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Secondo il presidente Victor Yanukovich, l’Ucraina potrebbe raggiungere tra qualche anno l’indipendenza energetica: potrà cioè soddisfare il fabbisogno interno contando sull’energia prodotta in casa propria.

Nel 2020, grazie soprattutto allo sfruttamento delle riserve di gas convenzionale tra i Carpazi e il Mar Nero, alla ulteriore diversificazione delle fonti e alle riforme previste nel settore che porteranno più trasparenza e più efficienza, il sogno di non dover dipendere dal gas russo potrebbe diventare realtà. Il condizionale è d’obbligo visto che la questione è legata a variabili che, proprio per essere tali, possono mandare a rotoli i piani ucraini.

Attualmente (dati 2011) il mix energetico ucraino è così composto: 38% di gas, 32% carbone, 18% nucleare, 10% petrolio, 2% altro (solare, etc.). Le importazioni di gas russo ammontano a circa 40 miliardi di metri cubi all’anno. Secondo la strategia del governo ucraino, esse dovranno progressivamente calare, sino a scendere nel 2030 ad appena 5 miliardi di metri cubi.

I contratti stretti nel 2009 da Vladimir Putin e Yulia Tymoshenko sono validi sino al 2019. Nonostante la volontà ucraina di rivedere le condizioni, la Russia non sembra intenzionata a rinegoziare formule e tempi. Solo nel caso di un accesso dell’Ucraina nell’Unione doganale (e della non sottoscrizione dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea), il Cremlino è disposto a trattare con la Bankova.

Yanukovich ha cercato di smarcarsi continuamente dalla morsa russa sin dalla firma dei patti con Putin che, a fronte di uno sconto ulteriore sulla bolletta del gas (circa 100 dollari per 1000 metri cubi, oggi il prezzo per l’Ucraina - ribasso politico incluso - è di circa 410), hanno prolungato la permanenza della flotta russa a Sebastopoli sino al 2042.

Con le trattative sulla revisione dei contratti in stallo, la strategia ucraina si è rivolta in questi ultimi 2 anni in 2 direzioni: quella della diversificazione delle importazioni, con i piani di import da altri paesi europei ed extraeuropei, e quella dello sfruttamento del gas non convenzionale, con progetti avviati con i colossi occidentali (Shell e Chevron in prima linea).

Secondo le previsioni più ottimistiche, dallo sfruttamento dei giacimenti nei Carpazi, nel Donbass e nel Mar Nero potrebbero uscire oltre 20 miliardi di metri cubi all’anno. Ciò potrebbe condurre, con un incremento della dipendenza dal nucleare (che nonostante Chernobyl è rimasto e rimarrà un pilastro del mix ucraino) e dalle energie alternative, alla sognata indipendenza energetica.

Il problema è che raggiungere l’indipendenza energetica nel 2020 potrebbe essere troppo tardi: è in questo momento infatti che l’Ucraina avrebbe bisogno di essere meno legata, attraverso i gasdotti, alla Russia.

Il rischio è di pagare un’altra volta - dal punto di vista geopolitico - vent’anni di opacità in un settore, quello energetico, che è sempre stato gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici.

(Limes)

Il miraggio del fracking e dell’oro azzurro a basso prezzo è arrivato anche in Ucraina. E come poteva non esserlo, visto che l’ex repubblica sovietica da un lato pare che nasconda nel suo sottosuolo enormi riserve di gas di scisto, dall’altro vede il futuro sfruttamento di esse come il mezzo principale per emanciparsi dal giogo di Mosca e raggiungere l’indipendenza energetica. Sull’onda del successo che la fatturazione idraulica (si pompano misture chimiche nel terreno per liberare attraverso la pressione il gas imprigionato negli strati rocciosi) ha avuto negli Stati Uniti negli ultimi anni, rivoluzionando il mercato e facendo crollare i prezzi, le multinazionali dell’energia sono arrivate in massa dai Carpazi al Mar Nero alla ricerca del tesoro ucraino. Da spartirsi, concedendo naturalmente qualcosa ai padroni di casa.

