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Il dibattito allo stadio olimpico di Kiev ha chiuso la campagna elettorale, la più sporca dal 2004, dimostrando non tanto quanti progressi abbia fatto la democrazia ucraina, quanto il suo degrado. Del sistema e dei suoi protagonisti.

Da una parte Petro Poroshenko, l’oligarca del cioccolato, diventato presidente nel maggio del 2014 dopo la rivoluzione di Euromaidan e il cambio di regime a Kiev avallato da Europa e Stati Uniti. Arrivato alla Bankova dopo un ventennio in cui ha cavalcato un po’ tutti i cavalli, a seconda di come tirava il vento, compagno di merende degli industriali del Donbass e di Yulia Tymoshenko, filorusso ed europeista, un po’ carnivoro e un po’ vegano. Classico robber baron assetato di potere che ha avuto per cinque anni, giunto ora al capolinea. ...continua a leggere "L’OLIGARCA, IL COMICO E IL DEGRADO UCRAINO"

L’Ucraina è un paese spaccato. Sia perché la Crimea non c’è più e il Donbass è diventato un protettorato filorusso, sia perché, come hanno dimostrato per l’ennesima volta le elezioni (in questo caso presidenziali, ma per parlamentari e amministrative è la stessa cosa), la distribuzione del voto indica che all’est e al sud si vota in una determinata maniera, al centro e all’ovest in un'altra. ...continua a leggere "ZELENSKY E GLI OLIGARCHI"

La nuova crisi con la Russia sul mare d'Azov riaccende i riflettori sull'Ucraina, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 31 marzo 2019. Il malessere di un paese che, ancora una volta, si sente tradito a cinque anni dalla rivolta di Maidan. L'economia langue, le riforme non ci sono state, gli investitori frenano spaventati dalle incertezze sul dopo voto. All'orizzonte rispunta l'eterno ritorno di Julia Tymoshenko, a proposito di traditori di rivoluzioni. L'analisi su Start Magazine.

Esattamente sessant’anni fa, il 26 giugno del 1954, iniziava a funzionare la prima centrale nucleare a scopo civile del mondo a Obnisnk, nell’oblast di Kaluga, nell’allora Unione Sovietica. Se nel frattempo l’Urss è sparita (1991) e l’impianto ha cessato la sua attività nel 2002, diventando adesso un museo, gli stati scaturiti dalla centrifuga ex comunista non hanno certo abbandonato l’atomo. Guidati dalla Russia continuano ancora oggi a seguire la strada del nucleare, nonostante il lontano passato di casa che non passa (l’incidente di Chernobyl nel 1986) e quello più recente dei vicini giapponesi (Fukushima nel 2011) che, se ha acceso il dibattito mediatico e sociale in Russia almeno nel periodo immediatamente successivo al disastro, in realtà non ha influito assolutamente sulle scelte di tutti i paesi postsovietici per i programmi energetici del futuro. In Russia sono attivi al momento 33 reattori, 15 in Ucraina e 1, il primo, è in costruzione in Bielorussia.

BIELORUSSIA

L’ultima dittatura d’Europa, come viene spesso definita l’ex repubblica sovietica retta da vent’anni da Alexandr Lukashenko, dal punto di vista energetico è pressoché totalmente dipendente dall’estero (per circa l’85%: il 99% del gas arriva dalla Russia e solo il 10% della domanda di petrolio è soddisfatta dalla produzione interna). Questo è principale motivo perché a Minsk si sia rispolverato un vecchio progetto avanzato al tempo dell’Urss negli anni Ottanta e poi messo nel cassetto per la questione di Chernobyl. Dal novembre del 2013 è in costruzione a Ostrovets, nella regione di Grodno, la prima centrale che consentirà di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Il progetto prevede la realizzazione di due reattori del tipo VVER 1200 di terza generazione che inizieranno a produrre energia rispettivamente dal 2018 e dal 2020. Partner essenziale nella costruzione è ovviamente il Cremlino, che attraverso Atomstroyexport fornirà tecnologia e combustibile. L’IAEA (Agenzia internazionale per l’Energia atomica) ha fornito assistenza per l’elaborazione del programma nucleare di Minsk attraverso l’Energy Planning Analysis avvenuta tra il 2007 e il 2010 e il Nuclear Energy System Assessment del 2009-2011. La Bielorussia, che nel 1986 aveva subito le conseguenze più devastanti dopo la catastrofe di Chernobyl, visto che la nube radioattiva si era spostata velocemente oltre il confine ucraino, contaminando più le zone a sud di Minsk che non quelle a nord di Kiev, ha insomma adottato la decisione di puntare sul nucleare non solo con il supporto interessato di Mosca, ma di quello della comunità energetica internazionale. Le poche voci contrarie interne sono rimaste inascoltate, in un contesto che in ogni caso non ha mai lasciato spazio a un vero dibattito politico e sociale, di là del discorso sul nucleare.

