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Un tetto di vetro che dovrebbe trasmettere l’idea del legame fra trasparenza e politica, fra cittadini e rappresentanti. La cupola del Reichstag, il palazzo che dal 1999 ospita il Bundestag tedesco, era stata immaginata con questa funzione dall’archistar Norman Foster, cui era stato demandato il compito di inventare il simbolo della nuova Germania unita. Alta 23 metri e larga 40, la cupola di Foster, che ha sostituito quella originale distrutta dall’incendio appiccato dai nazisti nel 1933, è visibile da ogni angolo del centro riunificato di Berlino: dall’esterno si osservano i visitatori arrampicarsi come formichine lungo la scala a spirale agganciata alle pareti di vetro, da dentro è possibile dare un’occhiata in basso, attraverso un gioco di specchi, ai deputati in seduta parlamentare.

La Berlino del potere. Un viaggio nel quartiere politico di Berlino, oltre a costituire un’immersione nell’architettura moderna, spiega più di mille reportage cosa sia diventata la Germania oggi, a quasi un quarto di secolo dalla riunificazione: potenza economica globale, grazie alla competitività delle sue imprese, ma timido paese dal punto di vista politico, spaventato all’idea di dover assumere una leadership europea. Alla fine di lunghe settimane di trattative, il nuovo governo di grande coalizione fra Cdu/Csu e Spd guidato da Angela Merkel riaccende i motori della politica, rimasta in sospeso dal 22 settembre scorso, giorno delle elezioni. Ci sono voluti quasi tre mesi ma ora il dado è tratto e i nuovi ministri sono al loro posto: la Germania riparte, una buona occasione per sbirciare dietro le quinte dei palazzi politici.

Il nastro che unisce Est e Ovest. I palazzi del potere, però, riflettono un’atmosfera solida e moderna, un voluto equilibrio tra la provinciale stabilità ereditata dai 40 anni di democrazia della Germania Ovest, quando la capitale era Bonn, e il gusto di una sfida orientata al futuro. La cupola del Reichstag (visitabile solo previa prenotazione) è il perfetto punto di partenza alla scoperta della Berlino politica, forse quella meno conosciuta e raccontata dalle guide turistiche. Dalla terrazza si gode un panorama preciso dell’intera area politica. I palazzi amministrativi sono dispersi un po’ in tutta la città, ma il cuore del potere è raccolto nel nuovo quartiere sorto attorno al Bundestag, a nord-est del Tiergarten, tra la Porta di Brandeburgo e la futuristica stazione ferroviaria centrale. Oltre al parlamento vi si trovano gli uffici dei gruppi parlamentari, quelli dei deputati, la biblioteca, la cancelleria, il palazzo della stampa, il castello di Bellevue (residenza del presidente federale) e un complesso mezzo vuoto chiamato il serpentone, che avrebbe dovuto ospitare gli onorevoli trapiantati da Bonn a Berlino: ma molti hanno preferito prendere casa in altri quartieri. Visto su una cartina, il quartiere richiama simbolicamente un nastro che lega due pezzi di città divisi tra est e ovest durante gli anni del Muro. Una striscia di acciottolato, che corre laddove un tempo sorgeva il Muro, si insinua zigzagando tra vie, piazze e palazzi.

L'illusione della trasparenza. Il vetro è il materiale che fa da denominatore comune. È stato utilizzato in abbondanza per tirare su i moderni edifici, quasi a moltiplicare l’idea della trasparenza: nelle poche giornate di sole riflette le onde placide della Sprea, in quelle prevalenti di grigio aiuta a risparmiare sulla bolletta della luce. La cancelleria (Bundeskanzleramt) è il dominio di Angela Merkel, il primo capo di governo donna e dell’est della storia tedesca, che siede in quelle stanze da 8 anni. È l’edificio più imponente del cosiddetto Band des Bundes, letteralmente cintura della federazione, la fila di edifici istituzionali che si susseguono da est a ovest: creato su progetto di Axel Schultes e Charlotte Frank è costituito da un cubo bianco centrale di nove piani in cui è incastonata una grande apertura circolare in vetro. I berlinesi, con il loro tipico sarcasmo, l’hanno ribattezzato la lavatrice. Non è possibile visitare l’interno, salvo negli speciali e affollatissimi appuntamenti annuali che vanno sotto il nome di “porte aperte”.

In battello sulla Sprea. La prospettiva migliore da cui osservare l’architettura moderna del quartiere politico è quella del fiume, le cui anse si insinuano tra le varie costruzioni. Dal ponte di Friedrichstrasse partono i battelli di diverse compagnie di navigazione. Il giro più breve, della durata di un’ora, si snoda proprio attraverso cancelleria e Reichstag, uffici parlamentari e stazione centrale, fino al limite del castello di Bellevue, il palazzo neoclassico di gesso bianco che converrà però andare a vedere da vicino a piedi.