I maggiori giacimenti - Oleska a ovest e Yusivska a est, che da soli si dividono la gran parte dei presunti 1200 miliardi di metri cubi di gas che costituiscono le terze riserve europee dopo quelle di Norvegia e Francia - sono stati presi di mira da giganti come Chevron e Shell. I primi si sono buttati su Oleska, nella regione di Leopoli, i secondi su Yusivska, nel Donbass. Proprio per questo giacimento è stato sottoscritto lo scorso gennaio un Psa (Production Sharing Agreement) della durata di 50 anni tra la Shell e Nadra Yusivska, compagnia che al 90% appartiene allo stato attraverso la casa madre Nadra Ukrainy, mentre una quota del 10% è detenuta dalla sconosciuta Spk Geoservice, azienda di consulenza riconducibile secondo gli osservatori ucraini alla Famiglia, ossia al gruppo di potere che si muove intorno al presidente Victor Yanukovich.

È stato proprio il capo dello Stato ad annunciare a Davos la firma del “contratto del secolo” di dieci miliardi di dollari, in calce alla quale sono finite le firme del ceo della Shell Peter Voser e del ministro dell’Energia ucraino Eduard Stavitsky, altro esponente di punta del cerchio magico presidenziale. Fin qui i fatti, nemmeno troppo sensazionali, visto che vedere i big dell’energia fare il proprio mestiere senza badar troppo alle questioni di principio non è certo una novità.

Ma accanto al fatto, già paradossale, che il sistema autoritario di Yanukovich tanto criticato a Washington e Bruxelles, viene di fatto puntellato e rafforzato economicamente da Occidente, l’intera cornice politica interna è ancora più assurda: mentre l’ambasciatore americano a Kiev John Tefft si spende in azioni di lobbie tra conferenze e seminari per illustrare la bontà del fracking agli sprovveduti ucraini che hanno già iniziato ad alzare le prime barricate contro i progetti di trivellazione, dall’altra è nata la strana alleanza tra nazionalisti e comunisti contro Yanukovich.

Il presidente, che passa in Occidente per un amico del Cremlino mentre in realtà Vladimir Putin lo tollera a malapena, si è attirato allo stesso tempo le ire di Oleg Tiahnybok, il leader dell’estrema destra di Svoboda, entrata in pompa magna in parlamento lo scorso autunno, e di Petro Symonenko, lo storico capo del partito comunista, che lo accusano di fare il gioco dell’Occidente e di tradire gli interessi nazionali. Svoboda cerca di convogliare la protesta popolare mischiando slogan antiglobalisti e ambientalisti, i comunisti lo fanno sull’onda dell’antiamericanismo.

Il risultato è che per quel riguarda il fracking, Yanukovich è circondato e, altro paradosso, l’opposizione si schiera indirettamente sulla linea di Mosca che vorrebbe mantenere lo status quo e la dipendenza di Kiev dal gas russo. Le posizioni si ribaltano però quando dal gas di scisto si passa a quello tradizionale e al tema del sistema di trasporto ucraino, che Yanukovich avrebbe già promesso a Putin e invece Tiahnybok e Symonenko vorrebbero mantenere di proprietà ucraina.

La realtà è insomma che l’intera questione del gas in Ucraina e delle relazioni pericolose con la Russia e gli avvicinamenti all’Occidente è da misurare senza troppe farciture ideologiche, ma guardando alla sostanza. Al cui prodest, in senso meramente economico: Gazprom, Naftogaz, Chevron, Shell o il colosso multinazionale di turno; gli oligarchi russi o quelli ucraini, la Famiglia (al Cremlino o a Kiev). Sul fracking, poi, non è escluso che gli entusiasmi si spengano presto. Basta vedere ciò che è successo nella vicina Polonia, spacciata un paio di anni fa come l’Eldorado per il gas di scisto e da dove i primi falchi a stelle e strisce guidati da ExxonMobile se ne stanno già andando delusi. Fratturare in Europa non è come negli Usa. Costa molto di più e, almeno per ora, pare che non ne valga la pena.

Negli Usa è diventata in 10 anni l’arma segreta per arrivare all’indipendenza energetica. Sperimentata già negli Anni 40, la tecnica per l’estrazione di gas non convenzionale nota come fracking (hydraulic fracturing, ossia la fatturazione idraulica realizzata attraverso la pressione di un fluido per creare e propagare una frattura in uno strato roccioso) si è sviluppata Oltreoceano a partire dagli Anni 70 e, con Barack Obama alla Casa Bianca,  ha segnato il suo apice: i prezzi del gas sono crollati. Anche se accompagnati da una robusta coda di polemiche. Ora, però, la rivoluzione del fracking arriva in Europa e tocca anche al Vecchio Continente misurarsi con gli effetti taumaturgici dell’estrazione dell’oro azzurro e dei suoi danni collaterali.

