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Verso il disastro totale

A quasi un anno dal bagno di sangue di Maidan l’Ucraina rischia di sprofondare definitivamente. Uno sguardo a posizioni e umori dei protagonisti della guerra e della crisi. 

Soldati ucraini nel Donbass (Lettera 43)
Soldati ucraini nel Donbass (Lettera 43)

di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera 43

A quasi un anno dal bagno di sangue di Maidan (18-20 febbraio 2014) l’Ucraina rischia di sprofondare nella guerra totale. L’escalation militare delle ultime settimane nel Donbass e il fallimento della diplomazia internazionale nel mettere il coperchio alla pentola che bolle (comunque sia in queste ore Merkel e Holland stanno ancora provando a mediare con Mosca) stanno prospettando uno scenario catastrofico per l’ex repubblica sovietica, che dopo la cacciata dell’ex presidente Victor Yanukovich si è avvitata in una spirale bellica dalla quale non è più uscita. Prima l’annessione della Crimea da parte della Russia, in seguito la sollevazione del Sud-Est e l’ondata separatista avevano già portato lo scorso anno il Paese sull’orlo del collasso. La tregua di Minsk, concordata a settembre 2013 sotto la regia dei presidenti di Ucraina e Russia, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, aveva fatto sperare poi in un possibile compromesso.

Dopo l’illusione autunnale e la breve pausa invernale, quando a dicembre le due parti avevano ribadito la volontà di mantenere l’armistizio e provare a cercare l’uscita dal tunnel, l’inizio del 2015 si è aperto nel peggiore dei modi: la ripresa delle ostilità nel Donbass ha coinciso con la crescita della tensione a livello internazionale e il pericolo di un allargamento della guerra, in cui da una parte la Russia sostiene i separatisti delle Repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk e dall’altra gli Stati Uniti affiancano il governo di Kiev. Il presidente americano, nonostante le timide smentite, valuta persino l'invio di armi all'Ucraina. E il suo omologo da Kiev si dice certo che arriveranno. Ma se la situazione è molto fluida e gli scenari futuri sono diversi è perché agli attori in campo mancano, per varie ragioni, strategie precise e univoche.

I separatisti

Tra marzo e aprile 2014 i ribelli filorussi hanno occupato mezzo Donbass tra l’indifferenza e la complicità delle istituzioni amministrative, militari e civili, e gli applausi della maggioranza della popolazione locale. Dopo i referendum per l’indipendenza di Donetsk e Lugansk e l’inizio di quella che il governo di Kiev ha definito un’operazione antiterrorismo (15 aprile 2014) per riconquistare i territori perduti, le regioni si sono trasformate in un teatro di guerra. I separasti ucraini non sono mai stati un blocco monolitico, ma hanno avuto sin dall’inizio diverse anime e diverse finanziatori. A gestire la rivolta contro il governo centrale sono stati i poteri forti locali, gli oligarchi legati al vecchio establishment, a cui si sono aggiunti presto variegati gruppi, da quelli della criminalità organizzata a quelli pilotati dall’esterno, dai mercenari russi e ceceni ai volontari provenienti da diverse repubbliche dell’ex Urss.

Ascolta Matteo Tacconi sentito da Radio Popolare sull'approccio dell'Europa centrale alla crisi ucraina (podcast / dal minuto 2 52'')

La Russia, con il passare dei mesi e l’inasprirsi del conflitto, è scesa in campo sottotraccia, in maniera diretta e indiretta, a fianco dei separatisti, senza però assumere il controllo militare della situazione. In sostanza i leader delle due repubbliche autonomiste Alexander Zakharchenko e Igor Plotnitsky e i vari comandanti sul campo agiscono un po’ per contro proprio e un po’ per conto terzi, e proprio per questo è difficile prevedere quali saranno le loro prossime mosse.

Al di là della propaganda è comunque un fatto che dalla ripresa del conflitto hanno guadagnato terreno, conquistando l’aeroporto di Donetsk. A Debaltseve si sta assistendo a ciò che è accaduto l’estate scorsa a Ilovaisk, con la disfatta delle truppe di Kiev, e Mariupol, porto strategico sul Mar Nero, potrebbe essere il nuovo obiettivo.

A Kiev

Nella capitale la situazione è complicata. Da una parte il presidente Petro Poroshenko cerca ancora il dialogo, dall’altra il premier Arseni Yatseniuk preme per la soluzione militare del conflitto. Il partito della guerra a Kiev tenta con insistenza di coinvolgere l’Occidente nel conflitto e la richiesta di sostegno armato è stata fatta ormai in tutte le sedi, da Washington a Berlino, passando per la Nato. Per ora le truppe governative e i vari battaglioni di volontari che sono stati più o meno integrati o nell’esercito o nella guardia nazionale sono però rimasti sostanzialmente all’asciutto. L’engagement occidentale si è limitato al supporto attraverso cosiddette armi non letali e a consulenze militari e d’intelligence.

L'economia ucraina secondo il Fmi (2014-2019)
L'economia ucraina secondo il Fmi (2014-2019)

Al di là però delle questioni militari il vero problema è lo stallo delle riforme, che non riguardano solo il Donbass, ma anche altre regioni che dalla rivoluzione di febbraio 2014 aspettano di vedere mantenute le promesse di decentramento e autonomia. Nulla di concreto è stato fatto e basta guardare i rating di piena approvazione di Poroshenko (13%) e Yatsenik (11%) per capire che gli elettori ucraini non sono proprio soddisfatti. Se c’è la guerra a mettere i bastoni tra le ruote alla ripresa dell’economia, le riforme costituzionali si fanno in parlamento e alla Rada il governo è stato eletto a dicembre con la maggioranza di due terzi. Il fatto che tutto stia andando a rotoli rientra nei meccanismi tipici della politica ucraina, dominata dagli stessi poteri oligarchici.

Russia, Usa, Europa

La soluzione della crisi sta ovviamente a Kiev, ma soprattutto tra Mosca e Washington. Senza un accordo sostanziale sull’Ucraina tra il Cremlino e la Casa Bianca, il Donbass corre il pericolo di finire peggio della Transnistria.

Sino ad ora nessuno dei due contendenti ha preso in considerazione l’idea di fare un passo indietro: non la Russia, decisa a supportare il separatismo e mantenere un piede in Ucraina, non gli Usa, che dopo il cambio di regime dello scorso anno si sono schierati con i falchi di Kiev e hanno alzato il tiro contro Mosca spingendo per le sanzioni

L’Europa da parte sua si è attaccata al treno americano, ma i vagoni di Bruxelles non seguono tutti lo stesso binario: nonostante la facciata, numerose sono le differenze tra il gruppo intransigente filoamericano, con Gran Bretagna, Polonia, baltici e scandinavi, e quello più accomodante verso la Russia, con Francia, Italia, Austria e Ungheria. La Germania della Grosse Koalition sta nel mezzo e cerca sempre una soluzione diplomatica, con la conservatrice Angela Merkel che un giorno picchia duro contro Vladimir Putin, e il socialdemocratico Frank Walter Steinmeier che il giorno dopo lascia aperta la porta per il dialogo con il Cremlino.

Intanto però l’Ucraina continua a sprofondare e alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco (6-8 febbraio), dove sono attesi i rappresentanti di tutti i Paesi coinvolti nel caotico puzzle, si cercherà un’altra volta una difficile via d’uscita.

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