I fondamenti della Bundesrepublik. Tre luoghi per approfondire la conoscenza della storia politica tedesca dopo la caduta del nazismo. Il primo è l’esauriente e gratuito museo allestito dal Bundestag nelle sale del Duomo tedesco, sulla Gendarmenmarkt: cinque cenni di evoluzione democratica, dalla catastrofe bellica alla riunificazione, che incrocia anche le vicende di quella metà di paese rimasto sotto il regime totalitario della Ddr. Gli altri due sono il memoriale dell’olocausto e allo sterminio di sinti e rom, quest’ultimo inaugurato pochi mesi fa. Si trovano a destra e a sinistra della Porta di Brandeburgo, proprio nel cuore della nuova Berlino, perché la Germania democratica ha fondato la propria legittimazione sulla memoria dei suoi torti storici.

A tavola con i deputati. Un gossip su Angela Merkel o le ultime indiscrezioni sulla formazione del governo potrete orecchiarle al Café Einstein sulla Unter den Linden, il luogo di ritrovo principale per deputati e assistenti. Tra una schnitzel con patate, una birra e un espresso viennese (si chiama Braun ed è quasi buono come quello italiano) al prezzo di 20 euro. Un altro ristorante curioso è la Ständige Vertretung: il nome richiama il modo in cui era definita la rappresentanza diplomatica di Bonn nella Ddr. Qui tutto ricorda con nostalgia i tempi passati della vecchia capitale ed è il luogo di ritrovo di molti deputati fuorisede, oltre che di tanti turisti. La cucina è rigidamente renana: stinco di maiale lesso con crauti e patate, Riesling del Reno e, per chiudere, un goccio di Williams Birne, la grappa tedesca alla pera: prezzo, 18 euro.

Arrivare e dormire a Berlino. Il Melia Hotel offre camere a partire da 150 euro, proprio di fronte al molo da cui partono i battelli sulla Sprea: i prezzi variano di giorno in giorno ed è possibile strappare qualche occasione. Una soluzione più economica è quella del Motel One, appena inaugurato accanto alla stazione, a due passi dalla cancelleria: stanze a partire da 69 euro. Berlino è facilmente raggiungibile da molti aeroporti italiani con voli diretti: Roma, Milano, Bergamo, Venezia, Pisa, Bari, Napoli e Catania. Le compagnie aeree: Easy Jet, Ryanair, Air Berlin, Lufthansa. Si parte da 60 euro ma si può arrivare fino a 300.

(Pubblicato su OggiViaggi.it)

La frontiera fra Germania e Polonia, che taglia senza cortesie la riviera della Pomerania sul Baltico, ebbe il suo momento di notorietà nel marzo 1945, quando un preveggente Winston Churchill prospettò in un discorso pubblico a Fulton, nel Missouri, la divisione dell'Europa in due sfere d'influenza politica: «Da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente». Un'espressione che segnò l'intera epoca della guerra fredda.

La cortina di ferro divideva idealmente queste spiagge sabbiose, perché a guardare bene la cartina politica post-bellica, il vero fronte era 200 chilometri più a ovest, dove era stato posizionato il nuovo limes fra le due Germanie. La frontiera che qui correva, divideva Polonia e Ddr, due Stati appartenenti allo stesso blocco sovietico. Oggi che l'Unione Europea ha spostato sul fiume Narva in Estonia il suo bordo orientale, l'isola di Usedom è tornata ad assaporare una sua unità geografica, se non politica: il confine divide ora due Paesi dell'area Schengen e da una parte all'altra si transita senza neppure mostrare il passaporto.

Ne ha guadagnato anche l'industria turistica, attirando su questa costa visitatori dalle regioni dell'Europa centrale e dalla Scandinavia ma anche dai Paesi mediterranei, alla ricerca di atmosfere marittime in una certa misura esotiche rispetto a quelle di casa. Il panorama della lunga striscia di sabbia, che senza soluzione di continuità si estende da Peenemünde alla polacca Swinoujscie, l'antica Swinemünde tedesca, è puntellato dagli Strandkörbe, le tipiche poltroncine in vimini che sulle ventose coste settentrionali sostiuitscono sdraio e ombrelloni: più che dal sole, qui c'è bisogno di ripararsi dal vento. Il Baltico è un mare freddo, anche nei mesi estivi, e ci vuole un po' di coraggio per tuffarsi in acqua. Ma sono soprattutto la raffinata architettura delle località balneari, i vasti orizzonti azzurri, i caratteristici porti di pescatori, la vegetazione rigogliosa e le lunghe passeggiate sulla battigia ad attirare i turisti. E anche il cibo: chi ama il pesce, potrà restare sorpreso dai sapori dei mari del nord.

