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Nella giornata che celebra i 30 anni della riunificazione tedesca, riproponiamo sulla pagina Facebook di East Side Report (ESR) una selezione di articoli che, in un modo o nell'altro, aiutano a ricostruire il complesso dibattito attorno a questo evento e alle sue conseguenze. Diverse analisi interpretative, alcuni reportage, storie note e meno note che talvolta risentono (e hanno il sapore) del momento in cui furono scritte. Buone letture.

Questioni di confine. Nella Germania riunificata non è solo la vecchia frontiera interna a Berlino ad aver suscitato polemiche, con le manifestazioni contro la distruzione di uno degli ultimi resti del Muro all'altezza dell'East Side Gallery. Ora a dividere fronti contrapposti è anche il limes che per 41 anni ha separato la Germania Ovest dalla Germania Est: una striscia lunga 1400 chilometri e larga fino a 5 chilometri, dal golfo di Lubecca sul Baltico al confine fra Baviera, Sassonia e Boemia, creata nel 1949 dopo la nascita dei due Stati tedeschi e scomparsa dalle mappe politiche solo nel 1990 con la caduta della Ddr.

Oggetto della contesa è il progetto di tutela ambientale denominato Grünes Band (Nastro verde), varato all'indomani della caduta del Muro di Berlino dall'Unione tedesca per la difesa dell'ambiente, il Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland, e il Land della Turingia, che prevedeva di realizzare una lunga striscia di riserva naturale laddove per quattro decenni filo spinato, torrette militari e strade pattugliate dai soldati di confine sorvegliavano la frontiera fra i due Stati tedeschi. Un piano che è parte di un'iniziativa ancora più ambiziosa, l'European Green Belt, varata nel 2004 sotto il cappello del World Conservation Union, e che dovrebbe trasformare in una strada verde verticale lunga 8500 chilometri la vecchia cortina di ferro che negli anni della Guerra fredda tagliava in due l'intera Europa, dal Mar Artico al Mar Nero, attraversando 24 Stati europei.

Il Grünes Band è il tratto mitteleuropeo del progetto e, secondo i piani stabiliti, la sua realizzazione dovrebbe ora entrare nella fase 2. Senonché, negli oltre 20 anni trascorsi dalla caduta del confine, la striscia rimasta indenne dall'assalto del cemento è diventata non solo il nuovo habitat di animali un tempo scomparsi dalla faccia del continente ma anche un fruttuoso terreno per il ritorno delle coltivazioni. «Gli agricoltori delle regioni un tempo confinanti si sono riappropriati dei terreni», ha scritto la Welt, «sfruttando questa terra rossa particolare, capace di immagazzinare a lungo l'acqua piovana. Sono tornati a lavorare quei campi che già i loro antenati coltivavano in passato e ora vedono il progetto ecologista come un vero e proprio esproprio».

Il ritorno a una normalità agricola è diventato oggetto di un aspro dibattito. A Eichsfeld, centro agricolo cattolico al confine settentrionale fra la Turingia e l'Assia, ambientalisti e agricoltori si contendono campi, superfici e prati: i primi spingono per realizzare le loro nicchie ecologiche, i secondi vogliono difendere i terreni ereditati. I responsabili delle organizzazioni contrapposte parlano linguaggi differenti: «Achim Hübner, direttore dell'associazione degli agricoltori di Gottinga, in Assia, utilizza termini bellici per la diatriba, chiamandola una battaglia per gli ettari», ha proseguito il quotidiano tedesco, «Holger Keil, responsabile della fondazione naturalistica Heinz Sielmann di Duderstadt accusa la controparte di un gigantesco conflitto d'interesse. I contadini temono di veder andare in fumo l'opportunità di una rinascita agricola che rappresenta il motore economico dell'intera regione».

I politici locali si ritrovano nel mezzo dello scontro. Nei primi anni della riunificazione, tutti i partiti hanno appoggiato il progetto del Nastro verde, supportando il genio visionario di Heinz Sielmann, un produttore di documentari naturalistici che lanciò per primo l'idea di trasformare in un idillio ambientalista quella che per 40 anni era stata una ferita inferta alla natura: il modo più originale di realizzare un memoriale alle assurdità della storia. Nel frattempo però, assieme alla fauna attratta dalla tranquillità della riserva, sono arrivati anche gli alberi da frutta: prugne, albicocche, ciliege, mele. I rigidi regolamenti che avrebbero dovuto preservare l'area dall'intromissione dell'uomo sono stati disattesi per l'incertezza delle norme di applicazione. Il problema è anche che a contrapporsi non sono ambientalisti e costruttori, ma due mondi che hanno una diversa idea di utilizzare la natura.

