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Chi sta vincendo in Ucraina?

Tregua, non pace. L’intesa siglata a Minsk ha messo a tacere le armi, almeno ufficialmente. Ma non tutte le parti in campo sembrano attenersi agli accordi. 

(Scritto per Pagina99)

Kiev, parata militare nel giorno dell'indipendenza (Archivio Rassegna Est)
Kiev, parata militare nel giorno dell'indipendenza (Archivio Rassegna Est)

di Stefano Grazioli

Quello che è certo, ora, è però che la situazione rimane altamente instabile, anche perché non si conoscono i dettagli di ciò che è concordato in Bielorussia, né tantomeno quanto Poroshenko e Putin hanno discusso dietro le quinte alla vigilia del vertice, che in realtà ha dovuto solo mettere nero su bianco, con qualche tinta grigia, le linee dettate dai due capi di Stato.

Do ut des, è questo il principio che ha retto i rapporti politico-economici tra Russia e Ucraina negli ultimi vent’anni. In tempi di guerra la regola non fa eccezione. Di più: il piano uscito dai negoziati tra gli inviati di Kiev, Mosca e dei ribelli è strutturato su 12 paragrafi, almeno come ha detto Heidi Tagliavini, inviata speciale per l’Ucraina dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. I separatisti hanno parlato invece di 14. Da Mosca si è fatto sentire solo il portavoce di Vladimir Putin, Dimitri Peskov, che ha auspicato il rispetto di tutti i punti del documento firmato oggi. Forse già il primo giallo in vista dell’applicazione di un protocollo che si annuncia tutt’altro che facile: gli insorti filorussi hanno già dichiarato che la tregua non significa rinuncia alla lotta per l’autonomia del Donbass, ma è una misura obbligata per fermare il bagno di sangue. In ogni caso, ammesso e non concesso che la tregua regga, il primo tempo della crisi ucraina si è concluso.

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Non si può certo dire che Kiev stia vincendo la partita. Sino a due settimane fa sembrava che le truppe governative potessero avere la meglio sui separatisti. Il supporto diretto di Mosca ai ribelli ha però ribaltato velocemente le posizioni. Lo status quo indica che un buon terzo del Donbass è in mano ai filorussi, compresi ovviamente i due capoluoghi Donetsk e Lugansk. In vista delle elezioni anticipate di ottobre, Poroshenko ha bisogno di vendere la tregua come una vittoria per coagulare attorno a sé l’elettorato moderato e conquistare la maggioranza relativa in parlamento.

l presidente è incalzato dall’ala nazionalista, sia alla Rada, che, soprattutto, fuori: le frange antirusse guidate da Oleg Lyashko e Anatoly Gritsenko, date in grande ascesa, e quelle legate più direttamente ai battaglioni di volontari che hanno combattuto nel Donbass, costituiscono ancora un’incognita, ma se la situazione di pace non verrà consolidata, la stabilità della Bankova verrà messa seriamente in pericolo. Poroshenko ha anche necessità di arrivare a un veloce accordo con Putin sulla questione del gas, che rischia di diventare esplosiva con l’arrivo dell’inverno. L’Ucraina al gelo non sosterrà a lungo presidente e governo, al di là di come sarà la nuova maggioranza alla Rada. La situazione economica del Paese è catastrofica, senza bisogno della guerra.

Diverso il discorso in Russia. Se i rating di Putin sono alle stelle e il Cremlino ha consolidato il potere interno facendo leva sulle cerchie conservative, l’Ucraina è comunque un problema. L’accordo di Minsk concede un po’ di tempo per riflettere su una strategia che in questi mesi non è stata lineare. In ogni caso rimangono teoricamente le opzioni iniziali: l’occupazione militare totale nel Donbass e la creazione della Novorossia (improbabile), il mantenimento delle condizioni attuali (stile Transnistria, possibile), l’accordo con Kiev per un status di autonomia ampia della regione, in attesa di vedere come evolverà la situazione politica e quali forze prenderanno il sopravvento (altrettanto possibile). Il Cremlino, il cui obiettivo è evitare che l’Ucraina, intera, se ne vada verso la Nato, continuerà a destabilizzare il Paese. Il prezzo per essere in vantaggio alla fine del primo tempo è però molto alto.

Separatisti. La galassia ribelle, ucraino-russa, dal punto di vista militare è resuscitata grazie al sostegno delle forze di Mosca, ma senza di esse non sarebbe riuscita a consolidare le proprie posizioni e sarebbe stata costretta molto probabilmente alla resa. Dai separatisti sono sempre arrivate dichiarazioni contraddittorie sugli obiettivi: certo è che l’annessione alla Russia non è sul tavolo, a differenza della richiesta di un’indipendenza che potrebbe però essere ridotta a quella di uno status speciale autonomo all’interno del Paese. È su questo punto che si gioca il futuro del Donbass e quello dell’Ucraina stessa, già profondamente lacerata dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e sempre a rischio di collasso totale, nonostante le aspettative che hanno preso un po’ di consistenza con gli accordi di Minsk. Chi trae subito beneficio dalla tregua è comunque la popolazione civile, che dopo cinque mesi di guerra può tornare a respirare e sperare. Almeno per un po’.

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