Due ponti ferroviari e tre stradali collegano l'isola di Usedom alla vicina terraferma: due da Greifswald e Anklam nel Land tedesco del Meclemburgo e uno da Stettino in Polonia. Sull'isola, treni regionali permettono di raggiungere qualsiasi località. La perla balneare è senza dubbio la tedesca Heringsdorf, già amata nei secoli scorsi da vari imperatori prussiani. Fu Federico Guglielmo IV ad affibbiarle il nome, che in tedesco significa villaggio dell'aringa. Lo charme aristocratico è rimasto intatto, sopravvivendo alle sciagure della storia, dalle bombe della guerra ai piani urbanistici degli architetti della Ddr. Dopo la riunificazione, massicci investimenti pubblici e privati hanno restituito agli edifici lo splendore di un tempo, imponendo questa località come il centro turistico dell'isola. Le stradine che degradano verso la spiaggia sono costellate da ville in stile neoclassico e anche il Kurhotel, l'imponente edificio che domina il lungomare, è stato riscattato dalle malinconie dell'architettura staliniana grazie a profonde ristrutturazioni e alla costruzione del Forum Usedom. L'attrazione principale è costituita dal molo, un vero e proprio pier all'inglese che dalla spiaggia si protende in mare aperto con padiglioni in vetro a forma di piramidi e un ristorante (ovviamente italiano) sulla punta.

Merluzzi, aringhe e pirogi. Se non varia, di certo la cucina dell'isola si serve di prodotti genuini, soprattutto di pesce pescato in giornata. Alla Deutsches Haus, nel villaggio di Ückeritz, riescono a rendere saporito anche il filetto di merluzzo con contorno di piselli e patate. Con una zuppa di antipasto e un Weissburgunder (il Pinot bianco tedesco) d'accompagnamento, ve la caverete con 22 euro. Se invece volete mangiare polacco, dovete dirigervi nella cittadina portuale di Swinoujscie: all'Albakora non mancano i tradizionali pirogi, una sorta di ravioli ripieni di carne. Accompagnateli con un'insalata, giusto per alleggerire la loro pesantezza e un bicchiere di Zywiec alla spina, la birra polacca: 13 euro. Per il pernottamento, lo Strandhotel Ostsee a Heringsdorf offre lusso e vista sul Baltico a 170 euro per una doppia. Un'alternativa più economica è Villa von Desny, nel limitrofo borgo di Bansin: doppie a 90 euro.

In aereo e treno, via Berlino. La via più semplice è atterrare a Berlino con i voli low-cost di Air Berlin, Ryanair e Easy Jet da molti aeroporti italiani. I prezzi variano da 90 a 230 euro. Da qui, 9 treni al giorno arrivano a Heringsdorf in 4 ore con scalo a Züssow: costo 45 euro in seconda classe. Se non amate l'auto, potete dunque farne a meno: sull'isola ci si muove meglio affittando una bici.

(Pubblicato su OggiViaggi)

Fu un inverno di fuoco e violenze quello che si abbattè su Berlino nel 1933, anno dell'ascesa al potere di Adolf Hitler. Dopo aver ottenuto l'incarico di cancelliere dal presidente del Reich Paul von Hindenburg e aver giurato al Reichstag il 30 gennaio, il Führer scatenò un'ondata di disordini che da cui avrebbe tratto l'occasione, in nome della sicurezza nazionale, di abrogare gran parte dei diritti civili e delle libertà politiche e di cementare il suo nuovo regime totalitario. Si svolse tutto nel breve arco di poche settimane. A febbraio bruciò la cupola del Reichstag, un attentato da cui scaturì il decreto di emergenza che assegnò a Hitler poteri straordinari. Le settimane successive furono insanguinate dagli attacchi delle squadre di SA contro oppositori politici, sindacalisti ed ebrei. Le elezioni di marzo consegnarono al partito nazista il 44% dei voti. Il conseguente governo di coalizione con i nazionalisti varò il decreto dei pieni poteri, che investiva Hitler di un'autorità dittatoriale. In poche settimane vennero banditi tutti i partiti politici ad eccezione di quello nazista e le forme di opposizione.