Con il fracking vengono infatti pompati nel terreno acqua ed elementi chimici per recuperare gas o petrolio da scisti bituminosi. I pericoli, esagerati dagli ambientalisti o minimizzati dai colossi energetici, vanno dalla contaminazione di terreni e falde acquifere sino ai miniterremoti. La questione però  non riguarda tanto e solo gli aspetti economici ed ecologici: alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, i primi di febbraio, il tema è stato infatti discusso dal punto di vista geopolitico. Perché le conseguenze della rivoluzione made in Usa potrebbero farsi sentire negli equilibri mondiali e mettere in crisi chi sul gas ha costruito la propria potenza. La Russia in primis.

È  questa in soldoni la tesi di chi vede radicali cambiamenti alle porte: il gas estratto con il fracking negli Stati Uniti, i prezzi in ribasso pronti a contagiare gli altri mercati e la prospettiva di non dover dipendere dalle importazioni metterebbero in crisi il regno di Vladimir Putin, e se la nuova tecnica diffondesse in Europa potrebbe mandare in pensione il colosso energetico Gazprom. Ma nei guai finirebbero anche i produttori del Golfo che si ritroverebbero a ridefinire la loro posizione sulla scacchiera geoeconomica: un riposizionamento inevitabile non appena gli Usa dovessero potere fare a meno dell’energia in arrivo dal Medio Oriente.

Lo scenario, pieno di se e di ma, è sostenuto da un recente rapporto della Iea (International Energy agency), secondo cui – il condizionale è d’obbligo – Washington potrebbe diventare grazie al fracking il primo produttore di gas e petrolio nei prossimi cinque anni, fino a raggiungere l’indipendenza nell’arco di un quindicennio. Le previsioni sono però tutte da verificare e i dubbi legati alla rivoluzionaria tecnica sono molti. Soprattutto in quell’Europa, dove a livello teorico si potrebbe approfittare della novità. Al di là della propaganda che veleggia gonfiata dalle lobby, gli analisti indipendenti sono molto cauti e i miracoli del fracking vengono relativizzati.

Secondo un’indagine condotta dal tedesco Zew (Centro per la ricerca economica europea) e resa nota a fine gennaio, il fracking sarebbe vantaggioso in Europa dal punto di vista economico solo se i prezzi del gas fossero circa il doppio di quelli attuali: perché ai costi elevati di estrazione si aggiungono quelli ambientali, ancora non sufficientemente analizzati. Alle attuali quotazioni, il miracolo Usa non sarebbe ripetibile a casa nostra. Anche perché in Europa l’attenzione all’ambiente impone cautela, che si traduce in leggi e divieti. La Germania è uno dei Paesi dell’Unione che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.

All’inizio di febbraio il Bundesrat si è espresso per severi controlli e per l’imposizione di un divieto sino a che non siano chiarite le minacce per l’ambiente. Non sono solo gli integralisti verdi che si schierano contro le trivellazioni, ma anche la politica che vede la necessità di maggiori garanzie rispetto a quelle che sono richieste negli Stati Uniti. Il compito difficile è appunto quello di mediare tra il dovere della tutela ambientale e la spinta dell’industria del settore. Così, come la Germania, hanno fin’ora alzato paletti un po’ tutti i governi dell’Ue, soprattutto quelli occidentali, mentre nell’Est Europa la tecnica è visto come una possibilità anche per attrarre velocemente capitali dall’estero: i giganti dell’energia, da Exxon Mobile a Shell passando anche per l’Eni, nell’ultimo biennio si sono gettati tra Polonia, Romania e anche Ucraina, dove i giacimenti di gas di scisto sono i maggiori del continente.

Anche a Est, però, dopo le prime concessioni ottenute senza troppi problemi, sono iniziati i fastidi con le proteste della popolazione locale, preoccupata per le sorti del territorio. Sono dei primi di febbraio le manifestazioni a Strzeszewo, nei pressi di Danzica, contro Conoco-Philips e quelle già preannunciate in Ucraina contro le prime trivellazioni programmate da Chevron nella regione di Leopoli. La rivoluzione del fracking in Europa è appena iniziata, ma è ancora da vedere se e come proseguirà.

(Lettera43)

Dipendenti dagli approvvigionamenti di idrocarburi provenienti dalla Russia, i paesi dell’Europa Orientale si sono sentiti sotto scacco per parecchi anni dalla fine della Guerra fredda.

