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VIAGGIO NELLA CRIMEA NEGATA

Tutte le strade portano a Simferopoli. Almeno quelle ferrate. Il centro amministrativo della Crimea è il punto di ricongiungimento di tutti i binari che da nord a sud percorrono le piatte steppe di almeno cinque paesi: Ucraina, Russia, Lettonia, Estonia e Bielorussia. Fino a due decenni fa era un’unica terra, l’Unione Sovietica. Ma oggi, da queste parti, tranne i nomi, non sembra cambiato nulla. D’estate i lunghi convogli di venti e più vagoni, lenti ma affidabili, percorrono centinaia di chilometri dalle afose capitali del nord, viaggiano giorno e notte trasportando respiri, bagagli e gioie vacanziere di milioni di ex sovietici alla ricerca di un posto al sole sul Mar Nero. Arrivano da Kiev, Kharkiv, Minsk, Riga, Tallin, San Pietroburgo, Mosca, Ekatrinenburg.

I treni odorano di cibo e vodka e scaricano sulle piattaforme turisti carichi di sonno pesante. Toccata la terraferma, la stanchezza si dissolve e una fiumana vociante si riversa nel piazzale della stazione, circondato da un bianco colonnato in stile zarista e sorvegliato dalla bella torre dell’orologio, dove si mescola alle grida degli autisti di taxi, filobus e marshrutke, i mini-bus scalcinati da 20 posti che rappresentano il mezzo di trasporto stradale più diffuso in molti paesi dell’est. Più che uno scalo sembra un santuario, anche se qui la religione è quella del turismo. Vacanzieri con valige e trolley al seguito si muovono in mezzo ai fumi di scarico degli automezzi, schivano azzardate manovre di parcheggio, si accalcano agli unici due sportelli dei bigliettai, mediano con gli autisti sul prezzo, chiedono, spesso invano, informazioni sugli orari di partenza.

Il confine di questo spettacolo da girone infernale dantesco è segnato da due simboli che sembrano convivere senza problemi: un Mc Donald’s affollato di turisti in attesa della partenza e una statua di Lenin poco propagandistica. Il padre dei Soviet, almeno qui a Simferopoli, non si staglia in piedi col dito puntato verso «le magnifiche sorti e progressive», ma siede placidamente su una poltrona con l’aria un po’ annoiata, rassegnato a passare la sua giornata osservando il brulichio della piazza. Oltre, si estende la città vera e propria, centro commerciale e industriale di non particolare bellezza, che infatti nessuno visita. La vita è qui, tra questo suk umano, e altrove, nelle località balneari della costa, tornate a essere il luogo preferito dalla nomenklatura della nuova Russia, o della nuova Ucraina o perfino della nuova Bielorussia. Dietro l’aggettivo del nuovo, si nascondono i vincitori della transizione dal comunismo al capitalismo di Stato, i boiardi della politica, gli oligarchi dell’industria, i manager delle banche, i trafficanti di ogni specie. Qualche volta si tratta delle stesse persone.

La Crimea è una penisola dalle mille opportunità. Chi aspira alla mondanità, piega verso Yalta, la città all’ombra di Palazzo Livadia, dove i grandi decisero il destino del mondo bipolare negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Chi ama l’eccesso, porta i propri ormoni a Popivka dove da qualche anno è stato trasferito il rave più folle del pianeta, un mese di balli e sballi che non ha nulla da invidiare a quelli di Ibiza o delle isole croate, nato come festival di tendenza agli inizi degli anni Novanta a Kazantip, nella cornice di una vecchia centrale atomica mai completata e oggi diventato un enorme carrozzone commerciale trasferito, appunto, nella cosiddetta Repubblica di Popivka, a nord-ovest. Chi ha spirito alternativo, spinge i sacchi a pelo fino alla punta di Kerk, il finisterrae sul Mar d’Azov oltre il quale comincia la Russia.

Noi ci dirigiamo a sud-ovest. Fino a qualche anno fa non ci andava nessuno, semplicemente perché era vietato. Località dai nomi evocativi come Sebastopoli e Balaklava erano off limits, per arrivarci avevi bisogno di un motivo plausibile e di un invito speciale da parte di un residente. L’Unione Sovietica le aveva elette a località strategiche per le sue basi navali, proseguendo la tradizione nata in epoca zarista: a Sebastopoli la flotta, a Balaklava i sommergibili. Oggi, una delle persone più importanti per l’economia di Sebastopoli è Petra, una robusta quarantenne che scorazza tra il terminal dei bus, la stazione ferroviaria e le centinaia di stanze in affitto nel cuore della città.

Si muove su un Suv nero e prepotente, che aggiunge prestigio al suo business, e fa tutto da sé: tiene i collegamenti telefonici con le babushke che sostano ai punti di arrivo dei turisti, con le donne delle pulizie che rassettano le stanze, con le intermediarie che gestiscono gli appartamenti. «Da quando nel 1996 Sebastopoli si è aperta al mondo, i turisti sono diventati la prima risorsa economica», dice mentre il telefonino squilla in continuazione e al volante cerca di evitare una coppia di passanti che attraversa la strada. «Non ho un ufficio fisso, il mio ufficio è questa auto. D’estate arrivano in tanti e bisogna darsi molto da fare per sfruttare l’occasione. Vengono soprattutto i russi, per i quali Sebastopoli resta un luogo dell’anima».