Sul luogo dei delitti. Berlino, la metropoli rossa e operaia che Hitler non amava, fu in quanto capitale del Reich il palcoscenico della sua fulminante presa del potere. Ottanta anni dopo, la città ricorda gli avvenimenti da cui nacque la dittatura nazista con un programma di 500 eventi, fra mostre, installazioni e rassegne disseminato in 100 luoghi e lungo tutto l'arco del 2013, e alla cui realizzazione hanno collaborato 120 istituzioni e associazioni cittadine. È l'occasione giusta per rispolverare la memoria su una delle pagine più tragiche della storia europea del Ventesimo secolo proprio laddove gli avvenimenti si svolsero, ripercorrere le tappe della fine di una democrazia e della nascita di una dittatura e visitare i pochi luoghi storici sopravvissuti alle macerie della seconda guerra mondiale. A partire dall'esposizione all'aperto sotto la Porta di Brandeburgo, dove è possibile ripercorrere le storie di cittadini ebrei tedeschi perseguitati durante l'olocausto.

Il museo storico tedesco. Il punto centrale del progetto Zestörte Vielfalt (la varietà distrutta), il suggestivo titolo assegnato al ciclo di rassegne, è rappresentato dalla mostra al Deutsches Historisches Museum sulla Unter den Linden (per informazioni, link in basso) aperta ogni giorno, dalle 10 alle 18, fino al mese di novembre. L'esposizione si apre con le immagini, fotografiche e filmate, della Berlino di fine Weimar, brulicante di folla elegante, caffé gremiti, tram affollati. Su una parete scorrono i fotogrammi del film di Walter Ruttmann, Sinfonia di una metropoli, il capolavoro del cinema muto che celebrò l'epopea della Berlino degli anni Venti: frammenti di una città dinamica e serena, che non aveva sentore di quel cui andava incontro. Pochi metri dopo lo scenario cambia: i manifesti della propaganda nazista descrivono un clima improvvisamente divenuto velenoso, gli slogan degli opposti estremismi riflettono una competizione politica sempre più violenta. Il museo ha tirato fuori dai suoi fondi tutto il materiale originale dell'epoca accumulato negli anni, lasciando che a raccontare la discesa agli inferi fossero gli oggetti della realtà quotidiana di quei tempi.

Sulle macerie della Gestapo. L'ampio complesso documentale denominato Topografia del Terrore (per informazioni, link in basso), a due passi dalla Potsdamer Platz, sorge sui luoghi dove negli anni Trenta si trovavano la sede della Gestapo, la polizia segreta, del servizio di sicurezza (SD), delle SS e l'ufficio di Heinrich Himmler. Di quegli edifici non è rimasto nulla, ma dal 2010 un centro di documentazione nuovo di zecca, progettato da due architetti berlinesi, ospita una mostra permanente sugli anni del nazismo. Per l'anniversario, il centro ha inaugurato un'esposizione speciale focalizzata su un aspetto finora poco indagato dalla storiografia: la manipolazione del mito dell'ascesa nazista. Molte delle immagini che hanno segnato l'immaginario della presa del potere da parte di Hitler sono infatti state rielaborate dopo che gli avvenimenti si svolsero realmente. È il caso della famosa fiaccolata delle truppe nazionalsocialiste sotto la Porta di Brandeburgo e lungo il vialone dell'Unter den Linden: si svolse il 30 gennaio 1933, ma l'effetto non deve essere stato un granché se la propaganda di Joseph Gobbels decise di far ripetere e immortalare la scena qualche mese dopo, per consegnare a futura memoria un'immagine grandiosa che riscattasse quella delle truppe tedesche sbandate sulla Pariser Platz dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. Questa e altre foto della sofisticata macchina di propaganda nazista corredate da ampia documentazione storica sono presenti nella mostra, aperta fino al 9 novembre, ogni giorno dalle 10 alle 20.

Eroi silenziosi. Nascosto in un cortile della Rosenthaler Strasse, nel cuore di quello che un tempo era il quartiere ebraico di Berlino e oggi è diventato il nuovo centro turistico tra l'Hackescher Markt e gli Hachische Höfe, si trova il piccolo memoriale intitolato agli Stille Helden (per informazioni, link in basso), gli eroi silenziosi. Era la piccola sede della fabbrica di Otto Weidt, un modesto produttore di scope e spazzole dal cuore tanto grande da rischiare la vita impiegando operai ebrei non vedenti e non udenti salvandoli dalle deportazioni nei campi di concentramento. Una sorta di Oskar Schindler non premiato dall'attenzione cinematografica di uno Steven Spielberg. Ma al suo coraggio è dedicato questo piccolo gioiello nascosto che ripercorre la storia dell'azienda e la vita sacrificata dei suoi operai ebrei.

