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L’Ucraina è un paese spaccato. Sia perché la Crimea non c’è più e il Donbass è diventato un protettorato filorusso, sia perché, come hanno dimostrato per l’ennesima volta le elezioni (in questo caso presidenziali, ma per parlamentari e amministrative è la stessa cosa), la distribuzione del voto indica che all’est e al sud si vota in una determinata maniera, al centro e all’ovest in un'altra. ...continua a leggere "ZELENSKY E GLI OLIGARCHI"

Di seguito, dopo  la pubblicazione del rapporto del procuratore speciale Mueller che decreta come il presidente americano non abbia cospirato con la Russia, uno stralcio tratto dal libro "Putin 4.0", pubblicato nel marzo del 2018, in pieno Russiagate. Il capitolo in questione si intitola "Tanto rumore per nulla?"

L'ultimo capitolo in ordine temporale di russofobia o putinofobia che dir si voglia è tutto americano ed è legato all'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, giunto dov'è proprio grazie all'appoggio diretto e personale di Putin, che si aspettava evidentemente grandi vantaggi.  Se fosse così bisognerebbe dedurre che Vladimir Vladimorovich si è sbagliato di grosso e a parte il fatto di aver creato un bel putiferio in casa americana, obbiettivo che comunque gli farebbe piacere, ha messo in pericolo la sicurezza non di mezzo mondo, ma di quello intero, Russia compresa. I dossier su Iran e Corea del Nord sono gli esempi più chiari di come una condotta poco accorta di Trump, accompagnata dai falchi a Washington a cui piace gettare benzina sul fuoco, potrebbe condurre a disastri imprevedibili. ...continua a leggere "MUELLER, TRUMP E PUTIN"

Esattamente sessant’anni fa, il 26 giugno del 1954, iniziava a funzionare la prima centrale nucleare a scopo civile del mondo a Obnisnk, nell’oblast di Kaluga, nell’allora Unione Sovietica. Se nel frattempo l’Urss è sparita (1991) e l’impianto ha cessato la sua attività nel 2002, diventando adesso un museo, gli stati scaturiti dalla centrifuga ex comunista non hanno certo abbandonato l’atomo. Guidati dalla Russia continuano ancora oggi a seguire la strada del nucleare, nonostante il lontano passato di casa che non passa (l’incidente di Chernobyl nel 1986) e quello più recente dei vicini giapponesi (Fukushima nel 2011) che, se ha acceso il dibattito mediatico e sociale in Russia almeno nel periodo immediatamente successivo al disastro, in realtà non ha influito assolutamente sulle scelte di tutti i paesi postsovietici per i programmi energetici del futuro. In Russia sono attivi al momento 33 reattori, 15 in Ucraina e 1, il primo, è in costruzione in Bielorussia.

BIELORUSSIA

L’ultima dittatura d’Europa, come viene spesso definita l’ex repubblica sovietica retta da vent’anni da Alexandr Lukashenko, dal punto di vista energetico è pressoché totalmente dipendente dall’estero (per circa l’85%: il 99% del gas arriva dalla Russia e solo il 10% della domanda di petrolio è soddisfatta dalla produzione interna). Questo è principale motivo perché a Minsk si sia rispolverato un vecchio progetto avanzato al tempo dell’Urss negli anni Ottanta e poi messo nel cassetto per la questione di Chernobyl. Dal novembre del 2013 è in costruzione a Ostrovets, nella regione di Grodno, la prima centrale che consentirà di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Il progetto prevede la realizzazione di due reattori del tipo VVER 1200 di terza generazione che inizieranno a produrre energia rispettivamente dal 2018 e dal 2020. Partner essenziale nella costruzione è ovviamente il Cremlino, che attraverso Atomstroyexport fornirà tecnologia e combustibile. L’IAEA (Agenzia internazionale per l’Energia atomica) ha fornito assistenza per l’elaborazione del programma nucleare di Minsk attraverso l’Energy Planning Analysis avvenuta tra il 2007 e il 2010 e il Nuclear Energy System Assessment del 2009-2011. La Bielorussia, che nel 1986 aveva subito le conseguenze più devastanti dopo la catastrofe di Chernobyl, visto che la nube radioattiva si era spostata velocemente oltre il confine ucraino, contaminando più le zone a sud di Minsk che non quelle a nord di Kiev, ha insomma adottato la decisione di puntare sul nucleare non solo con il supporto interessato di Mosca, ma di quello della comunità energetica internazionale. Le poche voci contrarie interne sono rimaste inascoltate, in un contesto che in ogni caso non ha mai lasciato spazio a un vero dibattito politico e sociale, di là del discorso sul nucleare.