A Eichsfeld più di 40 sigle di associazioni agricole si sono unite per protestare contro l'organizzazione attuale del progetto di tutela naturalistica e la cittadina di Duderstadt è stata invasa per due settimane dalle dimostrazioni di circa 300 agricoltori. Sul fronte opposto, 250 ambientalisti hanno organizzato una marcia di trekking fra le due città con un concerto finale a sostegno del Grünes Band. È uno scontro che ha sconvolto la tradizionale tranquillità di queste regioni agricole e che dovrà trovare in qualche modo una soluzione: «Stefan Wenzel, ministro verde per l'Ambiente del Land confinante della Bassa Sassonia, sa che senza l'appoggio dei contadini il Nastro verde è destinato a fallire», ha concluso la Welt, « il progetto naturalista verrà portato avanti ma solo dopo aver concordato con gli agricoltori i giusti compromessi».

Finora la biografia politica di Angela Merkel negli anni della Ddr era stata raccontata come un capitolo poco affascinante: nessuna partecipazione attiva, un attento equilibrismo fra le organizzazioni giovanili del regime cui era obbligatorio aderire per non perdere le opportunità di studio, distanza anche dai movimenti di opposizione che prepararono il terreno per la Wende, la svolta. Narrano le cronache che la notte in cui cadde il Muro la futura cancelliera della Germania riunificata non rinunciò alla tradizionale serata in sauna e celebrò più tardi l'evento, senza troppa passione, bevendo una birra in una kneipe di Berlino est con una sua amica.

Solo dopo i rivolgimenti politici optò per la sua personale discesa in campo, prima nel piccolo raggruppamento moderato Partenza democratica (Demokratischer Aufbruch), poi nella più grande Cdu, che scalò a passo di carica negli anni Novanta sfruttando il declino del suo mentore Helmut Kohl, defenestrandolo quando fu invischiato nello scandalo dei fondi neri al partito.

Ora una nuova biografia di Angela Merkel, l'ennesima pubblicata in questo anno elettorale, promette di cambiare le carte in tavola e di capovolgere i tasselli della memoria. Lo hanno scritto due giornalisti politici dei principali quotidiani conservatori del Paese, Ralf Georg Reuth della Bild e Günter Lachmann della Welt (scuderia Springer), uscirà in libreria martedì 14 maggio per la Piper Verlag di Francoforte e già dal titolo si presenta come un romanzo del mistero: «La prima vita di Angela M.».

I due autori, immersi per anni in lunghe ricerche sul periodo giovanile trascorso da Merkel nella Germania comunista, sostengono di aver trovato prove sicure che l'allora studentessa di fisica sia stata molto più vicina al regime di Erich Honecker di quanto è stato raccontato finora. In particolare, negli anni del suo lavoro all'Accademia degli scienziati della Ddr, Angela Merkel fu una funzionaria e ricoprì dal 1981 il ruolo di segretaria della Fdj, l'organizzazione giovanile del partito, responsabile per l'agitazione e la propaganda. Circostanza che la cancelliera aveva sempre smentito. Inoltre era presente nella direzione del consiglio di fabbrica, ma di questa sua esperienza sindacale esistevano già delle fotografie.

Reuth e Lachmann sono convinti di aver trovato le prove documentali finora mancanti per riscrivere la biografia giovanile della cancelliera, che sarebbe stata dunque molto più politica di quel che si riteneva. Prove che invano hanno ricercato politologi di prestigio, come ad esempio Gert Lanngut, forse il conoscitore più esperto di storia della Cdu, che aveva finora sempre ridimensionato le voci ricorrenti di un impegno politico della cancelliera negli anni vissuti nella Ddr. «Angela Merkel non è piombata in politica come un'outsider nel dicembre del 1989, come ha sempre sostenuto», hanno dichiarato i due giornalisti, che già pregustano il clamore che il loro libro è destinato a suscitare e che verrà anticipato con ampi stralci nella edizione di lunedì 13 maggio sullo Stern: «Anzi, fu già attiva molto prima della svolta nel movimento Partenza democratica e, a quei tempi, non era affatto favorevole alla riunificazione della Germania ma sosteneva la riforma nel socialismo democratico di una autonoma Ddr». Una posizione allora condivisa anche da molti intellettuali critici ma non ostili al regime, come la scrittrice Christa Wolf.