A tavola atmosfere mitteleuropee. È probabile che alcune delle immagini viste o delle storie lette vi chiudano lo stomaco. Prima o poi bisognerà comunque mangiare. Schnitzel e altri classici della cucina austriaca al ristorante Ottenthal (per informazioni, link in basso), ambiente elegante e cibi raffinati: ottime anche le insalate, da non perdere lo strudel di mele finale. Nel centro occidentale della città a partire da 25 euro. Sempre ad ovest, ma nel quartiere di Schöneberg, il bistrò Joseph Roth Diele (per informazioni, link in basso) offre gli spätzle al formaggio da accompagnare con birra o vino in un'atmosfera letteraria mitteleuropea: sorprendenti i prezzi, a partire da 10 euro.

Dove dormire, come arrivare. Lusso e posizione invidiabile, a due passi dallo Zoo, nel nuovo albergo Waldorf Astoria. È l'ultima novità nella scena alberghiera berlinese, avendo aperto lo scorso gennaio. Scegliendo bene il periodo di permanenza, si possono trovare le camere più economiche a partire da 195 euro. A due passi dal Kurfürstendamm, l'Hotel Q! offre camere pulite e di design a partire da 84 euro. la gentilezza del personale è inclusa nel prezzo. Easy Jet, Ryanair, Air Berlin, Lufthansa: per arrivare a Berlino con voli non stop da Roma, Milano, Bergamo, Venezia, Pisa, Bari, Napoli e Catania c'è solo l'imbarazzo della scelta. Occhio ai prezzi, che possono variare anche sensibilmente a seconda del periodo prescelto. Si parte da 60 euro ma si arriva a superare anche i 400.

(Pubblicato su OggiViaggi)

Varrebbe la pena di arrivare fino a Bautzen solo per assaporare il gusto della senape locale, che nulla ha da invidiare a quella più famosa di Digione. Accompagnata al brasato di manzo con salsa di rafano, il piatto classico della cucina soraba, o a un più tradizionale Bratwurst, avrete solo l'imbarazzo di scegliere tra le innumerevoli qualità che la fantasia locale ha saputo produrre. Benvenuti a Bautzen, cittadina medievale di appena 40 mila abitanti, piazzata nel cuore della Lusazia, regione a cavallo di due Länder tedeschi, il Brandeburgo e la Sassonia, una manciata di chilometri ad est di Dresda verso il confine dei tre Stati che separa (o unisce) Germania, Polonia e Repubblica Ceca. Da Berlino, la distanza è di 235 chilometri.

Nella terra dei Sorabi, l'ultima minoranza tedesca. Le specialità gastronomiche sono solo alcune delle attrazioni che questa meta un po' insolita offre. La storia della città, rispecchiata nei monumenti preservatisi dalle bombe della guerra e nel reticolo di stradine che si inarpicano sulla collina tra torri e castelli, rappresenta un unicum in Germania. La struttura urbanistica è decisamente tedesca, di stampo medievale. Ma quella sociale offre al visitatore l'inattesa esperienza di frequentare l'ultima minoranza tedesca: i sorabi. Un'etnia slava derivata dai wendi, che arrivarono da oriente nel V secolo al tempo delle grandi migrazioni, insediandosi nei territori compresi tra i fiumi Elba e Oder. Sono rimasti solo in 60 mila, superando nei secoli l'oppressione dei sassoni, dei prussiani e dei nazisti e sopravvivendo anche all'indifferenza mostratagli dai dirigenti della Ddr, la Germania dell'Est.

Tradizioni pasquali, fra cortei a cavallo e uova colorate. Hanno mantenuto una propria lingua, che assomiglia più al ceco e al polacco, e tradizioni folkloristiche che hanno nel mese di aprile il momento di massima espressione. Tra Pasqua e fine mese si rincorrono le manifestazioni più suggestive. La Osterreiter, la processione a cavallo, si svolge la domenica di Pasqua in tutti i paesi della zona. Gli uomini di una comunità cattolica montano sui loro destrieri appositamente adornati, indossando frack e cilindro e trottano verso la comunità vicina, portando la novella del Cristo risorto. È d'obbligo che gli uomini della comunità visitata restituiscano la cortesia. Per tutta la domenica, nel circondario di Bautzen (Budyšin in sorabo) si muovono colorati cortei di cavalieri da un paese all'altro. Tipico è anche l'Ostermarkt, il mercato di Pasqua, dove artigiani in abiti tradizionali confezionano e vendono le uova colorate: è una tradizione comune a tutta la Mitteleuropa, ma l'opinione di molti è che gli artigiani sorabi di Bautzen siano i più bravi. Da non perdere è l'Eierschieben, letteralmente lo scivolamento delle uova, una manifestazione che risale alla Guerra dei Trent'anni, quando i borghesi agiati di Bautzen salivano sulla collina del Protschenberg per lanciare in basso ai bambini poveri uova, nocciole, mele e arance. L'evento è stato reinterpretato in chiave moderna e, dopo 37 anni di interruzione, dal 2001 è tornato ad attirare turisti e curiosi: oggi rotolano a valle piccole palline colorate. Chi si fosse perso le festività pasquali, potrà rifarsi con l'Hexenbrennen il 30 di aprile: è il rogo delle streghe, quando vengono date alle fiamme enormi pile di paglia e legname per celebrare la fine dell'inverno.

