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A dispetto del patriottismo malinconico dei suoi abitanti, la Varsavia di oggi cerca la sua identità specchiandosi in modelli altrui. I polacchi vorrebbero rappresentare un pezzo d'America nel cuore della nuova Europa e la sua capitale tenta di accreditarsi come una nuova Berlino sulle rive della Vistola. Risaliti i tunnel sotterranei sempre un po' maleodoranti della stazione centrale, ma ora imbiancati di calce fresca per dare al visitatore un'accoglienza meno tetra, si sbuca nel cuore della città moderna. È qui che Varsavia si sente un po' come la Berlino degli anni Novanta: un progetto in divenire, che non sa ancora bene dove voglia andare a parare ma che ha ben chiaro a cosa vuole sfuggire.

Attorno al maestoso Palazzo della cultura e della scienza, regalato da Stalin negli anni Cinquanta e per questo odiatissimo, sono spuntate come funghi torri di vetro e acciaio che sfidano il cielo con le loro forme ardite, suggerite dagli archietti-star più in voga del momento. Questo spicchio di città, un po' Manhattan e un po' Shangai, non ricorda nulla della vecchia e aristocratica Polonia mitteleuropea, ma dice molto della caotica ambizione di afferrare il futuro e tenerselo stretto, una volta per tutte.

L'orgoglio di oggi è l'economia. Anche per il 2012 la Polonia si è aggiudicata la maglia rosa nelle previsioni di crescita fra i Paesi dell'Unione Europea: il Pil aumenterà del 2,5%, un risultato niente male in un continente ancora infettato dalla crisi dei debiti pubblici. La Germania è ferma allo 0,6%, la Francia allo 0,4, per l'Italia è previsto un - 1,3. Sono i dati della commissione di Bruxelles. Ma sono anni che Varsavia non segna numeri in rosso. Neppure nel biennio nero della crisi finanziaria globale, fra il 2008 e il 2009, quando perfino la Germania fu costretta ad annaspare. Negli ultimi due anni si è tornati sopra il 3%. Il motore è ancora piccolo, ma qui si sentono un po' tutti una sorta di locomotiva. Metafora che vale almeno per l'area dei Paesi fuoriusciti dal blocco sovietico, dove la crisi ha aggredito bilanci gonfiati ed economie fragili. Varsavia si è mossa con maggior giudizio e oggi è vista come un punto fermo e un partner affidabile, che può pure permettersi di dilazionare i tempi per l'ingresso nell'euro.

Lo spirito del nuovo capitalismo polacco si è impossessato dei vecchi simboli dell'era comunista. Per 10 anni, fino al 2000, la Borsa di Varsavia ha macinato acquisti e vendite di azioni nel casermone sulla Nowi Swiat che per 40 anni era stato sede del Partito unito dei lavoratori, prima di spostare monitor e telefoni in un palazzetto a fianco, più spazioso e funzionale. Anche questo, manco a dirlo, con le facciate a specchio. I responsabili politici dell'economia, invece, continuano a tessere le loro fila in un edificio buio e grigio sulla Al Ujazdowskie, il quartiere edificato nel secondo dopoguerra seguendo le direttive urbainistiche e architettoniche del realismo socialista. In queste stanze buie e stagionate, il vice ministro Ilona Antoniszyn-Klik, 36 anni e una laurea in Scienze economiche all'Università europea Viadrina di Francoforte sull'Oder, racconta a Lettera43 il segreto del boom polacco: «Abbiamo un solido mercato interno, composto da 40 milioni di consumatori che hanno voglia di spendere e comprare. Una manodopera qualificata e ben istruita, sia nei settori meccanici tradizionali che in quelli tecnologici innovativi. Un ambiente favorevole alle imprese e agli investimenti dall'estero. E una posizione strategica nel mezzo dell'Europa, a cavallo fra le economie affermate di Francia e Germania e quelle emergenti della Russia e dell'Asia».