UCRAINA

Il conflitto in corso nel sudest dell’Ucraina ha riportato di riflesso l’attenzione internazionale sul fatto che l’ex repubblica sovietica è dopo la Russia, il paese dell’ex Urss con il maggior numero di reattori nucleari sul proprio territorio - comunque sempre meno, in Europa, di Francia (58), Gran Bretagna (19) e Germania (17). Le centrali ucraine sono quelle di Khmelnytsky (2 reattori), Rivne (4), Yushnoukrainsk (3) e Zhaporizha (6, il più grande impianto nucleare in Europa). Sebbene nessuna di queste sia vicina alle zone di guerra, limitate alle regioni di Lugansk e Donetsk vicine al confine con la Russia, il problema della sicurezza è emerso a livello mediatico e a tratti strumentalizzato a livello politico. In realtà tutti i reattori (VVER 1000, sempre di tecnologia sovietica) possono essere considerati eventualmente un rischio non tanto per la loro posizione geografica, quanto per il fatto che si tratta di strutture con una certa età che hanno bisogno a maggior ragione di costante e attenta manutenzione. Il ricordo di Chernobyl in Ucraina fa parte dell’immaginario collettivo del Paese, ma la classe politica non ha mai dato segno di volere cambiare direzione. Negli ultimi dieci anni, sia durante gli anni successivi alla rivoluzione arancione con la presidenza di Victor Yushchenko (2005-2009) che durante quella di Victor Yanukovich (2010 -2013), la partnership con la Russia fornitrice di tecnologia e materiale è sempre stato molto stretto. La costruzione di nuovi reattori in collaborazione tra Mosca e Kiev, pianificata sotto Yanukovich, rischia di essere messa però nel congelatore e Atomstroyexport sarà probabilmente sostituita da nuovi partner occidentali. Se l’americana Westinghouse collabora con Energoatom (l’azienda statale ucraina per il nucleare) già dal 2008, il contratto per le forniture di combustibile è stato recentemente prolungato dal nuovo governo di Kiev sino al 2020 in prospettiva di una maggiore emancipazione da Mosca.

RUSSIA

Mosca è il traino atomico non solo per la Bielorussia e Ucraina, ma anche per tutti gli altri paesi del mondo che si affidano alla tecnologia russa, dalla Bulgaria alla Turchia, dalla Slovacchia all’Ungheria, dal Vietnam alla Cina per finire all’Iran. Atomstroyexport è in sostanza per il nucleare all’estero quello che è Gazprom per il gas sulla scacchiera internazionale. L’ultimo accordo è quello che Mosca e Budapest hanno sottoscritto all’inizio del 2014 per la modernizzazione della centrale ungherese di Paks. Intesa che simboleggia la strategia russa che in Europa tende a legare, attraverso i rapporti energetici e  secondo un modello comune applicato con i tubi del gas, non solo ex stati del blocco sovietico. L’esempio ungherese in questo senso è significativo, dato che quando si tratta di energia a Budapest è normale che il pensiero vada in primo luogo a Mosca. Dalla Russia arriva infatti l’80% del petrolio e il 75% del gas che si consuma nel Paese. Non stupisce quindi che l’espansione della centrale di Paks, che soddisfa oltre un terzo del fabbisogno energetico ungherese, sia stato concordato proprio con il Cremlino. Senza contare il fatto che i quattro reattori esistenti, pianificati negli anni settanta ed entrati in funzione del decennio successivo, sono naturalmente di produzione sovietica. Il legame che Vladimir Putin e Victor Orban hanno rinnovato è insomma nel Dna energetico dei due paesi da quasi mezzo secolo. Ed è lo stesso che si ritrova ad esempio tra Russia e Italia e Germania per quanto riguarda il gas. In Russia l’energia atomica è targata Rosatom, la casa madre di Atomstroyexport e delle altre cinque agenzie che si muovono nel settore (Atmoenergoprom, Rosenergoatom, Techsnabexport, Tvel e Armz). Sul territorio della Federazione russa sono 10 centrali nucleari operative per un totale di 33 reattori. Si tratta in larga parte di VVER 1000, VVER 440 e RBMK 1000 costruiti negli anni Settanta e Ottanta. Una decina del tipo VVER 1200 sono in costruzione e saranno attivi nel corso dei prossimi anni. Nonostante la maggior parte della popolazione russa sia secondo i sondaggi contro l’atomo e la costruzione di nuovi impianti, il Cremlino continua a puntare sul nucleare, che rimane però nel mix energetico russo con il 6% sempre dietro a gas (55%), petrolio (20%) e carbone (6%) una delle fonti che meno contribuiscono al fabbisogno interno.