UCRAINA

Il conflitto in corso nel sudest dell’Ucraina ha riportato di riflesso l’attenzione internazionale sul fatto che l’ex repubblica sovietica è dopo la Russia, il paese dell’ex Urss con il maggior numero di reattori nucleari sul proprio territorio - comunque sempre meno, in Europa, di Francia (58), Gran Bretagna (19) e Germania (17). Le centrali ucraine sono quelle di Khmelnytsky (2 reattori), Rivne (4), Yushnoukrainsk (3) e Zhaporizha (6, il più grande impianto nucleare in Europa). Sebbene nessuna di queste sia vicina alle zone di guerra, limitate alle regioni di Lugansk e Donetsk vicine al confine con la Russia, il problema della sicurezza è emerso a livello mediatico e a tratti strumentalizzato a livello politico. In realtà tutti i reattori (VVER 1000, sempre di tecnologia sovietica) possono essere considerati eventualmente un rischio non tanto per la loro posizione geografica, quanto per il fatto che si tratta di strutture con una certa età che hanno bisogno a maggior ragione di costante e attenta manutenzione. Il ricordo di Chernobyl in Ucraina fa parte dell’immaginario collettivo del Paese, ma la classe politica non ha mai dato segno di volere cambiare direzione. Negli ultimi dieci anni, sia durante gli anni successivi alla rivoluzione arancione con la presidenza di Victor Yushchenko (2005-2009) che durante quella di Victor Yanukovich (2010 -2013), la partnership con la Russia fornitrice di tecnologia e materiale è sempre stato molto stretto. La costruzione di nuovi reattori in collaborazione tra Mosca e Kiev, pianificata sotto Yanukovich, rischia di essere messa però nel congelatore e Atomstroyexport sarà probabilmente sostituita da nuovi partner occidentali. Se l’americana Westinghouse collabora con Energoatom (l’azienda statale ucraina per il nucleare) già dal 2008, il contratto per le forniture di combustibile è stato recentemente prolungato dal nuovo governo di Kiev sino al 2020 in prospettiva di una maggiore emancipazione da Mosca.

RUSSIA

Mosca è il traino atomico non solo per la Bielorussia e Ucraina, ma anche per tutti gli altri paesi del mondo che si affidano alla tecnologia russa, dalla Bulgaria alla Turchia, dalla Slovacchia all’Ungheria, dal Vietnam alla Cina per finire all’Iran. Atomstroyexport è in sostanza per il nucleare all’estero quello che è Gazprom per il gas sulla scacchiera internazionale. L’ultimo accordo è quello che Mosca e Budapest hanno sottoscritto all’inizio del 2014 per la modernizzazione della centrale ungherese di Paks. Intesa che simboleggia la strategia russa che in Europa tende a legare, attraverso i rapporti energetici e  secondo un modello comune applicato con i tubi del gas, non solo ex stati del blocco sovietico. L’esempio ungherese in questo senso è significativo, dato che quando si tratta di energia a Budapest è normale che il pensiero vada in primo luogo a Mosca. Dalla Russia arriva infatti l’80% del petrolio e il 75% del gas che si consuma nel Paese. Non stupisce quindi che l’espansione della centrale di Paks, che soddisfa oltre un terzo del fabbisogno energetico ungherese, sia stato concordato proprio con il Cremlino. Senza contare il fatto che i quattro reattori esistenti, pianificati negli anni settanta ed entrati in funzione del decennio successivo, sono naturalmente di produzione sovietica. Il legame che Vladimir Putin e Victor Orban hanno rinnovato è insomma nel Dna energetico dei due paesi da quasi mezzo secolo. Ed è lo stesso che si ritrova ad esempio tra Russia e Italia e Germania per quanto riguarda il gas. In Russia l’energia atomica è targata Rosatom, la casa madre di Atomstroyexport e delle altre cinque agenzie che si muovono nel settore (Atmoenergoprom, Rosenergoatom, Techsnabexport, Tvel e Armz). Sul territorio della Federazione russa sono 10 centrali nucleari operative per un totale di 33 reattori. Si tratta in larga parte di VVER 1000, VVER 440 e RBMK 1000 costruiti negli anni Settanta e Ottanta. Una decina del tipo VVER 1200 sono in costruzione e saranno attivi nel corso dei prossimi anni. Nonostante la maggior parte della popolazione russa sia secondo i sondaggi contro l’atomo e la costruzione di nuovi impianti, il Cremlino continua a puntare sul nucleare, che rimane però nel mix energetico russo con il 6% sempre dietro a gas (55%), petrolio (20%) e carbone (6%) una delle fonti che meno contribuiscono al fabbisogno interno.

