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Guerra o pace?

L’escalation militare degli ultimi giorni ha fatto tornare d’estrema attualità la domanda sul futuro dell’Ucraina.

Ucraina, battaglione Donbass (Wikipedia)
Il Donbass, uno dei battaglioni paramilitari ucraini (Wikipedia)

 

di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera 43 

A quasi un anno dalla rivoluzione di febbraio 2014 e dalla cacciata del presidente Victor Yanukovich, il Paese si trova di fronte al bivio: dopo che la tregua tra Kiev e separatisti concordata a settembre e ribadita a dicembre è di fatto andata a rotoli, gli scenari che si aprono in questo inizio d’anno non sono certo rosei. Gli spazi di manovra della diplomazia internazionale sembrano essersi ristretti, anche alla luce dei falchi che da una parte e dall’altra spingono per la risoluzione militare della crisi, e con l’arrivo della primavera il sudest dell’ex repubblica sovietica potrebbe tornare a diventare teatro di una guerra aperta, con il coinvolgimento anche di regioni per ora rimaste a margine del conflitto, ma che potrebbero essere interessate da un inevitabile effetto domino. Difficile prevedere con esattezza quello che succederà, anche se le possibilità di sviluppo sono tutto sommato ristrette: gli avvenimenti degli ultimi giorni sono però contraddittori e disegnano in quadro di difficile interpretazione, soprattutto perché su ogni fronte giocano più attori con obbiettivi e strategie differenti.

Kiev. Nella capitale la schizofrenia è evidente e si estrinseca sia nello scontro tra i falchi che seguono il premier Arseni Yatseniuk e le colombe del capo di Stato Petro Poroshenko, sia nella zigzagante linea del presidente stesso che si trova nella difficile posizione di mediare le diverse correnti interne e cercare un compromesso a lunga distanza con il Cremlino. Così si spiegano da un lato le uscite bellicose della scorsa settimana, quando ha annunciato di voler riconquistare il Donbass e non volere cedere territori ai ribelli filorussi, e dall’altro lo spiraglio lasciato costantemente aperto per il dialogo con Vladimir Putin, con il quale lo scorso autunno a Minsk aveva arrangiato gli accordi per la tregua e la pacificazione. Poroshenko è messo sotto pressione dal partito della guerra di Yatseniuk e dei battaglioni di volontari che vorrebbero risolvere la questione con le armi. Al di là però della propaganda è evidente che l’esercito ucraino non è al momento in grado di scatenare un’offensiva, tant’è vero che dopo mesi di assedio ha dovuto lasciare anche l’aeroporto di Donetsk. La linea di difesa a Mariupol sembra ad ogni modo essere sufficiente, in attesa dei prossimi mesi, che vedranno non solo nuove mobilitazioni, ma anche il maggiore sostegno degli Stati Uniti, confermato la settimana scorsa dal comandate per l’Europa Ben Hodges che è giunto a Kiev per coordinare il prossimo supporto a stelle e strisce. Se sono in arrivo addestratori e aiuti logistici e Washington ha escluso un intervento militare diretto o comunque sotto l’egida della Nato, è chiaro che gli americani non fanno solo gli spettatori, con tutto quello che ne consegue sul lato filorusso e moscovita.

Separatisti. Dopo la conquista dell’aeroporto di Donetsk il leader dei ribelli Alexander Zakharchenko ha annunciato l’avvio di un’offensiva anche sulla direttrice sud, verso Mariupol. La città portuale è stata colpita domenica da missili Grad e la strage di civili è secondo l’Osce da addebitare al conto dei filorussi, che però hanno negato. Lo stesso teatrino visto la scorsa estate con l’abbattimento del volo della Malaysia Airlines, anch’esso non ancora del tutto chiarito. Verso il Mar Nero non è però iniziata nessuna offensiva e in realtà in questo momento non ci sono le condizioni per un attacco in grande stile: Mariupol pare ben difesa e potrebbe cadere solo con l’intervento di aviazione e supporto dal mare. Anche sul lato dei separatisti non c’è in sostanza omogeneità e i diversi gruppi tra Lugansk e Donetsk non hanno mai brillato per unità d’intenti, per il fatto di godere di un’autonomia limitata e di dipendere dai vari burattinai che da dietro le quinte tirano le fila, targati non solo Mosca, ma con le radici nello stesso Donbass. È palese dunque che un attacco su Mariupol, per sfondare e raggiungere via terra la Crimea, sarebbe possibile solo con il supporto militare del Cremlino.

Mosca. Putin sta ancora alla finestra e la lettera spedita la scorsa settimana a Petro Poroshenko significa che la Russia è disposta a un compromesso. Per Mosca la questione è abbastanza chiara e se Vladimir Vladimirovich non vuole annettere il Donbass come ha fatto con la Crimea, non lo vuole però far stare in pace: può lasciare mano libera ai separatisti e accontentarsi di uno stallo che destabilizzi l’Ucraina fino al collasso. Se nei prossimi mesi il partito della guerra avrà la meglio, le riforme su decentramento e autonomia rimarranno al palo e gli Stati Uniti continueranno da un lato ad avere parte della regia a Kiev e dall’altro a premere sulla Russia attraverso le sanzioni, è difficile che Putin si dimostri conciliante: questo è quello che è accaduto infatti negli ultimi dodici mesi ed è probabile che stando così le cose il quadro non cambi.

 

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