Paolo Sorbello / Eurasia

Con la scoperta di immensi giacimenti di gas non convenzionale estraibile tramite la frattura idraulica di scisti, alcuni paesi celebrano con euforia la fine della dipendenza energetica – e politica – da Mosca. Probabilmente tali festeggiamenti, dei quali beneficia anche il mercato finanziario dell’energia e il flusso di investimenti esteri, sono giustificati più da auspici che da certezze. L’Unione Europea ha scelto una politica attendista sulla regolamentazione dell’estrazione di gas non convenzionale, mentre le organizzazioni ambientaliste si battono per il divieto della pratica, c.d. fracking, anche sull’onda del successo del movimento anti-nucleare dopo l’incidente di Fukushima. Lo shale gas potrebbe cambiare le carte in tavola nel gioco geopolitico tra Bruxelles, Mosca e Washington, ma solo qualora le profezie annunciate si avverino.

L’eredità della Guerra fredda

La Guerra fredda sembra ormai lontana a coloro che oggi si affacciano agli studi di geopolitica, ma rappresenta e continuerà a rappresentare un importante strumento analitico per l’esame della politica energetica dei molti Stati che vi furono coinvolti. L’eredità sovietica dei condotti di gas naturale e petrolio e della “specializzazione economica” degli Stati membri dell’Unione e del Patto di Varsavia ha causato forti sbilanciamenti nella capacità di alcuni di essi di esercitare la loro indipendenza a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda la necessità di assicurare un adeguato approvvigionamento energetico ai propri cittadini.

Gasdotti e oleodotti della vecchia rete sovietica sono ancora in funzione e trasportano ingenti quantità di idrocarburi verso Ovest, dai campi siberiani e caucasici. Gas e petrolio russi – o trasportati via Russia – continuano ad essere la sola fonte di approvvigionamento degli ex-satelliti che oggi sono membri effettivi dell’Unione Europea. Quindi, molti Stati che si trovavano a Est della cortina di ferro sono ancora dipendenti dagli idrocarburi russi per circa l’80% della loro domanda. Tuttavia, il filo che lega questi paesi con Mosca e Bruxelles si allunga fino a Washington, dal momento in cui si è scoperto l’alto potenziale estrattivo proprio all’interno degli Stati dell’Europa orientale.

Shale gas negli USA

Da circa mezzo secolo, soprattutto negli Stati Uniti, le compagnie petrolifere hanno sviluppato un metodo per estrarre gas naturale dalla scissione di minerali sotterranei (c.d. “gas di scisto” o shale gas). La procedura attraverso la quale si “libera” il gas è chiamata “fracking” e consiste nel frantumare sedimenti rocciosi grazie al pompaggio ad alta pressione di acqua e agenti chimici nel sottosuolo. Il lungo corso di questa pratica in Nordamerica permette oggi agli esperti di energia, e ai lobbisti del settore come T. Boone Pickens di BP Capital Management, di assicurare la sua compatibilità con il rispetto dell’ambiente e delle falde acquifere, nonostante le controprove portate alla luce da movimenti ambientalisti e dalle commissioni nominate dal Dipartimento di Energia.

Già dal 2009, le potenzialità del mercato europeo per lo shale gas erano discusse negli Stati Uniti. Agli inizi del 2010 si parlava della possibilità di abbinare shale gas e “rinascimento nucleare” per favorire l’indipendenza energetica dell’Est Europa dalla Russia. Al clima post-ideologico di queste iniziative si aggiunge la forza del mercato. Infatti molte società statunitensi (Chevron, Exxon, Halliburton) guardano al bacino Est Europeo come a un importante destinazione per i loro investimenti. Conseguentemente preferiscono che la politica energetica di questi paesi, così tanto legata alla politica economica e alla legislazione sugli investimenti esteri degli Stati, sia più indipendente e diversificata e non debba essere soggetta alla volontà russa di “aprire o chiudere il rubinetto”, così come alcuni giornalisti hanno descritto le crisi russo-ucraine degli inverni del 2006 e 2009.

L’attività di pressione sul governo statunitense da parte di tali compagnie diventa un caso esemplare, perché testimonia l’urgenza e la necessità per gli Stati di intervenire nel proprio sottosuolo per far fronte alla esponenziale decrescita delle riserve convenzionali. L’Unione Europea ha da sempre visto con sospetto l’estrazione del gas non convenzionale (altro nome per lo shale gas), vista la mancanza di dati certi sul suo impatto ambientale, lasciando sinora  la discrezionalità agli Stati membri. Ciascuno di questi ha portato avanti scelte di politica energetica nazionale (o guidata dalle compagnie petrolifere nazionali) compatibili con il mix energetico interno e con lo status quo sul mercato.