(Agienergia)

L’intesa era nell’aria ed è puntualmente arrivata. Dopo oltre un decennio di trattative Russia e Cina hanno firmato un mega accordo sulle forniture di gas che servirà da un lato a placare la sete energetica di Pechino e dall’altro consentirà a Mosca di rompere quella dipendenza simmetrica che finora ha visto l’oro azzurro andare solo verso occidente: presto la direzione di parte dell’export russo cambierà e i destinatari non saranno più unicamente i paesi europei, ma l’Asia.

Si è dovuto scomodare direttamente Vladimir Putin, invitato a Pechino dal presidente Xi Jinping, per definire i dettagli di un contratto di importanza storica. Le trattive sono andate per le lunghe a causa della questione del prezzo, fissato a 350 dollari per 1000 metri cubi, una cifra sulla quale il pragmatismo russo e cinese alla fine ha finito per convergere, al di là delle pretese di ciascuna delle parti.

La Russia fornirà così alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per un valore complessivo di 400 miliardi di dollari. Da definire è ancora la questione dei tubi, con l’intesa da raggiungere sulla costruzione della pipeline che porterà alla rete di Pechino il gas russo. Il tratto sul territorio della Federazione russa è già completato, si tratta ora di realizzare la parte dal confine cinese, il cui costo si aggirerà tra i 22 e i 30 miliardi di dollari. Noccioline e dettagli, tra tempi esatti e costi precisi, sui i sorrisi di Alexei Miller e Zhou Jiping, gli amministratori delegati rispettivamente di Gazprom e Cnpc (China National Petroleum Corporation) che oggi hanno siglato l’accordo, hanno fatto capire di potere sorvolare senza troppi patemi.

Non ci vorranno insomma altri dieci anni di trattative, anche perché il gas verso la Cina dovrebbe iniziare a scorrere già da 2018. Per Mosca si apre dunque un nuovo grande mercato, visto che sino allo scorso anno è stata l’Europa a essere il primo cliente con 160 miliardi di metri cubi acquistati.

La strategia di Gazprom, controllata dal Cremlino, non è però certo cambiata: il fatto che già da un paio di lustri di discutesse della possibilità di fare arrivare il gas russo in Cina significa che la questione non ha a che fare con gli sviluppi ultimi sulla scacchiera geopolitica internazionale, soprattutto coi venti di guerra fredda alzatisi con la crisi ucraina, ma riflette una linea intrapresa da tempo.

L’esigenza di diversificare le vie di trasporto non è solo una priorità dell’Europa, o di alcuni stati europei che dipendono in misura evidente dall’import russo, ma anche della Russia stessa, a cui un unico mercato occidentale va comunque stretto. Il segnale che arriva dal Cremlino è arrivato ora, ma in realtà è partito anni fa, quando sono cominciate le trattative con Pechino che con l’annessione della Crimea da parte della Russia o il miraggio dello shale gas in Europa sull’onda del boom negli Stati Uniti non c’entrano praticamente nulla.

Negli ultimi dieci anni si sono così concretizzati velocemente progetti di grande rilevanza come il Nordstream, il gasdotto che unisce Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico, sulla direttrice occidentale, mentre su quella orientale i piani hanno avuto bisogno di essere affinati più a lungo. Se quindi è stato facile l’accordo per Nordstream tra Gazprom e i partner tedeschi (Eon, Wintershall), francesi (Gdf Suez) e olandesi (Gasunie), così come quello per il gemello in costruzione Southstream, in cui sono coinvolti tra gli altri gli italiani di Eni, la flemma cinese e soprattutto la necessità per Pechino di strappare il prezzo migliore ha allargato i tempi arrivare ai tarallucci e vino di oggi tra Gazprom e Cnpc.

(Lettera 43)

Comunque vada il referendum in Crimea e indipendentemente dal fatto che nel futuro prossimo la penisola sul Mar Nero entri o meno a far parte della Federazione Russa - su questo punto la diplomazia può avere ancora un ruolo - la crisi in Ucraina ha creato un’enorme spaccatura tra la Russia e l’Occidente. Non è un caso che la frattura - ancora sanabile sul medio periodo, sempre che l’ex repubblica sovietica non esploda prima, con l’effetto domino che dal Mar Nero risale verso il Donbass - si sia verificata sul dossier Kiev, aperto da due decenni e che gli attori in campo, interni ed esterni, hanno contribuito, ciascuno alla sua maniera, a rendere infuocato.

La questione di fondo è il posizionamento dell’Ucraina sulla scacchiera europea e internazionale. Dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, e soprattutto dopo la rivoluzione del 2004, primo episodio dello scontro aperto tra Russia e Occidente, Kiev ha sterzato sensibilmente verso ovest: più che verso l’Unione Europea, verso la Nato. Dal Cremlino, Vladimir Putin ha visto la Russia perdere influenza anche in Georgia (2003) e Kirghizistan (2005). Le rivoluzioni colorate a regia statunitense hanno agitato le acque russe, per due motivi: indebolendo l’area di influenza russa nello spazio postsovietico e costituendo l’esempio per quello un giorno potrebbe accadere a Mosca.

