Vai al contenuto

Commemorazioni, conferenze e, soprattutto, un nuovo libro che promette di ribaltare consolidate teorie finora acquisite dalla storiografia mondiale. Il 70° anniversario dell’aggressione della Germania nazista all’Unione Sovietica, nota come Operazione Barbarossa, scatenata da Hitler il 22 luglio 1941, non sarebbe, come si è pensato finora, la terza fase di una precisa strategia bellica ma una mera conseguenza tattica cui i nazisti furono costretti dalla piega presa dagli avvenimenti dopo l’assalto alla Polonia. L’attacco massiccio a Stalin era in realtà la priorità della politica di conquista tedesca e tutte le operazioni preparatorie del biennio tra il 1938 e 1939, sia sul piano diplomatico che su quello militare, indicherebbro con chiarezza che l’operazione contro Mosca sarebbe dovuta partire due anni prima.

A presentare questa nuova teoria è Rolf-Dieter Müller nel libro in uscita per la Ch. Links Verlag dal titolo “Il nemico è a Est. I piani segreti di Hitler per la guerra contro l’Unione Sovietica nel 1939”, con il quale lo storico militare di Potsdam intende riscrivere le fasi iniziali del secondo conflitto mondiale. La Welt del 19 maggio ha pubblicato una lunga recensione, dando ampio risalto alle tesi di questo accreditato studioso «basate sul ritrovamento di fonti originali che si credevano perdute, provenienti in gran parte dagli archivi della Wehrmacht, cui Müller ha avuto accesso in qualità di direttore scientifico dell’Istituto di ricerca di storia militare della Bundeswehr, l’esercito della Germania post-bellica.

Il quotidiano ha ricordato come le teorie finora prevalenti, sostenute da storici del calibro di Andreas Hillgruber, Hans-Adolf Jacobsen e Klaus Hildebrand e presenti in tutti i libri di testo scolastici e universitari, «sostengano che il piano dei nazisti fosse articolato in tre fasi: una veloce aggressione a Oriente, il Blietzkrieg contro la Polonia, quindi un ripiegamento a Occidente, contro Gran Bretagna e Francia, e infine una terza fase ancora a Oriente, quella definitiva, finalizzata all’annientamento dell’Unione Sovietica e alla conquista del suo spazio europeo». Una tesi che Müller mette ora in discussione, partendo proprio da una citazione del diplomatico svizzero Carl J. Burckhart, alla fine degli anni Trenta commissario a Danzica della Società delle Nazioni, che riportava una frase pronunciata dallo stesso Hitler l’11 agosto 1939: «Tutto quello che intraprendo è orientato contro la Russia, ma se gli occidentali sono tanto ciechi e stupidi da non comprenderlo, mi vedrò costretto ad accordarmi con i russi, attaccare e sconfiggere le potenze occidentali e poi, con le forze riunite, rivolgermi di nuovo contro l’Unione Sovietica». Erano i giorni che precedettero la ratifica (il 23 agosto) del patto Ribbentrop-Molotov.

«Finora questa citazione», ha scritto la Welt, «resa nota per la prima volta nel 1960, era stata considerata la conferma dell’esistenza di un piano strategico diviso in tre fasi. Müller, invece, si concentra sulla prima parte di quella frase, nella quale il dittatore afferma di aver architettato tutto in funzione anti-sovietica. E la collega agli studi del 1939 sulla guerra nel Baltico dell’ammiraglio Conrad Albrecht, secondo il quale il grande obiettivo della politica tedesca era di assicurarsi una guida militare ed economica dell’intera area compresa fra i confini occidentali della Germania e lo spazio della Russia europea». Un enorme spazio centro ed esteuropeo, da solo in grado di fornire le risorse alimentari ed energetiche necessarie per condurre a fondo la guerra e poi difendere le terre conquistate. Prima l’Oriente, dunque, poi l’Occidente, non il contrario. Lo storico di Potsdam ha aggiunto una seconda frase che Hitler avrebbe rivolto ai suoi capi militari: «Prima regoliamo le cose a Est, poi vi concedo 4 anni di tempo per riorganizzarvi e prenderemo in considerazione gli scenari a Ovest». E con le «cose a Est», ha sottolineato la Welt, «Müller è convinto, fonti alla mano, che Hitler non intendesse né la spartizione della Cecoslovacchia, né l’aggressione alla Polonia, ma un rapido e incisivo attacco all’Unione Sovietica.

