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Il gigantismo religioso dei polacchi sembra non conoscere confini. L'ultimo record è stato frantumato nel fine settimana del 13 e 14 aprile, con l'inaugurazione della statua di un pontefice più alta del mondo. Superfluo chiedersi di quale papa si tratti: l'immagine di un ancora giovanile Karol Wojtyla, con il volto sorridente e le braccia allargate ad ampliare ancor più il volume della statua, saluta ora gli oltre 3 milioni di fedeli che ogni anno giungono a Czestochowa, uno dei luoghi di pellegrinaggio più conosciuti d'Europa e il più visitato di tutti in Polonia.

La statua, di gesso bianco, è inserita nel parco di Zlota Gora (Montagna sacra), una sorta di Europa in miniatura del cattolicesimo, dove sono riprodotte in scala ridotta le chiese più famose degli itinerari sacri del continente, come le basiliche di Lourdes in Francia, di Fatima in Portogallo e di Altötting in Germania. Il parco è frutto del genio commerciale di Leszek Lyson, che nel 2011 decise di sfruttare al massimo il circuito del turismo religioso attirato a Czestochowa dall'icona della Madonna nera custodita nel santuario, alla quale da buon polacco era devoto anche Karol Wojtyla.

Lo stesso Lyson è anche l'ideatore della statua gigante, a suo dire un obbligo per saldare un vecchio voto fatto a Giovanni Paolo II dopo il salvataggio di suo figlio nel 2009 da un anngamento: «Mio figlio cadde in acqua dalla barca», ha raccontato ai media polacchi, «e Giovanni Paolo II vegliò tutto il tempo su di noi». Così, se nel parco di Zlota Gora tutto è più piccolo rispetto agli originali, la statua del pontefice polacco è l'unica cosa più grande. Molto più grande: è alta 14 metri e pesa in tutto 10 tonnellate, compresa la croce d'oro che pende dal collo. Le non frequenti volte che il sole riflette i suoi raggi in questo angolo verde della Polonia meridionale, la statua appare all'orizzonte già a molti chilometri di distanza come una visione suggestiva o imbarazzante, a seconda dei punti di vista. Lyson è certo di aver superato quella che finora era considerata la statua più alta del mondo: una scultura dello stesso Wojtyla che si trova in Cile. E ora attende la certificazione ufficiale da parte del Guinnes dei primati.

Il monumento non poteva passare inosservato ai cittadini della stessa Czestochowa, un centro di 250 mila abitanti, e le fasi della costruzione sono state segnate da polemiche più o meno furiose che hanno appassionato l'intera comunità. Poco o nulla hanno potuto fare gli architetti polacchi, riuniti nell'associazione di categoria, i quali avevano criticato la localizzazione e le dimensioni della statua. A loro il portavoce del sindaco ha ribattuto che l'amministrazione non aveva avuto la possibilità di intervenire nel merito del progetto artistico e che era abbastanza normale che la realizzazione non potesse incontrare il gusto di tutti. Quel che più aveva interessato il sindaco era stata la prospettiva di nuovi posti di lavoro nel turismo auspicabile con la nuova attrazione.

Più fortunati sono stati i semplici cittadini, che avevano costituito su Facebook un gruppo di pressione per protestare contro il fatto che, nella posizione originale, Giovanni Paolo II avrebbe dato le spalle alla città. I proprietari del parco avevano spiegato che quella posizione era stata decisa tenendo conto della prevalenza dei venti nella regione, ma le spalle del pontefice devono essere state valutate alla fine un affronto troppo grande, così oggi città e papa si guardano dritti negli occhi.

Czestochowa non è l'unica località dove la megalomania religiosa polacca ha trovato fondamenta propizie. Nell'ovest del paese, 50 chilometri prima del confine con la Germania, la cittadina di Swiebodzin ha acquistato una certa notorietà grazie alla cocciuta bizzarria di un parroco ottantenne, Sylwester Zawadzky, artefice dell'innalzamento della statua del Cristo Re, una figura molto simile al più famoso Redentore che sorveglia la baia di Rio dalle alture del Pan di Zucchero. La statua che getta la sua ombra sull'oscura cittadina polacca è ovviamente più alta di quella di Rio: oltre 52 metri, di cui 16 di solo basamento, per un peso totale di 440 tonnellate. Il vero miracolo di questa costruzione, alla quale l'amministrazione cittadina ha tentato inutilmente di opporsi, è quello statico: data la preparazione amatoriale dell'impresa archittettonica, i polacchi stessi si chiedono come faccia ancora a mantenersi in piedi.

Michail e Dimitri gestiscono da soli la chiesa ortodossa di Proti, nell'arcipelago delle isole dei Principi, in Turchia. A Pasqua e Natale  indossano gli abiti sacerdotali, leggono le sacre scritture, inscenano i rituali, aspergono l’incenso. Una chiesa in autogestione, con il tacito assenso del patriarcato di Istanbul.

Giuseppe Mancini / Istanbul, Avrupa

Sono rimasti in due. A Proti (conosciuta in turco col nome di Kınalıada), isola dello stesso arcipelago di Büyükada, prima del pogrom anti-greco del 6-7 settembre 1955 e delle espulsioni del 1964, c’erano 65 famiglie rum, 50 famiglie armene, 40 famiglie turche. Oggi a viverci durante tutto l’anno sono rimasti Michail e Dimitri, oltre a 3 armeni: gli altri tremila abitanti sono tutti musulmani.

Michail li chiama ancora ottomani e con loro ha un ottimo rapporto. Si sente la memoria storica dell’isola: ha messo ordine e portato pulizia nel cimitero quasi del tutto abbandonato (si è occupato anche degli ultimi interramenti), ha restaurato la chiesa ortodossa di Panayia e ne assicura la pulizia e la manutenzione; e insieme a Dimitrios anche il funzionamento: nel senso che, oltre a essere la congregazione, a Natale e Pasqua sono loro due che indossano gli abiti sacerdotali, leggono le sacre scritture, inscenano i rituali, aspergono l’incenso. Una chiesa in autogestione, con il tacito assenso del patriarcato di Istanbul.

Panayia è anche una chiesa condivisa: non come Ayios Yeorgios a Büyükada, ma perché ne hanno ottenuto l’uso anche gli aramaici e gli armeni che vengono a Proti in estate, un turno liturgico a testa. Ma Michailis non è affatto contento: ha paura che i nuovi arrivati – originari non dell’isola, ma provenienti da Polis (Costantinopoli) o dall’Anatolia – gliela portino via e cancellino le sue tracce – se non adesso, dopo la sua morte. Una chiesa di metà ottocento in cui Michailis ci dice di aver servito per 77 anni (ne ha pochi di più), con annessa scuola elementare in disuso ormai da qualche decennio: e soprattutto dotata di Ayazma, l’immancabile sorgente d’acqua sacra e miracolosa.

La vedrò la prossima volta, insieme al monastero di Hristos in cima alla collina: luogo d’esilio dell’imperatore Romanos IV Diogenes dopo la sconfitta di Manzikert nel 1071 e l’acceccamento da parte dei suoi oppositori, oggi affidato a una coppia di aramaici. Michail ci mostra foto e libri d’epoca, ci confida di aver donato del materiale al museo delle isole di Büyükada: gli brillano gli occhi, ci invita a tornare. Vuol continuare a mostrarci la sua isola e il suo mondo sospeso tra presente e passato, sul punto di scomparire.

(Pubblicato su Istanbul, Avrupa)