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POLONIA, LA SECONDA VOLTA DI TUSK

Il primo commento tedesco ai risultati elettorali provenienti dalla confinante Polonia è stato in realtà un sospiro di sollievo. La distanza tra i due eterni rivali della destra polacca si è fermata sulla soglia più alta della forbice indicata dai sondaggi e il premier uscente Donald Tusk resterà ancora 4 anni alla guida del governo. È la prima volta, dalla svolta del 1989, che un primo ministro viene confermato per un secondo mandato. Un ulteriore segnale di stabilità politica che incorona la Polonia come il Paese più affidabile e sicuro fra quelli che poco più di 20 anni fa voltarono le spalle al comunismo.

Hanno vinto i moderati di Piattaforma civica (Po) e hanno perso i populisti di Diritto e Giustizia (PiS), anche se le percentuali testimoniano quanto il Paese resti diviso nella dicotomia fra città e campagna e come, anche nell'elettorato dell'unico stato europeo dove l'economia non ha subito in questi ultimi tempestosi anni l'onta di una crisi, sia montata una sorta di sfiducia nella politica: il 10% del partito libertario di protesta di Janusz Palikot e lo scarso 48% di partecipazione al voto ne sono spie preoccupanti.

Ma la spinta europeista impressa 4 anni fa da Donald Tusk è salva e la Welt ha rassicurato i lettori tedeschi osservando che «per le relazioni tra Germania e Polonia ci sono solo buone notizie: sotto il governo di Tusk, il rapporto fra i due vicini è sensibilmente migliorato e il legame fra il premier polacco e la cancelliera tedesca sono stati più che amichevoli». La preoccupazione di ritornare alle tensioni e alle frizioni che avevano segnato il biennio di coabitazione dei due gemelli Kaczynski a metà dello scorso decennio era cresciuta sulla stampa tedesca con l'approssimarsi del voto e con il tam tam dei sondaggi che indicavano un recupero della lista del gemello sopravvissuto. Quel recupero c'è stato, ma non è stato sufficiente a ribaltare le previsioni.

Se per la Germania e l'Europa il risultato di Varsavia va bene così, per la Polonia stessa le valutazioni sono meno rassicuranti. O almeno così la pensa lo Spiegel, che nel primo commento apparso lunedì 10 ottobre sul suo sito online sottolinea come Donald Tusk non possa dichiararsi davvero soddisfatto del risultato ottenuto: «Sebbene il suo partito abbia ottenuto il 37% dei voti, dovrà tenere conto che la metà degli elettori è rimasta  a casa. Venti anni dopo il cambio di regime, la classe politica polacca gode di una fama catastrofica e viene considerata dai suoi stessi elettori incapace, ostinata, provinciale, rozza e spesso anche corrotta».

C'è poco da star tranquilli e nessun motivo per dormire sugli allori. «Il vincitore passa per essere un simpatico noioso», ha proseguito con ironia il magazine, «e in questo ruolo se la cava ancora bene. A bordo del suo 'Tuskobus' ha percorso nelle ultime settimane il Paese in lungo e in largo, cercando di conquistare il consenso dei suoi cittadini. Ma la trovata non è servita a molto, la Polonia è in buona salute ma pochi considerano questo risultato merito di Tusk».

Il premier ha comunque deluso molti suoi sostenitori nei suoi primi 4 anni, ha preferito una strategia di piccoli passi e tralasciato molte importanti riforme: l'apparato dello Stato è rimasto troppo grande e costoso, le infrastrutture non sono migliorate: le strade sono in una condizione miserabile, le stazioni ferroviarie in uno stato catastrofico. «Non è neppure ancora sicuro che la Polonia del miracolo economico riuscirà a completare tutti i lavori previsti per ospitare i campionati europei di calcio nella prossima estate», ha concluso lo Spiegel, «mentre negli ultimi tempi il debito pubblico è cresciuto e anche l'euforia degli imprenditori si è raffreddata. Prevale l'opinione che il boom sia passato e che si vada incontro ad anni difficili. Tusk non ha vinto per lo splendore del suo bilancio politico, ma soprattutto perché i suoi avversari non avevano risposte da offrire per combattere la crisi prossima ventura».

Sulla permanente spaccatura nel Paese si è soffermata invece la Süddeutsche Zeitung, saottolineando come «la geografia elettorale ha dimostrato anche questa volta diverse divisioni: il Nord e l'Ovest della Polonia hanno votato in larga maggioranza per la politica europeista di Donald Tusk, mentre le regioni sud-orientali hanno ancora una volta affidato il loro consenso al partito euroscettico di Jaroslaw Kaczynski. L'uomo delle provocazioni e delle spaccature continua a essere molto forte nelle campagne, laddove gli abitanti delle grandi città hanno ancora una volta rinnovato la fiducia al partito di governo». Magari senza troppa convinzione e solo per mancanza di alternativa. Ma ai tedeschi va comunque bene così.

(Pubblicato su Lettera43)