In tal senso, vengono alla luce anche i tentativi della diplomazia nazista di attirare dal proprio lato la Polonia, di convincere Varsavia a schierarsi con Berlino contro Mosca in nome dell’antico e profondo contrasto che aveva sempre caratterizzato i rapporti fra i due vicini slavi. Ma Varsavia non si fece tentare, temendo i tedeschi almeno quanto i russi. «Gli strateghi nazisti non insistettero neppure troppo», ha concluso il quotidiano nella sua recensione, «dal momento che avevano pianificato la costruzione di due linee ferroviarie a nord nella regione di Memel e a sud attraverso la Romania, che aggiravano il rifiuto polacco ed erano pronte a trasportare uomini e materiali per la campagna contro la Russia». Quanto alla Polonia, il suo peso era considerato minimo anche come resistenza militare: «La guerra offensiva di Hitler a Est non può essere considerata come un colpo preventivo. Sia l’attacco alla Polonia del 1° settembre 1939 che l’Operazione Barbarossa scatenata il 22 giugno 1941 sono le conseguenze del piano strategico nazista preparato con cura negli anni precedenti e funzionale alle linee di fondo della politica nazista». Due operazioni che, secondo Müller, non sarebbero dovute partire a due anni di distanza.

(Pubblicato su Lettera 43)

Foto: Un oggetto della mostra Hitler e i tedeschi, organizzata lo scorso inverno dal Deutsches Historisches Museum di Berlino (© plm)

Accadde esattamente venti anni fa. Agli inizi di marzo del 1991, sulle banchine del porto di Brindisi. Fu allora che l'Italia si accorse di aver vissuto per oltre quarant'anni lungo il confine della Guerra Fredda, sulla faglia dello scontro fra due mondi, due ideologie, due sistemi economici e sociali. Fu in quel momento che l'intero paese capì che Berlino non era poi così lontana e che il suo muro di casa, fatto di acqua, dell'acqua salmastra dell'Adriatico stava venendo giù.

Fu anche la mia prima esperienza giornalistica di una certa importanza, per cui il lettore perdonerà se, a differenza di altri articoli, questo racconto, che è anche un tuffo indietro nella memoria, sarà narrato in prima persona. Ero seduto davanti a un computer nella redazione napoletana del quotidiano Roma, allora risorto dopo un decennio di silenzio sotto la direzione di Ottorino Gurgo. A quei tempi, per sostenere l'agguerrita concorrenza del Mattino, il Roma aveva ideato un'edizione supplementare preparata di primo mattino, che raggiungeva le edicole poco dopo mezzogiorno. Alle notizie di servizio su ristoranti e cinema napoletani, riprese dall'edizione già in edicola, venivano aggiunte quattro pagine nuove di zecca, con le notizie della notte dall'Italia e dal mondo e, ovviamente, della cronaca locale.

Si stava concludendo la prima Guerra del Golfo, quella di Bush senjor e della coalizione internazionale, dopo che Saddam aveva invaso il Kuweit. Ma quel mattino, gli ultimi fuochi dal deserto vennero coperti dalle notizie che arrivavano da non molto lontano. Nella notte, alcuni barconi carichi di migliaia di cittadini albanesi, erano stati avvistati a poche miglia dalla costa pugliese e nelle prime ore del mattino, trainati dai rimorchiatori, avevano oltrepassato le bocche del canale Pigonati, lo stretto istmo che separa il porto esterno da quello interno di Brindisi.

Oltre ventimila profughi, in un sol colpo, erano pigiati su quelle che sarebbero state chiamate le carrette del mare, vecchie navi arrugginite che chissà per quale miracolo erano rimaste a galla in balìa del mare e avevano raggiunto le acque tranquille di un porto famoso fin dai tempi degli antichi romani. Il governo italiano si trovò del tutto impreparato a gestire l'emergenza. Tenere quelle persone, affamate e distrutte da lunghe ore di incerta navigazione, bloccate sulle navi era impossibile. Impossibile e inumano impedir loro di sbarcare. Eppure questo fu il messaggio trasmesso da Roma. Nel giro di poche ore, Brindisi, una città di neppure 90mila abitanti, dovette far fronte da sola alla prima emergenza.