Per la Russia, più che per l’Europa e tantomeno per gli Stati Uniti, l’Ucraina è un partner importante e i legami tra Mosca e Kiev sono complicati quanto difficili da ignorare. Lo slittamento verso l’Unione Europea, propedeutico a quello verso l’Alleanza Atlantica, è sempre stato per Vladimir Putin lo scenario da evitare. Bruxelles (con il programma di Eastern Partnership) e soprattutto Washington (Nato) hanno lavorato in senso antitetico. Con Victor Yanukovich, il Cremlino ha trovato un appoggio non certo ideale, ma quantomeno pragmatico, con il quale cementare i rapporti strategici tra i due paesi. L’accordo del 2010 sul prolungamento della permanenza della flotta russa in Crimea sino al 2047 è stato il risultato.

La crisi nata sulla non firma da parte di Yanukovich dell’Accordo di associazione con Bruxelles e l’epilogo che ha portato al cambio di regime a Kiev hanno cambiato radicalmente le carte in tavola. L’intesa del 21 febbraio tra il presidente e l’opposizione, controfirmata dai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia avrebbe dovuto ristabilire un equilibrio che invece la destra radicale di Pravyi Sektor e camerati vari ha rifiutato, conducendo alla fuga di Yanukovich e alla formazione di un nuovo governo filoccidentale. A Mosca la rottura del patto è suonata come le promesse fatte da George Bush a Gorbaciov e da Bill Clinton a Boris Eltsin di non allargare la Nato nello spazio dell’Europa orientale ed ex Urss. Nel giro di un quindicennio dieci paesi, tra cui le tre repubbliche baltiche, sono finite nell’Alleanza. La prospettiva che l’Ucraina facesse, o faccia, la stessa fine è il motivo fondamentale dalla reazione della Russia agli eventi di febbraio a Kiev.
Ma riprendersi Simferopoli mette al riparo dal futuro accesso di Kiev nella Nato? Dal punto di vista del Cremlino nell’operazione Crimea hanno giocato sostanzialmente due fattori, uno più geopolitico, l’altro più metafisico: la volontà di una risposta dura e anche asimmetrica alle interferenze americane in quello che è considerato il proprio giardino di casa (come nel caso della Georgia nel 2008) e il desiderio di Putin di essere ricordato nella storia della Russia come colui che ha ricollocato la Crimea al suo posto. Un po’ come Caterina II aveva portato l’Impero sino al Mar Nero, così Vladimir Vladimirovich ha riparato all’errore di Nikita Krushchov che nel 1954 aveva frettolosamente regalato la penisola a quella che allora era una delle repubbliche socialiste sovietiche.

La strategia del Cremlino sull’Ucraina pare però a corta gittata. I rapporti tra Mosca e Kiev, al di là di quale sarà lo status della Crimea, sono ora compromessi, esattamente come quelli con l’Europa - soprattutto con il prezioso partner tedesco - e naturalmente con gli Stati Uniti. Sanzioni diplomatiche, economiche e il rischio di una nuova Guerra Fredda non hanno spaventato sino a oggi Putin. E non è ancora chiaro se, quando e su quali basi ci sarà spazio per riaprire un dialogo. Troppo distanti le posizioni per immaginarsi ora qualsiasi ricucitura per una strappo che si fa sempre più profondo. Il Cremlino spera in sostanza che, lentamente e senza troppi scossoni, l’emergenza rientri, lasciando lo status quo di una Crimea de facto russa, de jure ucraina e congelata in una situazione come quella in cui si trova ora Cipro, esattamente quarant’anni dopo l’invasione della Turchia nella sua parte settentrionale.

L’isolamento della Russia sul palcoscenico internazionale è in realtà un wishful thinking che presuppone una visione del mondo ancora unipolare e sopravvaluta le opzioni reali. Stati Uniti e soprattutto Europa non sono più al centro di una scacchiera globalizzata e il Vecchio continente non si è mai mosso né si muoverà in maniera armonica. Anche se la risposta occidentale sarà forte, resta da vedere se sarà sufficiente a ricondurre il Cremlino a una sorta di compromesso o se invece darà il via a un cambiamento di prospettiva radicale che potrebbe a sua volta mutare gli equilibri su scala europea mondiale che più di tutti sfavorirebbero la Russia, ma indebolirebbero anche i singoli player. E alla fine i calcoli li potrebbero sbagliare tutti.

(Linkiesta)