La città medievale e il Duomo «simultaneo». Al di là delle feste, Bautzen merita una visita anche per le sue bellezze artistiche. L'Hauptmarkt con il vivace mercato ortofrutticolo a giorni alterni è dominato dal Rathaus, il palazzo comunale, le cui facciate barocche del XVII secolo nascondono l'origine gotica. Sul campanile, sotto l'orologio, spicca una preziosa meridiana. La città vecchia è dominata dal castello, un enorme complesso nel quale si accede attraverso la suggestiva Torre di Mattia, che deve il suo nome al re ungherese Matteo Corvino che regnò sulla regione alla fine del XV secolo. Il palazzo principale del castello ospita il Museo dei Sorabi, il luogo ideale per approfondire la storia tormentata di questa minoranza slava. Ancora degne di nota, nella città bassa, il Duomo di San Pietro, l'unica chiesa simultanea della Germania, con l'interno separato da un'inferriata per consentire ai protestanti e ai cattolici di svolgere le loro funzioni religiose in due aree separate, e la Reichenturm, all'estremità della città vecchia, che con il suo metro e mezzo di slittamento dall'asse è la torre più pendente a nord delle Alpi.

Dormire e mangiare come un sorabo. Per dormire e mangiare, potremmo suggerirvi la perfetta permanenza soraba. Veronica Mahling accoglie i clienti nel ristorante Wjelbik con il tipico benvenuto sorabo (Witajce k nam) e l'immancabile pane nero e sale. Il resto dovrete scegliervelo voi e con un po' di attenzione ve la caverete con 20-30 euro. La stessa famiglia gestisce il piccolo e pulito Hotel Dom Eck, alle spalle del Duomo, con camere arricchite da quadri di artisti sorabi a partire da 60 euro per le singole e 76 per le doppie. In alternativa, si può scendere di prezzo nell'ostello collocato in una posizione meravigliosa, all'interno dei vecchi bastioni: da 17,50 a 27,50 euro, a seconda della sistemazione scelta. Quelle più lussuose prevedono anche stanze doppie con bagno e doccia incluse.

Come arrivare. Arrivare a Bautzen non è difficile. La scelta migliore è volare a Berlino utilizzando le rotte economiche di Ryanair, Easy Jet o Air Berlin (dai 50 ai 200 euro sola andata a seconda degli aeroporti di partenza e della data di viaggio) e poi affittare un'automobile percorrendo l'autostrada via Dresda (2 ore e mezzo circa, il costo dell'affitto, più 30 euro di benzina, l'autostrada è gratuita) o utilizzare l'efficiente servizio della Deutsche Bahn: 45 euro in seconda classe tra Intercity e treno regionale, con scalo sempre a Dresda e un'ora in più di tempo.

(Pubblicato su OggiViaggi.it)

 

Tutte le strade portano a Simferopoli. Almeno quelle ferrate. Il centro amministrativo della Crimea è il punto di ricongiungimento di tutti i binari che da nord a sud percorrono le piatte steppe di almeno cinque paesi: Ucraina, Russia, Lettonia, Estonia e Bielorussia. Fino a due decenni fa era un’unica terra, l’Unione Sovietica. Ma oggi, da queste parti, tranne i nomi, non sembra cambiato nulla. D’estate i lunghi convogli di venti e più vagoni, lenti ma affidabili, percorrono centinaia di chilometri dalle afose capitali del nord, viaggiano giorno e notte trasportando respiri, bagagli e gioie vacanziere di milioni di ex sovietici alla ricerca di un posto al sole sul Mar Nero. Arrivano da Kiev, Kharkiv, Minsk, Riga, Tallin, San Pietroburgo, Mosca, Ekatrinenburg.

I treni odorano di cibo e vodka e scaricano sulle piattaforme turisti carichi di sonno pesante. Toccata la terraferma, la stanchezza si dissolve e una fiumana vociante si riversa nel piazzale della stazione, circondato da un bianco colonnato in stile zarista e sorvegliato dalla bella torre dell’orologio, dove si mescola alle grida degli autisti di taxi, filobus e marshrutke, i mini-bus scalcinati da 20 posti che rappresentano il mezzo di trasporto stradale più diffuso in molti paesi dell’est. Più che uno scalo sembra un santuario, anche se qui la religione è quella del turismo. Vacanzieri con valige e trolley al seguito si muovono in mezzo ai fumi di scarico degli automezzi, schivano azzardate manovre di parcheggio, si accalcano agli unici due sportelli dei bigliettai, mediano con gli autisti sul prezzo, chiedono, spesso invano, informazioni sugli orari di partenza.