Brindisi è la mia città natale. E l'Albania era stata sempre il misterioso paese di fronte. Invisibile. Irraggiungibile. Eppure lo si poteva ascoltare. Radio Tirana si prendeva regolarmente sulle frequenze onde medie e, assieme alle musiche balcaniche che due decenni dopo sarebbero diventate la colonna sonora della world music di tendenza, si potevano seguire i due notiziari in lingua italiana, farneticanti, che il regime diffondeva con l'improbabile obiettivo di convincere gli italiani della bontà del modello comunista albanese.

Insomma, in quelle ore la storia aveva abbandonato gli scenari mediorientali e si stava svolgendo a casa mia. Chiesi al direttore di poter fare i bagagli e correre a Brindisi per raccontare ai lettori del Roma, in presa diretta, quel che stava accadendo. E che stesse accadendo qualcosa di epocale, in redazione non lo aveva capito ancora nessuno. Ero stato in contatto tutta la mattina con i giornalisti brindisini che conoscevo da anni e che dalla notte precedente erano sul porto per raccontare gli eventi. Da loro ebbi chiara la portata degli eventi che si stavano svolgendo. Così il direttore mi diede il via libera, un po' preoccupato di affidare il compito a un giovane praticante ma probabilmente allettato dal fatto che la nota spese per la trasferta sarebbe stata pari a zero.

Partii in auto. Arrivai in Puglia nel primo pomeriggio e ricordo con chiarezza che percorrendo la litoranea, già all'altezza di Monopoli, 70 chilometri a nord di Brindisi, incrociai le prime file di profughi che, spaesati e completamente abbandonati a se stessi, avevano cominciato a risalire la penisola verso nord, a piedi lungo la strada statale che costeggia l'Adriatico. Con l'arrivo a Brindisi venni catapultato in un'altra dimensione. La situazione era ancor più caotica di quella che i notiziari radiofonici stavano raccontando. La prima impressione fu quella di una città colpita da un cataclisma. I palazzi erano tutti in piedi, ma per le strade sciamavano migliaia di persone malvestite e sfinite, affamate ma timide e impaurite, che non sapevano dove andare. Qualche ora prima, vista l'impossibilità di trattenerli su barconi stracarichi e a rischio di affondamento, la polizia ruppe i cordoni e permise loro di scendere sulle banchine. Brindisi ha un porto che penetra a fondo nel centro della città, visto dall'alto sembra quasi un fiordo, il lungomare dove avevano attraccato gran parte delle navi immette direttamente sul corso principale. La città era invasa e le autorità locali non sapevano bene che fare. Dalla Roma politica arrivava ancora l'invito, ormai assurdo, a rispedire indietro le navi.

Fu allora che scattò il miracolo della solidarietà. A differenza di quel che accadde cinque mesi più tardi a Bari, quando una nuova ondata di profughi trovò riparo nella vergogna dello stadio della Vittoria dando poi vita a violenti scontri con le forze dell'ordine, Brindisi accolse i profughi, allestendo in poche ore una rete di assistenza spontanea che vide in prima linea l'impegno dei suoi abitanti. La croce rossa realizzò le strutture di primo soccorso, le scuole vennero sospese e gli edifici adibiti a improvvisati dormitori. Gran parte degli studenti si "arruolarono" in squadre di volontari. I ristoratori e i commercianti di alimentari sfornarono pasti caldi. Quasi ogni famiglia brindisina adottò una famiglia di albanesi. Negli androni dei palazzi, interi condomini organizzarono tavolate per sfamare gli inattesi ospiti. Gli ospedali si attrezzarono per la prima assistenza medica. Tra i profughi c'erano molte famiglie e tanti bambini, donne incinte che fecero nascere i loro figli in quella che speravano una terra promessa. L'America eravamo noi, anche se il governo ci mise ancora un giorno prima di dichiarare lo stato d'emergenza e far convergere su Brindisi uomini e mezzi specializzati, che con le loro tendopoli, cucine e ospedali da campo, alleggerirono gradualmente il peso sostenuto dai cittadini.

