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Ucraina, annus horribilis

Se il 2014 è stato per Kiev disastroso, il 2015 rischia di essere ancora peggiore.

Bandiera ucraina

di Stefano Grazioli

Si chiude per il Pase un anno disastroso, dal punto di vista politico ed economico. L’Ucraina che esisteva nel dicembre 2013 ora non esiste più e quella di oggi non sarà uguale a quella di domani. Rispetto a un anno fa la Crimea è stata annessa dalla Russia e Kiev non ha più il controllo sul Donbass, con parte del sudest occupata da separatisti filorussi. Altre regioni sono a rischio e da Kharkiv a Odessa il prossimo anno si annuncia tutt’altro che quieto. Nella capitale il presidente eletto a maggio è stato affiancato dal nuovo primo ministro, uscito dopo la tornata elettorale di ottobre: Petro Poroshenko e Arseni Yatseniuk costituiscono il tandem che dovrebbe tenere insieme il Paese. A livello politico l’unità di intenti, al di là della propaganda, è solo la facciata di una realtà molto più complessa, che ricalca schemi e meccanismi dell’Ucraina di sempre.

Il sistema oligarchico è ancora quello portante, con tutti i suoi effetti collaterali, amplificati dal fatto che Kiev si trova in uno stato di guerra. Alla Rada la maggioranza è adesso larga, ma gli equilibri sono fragili: le posizioni del capo dello stato e del premier sono complicate e su di loro pende la spada di Damocle delle riforme. Oltre a quelle economiche, da implementare sotto la supervisione del Fondo monetario internazionale, fondamentali sono quelle costituzionali e amministrative, da quella della Costituzione al decentramento. Senza di esse e senza risposte concrete all’elettorato, la nuova élite sarà sempre più sotto pressione, in relazione soprattutto a quello che succederà nel Donbass in primavera, quando la situazione militare inizierà a scongelarsi.

L’Europa, intesa come Unione Europea, è ancora un miraggio. L’Accordo di Associazione, che lo stesso Victor Yanukovich avrebbe voluto rimandare, è stato sì firmato, ma la sua entrata in vigore è stata procrastinata all’inizio del 2017 dopo un’intesa trilaterale tra Bruxelles, Kiev e Mosca. I rapporti con la Russia saranno fondamentali per la tenuta dell’Ucraina anche sul breve periodo. Senza un avvicinamento delle posizioni tra Bankova e Cremlino, l’Ucraina rischia di precipitare ancora di più verso il fondo: da questo punto di vista la linea antirussa di Yatseniuk è molto più pericolosa di quella più moderata di Poroshenko. Il Paese è lacerato e lo scivolamento sul lato nazionalista, se da un lato è servito in un primo momento a rinserrare le fila, dall’altro non può che portare a ulteriori strappi, dentro e fuori.

Difficile dire dove sarà l’Ucraina tra un anno, dipende da quale scenario (pessimistico o ottimistico) si vuole prendere in considerazione: realisticamente i primi tre-sei mesi del 2015 non dovrebbero produrre novità dal punto di vista politico ed è probabile che da un lato la situazione del Donbass rimanga congelata (salvo esplodere nel secondo trimestre) e dall’altro a Kiev governo e presidente proseguano su un unico binario. I fondi della comunità internazionale, Fmi e Unione Europea, eviteranno il crollo in attesa della realizzazione delle riforme, ma l’economia risentirà inevitabilmente degli sviluppi della situazione geopolitica, sia interna che internazionale. L’annus horribilis per l’Ucraina è passato, ma il prossimo potrebbe essere altrettanto devastante.

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