Il confine di questo spettacolo da girone infernale dantesco è segnato da due simboli che sembrano convivere senza problemi: un Mc Donald’s affollato di turisti in attesa della partenza e una statua di Lenin poco propagandistica. Il padre dei Soviet, almeno qui a Simferopoli, non si staglia in piedi col dito puntato verso «le magnifiche sorti e progressive», ma siede placidamente su una poltrona con l’aria un po’ annoiata, rassegnato a passare la sua giornata osservando il brulichio della piazza. Oltre, si estende la città vera e propria, centro commerciale e industriale di non particolare bellezza, che infatti nessuno visita. La vita è qui, tra questo suk umano, e altrove, nelle località balneari della costa, tornate a essere il luogo preferito dalla nomenklatura della nuova Russia, o della nuova Ucraina o perfino della nuova Bielorussia. Dietro l’aggettivo del nuovo, si nascondono i vincitori della transizione dal comunismo al capitalismo di Stato, i boiardi della politica, gli oligarchi dell’industria, i manager delle banche, i trafficanti di ogni specie. Qualche volta si tratta delle stesse persone.

La Crimea è una penisola dalle mille opportunità. Chi aspira alla mondanità, piega verso Yalta, la città all’ombra di Palazzo Livadia, dove i grandi decisero il destino del mondo bipolare negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Chi ama l’eccesso, porta i propri ormoni a Popivka dove da qualche anno è stato trasferito il rave più folle del pianeta, un mese di balli e sballi che non ha nulla da invidiare a quelli di Ibiza o delle isole croate, nato come festival di tendenza agli inizi degli anni Novanta a Kazantip, nella cornice di una vecchia centrale atomica mai completata e oggi diventato un enorme carrozzone commerciale trasferito, appunto, nella cosiddetta Repubblica di Popivka, a nord-ovest. Chi ha spirito alternativo, spinge i sacchi a pelo fino alla punta di Kerk, il finisterrae sul Mar d’Azov oltre il quale comincia la Russia.

Noi ci dirigiamo a sud-ovest. Fino a qualche anno fa non ci andava nessuno, semplicemente perché era vietato. Località dai nomi evocativi come Sebastopoli e Balaklava erano off limits, per arrivarci avevi bisogno di un motivo plausibile e di un invito speciale da parte di un residente. L’Unione Sovietica le aveva elette a località strategiche per le sue basi navali, proseguendo la tradizione nata in epoca zarista: a Sebastopoli la flotta, a Balaklava i sommergibili. Oggi, una delle persone più importanti per l’economia di Sebastopoli è Petra, una robusta quarantenne che scorazza tra il terminal dei bus, la stazione ferroviaria e le centinaia di stanze in affitto nel cuore della città.

Si muove su un Suv nero e prepotente, che aggiunge prestigio al suo business, e fa tutto da sé: tiene i collegamenti telefonici con le babushke che sostano ai punti di arrivo dei turisti, con le donne delle pulizie che rassettano le stanze, con le intermediarie che gestiscono gli appartamenti. «Da quando nel 1996 Sebastopoli si è aperta al mondo, i turisti sono diventati la prima risorsa economica», dice mentre il telefonino squilla in continuazione e al volante cerca di evitare una coppia di passanti che attraversa la strada. «Non ho un ufficio fisso, il mio ufficio è questa auto. D’estate arrivano in tanti e bisogna darsi molto da fare per sfruttare l’occasione. Vengono soprattutto i russi, per i quali Sebastopoli resta un luogo dell’anima».

Ad attirarli non ci sono soltanto i bei palazzi zaristi, ricostruiti dopo l’ultima guerra da Stalin, ma soprattutto le memorie patriottiche della gloria che fu. La sua posizione strategica la rese protagonista in tutte le guerre. Mark Twain la raggiunse nel 1865, dieci anni dopo la fine della guerra di Crimea. Wiston Churchill la visitò nell’aprile del 1945, dopo la conferenza di Yalta. Entrambi rimasero afflitti dal panorama di una città rasa al suolo. Churchill sussurrò: «Ci vorranno 50 anni per ricostruirla». E Stalin, avvertito della profezia, ci costruì sopra un pezzo della propria leggenda, riversò su Sebastopoli rubli, ingegneri e architetti e in soli 5 anni la riportò all’antico splendore, sbarrandola però dal resto del mondo.