Ad attirarli non ci sono soltanto i bei palazzi zaristi, ricostruiti dopo l’ultima guerra da Stalin, ma soprattutto le memorie patriottiche della gloria che fu. La sua posizione strategica la rese protagonista in tutte le guerre. Mark Twain la raggiunse nel 1865, dieci anni dopo la fine della guerra di Crimea. Wiston Churchill la visitò nell’aprile del 1945, dopo la conferenza di Yalta. Entrambi rimasero afflitti dal panorama di una città rasa al suolo. Churchill sussurrò: «Ci vorranno 50 anni per ricostruirla». E Stalin, avvertito della profezia, ci costruì sopra un pezzo della propria leggenda, riversò su Sebastopoli rubli, ingegneri e architetti e in soli 5 anni la riportò all’antico splendore, sbarrandola però dal resto del mondo.

La flotta è tutto, sebbene l’economia poggi anche sulla cantieristica civile e su una florida industria della pesca. E il suo mito alimenta soprattutto il turismo della nostalgia. Il Museo della flotta, i memoriali della guerra, le statue di Lenin, le stelle rosse che luccicano ovunque. E ovviamente le visite guidate in traghetto ai navigli militari ormeggiati alle banchine. La storia recente dell’Ucraina ha aggiunto a questa gita un pizzico di brivido geopolitico. Le flotte sono due, quella di Mosca e quella di Kiev. Quando l’ex repubblica sovietica ottenne l’indipendenza, la dote dovette essere divisa, anche se i russi si tennero i pezzi migliori. Oggi le navi si allineano nel bacino del porto militare sventolando bandiere diverse, che ne segnano la proprietà. La Russia stipulò nel 1997 un primo contratto di vent’anni per mantenere la sua presenza qui. La rivoluzione arancione promise di non prolungarlo oltre il 2017. Ma i governi cambiano e Yanukovich ha concesso un anno fa a Medvedev di rimanere fino al 2042 in cambio di sconti sulle forniture del gas. Tra quarant’anni, chissà cosa accadrà.

Sarà anche una questione strategica e di costi (il porto di Novorossijsk, una delle alternative, necessita di robusti investimenti), ma le navi che passiamo in rassegna dal piccolo traghetto che ci guida nel porto non riflettono l’impressione di una grande potenza, semmai quella del declino. I navigli sono piccoli e appaiono vecchiotti e inoffensivi, di quella che fu la flotta di una delle due superpotenze della Guerra Fredda resta una magra collezione buona solo per le gite delle guide turistiche.

Balaklava, già famosa per la battaglia del 1854 durante la guerra di Crimea, dista una decina di chilometri più a sud. Una stretta insenatura spinge la costa verso l’interno, sul lato occidentale si sta sviluppando il nuovo resort turistico, grazie ai restauri delle vecchie abitazioni e alla costruzione di nuovi alberghi e ristoranti che rischiano di alterare la delicata atmosfera mediterranea di oggi. In alto, sorvegliano la scena le suggestive rovine di un forte genovese. Ovunque, per le stradine del breve lungomare, impera la paccottiglia dei souvenir cinesi. Ma l’attrazione di Balaklava è sull’altro lato della conca, dove nella roccia è scavato l’ingresso buio di un tunnel fino a due decenni fa misterioso. Nessuna mappa geografica lo indicava: era il rifugio dei sommergibili sovietici.

Boris è un ragazzotto moscovita di neppure 30 anni, alto, biondo e robusto e la discesa attraverso i corridoi blindati dell’ex base atomica gli deve sembrare un viaggio nella Disneyland della Russia che fu. Si piazza entusiasta di fronte a ogni modello di sommergibile, a ogni missile, a ogni cartello che ancora predica regole ferree e minacciose facendosi fotografare da un gruppo di coetanei chiassosi: in un’istantanea digitale si fissano la gloria passata e l’orgoglio presente. Ma anche questi 15mila metri quadrati di canali, androni, cunicoli che si inseguono nel gelo del sottosuolo e sembrano strappati alla scenografia di un film di James Bond, raccontano la storia di una sconfitta.

Ci vollero nove anni per costruire la base, dal 1954 al 1963, mentre la Guerra Fredda si induriva e il rifugio di Balaklava veniva attrezzato per resistere a un attacco nucleare e assicurare la sopravvivenza in emergenza per trenta giorni. C’erano i cantieri per le riparazioni, i depositi per armi e testate nucleari, le cisterne per 10mila tonnellate di carburante, le piattaforme di carico e un canale principale lungo 602 metri, largo 10 e profondo 8, lungo il quale sfilavano i sottomarini. In periodo di guerra potevano trovarvi riparo fino a 9 sommergibili di piccola stazza. Vi erano impiegati 3mila addetti, praticamente l’intera popolazione di Balaklava, e la segretezza del luogo imponeva anche ai familiari più stretti dei residenti uno speciale permesso per le visite.

La base sopravvisse per due anni alla caduta dell’Unione Sovietica, poi nel 1993 iniziò lo smantellamento. L’ultimo sommergibile lasciò la base nel 1996. Resta un museo con le bandiere sbiadite, le vecchie mappe nautiche, qualche missile arrugginito. Il custode che chiude le pesanti porte blindate dietro di noi, aveva lavorato qui dentro fino all’ultimo. Oggi invita i turisti ad affrettarsi, il giro è finito, all’ingresso attende già il gruppo successivo.

(Versione integrale di un articolo pubblicato in formato ridotto su Vita)

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