere stati colpiti in massa dal morbo della cecità. Secondo le indiscrezioni, lo stato pagherebbe il relativo sussidio di indennità a 600 di loro. E solo un mese fa, le stesse autorità greche hanno rivelato che circa 16 milioni di euro l'anno erano ancora destinati a pagare le pensioni di 5400 persone che, a un controllo successivo, erano risultate decedute da lungo tempo. La spesa sociale annuale dello stato greco ammonta a 6,4 miliardi l'anno.

«Il problema è che la Grecia era già prima una delle società più diseguali d'Europa», ha detto Christos Papatheodorou, docente all'Università Democrito della Tracia, «simile in questo a stati come Bulgaria, Romania e Lettonia. Ora si avvia a diventare in tutto simile a un Paese in via di sviluppo».

Dietro alle grandi riforme del governo Papandreou, alle strategie forzate del Fondo monetario internazionale e ai disperati vertici dell'Unione Europea, in Grecia si sta realizzando silenziosamente un esperimento di ingegneria sociale: il Paese vive uno scivolamento dal modello di una società europea di fascia media a quello di una società in via di sviluppo. E questo nel cuore d'Europa. Sindacati, imprenditori e commentatori agitano un aggettivo come uno spauracchio: cinesizzazione, il fantasma di un'economia provvisoria, basata sul dumping salariale e su una concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro. È una formula che racchiude un fenomeno, quello del precariato, già diffuso in altre realtà del Vecchio Continente, anche più ricche, come la Germania e la Gran Bretagna: lavori inadeguati, a termine, mal retribuiti. E un drastico addio a ogni sorta di tutela assistenziale. Ma il paragone suona improprio, perché la Cina ha industrie che producono beni ormai esportati in tutto il mondo e uno stato talmente ricco da essersi permesso di intervenire in sostegno di Atene, acquistando obbligazioni che nessuno più voleva. La sindrome cinese sarà semmai confinata al livello dei salari. E il rischio della Grecia è quello di diventare la prima colonia europea del nuovo impero del Dragone. Ma dietro le illusioni di grandeur degli anni Novanta, la Grecia era, di fatto, già allora una colonia. Solo che non lo sapeva.

(Lettera 43)