La flotta è tutto, sebbene l’economia poggi anche sulla cantieristica civile e su una florida industria della pesca. E il suo mito alimenta soprattutto il turismo della nostalgia. Il Museo della flotta, i memoriali della guerra, le statue di Lenin, le stelle rosse che luccicano ovunque. E ovviamente le visite guidate in traghetto ai navigli militari ormeggiati alle banchine. La storia recente dell’Ucraina ha aggiunto a questa gita un pizzico di brivido geopolitico. Le flotte sono due, quella di Mosca e quella di Kiev. Quando l’ex repubblica sovietica ottenne l’indipendenza, la dote dovette essere divisa, anche se i russi si tennero i pezzi migliori. Oggi le navi si allineano nel bacino del porto militare sventolando bandiere diverse, che ne segnano la proprietà. La Russia stipulò nel 1997 un primo contratto di vent’anni per mantenere la sua presenza qui. La rivoluzione arancione promise di non prolungarlo oltre il 2017. Ma i governi cambiano e Yanukovich ha concesso un anno fa a Medvedev di rimanere fino al 2042 in cambio di sconti sulle forniture del gas. Tra quarant’anni, chissà cosa accadrà.

Sarà anche una questione strategica e di costi (il porto di Novorossijsk, una delle alternative, necessita di robusti investimenti), ma le navi che passiamo in rassegna dal piccolo traghetto che ci guida nel porto non riflettono l’impressione di una grande potenza, semmai quella del declino. I navigli sono piccoli e appaiono vecchiotti e inoffensivi, di quella che fu la flotta di una delle due superpotenze della Guerra Fredda resta una magra collezione buona solo per le gite delle guide turistiche.

Balaklava, già famosa per la battaglia del 1854 durante la guerra di Crimea, dista una decina di chilometri più a sud. Una stretta insenatura spinge la costa verso l’interno, sul lato occidentale si sta sviluppando il nuovo resort turistico, grazie ai restauri delle vecchie abitazioni e alla costruzione di nuovi alberghi e ristoranti che rischiano di alterare la delicata atmosfera mediterranea di oggi. In alto, sorvegliano la scena le suggestive rovine di un forte genovese. Ovunque, per le stradine del breve lungomare, impera la paccottiglia dei souvenir cinesi. Ma l’attrazione di Balaklava è sull’altro lato della conca, dove nella roccia è scavato l’ingresso buio di un tunnel fino a due decenni fa misterioso. Nessuna mappa geografica lo indicava: era il rifugio dei sommergibili sovietici.

Boris è un ragazzotto moscovita di neppure 30 anni, alto, biondo e robusto e la discesa attraverso i corridoi blindati dell’ex base atomica gli deve sembrare un viaggio nella Disneyland della Russia che fu. Si piazza entusiasta di fronte a ogni modello di sommergibile, a ogni missile, a ogni cartello che ancora predica regole ferree e minacciose facendosi fotografare da un gruppo di coetanei chiassosi: in un’istantanea digitale si fissano la gloria passata e l’orgoglio presente. Ma anche questi 15mila metri quadrati di canali, androni, cunicoli che si inseguono nel gelo del sottosuolo e sembrano strappati alla scenografia di un film di James Bond, raccontano la storia di una sconfitta.

Ci vollero nove anni per costruire la base, dal 1954 al 1963, mentre la Guerra Fredda si induriva e il rifugio di Balaklava veniva attrezzato per resistere a un attacco nucleare e assicurare la sopravvivenza in emergenza per trenta giorni. C’erano i cantieri per le riparazioni, i depositi per armi e testate nucleari, le cisterne per 10mila tonnellate di carburante, le piattaforme di carico e un canale principale lungo 602 metri, largo 10 e profondo 8, lungo il quale sfilavano i sottomarini. In periodo di guerra potevano trovarvi riparo fino a 9 sommergibili di piccola stazza. Vi erano impiegati 3mila addetti, praticamente l’intera popolazione di Balaklava, e la segretezza del luogo imponeva anche ai familiari più stretti dei residenti uno speciale permesso per le visite.

La base sopravvisse per due anni alla caduta dell’Unione Sovietica, poi nel 1993 iniziò lo smantellamento. L’ultimo sommergibile lasciò la base nel 1996. Resta un museo con le bandiere sbiadite, le vecchie mappe nautiche, qualche missile arrugginito. Il custode che chiude le pesanti porte blindate dietro di noi, aveva lavorato qui dentro fino all’ultimo. Oggi invita i turisti ad affrettarsi, il giro è finito, all’ingresso attende già il gruppo successivo.

(Versione integrale di un articolo pubblicato in formato ridotto su Vita)

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