Gli autori hanno rivelato di aver potuto ricostruire il passato della cancelliera attraverso documenti inaccessibili, in gran parte di proprietà privata, e con decine di interviste a testimoni di quel tempo che finora avevano taciuto. Il sospetto che ora avanzano nel nuovo libro è che la cancelliera abbia successivamente «armonizzato i passaggi della sua precedente esperienza nella Ddr con i requisiti di una militanza cristiano-democratica». Una sorta di abbellimento del passato che spiegherebbe in qualche modo la sua ritrosia ad addentrarsi pubblicamente nei ricordi di quegli anni. E, secondo i critici conservatori della donna più potente del mondo, spiegherebbe anche la linea politica socialdemocratica imposta al partito, così lontana dalla tradizione dei suoi padri nobili, Konrad Adenauer ed Helmut Kohl.

La rapida ascesa di Angela Merkel sulla scena politica della Germania riunificata è stata resa possibile dalle straordinarie condizioni determinate dal rivolgimento politico di quei mesi, è la tesi del libro, e in particolare dal supporto ottenuto da due personaggi chiave: Wolfgang Schnur, capo del movimento riformista Partenza democratica e Lothar de Maizière, leader della Cdu orientale e ultimo capo di governo della Ddr prima della riunificazione (nonché zio dell'attuale ministro della Difesa Thomas de Mazière, uomo forte della Cdu merkeliana): «Curioso che entrambi i leader citati si siano poi rivelati informatori non ufficiali della Stasi». La fase di transizione che portò alla riunificazione resta, a distanza di oltre vent'anni, un capitolo ancora da indagare in in molti meandri: il caos del momento, le necessità della Germania ovest di operare con partiti alternativi alla Sed che tuttavia erano stati abbondantemente infiltrati negli anni della dittatura, le smanie di riciclaggio dell'apparato comunista sconfitto, tutto concorse a un processo disordinato che potrebbe rivelare ancora sorprese.

Quanto all'accusa di aver voluto tirare un colpo basso elettorale pubblicando il libro proprio a pochi mesi dalle elezioni del 22 settembre, i due giornalisti si sono scherniti: «Il libro esce in questo momento semplicemente perché ora lo abbiamo finito. Abbiamo anche cercato di parlare con la cancelliera, per confrontare con lei le nostre scoperte, ma il suo portavoce ci ha riferito che non aveva tempo per rispondere alle nostre domande».

(Pubblicato su Lettera43)

L'immagine dell'Italia politica in Germania è stata per lunghi decenni incarnata da Giulio Andreotti. Inevitabile dunque che la notizia della morte del sette volte presidente del Consiglio abbia occupato uno spazio di riguardo sulla maggior parte dei quotidiani tedeschi del 7 maggio. Lunghe ricostruzioni storiche, ampie biografie, un po' di aneddoti sulla vita di un uomo che, nonostante un carattere schivo e riservato (o proprio per questo) aveva fatto parlare di sé fino a poco più di un ventennio fa.

Non è comparsa invece alcuna ricostruzione su un passaggio in cui l'esperienza politica di Andreotti, nel 1989 premier per la penultima volta, si è intrecciata con l'evento più importante della storia tedesca del dopoguerra: la riunificazione. Curiosamente nessun ricordo e nessun commento su una frase, pronunciata nel 1984, che pure è rimasta scolpita come un colpo di spada nella memoria collettiva dei tedeschi: «Amo così tanto la Germania che vorrei due». Venne riesumata nei mesi convulsi in cui, caduti il Muro di Berlino e il regime di Erich Honecker, Helmut Kohl e Hans-Dietrich Genscher correvano contro il tempo ma con il vento della storia in poppa per assicurare tutte le toppe diplomatiche al sogno di generazioni della Germania post-bellica.