Dal sottobosco imprenditoriale sono spuntati i primi campioni nazionali, aziende che da qualche tempo hanno messo con successo il naso nei mercati esteri. Da Poznan, la Solaris piazza i suoi autobus in tutta la Germania, rubando quote alla Mercedes. Da Cracovia, la Comarch smercia software di qualità in tutto il mondo. Da Wroclaw, il gruppo chimico Selena realizza investimenti fino in Cina. Da Plock, la compagnia petrolifera Orlec sparge stazioni di rifornimento in mezza Europa centro-settentrionale. Da Lublino, l'azienda mineraria Kghm Polska ha lanciato i suoi tentacoli fino in India e Brasile.

Le riforme varate nel ventennio post-comunista, senza soluzione di continuità da governi conservatori, liberali e socialisti, hanno modellato il Paese sui parametri dell'economia di mercato. Non sono stati passaggi indolori. A metà degli anni Novanta, la Polonia ha rischiato di soffocare per eccesso di zelo riformista: chiuse o ridimensionate le grandi fabbriche dell'era della pianificazione, disoccupazione di massa e il futuro annunciato che tardava ad arrivare. Erano gli anni della grande migrazione giovanile verso la Gran Bretagna e l'Irlanda, che allora si vantava del soprannome di tigre celtica. Una fuga di forze giovani e cervelli che la Polonia non ha riassorbito. Perché la buona istruzione può essere anche un'arma a doppio taglio e, se i salari sono migliori altrove, un laureato ancora oggi prende la valigia. Se il tasso di disoccupazione ufficiale è al 12%, quella giovanile schizza al 22 ed è una vera emergenza nazionale.

Nel frattempo molto è cambiato, ma i dolori non sono del tutto scomparsi. La ristrutturazione industriale si è mangiata un pezzo di storia: i cantieri navali di Danzica. Furono la culla di Solidarnosc, l'epicentro del sisma che in 10 anni arrugginì le fondamenta del regime di Jaruzelski. Oggi ad essere corrosi sono i vecchi impianti. I governi degli ultimi anni hanno cercato di prendere tempo, di svicolare dalle severe direttive europee contro i sussidi di Stato, hanno provato a vendere a un consorzio ucraino, a salvare il salvabile. Ma c'è stato poco da fare e ora la rabbia degli ultimi lavoratori si è scatenata contro i politici. La rivoluzione ha divorato i suoi figli e la Solidarnosc di oggi piazza le sue tende di fronte alla sede di un governo che si dice erede di quella stagione sindacale.

La protesta non si ferma al lavoro perduto ma si estende alle proposte per il futuro. Lo squilibrio demografico è un problema che attanaglia la Polonia come tutti gli altri Paesi europei. E il governo, fiero di un debito pubblico tutto sommato sotto controllo (56% del Pil), ha trovato un accordo proprio in questi giorni per mettere mano alle pensioni. Ufficialmente la soglia è oggi di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne. Il premier Donald Tusk vuol portarla a 67 per tutti. «Il nostro sistema prevede attualmente molte eccezioni», ammette Antoniszyn-Klik, «come quelle per le forze armate e per la polizia, dunque la media effettiva è più bassa. Ma la riforma è stata complessa, perché portare a 67 l'età pensionabile delle donne comporta molti cambiamenti nelle politiche sociali. Ad esempio, siamo afflitti dal problema della denatalità». La proposta prevede passaggi graduali e qualche eccezione in cambio di una pensione più bassa, ma le opposizioni promettono battaglia in parlamento e nelle piazze.

Donald Tusk è fra due fuochi. Da un lato gli si accredita il merito di aver riportato serenità e stabilità in una scena politica da sempre turbolenta, di aver ristabilito rapporti cordiali con i suoi vicini e di aver fatto riacquistare prestigio e credibilità internazionale al Paese, dopo gli eccessi populisti dei gemelli Kaczynski. Dall'altro gli si rimprovera una certa timidezza nell'azione riformista, accusa che gli è costata la scissione del liberista radicale Janusz Palikot, che con una sua lista autonoma ha conquistato il 7% dei voti alle ultime elezioni, pescando nell'elettorato urbano giovane e secolarizzato.

