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Trevisoara al tempo della crisi

Negli ultimi anni il distretto di Timisoara, bastione della presenza imprenditoriale a Est, ha registrato una contrazione del 15% del numero delle nostre aziende. Molto è dipeso dalla crisi. Ma incidono anche i cambiamenti in atto in Romania. Non è più tempo di delocalizzazioni selvagge, ma di alta gamma. 

(Scritto per Pagina 99)

Timisoara (George Damian, Flickr)
Timisoara (George Damian, Flickr)

Tutto cominciò all’inizio degli anni ’90, quando fenomeni diversi, ma convergenti tra loro, crebbero di tono. Da una parte c’era la sofferenza delle piccole e medie imprese italiane, spiazzate dalla globalizzazione. La stessa che, acriticamente, veniva descritta da tutte le classi dirigenti delle principali potenze industriali come una nuova frontiera verso cui tendere, con cieca fede. Sul terreno si tradusse invece come un’onda d’urto possente che ruppe equilibri industriali e sociali consolidati. 

L'economia romena (2014-2019)
L'economia romena (2014-2019)

Dall’altro lato c’erano i paesi dell’Est, con la loro foga di mettersi alle spalle il comunismo e poggiare i piedi, quanto più rapidamente possibile, in una nuova era. Ma nessuna di quelle nazioni, dopo quarant’anni di partito unico e pianificazione economica, poteva marciare facendo leva sulle proprie gambe. Era necessario dare le chiavi dello sviluppo agli investitori stranieri.  Fu così, dall’incontro di questi due processi, uniti alla crisi monetaria e di consumi in corso allora in Italia, che partirono le delocalizzazioni.

Gli imprenditori del Nordest cercavano nuovi spazi industriali, a costi produttivi inferiori. L’Est metteva a disposizione intere praterie. I politici, inneggiando alla globalizzazione, non si accorgevano che la deindustrializzazione – tema scottante dell’agenda odierna – stava prendendo piede. 

Come sempre accade, all’interno di un fenomeno di grandi dimensioni c’è sempre un altrettanto grande caso.  Per l’Italia fu Timisoara. In questa città della Romania occidentale e su tutto il territorio della sua provincia (Timis), confinante con Serbia e Ungheria, si registrò una vasta processione di aziende italiane, che nel corso degli anni ha portato a 10mila il numero dei nostri connazionali residenti e a oltre 2000 quello delle aziende presenti in loco.

E Timisoara divenne “l’ottava provincia del Veneto”. O “Trevisoara”. D’altro canto è dal Veneto e dalla provincia di Treviso che sono piovuti più investimenti. Andando ancora più nel dettaglio, è stato il distretto calzaturiero di Montebelluna, nel trevigiano, a puntare per primo su Timisoara, spostandovi le fasi hardware della produzione e lasciando in patria quelle software. Questo perché, a Timisoara, c’era già un know-how, con diverse fabbriche di scarpe attive. 

Ma oggi, con i problemi pesanti che affronta l’Italia e le frustate che l’attuale congiuntura ha inferto anche alla Romania, che aria tira da quelle parti?  Negli ultimi tempi sono apparsi degli articoli – pochi a dire il vero – che a partire dalla chiusura degli impianti di Mario Moretti Polegato, titolare della Geox, uno dei primi a calare su Timisoara, hanno rimarcato un processo di disimpegno, se non una vera e propria fuga. In realtà il numero delle imprese a capitale italiano operanti nel territorio di Timisoara, pur variando in negativo dall’inizio della crisi, nel 2008, non si è tradotto in un’emorragia. Il dato complessivo è passato dalle 2462 aziende nel 2008 alle 2076 del giugno 2013, riferisce Giulio Bertola, vice presidente vicario di Confindustria Romania, specificando che il saldo è in linea con quello su scala nazionale (dalle 20mila aziende del 2008 alle 17mila attuali) e rilevando che, nonostante tutto, la contea di Timis e quelle limitrofe di Arad, Bihor e Cluj contano più di un terzo della presenza imprenditoriale italiane in Romania. 

Fuga non è, dunque. Però, questo sì, la contrazione del radicamento imprenditoriale italiano (15%) non è da poco. Quali ne sono stati i motivi?  La mappa della crisi dice, chiaramente, che gli investimenti italiani sono calati e che la Romania, a sua volta, ha vissuto fasi delicate. Nel 2009 e 2010 il Pil è sceso di 6,6 e 1,1 punti percentuali, rispettivamente. Bucarest è ricorsa al prestito – venti miliardi di euro – di Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Ue. 

Ma la questione più pressante, vista dal lato delle imprese, sta nei costi del lavoro, che in media incidono sull’80% del valore finale di una scarpa. Su questo fronte c’è stata una grossa impennata. Se in Romania il reddito medio era di 1279 euro annui nel 1989 e di 2047 nel 2003, nel 2012, rivela il database della Banca Mondiale, si è arrivati a lambire i 6mila euro. In altre parole, i vantaggi offerti dal costo basso della manodopera, all’origine del fenomeno “Trevisoara”, si sono annacquati nel corso del tempo. E questo ha cambiato la pelle del polo veneto-romeno, dove si sta progressivamente affermando l’alta gamma. 

Il punto è proprio questo. In Romania la stagione della delocalizzazione tout court è finita. Chi vuole manodopera low cost chiude i battenti e va in Albania, Serbia o persino Maghreb, con tutti i rischi che, in quest’ultimo caso, emergono in relazione alla stabilità politica di quei paesi. Chi resta ricalibra l’azione. Non bisogna più guardare ai vantaggi di costo, occorre piuttosto servire il mercato locale, dice Bertola. «In Romania i redditi pro-capite sono in costante crescita, come la domanda interna e il consumo finale. L’obiettivo cambia. Si tratta di posizionare l’azienda, in modo permanente, sul mercato». Anche con il Made in Italy? «Anche con il Made in Italy».  

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