Fu una fase in cui, ottenuto il via libera da Washington e assicuratasi la collaborazione interessata dell'Unione Sovietica (riunificazione in cambio di generosi finanziamenti al sistema traballante di Michail Gorbaciov) restava soltanto da tranquillizzare i riottosi partner europei. In realtà era una partita dall'esito scontato, tanto forte era la corrente dei cambiamenti epocali. Margaret Thatcher batteva inutilmente i pugni sul tavolo, François Mitterrand provava a strappare in cambio un'alleanza di ferro in chiave europea (scaturirà da qui l'accelerazione sull'Unione e la nascita dell'euro), l'Italia poteva opporsi con ancora meno strumenti. Ma quella frase di Andreotti riesumata gelò Helmut Kohl, che pensava di contare sull'appoggio del partito europeo alleato di più lungo corso: la Democrazia cristiana.

I corrispondenti italiani più anziani, allora acquartierati nella piccola capitale politica di Bonn, ricordano ancor oggi il gelo con cui i dirigenti tedeschi interpretarono quell'episodio, nonostante la posizione italiana, rappresentata proprio da Andreotti come capo del governo e Gianni De Michelis come ministro degli Esteri, fosse la più favorevole alla riunificazione tra quella dei Paesi che contavano in Europa.

Nulla di tutto questo è invece apparso nelle ricostruzioni dei quotidiani tedeschi e resta da capire se si tratta di un nervo rimasto scoperto a distanza di oltre vent'anni o se le nuove generazioni di cronisti abbiano tutte la memoria corta. Sono prevalse invece biografie generali sulla vita politica di Andreotti, prive in verità di grande originalità. «Un tattico scaltro e un uomo di potere», ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «il politico più importante della Democrazia cristiana, la cui figura ha diviso l'Italia. Per i suoi avversari è stato uno dei politici più corrotti del Paese, per i sostenitori l'uomo che ha salvato lo Stato dalla presa del potere dei comunisti. Gli amici lo descrivevano come un politico colto e riservato, diligente e discreto. La sua immagine ha oscillato fra quella del divo Giulio e di Belzebù».

Sulla falsariga anche le biografie della Süddeutsche Zeitung e della Welt, con il racconto della sua lunga e controversa carriera di uomo di governo e dei misteri d'Italia, dalla vicenda Pecorelli al caso Moro fino ai rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli, e la storia delle accuse di rapporti con la mafia siciliana sfociata nel processo a Palermo dopo la caduta della prima Repubblica e la fine del suo potere.

Oltre alla dimenticanza della vicenda legata alla riunificazione, è mancata nella stampa tedesca un'adeguata ricostruzione dei rapporti fra Germania e Italia che possono leggersi anche attraverso lo stretto legame fra i due partiti democristiani (Cdu e Dc) che hanno costituito i pilastri della rinascita democratica dopo il nazifascismo e la seconda guerra mondiale: a dispetto dei 51 governi della prima Repubblica italiana e dei 16 della Bunderepublik nello stesso arco temporale, la storia democristiana tedesca dei 40 anni successivi alla guerra deve essere raccontata attraverso i nomi di Konrad Adenauer, Ludwig Ehrard, Kurt Georg Kiesinger ed Helmut Kohl. Per quella italiana potrebbe anche bastare il solo nome di Giulio Andreotti.

L'unico sforzo di originalità lo ha compiuto l'Handelsblatt che ha inquadrato la morte di Andreotti negli sviluppi politici italiani attuali: «Il sistema della prima Repubblica basato sui compromessi politici sembrava essere stato definitivamente superato dopo lo scandalo di Mani Pulite lasciando spazio a una contrapposizione bipolare fra destra e sinistra», ha osservato il quotidiano economico, «ma la cosiddetta seconda Repubblica non ha funzionato e il governo Monti prima, quello Letta oggi si sono basati sull'unione delle componenti più moderate e sull'esclusione di quelle più estreme. Così, proprio nel momento della sua morte, il sistema andreottiano sembra tornare in vita. La speranza è che il nuovo premier Letta abbia trovato almeno un compromesso reale e durevole, perchè un completo ritorno del modello Andreotti sarebbe devastante per l'Italia».

 

A 22 anni dalla riunificazione tedesca, il processo di integrazione fra le due metà della Germania mostra ancora limiti economici che si riflettono sul piano sociale e demografico. I passi in avanti sono stati tanti, molti di più di quelli che la popolazione stessa riesce a percepire, ma gli squilibri tuttora presenti rischiano di gravare sulle regioni orientali anche per la prossima generazione.

