Vai al contenuto

IL SENSO DELLA CINA PER L’AUSTRIA

L'Europa guarda alla Cina misurando ogni respiro che arriva da Pechino, nella speranza che da Oriente giunga la corda di salvataggio per un'economia e una moneta trascinate giù dal peso dei debiti sovrani. Sono passati in fondo pochi anni e il clima è completamente cambiato: il pericolo giallo si è trasformato in una speranza gialla, gli europei mettono in mostra beni non troppo pregiati come le obbligazioni di Stato con l'auspicio che Pechino voglia farne incetta. Le promesse ci sono state, nei mesi scorsi i dirigenti cinesi hanno annunciato interventi a sostegno del debito greco, poi portoghese, quindi spagnolo. E anche gli italiani si sono precipitati sulle orme di Marco Polo per vedere di smuovere le acque. Ma di interventi concreti non ce ne sono stati e gli europei continuano a sperare.

Gli economisti hanno confermato l'interesse della Cina per l'Europa. Non tanto per i bond, però, quanto per le imprese. Investimenti sì, ma mirati a entrare nell'azionariato di aziende ad alto contenuto tecnologico: le imprese cinesi puntano al salto di qualità, a passare dalla produzione di beni a basso valore aggiunto a quella di prodotti tecnologicamente avanzati. E per questo lo Stato incentiva acquisti di quote azionarie, non di obbligazioni pubbliche.

Un atteggiamento ribadito anche in occasione del G20 di Cannes. Ma sulla via della Costa Azzurra, il capo di Stato e di partito Hu Jintao aveva fatto tappa il 31 ottobre a Vienna, per una visita di due giorni nella quale ha passato in rassegna tutto il gotha politico austriaco, accompagnato da una delegazione di 150 persone, in maggioranza composta da uomini d'affari. La piccola Austria non ha necessità di chiedere aiuti per il bilancio dello Stato, e così gli incontri si sono concentrati sui rapporti commerciali fra i due Paesi.

«La Cina importa volentieri tecnologia austriaca», ha riportato Der Standard nel suo commento, «e Jintao, nella stringata conferenza stampa, ha definito prospettivamente strategici i rapporti di collaborazione tra i due Paesi. Lo scopo della visita è stato soprattutto quello di dare ulteriore impulso al quarantennale legame tra Cina e Austria dopo che solo lo scorso anno il volume dei commerci reciproci è salito del 40%». Sono cifre importanti per Vienna, ma le intenzioni dei cinesi hanno confermato l'interesse per gli investimenti nell'economia reale: turismo e imprese. «La collaborazione fra Cina ed Europa è oggi di straordinaria importanza», ha replicato il presidente federale Heinz Fischer, cercando di aprire una piccola breccia verso le aspettative che i partner europei hanno sul fronte della crisi debitoria. Aspettative poi deluse a Cannes, dove Jintao ha detto ancora una volta di attendersi che l'Europa metta prima in pratica le misure da tempo annunciate.

Con questi chiari di luna, sono passate in secondo piano le consuete proteste delle organizzazioni per i diritti civili che puntualmente accompagnano ogni visita europea dei dirigenti di Pechino. Questa volta, Vienna ha comunque offerto un fuori programma inconsueto, con un gruppo di una quarantina di cittadini cinesi che ha assalito una solitaria attivista di Sos Tibet, strappandole di mano con violenza la bandiera tibetana. «Si è trattato di un caso isolato», ha raccontato il quotidiano viennese, «perché l'ingente servizio di sicurezza predisposto attorno alla visita di Jintao ha costretto il grosso degli attivisti anti-regime a manifestare al di fuori del percorso presidenziale, di fronte al Burgertheater.

Nel frattempo, molti chilometri più a nord, imprenditori cinesi sono alle prese con la sfida di rilanciare il nobile ma decaduto marchio svedese della Saab. Per 7 mesi non si è prodotto nulla perché la Saab non aveva i soldi per pagare i distributori, ora il risanamento dovrebbe essere affidato alla casa automobilistica Youngman e all'azienda commerciale Pang Da. Lo scorso fine settimana le parti hanno raggiunto l'accordo, ma i sogni di rilancio sono destinati a scontrarsi con la dura realtà del mercato: «I nuovi proprietari hanno presentato un piano di forti investimenti, con l'obiettivo di riportare i conti in attivo nel 2014 producendo 150mila auto all'anno», ha osservato il quotidiano finanziario tedesco Financial Times Deutschland, «ma molti analisti dubitano che la nuova alleanza euro-asiatica possa avere successo». Intanto non tutte le firme sono state messe a punto e un ripensamento è sempre possibile. I mercati si chiedono perché proprio queste due aziende cinesi si siano fatte avanti per acquisire il marchio Saab. «Una risposta potrebbe venire da voci diffusesi nei giorni scorsi sulla stampa asiatica», ha concluso il Ftd, «secondo le quali i cinesi vorrebbero in realtà fondare una nuova casa automobilistica per la quale utilizzerebbero proprio la piattaforma della Saab». Se così fosse, bisognerebbe dunque prendere con le molle tutte le promesse di aiuto fatte da Pechino che rappresenta un'economia affamata di know-how e per nulla attratta dalla filantropia.