E al fronte sulle pensioni si aggiunge quello con la chiesa cattolica. Nel pacchetto di riforma del governo c'è anche la proposta di chiudere il fondo pubblico utilizzato per pagare le pensioni dei sacerdoti e le attività degli organismi religiosi, anche non cattolici. Un fondo creato dal regime comunista, poi mantenuto con l'idea che sarebbe stato finanziato attraverso i beni della Chiesa, un tempo confiscati dal regime e poi restituiti. Ma una lista di quei beni non è stata mai creata, e per 20 anni il fondo ha attinto alle risorse dello Stato. Ora il governo intende estinguerlo e affidare il finanziamento delle chiese a un contributo del 3%, che ogni cittadino può destinare alla religione che vuole con la dichiarazione dei redditi.

Se la politica ha l'inevitabile passo lento delle mediazioni e dei compromessi, la società corre, anche se a doppia velocità. Le campagne restano indietro rispetto alle città, le regioni orientali arrancano nel confronto con quelle occidentali. E gli investimenti premiano le aree più fortunate, con il rischio di allargare la forbice della crescita e di accentuare gli squilibri. In questi mesi è tutto un affannarsi per completare in tempo i lavori per ospitare i primi campionati europei di calcio a Est, in coabitazione con l'Ucraina. La data d'inizio è l'8 giugno. Cantieri e gru hanno invaso il Paese. Se gli stadi sono già stati completati, molto resta da fare nel campo delle infrastrutture, il vero tallone d'Achille. Il tempo stringe, i lavori sono tanti e non tutto sarà finito in tempo. «Poco grave», dice a Lettera43 Jan Mazurczak, direttore dell'organizzazione turistica di Poznan, città che ospiterà due partite dell'Italia, «l'essenziale sarà pronto, il resto lo completeremo dopo, perché comunque si è investito in opere strategiche la cui valenza supera gli Europei di calcio». Vero, però i ritardi di cui forse i tifosi neppure si accorgeranno macchiano un po' l'immagine di efficienza che il Paese vuol dare all'estero. Dall'ingresso nell'Unione Europea, i finanziamenti giunti in Polonia per l'ammodernamento del sistema di trasporto sono stati ingenti e l'occasione dei campionati di calcio ha accelerato il flusso di denaro. C'era tantissimo da fare: ristrutturare gli aeroporti, velocizzare le linee ferroviarie, rifare le stazioni, costruire le autostrade.

Sul principale asse ovest-est, dal confine con la Germania a quelli con Bielorussia e Paesi Baltici, si congestiona da anni l'immenso traffico diretto e proveniente dai Paesi dell'Est. La nuova autostrada da Francoforte sull'Oder a Varsavia e da qui a Danzica verso nord, rappresenta l'arteria principale del nuovo sistema stradale. Per ora si viaggia a singhiozzo: sul primo tratto si arriva fino a Lodz, a 100 chilometri da Varsavia; sul secondo ci si ingolfa ancora fra cantieri e deviazioni. I tecnici assicurano che almeno quest'ultimo sarà pronto per l'inizio di giugno, ma per muoversi speditamente da Lodz a Varsavia bisognerà attendere il prossimo inverno.

Il congedo dalla stazione di Poznan racchiude bene questo particolare momento della Polonia. Ci si immette sui binari percorrendo i corridoi bui della vecchia struttura, mentre a poca distanza gli operai sono arrampicati sulle impalcature da cui spunta la sagoma, in vetro e acciaio, della stazione nuova. Il ronzio delle gru e delle scavatrici copre la voce che arriva dall'altoparlante, il vento solleva polvere che finisce negli occhi. Negli sguardi dei passeggeri in attesa leggi l'orgoglio per il nuovo che avanza e l'ansia di non riuscire a farcela in tempo. Una corsa verso il futuro, con il cuore in gola e un po' di fiatone.

(Versione integrale e ampliata di un reportage pubblicato su Lettera 43)