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Il 12 aprile 1961 il cosmonauta Yuri Gagarin fu il primo uomo a volare nello spazio a bordo della navicella sovietica Vostok. Per questo, come ogni anno, oggi in Russia si è festeggiata la Giornata della Cosmonautica. La competizione nello spazio è stata parte integrante della Guerra fredda fra mondo orientale e occidentale e per i paesi satelliti dell'Urss, partecipare all'avventura sovietica era motivo di grande orgoglio.

Il più noto cosmonauta della Ddr, Sigmund Jähn, classe 1937, partecipò nel 1978, insieme al cosmonauta sovietico Valerij Fëdorovič Bykovskij, alla missione della Soyuz 31 sovietica. Un evento celebrato nella Ddr con grande enfasi, perché Jähn fu il primo tedesco a volare nello spazio: uno smacco per la più ricca Germania Ovest. Al suo rientro fu decorato del titolo onorario di "Eroe della DDR" ed "Eroe dell'Unione Sovietica". Nel boschetto dei cosmonauti, Hain der Kosmonauten, che si trova davanti all’osservatorio Archenhold di Berlino (che durante la divisione della città si trovava a Berlino Est) venne posto un busto fatto a sua immagine. Scuole e centri ricreativi nella Ddr vennero nominati, del tutto inusualmente per una persona che si trova ancora in vita, in suo onore. E nel 2001 l’asteroide 17737 prese il suo nome.

Due anni dopo, Jähn ritrovò in qualche modo il contatto con il grande pubblico, questa volta cinematografico. Fu rappresentato nel film Good Bye Lenin! del regista Wolfgang Becker, la pellicola ispirata al fenomeno tedesco dell'Ostalgie: all'inizio viene citata la sua impresa, il giorno in cui la madre di Alex subisce un interrogatorio, poi verso la fine del film Alex e Denis trovano un tassista che gli somiglia e decidono di farlo diventare un finto presidente del consiglio della Ddr ormai scomparsa. È la scena finale del film, che riproponiamo qui di seguito.

Nel flusso di giovani che la crisi economica nei Paesi del Sud Europa ha spinto verso la Germania, dopo greci e spagnoli tocca ora agli italiani finire sotto i riflettori della stampa tedesca. Anche in questo caso si tratta di un'ondata silenziosa ma sempre più impetuosa, che risale lungo la penisola, oltrepassa le Alpi e spiaggia nel nuovo Eldorado europeo carica di paure e speranze. L'invasione degli italiani riporta peraltro in Germania alla memoria il primo grande esodo degli anni Cinquanta, quando era il Wirtschaftswunder post-bellico, il miracolo economico tedesco, ad attirare forza lavoro dal Belpaese. Con l'Italia il governo tedesco stipulò nel 1955 il primo accordo sull'immigrazione della forza lavoro, regolando flussi, compiti, diritti e doveri dei nuovi Gastarbeiter. Sono passati quasi 60 anni e sembrerebbe che la musica sia sempre la stessa.

In realtà sono cambiate tante cose. È cambiata la Germania, divenuta una società molto più aperta e multietnica rispetto a quella degli anni Sessanta, oggi alla disperata ricerca di forza lavoro qualificata dall'estero per tappare le falle aperte dalla decrescita demografica in posti di lavoro anche dirigenziali e di responsabilità. E sono cambiati gli italiani: «I giovani che arrivano, scacciati dalla mancanza di lavoro e prospettive nel loro Paese, sono in maggioranza ben qualificati, dotati di lauree e diplomi, desiderosi di integrarsi al più presto nella nuova società di accoglienza», ha scritto la Süddeutsche Zeitung.