Le peculiarità del caso analizzato

La Polonia, in questo contesto, presenta caratteristiche interessanti per comprendere fino a che punto l’interesse statunitense potrebbe essere soddisfatto. Recentemente il potenziale energetico polacco è stato affiancato a quello di Norvegia, Qatar e Turkmenistan in diverse occasioni dai giornalisti. L’eredità energetica sovietica ha nel tempo causato modifiche radicali al comportamento regionale della Polonia, come a quello di altri paesi dell’Europa Orientale. I crescenti – e inefficienti – consumi, affiancati dal rapido depauperamento dei giacimenti di idrocarburi esistenti hanno reso sempre più indispensabili gli approvvigionamenti provenienti dalla Russia, gli unici che sfruttano la ben ramificata rete di condotti dell’epoca sovietica (Druzhba, Yamal). Tutt’altro che rassicurato dalla immanenza di tali pipelines, il governo di Varsavia ritiene che la dipendenza da Mosca sia una minaccia silente alla sovranità nazionale. Non mantenere il pieno controllo delle forniture energetiche per i propri cittadini e lasciare gli accordi e il diritto di prima mossa al giocatore “a monte” del flusso di petrolio e gas limita l’indipendenza e l’autonomia decisionale dei paesi “a valle”, per i quali non esiste un’alternativa credibile.

L’alternativa potrebbe essere rappresentata dal gas di scisto, che modificherebbe completamente l’assetto energetico e geopolitico della regione. Nel caso in cui Polonia e altri Stati europei riuscissero a ottenere l’autosufficienza energetica (tanto auspicata quanto improbabile), Mosca, Bruxelles e Washington dovrebbero riconfigurare le proprie relazioni con questi paesi e cambiare il registro della dialettica politica che fino ad oggi avevano incentrato sulle questioni energetiche. L’atteggiamento combattivo (bullish) delle compagnie energetiche statunitensi sulle previsioni estrattive in Europa confermano la recente coincidenza tra politica estera del governo USA e le iniziative di investimento delle maggiori compagnie petrolifere. Queste ultime temono crescenti difficoltà nell’estrazione e produzione di petrolio, gas naturale e carbone dovute sia all’esaurimento di queste risorse convenzionali, sia alle politiche ambientaliste di molti governi, tra cui l’Unione Europea. Proprio per ridurre la dipendenza dal gas naturale importato (dal 66% per la Polonia, al 92% per la Bulgaria) di molti Stati membri, l’UE, imbarazzata dalle difficoltà che le politiche sulle rinnovabili hanno incontrato, non ha opposto alcuna resistenza o regolamentazione per lo sfruttamento del gas di scisto. Negli ultimi anni, anche grazie all’assenza di labirinti burocratici, le esplorazioni preliminari hanno dimostrato un alto potenziale sia di volumi, sia di fattibilità estrattiva in molti paesi europei.

In particolare, la Polonia riuscirebbe ad essere completamente indipendente per centinaia di anni se riuscisse ad estrarre l’intera quantità prevista, che ammonta a 5.295 miliardi di metri cubi (bcm) – le medie di consumo degli ultimi anni si sono invece attestate a 14 bcm all’anno.

Mix energetico e geopolitica

Il profilo energetico polacco, un tempo causa di forti preoccupazioni, conferisce oggi una sicurezza politica ed economica quasi euforica, data l’approvazione sia implicita che esplicita di UE e USA sullo sfruttamento dello shale gas. In Polonia, tre enormi bacini sono sotto esame da parte di importanti multinazionali energetiche (Chevron, Halliburton, Exxon). Un recente studio dell’AIE ne ha sottolineato l’alto potenziale, nonostante la profondità quasi proibitiva di alcuni giacimenti (soprattutto quello Baltico, che detiene i due terzi del totale previsto). Il corridoio orientale dello shale gas polacco permetterebbe di azzerare la domanda per gas naturale importato. Varsavia potrebbe dunque avvalersi del semestre alla presidenza al Consiglio dell’UE per far entrare l’estrazione di gas non convenzionale nella consuetudine europea, esercitando forti pressioni sulla comunità degli Stati membri. Grazie agli ultimi sviluppi sul nucleare, con l’abrogazione referendaria in Italia e il passo indietro della Germania, lo shale gas potrebbe essere pubblicizzato come sicuro e affidabile.