Fu un'esperienza professionale e umana straordinaria. In quella prima ondata di profughi erano prevalenti le famiglie e gli studenti, molti dei quali avevano partecipato ai primi scioperi che misero in difficoltà il regime albanese e alla grande manifestazione nella quale tirarono giù l'enorme statua di bronzo di Enver Oxha, il padre padrone scomparso qualche anno prima. Regime che cercò di favorire l'esodo, con la speranza di allentare le tensioni, madare via gli oppositori e riprendere il controllo. Non andò così. L'onda tellurica che due anni prima aveva travolto i comunismi nell'Europa dell'Est si stava propagando fino ai Balcani e, più a nord, sul Baltico e nel cuore stesso dell'Unione Sovietica. Non si trattava più di rivoluzioni pacifiche, come la guerra civile jugoslava avrebbe di lì a poco dimostrato.

In questo fine settimana Brindisi celebra il ventennale dello sbarco degli albanesi, con una serie di eventi a cavallo tra memoria e presente. L'Albania ha attraversato un lungo e faticoso ventennio di transizione e, nonostante i forti conflitti politici che recentemente l'hanno di nuovo portata alla ribalta delle cronache, sta diventando un paese normale, con un certo risveglio economico, una ritrovata vivacità culturale e con la formazione di una piccola e media borghesia non più legata ai traffici illeciti. Un paese incamminato verso l'integrazione nell'Unione Europea. Un vicino di casa con il quale ricordare le solidarietà passate e avviare un percorso futuro comune.

 

L'uomo che ha segnato la pagina più tragica della storia tedesca (e che secondo una lettera autografa oggi venduta all'asta chiese alla Benz lo sconto per acquistare una Mercedes!) torna al centro del dibattito storiografico tedesco grazie a una mostra organizzata dal Deutsches Historisches Museum di Berlino. Hitler, a sessantacinque anni dalla sua fine, riappare in immagini e documenti nelle sale del museo storico più prestigioso della Germania, proprio nel cuore della capitale. ...continua a leggere "IL TABÙ INFRANTO: IN MOSTRA HITLER E I TEDESCHI"

Segnatevi questa data: domenica, 3 ottobre 2010. La Gemania celebra il ventennale della riunificazione ma nello stesso giorno festeggerà la fine della prima guerra mondiale. Non è uno scerzo e le due date sono in qualche modo collegate. In concreto, domenica prossima si conclude il pagamento degli ultimi due crediti di investitori privati legati alle riparazioni di guerra imposte alla Germania con il trattato di Versailles nel 1919 dopo la capitolazione del Kaiser. Quasi duecento milioni di euro, interessi compresi, legati a titoli che avevano perso valore dopo la divisione della Germania e le negoziazioni successive alla seconda guerra mondiale e che sono tornati esigibili proprio nel 1990 con la riunificazione tedesca. ...continua a leggere "DOMENICA FINISCE LA PRIMA GUERRA MONDIALE"

È di qualche giorno fa la notizia che in Romania sono stati esumati i corpi del dittatore Nicolae Ceausescu e di sua moglie Elena. Su richiesta dei parenti, il figlio Valentin (unico rimasto in vita) e il genero Mircea Oprean (marito della defunta Zoe, morta di tumore quattro anni fa), gli esperti dell'istituto di medicina legale di Bucarest dovranno accertare, attraverso la prova del Dna, se i corpi contenuti nelle bare siano davvero quelli dei coniugi Ceausescu. A lungo i figli del dittatore avevano avanzato questa richiesta ma solo nel giugno di due anni fa la corte d'appello di Bucarest ha ordinato al ministero della Difesa di «presentare ai parenti prove inconfutabili sulla sepoltura della coppia». Tempo sei mesi e i medici scriveranno la sentenza definitiva su uno dei tanti misteri che ancora aleggiano su una delle vicende più oscure della stagione rivoluzionaria che nel 1989 portò al crollo dei regimi comunisti nell'Europa orientale. Altri misteri, tutti politici, restano a vent'anni di distanza ancora aperti e proiettano le loro ombre sulla Romania di oggi. ...continua a leggere "L’ULTIMO MISTERO DI NICOLAE CEAUSESCU"