Il quotidiano bavarese ha indagato il microcosmo italiano sbarcato negli ultimi tempi a Monaco, uno dei tradizionali punti di approdo dal meridione. La più ricca città tedesca non ha forse il fascino scapigliato e cosmopolita di Berlino, ma offre opportunità di lavoro solide e ben remunerate e una qualità della vita capace di scacciare le malinconie mediterranee: «Dei quasi 23 mila italiani ufficialmente residenti nel capoluogo bavarese, più di mille sono giunti nel 2012, in maggioranza giovani di età compresa fra i 21 e 36 anni. La ricerca di lavoro è la motivazione prevalente, una cosa comprensibile per chi arriva da un Paese con tassi di disoccupazione giovanile attorno al 30%. Molti di loro hanno perso di recente un impiego o si sono trovati a combattere con contratti precari e salari saltuari». Piuttosto che appassire nell'incertezza casalinga, hanno deciso di fare le valige e credere alle promesse tedesche: poter ottenere condizioni di lavoro regolari e una sicurezza che consenta di pianificare il proprio futuro.

I numeri vanno presi sempre per difetto e non raccontano tutta la verità: la facilità di spostamento all'interno dell'Unione Europea ha reso più semplice muoversi temporaneamente da un Paese all'altro senza dover adempiere da subito tutti i passaggi burocratici. Sono tanti coloro che arrivano con l'obiettivo di dare un'occhiata in giro, capire, vedere come vanno davvero le cose e, solo in caso di successo, decidere definitivamente di cambiare residenza.

La Süddeutsche ha tradotto in tedesco il concetto italiano di fuga di cervelli per descrivere la nuova immigrazione economica. E ha ascoltato alcuni di loro, riportando le prime impressioni sulla loro nuova vita. Nel reportage hanno trovato spazio Giovanni Pagliuca, ingegnere edile da Frosinone, Enrico Ercolani, studente universitario romano, Angela Cancelliere, trentacinquenne siciliana costantemente alle prese con battute sulla mafia, Roberta Ragonese, arrivata a Monaco per un praticantato presso uno studio di architetti dal quale poi non si è più mossa. Sono emerse storie in chiaroscuro: il difficile approccio con la lingua tedesca, la sorpresa per gli incentivi statali («Non ho ancora pagato un euro di tasse alla Germania ma l'agenzia del lavoro sta sovvenzionando i miei corsi di lingua», ha detto Pagliuca), ma soprattutto una certa freddezza da parte dell'ambiente circostante. Potrebbe apparire anche questo un cliché, ma forse è il problema di fondo che la società tedesca deve affrontare se vuol davvero diventare attraente per chi viene da fuori: «Monaco colpisce positivamente per la sua organizzazione e la qualità della vita, ma pochi immigrati hanno ritrovato qualche verità nello slogan tanto pubblicizzato di città mondo con il cuore», ha ammesso la Süddeutsche.

«I colleghi sono stati da subito tutti molto gentili sul posto di lavoro», ha raccontato Ragonese, «ma non mi hanno mai invitato a fare qualcosa insieme nel tempo libero». Una differenza di mentalità che spinge gli stranieri a starsene per i fatti loro, da soli o assieme ad altri concittadini, aumentando così quelle comunità parallele, non perfettamente integrate, che alla lunga possono minare il processo di integrazione. È quel che avvertono anche i tanti italiani arrivati in altre città, perfino in una capitale come Berlino, che per l'estrema varietà della sua popolazione sarebbe difficile catalogare come una città tedesca. Il nuovo approccio positivo verso l'immigrazione ormai condiviso da tutte le forze politiche, dovuto alla necessità di far fronte al problema della mancanza di forza lavoro qualificata, ha dunque bisogno non solo di leggi ancor più liberali sul riconoscimento dei titoli di studio ma anche di un lavoro culturale di fondo nella stessa società tedesca: se non si nasce multikulti, bisognerà diventarlo.

 

Adesso è finita davvero: alle 8 del mattino del 4 settembre, due camionette della polizia si sono presentate di fronte all'ingresso sgangherato del Tacheles con in mano il foglio di sgombero. Per ventidue anni dopo la caduta del muro, l'edificio ha rappresentato il centro della vita artistica alternativa di Berlino. Si può dire che il Tacheles se n'è andato in silenzio, dopo aver fatto rumore per quattro lustri. C'erano più giornalisti che uomini dell'ordine. Nessuno ha opposto resistenza, gli ultimi artisti hanno abbandonato la scena portandosi appresso i pochi quadri e le poche sculture che erano rimaste, inscenando solo una protesta simbolica: il lancio dalle finestre delle petizioni inutilmente firmate nei mesi passati contro la chiusura del centro e un happening un po' triste sul marciapiede antistante. C'era il sole, almeno.

