Vai al contenuto

Ricorrenze, coincidenze e fallimenti nelle tinte dell’arcobaleno. Era il 22 novembre del 2003 quando in Georgia si inaugurava il fenomeno delle rivoluzioni colorate: versione ante litteram della Primavera araba nelle sconfinate lande dell’ex Unione Sovietica. Iniziò a furor di popolo: due settimane di protesta nelle piazze di Tbilisi contro il risultato delle urne da cui era uscito vincitore il partito di Eduard Shevardnaze, ex ministro degli Esteri nell’Urss decadente di Mikhail Gorbaciov e presidente georgiano fin dal 1992.
Era la rivoluzione delle rose e il mondo festeggiò in anticipo. Il capo dello Stato si dimise, lasciò il posto a Mikhail Saakashvili e prese un aereo per Mosca: ad accoglierlo c’era il presidente Vladimir Putin, il futuro incubo del giovane Misha. Nove anni e qualche rivoluzione dopo, a Mosca resta ancora Putin.

E i georgiani hanno mandato a casa il loro eroe al profumo di rose, che ha cambiato sì in parte faccia alla Georgia, ma si è dimenticato che la democrazia si conquista giorno dopo giorno e non è il frutto di un abile regime change pianificato a tavolino. Delle rose resta insomma assai poco. Un destino simile a quello dell’Ucraina e del Kirghizistan, altre province irrequiete dell’ex impero in cui la dinamica elettorale ha testimoniato l’inesorabile sbiadire di quell’arcobaleno di speranze. Un anno dopo quella prima rivolta, nel novembre quando, nel 2004, in Ucraina se ne preparava un’altra, passata alla storia come rivoluzione arancione. A Kiev le urne decretarono la vittoria di Victor Yanukovich che, accusato di brogli, avvelenamenti e altre nefandezze, dovette accettare di tornare al voto. La nuova consultazione sancì la sua sconfitta di fronte alla coppia di eroi Victor Yushchenko e Yulia Timoshenko, arrivati lì dopo essere già stati alla corte del presidente uscente Leonid Kuchma, cooptati in posizioni governative. Peccato che dopo pochi mesi di coabitazione gli alleati Yushchenko e Timoshenko presero ognuno strade diverse, mandando a mollo le ambizioni di dimostrarsi diversi dai loro predecessori. Clamorose nel 2008 le differenze sulla guerra in Georgia, con Victor schierato accanto a Saakashvili e Yulia con l’occhio strizzato a Mosca.

Le elezioni presidenziali del 2010, in cui l’imbroglione di una volta, Yanukovich, si è preso la grande rivincita, e quelle presidenziali del 28 ottobre scorso in cui il partito del capo dello Stato ha confermato la maggioranza relativa in parlamento, hanno definitivamente seppellito lo spirito e le illusioni arancioni.
Un anno più tardi ancora, nel 2005, toccò al Kirghizistan e alla sua rivoluzione dei tulipani portare un po’ di freschezza apparente nello stantio giardino ex sovietico: a Bishkek il presidente Askar Akayev, che voleva fare del suo Paese la Svizzera dell’Asia centrale, dovette fuggire da palazzo avvolto in un tappeto, dice la leggenda, per scappare sempre a Mosca e riprendere la sua attività di accademico delle scienze.Al posto del fisico Akayev in Kirghizistan arrivò il suo ex compagno di viaggio Kurmanbek Bakiyev, con la promessa già sentita di portare finalmente la democrazia tra le montagne del Pamir.Bakiyev ha resistito cinque anni prima di essere a sua volta costretto all’esilio da una rivolta di popolo, seppure senza nome floreale.

Oggi il Kirghizistan è ancora alla ricerca di una sua identità, tra una nuova Costituzione che ne ha fatto la prima repubblica parlamentare dell’Asia centrale sul modello di quelle occidentali e le tendenze autocratiche orientaleggianti. Sulla testa del presidente Almazbek Atambayev e del premier Zhantoro Satybaldiyev, eletto a settembre 2012 dopo l’ennesima crisi di governo, pende sempre l’incertezza di una cronica instabilità abituata a sfociare periodicamente nel sangue. La speranza che i movimenti colorati non fossero solo fuochi di paglia naufragò vistosamente per prima proprio in Ucraina nel corso del 2005. A Kiev adesso nessuno si fa più illusioni. Lo scorso ottobre anche Mikhail Saakashvili ha lasciato strada a Bidzina Ivanishvili, che ha promesso di correggere gli errori del passato. Ora i georgiani aspettano che l’oligarca a capo del governo lo faccia veramente.

Le tre rivoluzioni colorate, alla fine dei conti, sono andate a rotoli - pur nelle loro differenze - proprio perché in realtà di rivoluzioni in senso stretto non si è trattato: a Tbilisi, Kiev e Bishkek non si è cambiato radicalmente un sistema politico-economico, ma a uno di un colore ne è succeduto uno analogo di un altro.
Ecco perché gli elettori georgiani, ucraini o kirghisi dopo aver osannato Saahkashvili o la Tymoshenko, hanno poi preferito i loro avversari. In fondo è così che funziona la democrazia, che quando viene artificialmente accelerata rischia di produrre più danni di quanti non ne faccia a velocità controllata. Almeno nello spazio post-sovietico.

(Lettera 43)

Kirghizistan, i perchè di una rivolta. L'opinione degli esperti. Riprendiamo dal sito di Eurasia un panel - in cui siamo stati direttamente coinvolti - sulle cause e gli sviluppi dei sanguinosi scontri nella repubblica centroasiatica che hanno portato all'allontanamento del presidente Bakiyev e alla formazione di un nuovo governo. ...continua a leggere "TULIPANI APPASSITI"

Tutto già visto. Cinque anni fa. Qualche migliaio di persone bastano a scatenare una rivoluzione. Morte e sangue nella capitale, saccheggi, kalashnikov e bastoni. Pistolettate e mazzate. Devastazioni che puzzano di vodka, altro che tulipani. Poco importa che il Kirghizistan sia un paese a stragrande maggioranza mussulmano. ...continua a leggere "KALASHNIKOV E TULIPANI"

Morti e feriti a Bishkek. Cinque anni dopo la rivoluzione dei tulipani (manco a dirlo, un fallimento) il Kirghizistan ritorna sotto i riflettori della comunità internazionale per le sollevazioni di massa contro il presidente Kurmanbek Bakiyev e il governo del premier Daniyar Usenov. Sangue e saccheggi nella capitale e in altre città della piccola repubblica centroasiatica, percorsa da fermenti che hanno origine nella disastrosa situazione economica del Paese e nell'incapacità dell'èlite al potere di fare fronte alla crisi permanente. Di seguito ...continua a leggere "IL KIRGHIZISTAN TRA RIVOLUZIONE E GRANDE GIOCO"