Uno studio recente, presentato dal Bundeninstitut für Bevölkerforschung (Bib), l'agenzia federale che da Wiesbaden monitora i flussi migratori interni al Paese, ha fotografato le dinamiche della popolazione tedesca negli ultimi anni, confrontando i dati con quelli del 1990, l'anno della riunificazione. I risultati, riportati dalla Welt, hanno confermato «la tendenza di fondo all'emigrazione dalle aree rurali degli ex Länder della Ddr, ribadendo il pericolo di uno spopolamento di regioni già svantaggiate dal punto di vista economico e industriale». Il problema è aggravato dal fatto (anche questa una conferma) che a fare le valigie siano principalmente donne giovani alla ricerca di migliori opportunità di vita e di lavoro altrove. Il fenomeno era già stato osservato da molti studiosi: le donne della Germania est risultano mediamente dotate di una maggiore preparazione scolastica e di un più spiccato spirito d'iniziativa rispetto agli uomini, probabilmente a causa del ruolo attivo che era già loro assegnato nella società socialista.

«Sono loro a lasciare più frequentemente le regioni deboli e periferiche della Germania orientale», ha riportato la Welt, « mentre gli uomini tendono a rimanere, anche se non hanno lavoro, affidandosi ai servizi e all'assistenza sociale per tirare a campare. I dati in dettaglio hanno mostrato che mediamente, nei distretti orientali, per 100 uomini in età compresa fra i 18 e i 24 anni si trovano solamente 85 donne coetanee. E se questa è la media, in alcune provincie il numero delle giovani donne scende fino a 75. Nel 1990 il rapporto era di 100 a 95». Per gli esperti demografi, il saldo negativo di oggi rischia di riflettersi anche sulla prossima generazione, vanificando ogni tipo di intervento a sostegno dell'economia di queste aree: «Assieme alle giovani donne, emigra anche la futura generazione di mamme con un ulteriore prevedibile calo delle nascite».

Lo spopolamento delle campagne e delle piccole città ad est è stata nell'ultimo ventennio l'altra faccia della riunificazione tedesca, una lenta e inesorabile emigrazione silenziosa che ha privato queste regioni delle fasce di popolazione più competenti, giovani e intraprendenti, accentuando i problemi di immobilismo e stagnazione economica. Nelle zone interne della Sassonia, del Meclemburgo-Pomerania anteriore, del Brandeburgo e della Sassonia-Anhalt, l'invecchiamento degli abitanti di interi villaggi ha prodotto nel cuore dell'Europa più produttiva un fenomeno simile a quello delle regioni più povere dell'Europa meridionale.

Ma rispetto ai primi anni della transizione, un secondo dato mostra segnali di cambiamento. «Rispetto al passato, non sono più i Länder tedeschi occidentali ad avvantaggiarsi di questo flusso», ha scritto ancora il quotidiano, «ma le grandi e medie città dell'est come Dresda, Lipsia, Potsdam e Greifswald». Da qui non solo l'emigrazione si è interrotta, ma si assiste a due tipi di movimenti inversi: il rientro dei cittadini che subito dopo la riunificazione si erano spostati ad ovest e l'afflusso della nuova emigrazione dalle zone rurali orientali. Cittadini tedeschi ormai convinti di poter trovare nelle città dell'est le opportunità di lavoro prima cercate a occidente o quelle che mancano nelle campagne.

«Nei vecchi Länder il rapporto fra uomini e donne giovani risulta oggi di 100 a 93», ha concluso la Welt, «e dunque resta sostanzialmente invariato rispetto al 1990». I saldi positivi si ritrovano invece tutti nei centri urbani dell'est dove, secondo Susanne Stedtfeld, ricercatrice dell'istituto di Wiesbaden, «le giovani tedesche orientali provenienti dalle campagne riescono a trovare condizioni migliori di istruzione, lavoro e qualità della vita rispetto agli uomini». Spicca su tutti il dato della città di Greifswald, un centro di 55 mila abitanti sulla costa del Mar Baltico a pochi chilometri dal confine con la Polonia, noto per aver dato nel 1774 i natali al pittore romantico Caspar David Friedrich e oggi sede di una grande e vivace università: «Qui si registra un rapporto fra i sessi addirittura capovolto rispetto alla media nazionale: per ogni 100 uomini si contano 123 donne».