Pochi metri più avanti, i vetri a specchio di un albergo moderno riflettevano il mogio andirivieni sulla Oranienburger Straße, piccolo antipasto di quel che avverà domani, quando la HSH Nordbank, attuale proprietaria dell'immobile, avrà trovato il nuovo investitore. Si parla di un altro albergo o di un palazzo per uffici. Berlino aspira a diventare una capitale moderna, ma rischia così di perdere il fascino ribelle che l'ha finora distinta e resa famosa nel mondo. La città che non si ferma mai ha nel suo Dna la spasmodica tendenza a divorare se stessa e il suo passato, ma il nuovo avanza facendo il verso a un'urbanistica standardizzata. Il rischio è già divenuto realtà qui a Mitte, nel cuore della capitale riunificata, dove edifici in vetro e cemento procedono inglobando gli spazi vuoti tanto amati dalle telecamere di Wim Wenders e ingoiando palazzi che hanno segnato epoche storiche.

Il Tacheles è stata una galleria d’arte moderna, messa su nel 1990 da un gruppo di artisti anarchici in un palazzo malandato destinato alla demolizione. Negli anni è divenuto un centro sociale e un atelier di creativi, un luogo di mostre, un cinema per pellicole indipendenti, un laboratorio teatrale sperimentale, uno spazio di discussione sul futuro della città, un caffè, lo Zapata, con pasto completo a otto euro. Nacque per impulso dell'effervescenza che pervadeva la Berlino liberata dal Muro: il nome, di derivazione yiddish, richiamava la censura ai tempi della Ddr. Tacheles vuol dire “parlar chiaro”, cosa proibita ai tempi del regime.

E di regimi, questo edificio costruito in 15 mesi, fra il 1907 e il 1908, dall'architetto del Kaiser Franz Ahrens ne ha visti sfliare tanti. Faceva parte di un complesso più grande, passato alla storia con il nome di Friedrichstraßenpassage, perché collegava con una galleria la Oranienburger Straße alla Friedrichstraße che le scorre quasi parallela: ingressi su due lati, stucchi sfarzosi e una grande cupola in cemento armato. Fu il centro commerciale più fastoso della Berlino di inizio Novecento. Vi si insediarono i leggendari magazzini Wertheim fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Dopo i lavori di restauro post-bellici, divenne il punto espositivo del colosso elettrico Aeg, poi ci arrivarono i nazisti, i nuovi padroni, che ci piazzarono gli uffici del Deutsche Arbeitsfront, il sindacato unico di imprenditori e lavoratori, e più tardi quelli del catasto centrale delle SS. Nuovo regime, nuove divise. Nel 1948 prese possesso degli uffici danneggiati dai bombardamenti il sindacato comunista Fdgb, l'organizzazione che raggruppava le 15 sigle sotto cui si articolavano le categorie dei lavoratori della Ddr e, nelle cantine sottostanti, si intrufolarono i soldati dell'Armata del popolo.

Negli anni Settanta una commissione decretò l'instabilità dell'edificio. Una prima parte venne abbattuta e i piani urbanistici prevedevano una strada di collegamento tra le due vie unite prima dalla galleria e la completa demolizione del palazzo nel 1990. Cadde prima il Muro: un gruppo di artisti raccolti attorno all'Iniziativa Tacheles occupò l'edificio rimasto vuoto. Era il 13 febbraio 1990, due mesi prima del programmato intervento delle ruspe. Gli artisti si diedero da fare, colorarono le pareti, trasformarono i calcinacci in figure artistiche e ottennero una nuova perizia che ne certificò la staticità.