Tale è la dialettica utilizzata negli USA dai maggiori esperti di energia (tra cui Platts). Ad oggi, il mercato e i prodotti finanziari associati allo shale gas hanno giocato un ruolo più cogente rispetto ai governi e alle loro decisioni di politica energetica. In questo periodo di incertezza economica, i ministri sono troppo occupati a risolvere le problematiche quotidiane che concernono i propri cittadini, rispetto alle questioni di politica estera più ampie e di lungo periodo. Anche in Russia, dove sono stati localizzati tanti giacimenti (plays) di gas di scisto, Gazprom continua a dettare la politica energetica del Cremlino. Il potere concessogli da Putin dagli albori del nuovo millennio ha conferito a Gazprom un decisivo potere di influenza sulla politica estera russa. Per questo motivo, la strategia russa si è rivelata adatta a districarsi con rapidità durante questi mesi di concitate decisioni che hanno riguardato il suo principale mercato energetico. Mutatis mutandis, anche le altre compagnie nazionali europee riescono a modificare l’orientamento degli Stati che vi siedono quali azionisti di maggioranza.

Indubbiamente, nel dialogo con Bruxelles, le questioni riguardanti l’energia saranno poste all’ordine del giorno sia da parte di Washington che di Mosca. Tuttavia, le posizioni geopolitiche dei tre governi potrebbero risultare incompatibili sul gas di scisto. Uno scenario possibile, che determinerebbe una grave crisi in Europa, potrebbe vedere gli USA e i suoi giganti energetici fare pressione su Bruxelles e sui governi nazionali per ottenere una legislazione permissiva sull’estrazione dello shale gas; la Russia, nel frattempo, brandirebbe preoccupazioni per le conseguenze ambientali – in maniera strumentale, in modo da mantenere il rapporto di dipendenza con i paesi dell’Unione. L’UE potrebbe infatti decidere di implementare misure severe di controllo e concessione delle licenze di estrazione, rendendo l’avventura sotterranea ancora più rischiosa di quanto non lo sia già. Una tale scelta, verrebbe dalla “vecchia” Europa: Parigi, Londra, Roma e soprattutto Berlino preferirebbero il permanere dello status quo. Il gasdotto Nord Stream è stato recentemente allacciato a Greifswald in Germania e potrebbe essere attivo in Ottobre. La politica energetica sta quindi influenzando le preferenza tedesca verso una politica estera compiacente verso gli interessi russi. E l’Unione Europea continuerebbe a giocare la partita della dipendenza bidirezionale dalle forniture di petrolio e gas naturale da Mosca. Tale soluzione isolerebbe i paesi dell’Europa Orientale e non garantirebbe né l’indipendenza energetica, né la differenziazione delle importazioni di idrocarburi.

Conclusioni

L’UE potrebbe commettere un grave errore di tempismo politico continuando a concentrarsi sulla diatriba tra Nabucco e South Stream, invece di cercare soluzioni economicamente sostenibili che aiutino la diffusione delle energie rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica, specialmente tra i nuovi membri. La Polonia dovrebbe calmare l’euforia sulle prime esplorazioni e adottare una strategia coerente sulle concessioni di licenze di estrazione e produzione. Ignorare le pressioni ambientaliste per la verifica dell’impatto del fracking sulle falde acquifere potrebbe rivelarsi un errore miopico. Il Cremlino dovrebbe finalmente emanciparsi dal tiro alla fune geopolitico che fino ad oggi è convenuto solo alle casse di Gazprom. La corsa ai mercati europei per assicurarsi consumatori di lungo periodo del gas che sarà, forse, trasportato da South Stream non è ritenuta abbastanza logica dagli esperti del settore, preoccupati dell’effettiva esistenza di volumi di offerta sufficienti. Gli Stati Uniti potrebbero cogliere l’occasione per avvicinarsi all’Europa (e in prospettiva anche alla Russia) direttamente attraverso mezzi governativi, piuttosto che lasciare alle proprie multinazionali la capacità di forzare decisioni di politica estera ed energetica verso una determinata direzione. Sensata per il mercato nel breve periodo, questa potrebbe rivelarsi politicamente fallimentare già a medio termine.

(Eurasia)