Nei vent'anni successivi il centro è stato frequentato da artisti come Henry Arnold e Régine Chopinot, Sebastian Hartmann e Matthias Merkle, Felix Ruchert e Christoph Winkler. Ne hanno calcato le scene i professionisti dell'Orphtheater e hanno suonato i loro strumenti i musicisti della Detsche Symphonie-Orchester di Berlino. Gli anni Novanta hanno rappresentato il periodo d'oro del Tacheles, che era riuscito a imporsi alle polemiche (mai mancate) come la fucina principale della controcultura berlinese e ad attirare pittori, scultori, coreografi, attori desiderosi di sperimentare inedite forme espressive. Poi il lento declino, di pari passo con una lunga controversia giudiziaria con i diversi proprietari che si sono succeduti nel tempo, fatta di scartoffie e denunce, insolvenze e ricorsi, accomodamenti e tentativi di sgombero. L'ultimo contratto (prezzo di affitto simbolico 1 marco a metro quadrato, 50 centesimi di euro) era scaduto nel 2008. Da allora il destino è apparso segnato. Molti artisti avevano traslocato altrove, i politici non sono riusciti a spendere altro che dichiarazioni di circostanza e la vicenda ha assunto i contorni tipici di una controversia privata. Scemata l'aura artistica, il Tacheles era comunque rimasto meta di un flusso di turisti inarrestabile: 400 mila all'anno, in gran parte giovanissimi.

Gli ultimi moichani, che silenziosamente hanno raccolto le proprie opere di fronte a composti poliziotti, riapriranno bottega a Neukölln, il quartiere più problematico di Berlino che sta provando con varie iniziative a cancellare la sua fama criminale. La cittadella artistica emigra fuori dal centro, che non sa più che farsene dei suoi utopisti. «Via il Takeles, via il sindaco Wowereit», grida un capellone in maglietta nera. È l'ultima maledizione.

A 22 anni dalla riunificazione tedesca, il processo di integrazione fra le due metà della Germania mostra ancora limiti economici che si riflettono sul piano sociale e demografico. I passi in avanti sono stati tanti, molti di più di quelli che la popolazione stessa riesce a percepire, ma gli squilibri tuttora presenti rischiano di gravare sulle regioni orientali anche per la prossima generazione.

Uno studio recente, presentato dal Bundeninstitut für Bevölkerforschung (Bib), l'agenzia federale che da Wiesbaden monitora i flussi migratori interni al Paese, ha fotografato le dinamiche della popolazione tedesca negli ultimi anni, confrontando i dati con quelli del 1990, l'anno della riunificazione. I risultati, riportati dalla Welt, hanno confermato «la tendenza di fondo all'emigrazione dalle aree rurali degli ex Länder della Ddr, ribadendo il pericolo di uno spopolamento di regioni già svantaggiate dal punto di vista economico e industriale». Il problema è aggravato dal fatto (anche questa una conferma) che a fare le valigie siano principalmente donne giovani alla ricerca di migliori opportunità di vita e di lavoro altrove. Il fenomeno era già stato osservato da molti studiosi: le donne della Germania est risultano mediamente dotate di una maggiore preparazione scolastica e di un più spiccato spirito d'iniziativa rispetto agli uomini, probabilmente a causa del ruolo attivo che era già loro assegnato nella società socialista.

«Sono loro a lasciare più frequentemente le regioni deboli e periferiche della Germania orientale», ha riportato la Welt, « mentre gli uomini tendono a rimanere, anche se non hanno lavoro, affidandosi ai servizi e all'assistenza sociale per tirare a campare. I dati in dettaglio hanno mostrato che mediamente, nei distretti orientali, per 100 uomini in età compresa fra i 18 e i 24 anni si trovano solamente 85 donne coetanee. E se questa è la media, in alcune provincie il numero delle giovani donne scende fino a 75. Nel 1990 il rapporto era di 100 a 95». Per gli esperti demografi, il saldo negativo di oggi rischia di riflettersi anche sulla prossima generazione, vanificando ogni tipo di intervento a sostegno dell'economia di queste aree: «Assieme alle giovani donne, emigra anche la futura generazione di mamme con un ulteriore prevedibile calo delle nascite».

Lo spopolamento delle campagne e delle piccole città ad est è stata nell'ultimo ventennio l'altra faccia della riunificazione tedesca, una lenta e inesorabile emigrazione silenziosa che ha privato queste regioni delle fasce di popolazione più competenti, giovani e intraprendenti, accentuando i problemi di immobilismo e stagnazione economica. Nelle zone interne della Sassonia, del Meclemburgo-Pomerania anteriore, del Brandeburgo e della Sassonia-Anhalt, l'invecchiamento degli abitanti di interi villaggi ha prodotto nel cuore dell'Europa più produttiva un fenomeno simile a quello delle regioni più povere dell'Europa meridionale.

Ma rispetto ai primi anni della transizione, un secondo dato mostra segnali di cambiamento. «Rispetto al passato, non sono più i Länder tedeschi occidentali ad avvantaggiarsi di questo flusso», ha scritto ancora il quotidiano, «ma le grandi e medie città dell'est come Dresda, Lipsia, Potsdam e Greifswald». Da qui non solo l'emigrazione si è interrotta, ma si assiste a due tipi di movimenti inversi: il rientro dei cittadini che subito dopo la riunificazione si erano spostati ad ovest e l'afflusso della nuova emigrazione dalle zone rurali orientali. Cittadini tedeschi ormai convinti di poter trovare nelle città dell'est le opportunità di lavoro prima cercate a occidente o quelle che mancano nelle campagne.

«Nei vecchi Länder il rapporto fra uomini e donne giovani risulta oggi di 100 a 93», ha concluso la Welt, «e dunque resta sostanzialmente invariato rispetto al 1990». I saldi positivi si ritrovano invece tutti nei centri urbani dell'est dove, secondo Susanne Stedtfeld, ricercatrice dell'istituto di Wiesbaden, «le giovani tedesche orientali provenienti dalle campagne riescono a trovare condizioni migliori di istruzione, lavoro e qualità della vita rispetto agli uomini». Spicca su tutti il dato della città di Greifswald, un centro di 55 mila abitanti sulla costa del Mar Baltico a pochi chilometri dal confine con la Polonia, noto per aver dato nel 1774 i natali al pittore romantico Caspar David Friedrich e oggi sede di una grande e vivace università: «Qui si registra un rapporto fra i sessi addirittura capovolto rispetto alla media nazionale: per ogni 100 uomini si contano 123 donne».

È come se Genova o Palermo fossero in dieci anni scomparse con tutti i loro abitanti. La Bulgaria completa il nuovo censimento e si scopre più povera: 582mila cittadini in meno dal 2001 a oggi, secondo quanto certificato dall’Istituto nazionale di statistica. Una caduta iniziata nel 1985: da allora sono spariti 1 milione e mezzo di bulgari. L’Europa è in declino demografico, un fenomeno più accentuato a Est, ma i numeri che ora il governo di Sofia si palleggia costituiscono un record mondiale. Sulla faccia della terra solo lo Zimbawe fa peggio.

La popolazione complessiva è scesa a 7.351.633 abitanti, lo stesso livello del 1945, ultimo anno di guerra. In più c’è il problema dell’invecchiamento: gli ultrasessantacinquenni sono cresciuti del 2% in dieci anni, raggiungendo la quota del 18,9 e ci sono sempre meno bambini. Uno squilibrio che peserà sulla bilancia del sistema pensionistico.

La disoccupazione morde i giovani, emigrati in massa alla ricerca di salari migliori. Ma le cifre non dicono tutto: molti di loro hanno abbandonato il paese mantenendo la residenza in patria, la Bulgaria è più vuota di quel che si legge nel rapporto. Si svuotano le campagne, si riempiono le città, che ospitano il 73% dell’intera popolazione: Sofia conta 78mila abitanti in più rispetto al 2001, ma i ricercatori si sono imbattuti in 186 villaggi completamente abbandonati. Tuttavia, il declino non è dovuto solo all’emigrazione, preoccupa di più il saldo negativo fra nascite e morti.

Messe in fila tutte queste cifre, il tasso di decrescita demografica è di – 0.79%. Solo Estonia e Lettonia ci si avvicinano (rispettivamente -0,63 e -0,61%), le altre nazioni est europee sono in ripresa, nonostante numeri in negativo. Per prendere un riferimento occidentale, in rosso ci sono Germania (-0,05%) e Italia (-0,04%), gli altri sono tutti in positivo. Unica consolazione: oltre 3 milioni di bulgari hanno compilato il modulo del censimento via Internet. Se la popolazione invecchia, almeno le nuove tecnologie non le sono sconosciute.

(Pubblicato su Vita)