(Agienergia)

A oltre 20 anni dalla fine dell’Urss e dal crollo del comunismo, l’homo sovieticus del secolo scorso pare aver imparato bene la lezione capitalista. Talmente bene che, sparsi in un po’ tutte quelle repubbliche che una volta facevano parte dell’Impero del Male, sono spuntati nuovi miliardari pronti a rinnegare il proprio passato all’insegna dell’ideologia dell’uguaglianza per diventare invece i padroni dell’industria e della finanza del terzo millennio su scale mondiale.

Basta dare un’occhiata alle classifiche degli uomini più ricchi del pianeta, da quella classica che viene stilata ogni anno dalla rivista americana Forbes a quella rilasciata i primi di maggio dall’agenzia economica Bloomberg, per rendersi conto che i ricconi dell'ex Urss non sono più mosche bianche. Forbes nel 2013 ha conteggiato in tutto il mondo 1.342 persone con un patrimonio personale al di sopra di 1 miliardo di dollari: di questi 100 in Russia, 10 in Ucraina, 5 in Kazakistan, 1 in Georgia. Bloomberg, che si è limitata ai 100 conti correnti più ricchi del mondo, ne ha contati 11 in Russia e 1 in Ucraina.

Le classifiche sono ovviamente indicative, tanto più che in Paesi autoritari come Turkmenistan, Uzbekistan e anche Bielorussia, dove i leader politici sono oligarchi di Stato che non hanno nulla da invidiare ai magnati che si conoscono in Occidente, è difficile andare a scovare i patrimoni reali. I dati potrebbero insomma essere molto più alti. Ma è comunque un fatto che nel giro di qualche lustro le ceneri del comunismo hanno fatto nascere e crescere una nuova specie di turbocapitalisti diventati parte integrante del sistema occidentale.

Se gli oligarchi russi alla corte di Boris Eltsin erano più che altro giocatori locali impegnati entro i patri confini, oggi i miliardari all’ombra del Cremlino sono veri e propri global player. Tra di loro ci sono vecchie facce e volti nuovi, esponenti di una razza padrona sempre più ingorda. È il caso di Alisher Usmanov (numero uno in Russia), che con la sua holding Usm basata alle Isole Vergini si muove tra l’altro nei settori della metallurgia (Metalloinvest), delle nuove tecnologie (Mail.ru), delle telecomunicazioni (Megafon). E, per non farsi mancare nulla, si è comprato pure una squadra di calcio (Arsenal Londra).

Dietro di lui ci sono vecchie volpi a capo di gigantesche holding con asset che vanno dagli idrocarburi al settore bancario quali Mikhail Friedman (Alfa Group), Viktor Vekselberg (Renova) e Vagit Alekperov (Lukoil), a braccetto con i nuovi rampanti Leonid Mikhelson (Novatek) e Andrei Melnichenko (Suek), noto alle cronache per aver sposato la modella serba Aleksandra Nikolich. Nel ranking di Forbes e Bloomberg non mancano personaggi-celebrità, in primis Roman Abramovich (Millhouse Llc), forse il più famoso esponente dell’oligarchia postsovietica che si è fatto strada sgomitando con il defunto Boris Berezovsky tra yacht lunghi più di un campo da calcio (il suo Ecplise è lungo 162,5 metri) e squadre di pallone dalla grandi ambizioni (possiede il Chelsea).

Oltre i confini russi, in Ucraina è Rinat Akmetov il più ricco di tutti: attraverso la holding System capital management (Smc), controlla infatti una buona parte dell’industria energetica del Paese (gas, acciaio e carbone). Anche lui ha poi l’hobby del calcio, marchio ormai del perfetto oligarca: è proprietario dello Shakhtar Donetsk vincitore della Coppa Uefa nel 2009 e fresco dello scudetto nel 2013. L’Ucraina è d’altra parte la nazione che dopo la Russia ha sfornato più miliardari: accanto ad Akhmetov, Forbes elenca tra gli altri Victor Pinchuk, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma, e Petro Poroshenko, detto “il re del cioccolato” per la sua attività nel settore dell’industria alimentare (Roshen). In Georgia invece il nuovo primo ministro Bidzina Ivanishvili è anche il magnate più celebre: proprio la sua fortuna economica gli ha permesso nel 2012 di allestire in qualche mese un partito, Sogno georgiano, capace di mettere in minoranza quello del presidente Mikhail Saakashvili.

Da segnalare che la ricchezza nello spazio postsovietico è comunque una questione per gli uomini. Le uniche due donne in classifica sono Elena Baturina (già sposata con l’ex sindaco di Mosca Yuri Luzhkov), capo di Inteco, che si si occupa di costruzioni, e la kazaka Dinara Kulibaeva (Halyk Bank), figlia del presidente Nursultan Nazarbayev.
Le signore dell’ex Urss sono insomma poche ma potenti. Specie considerando che alcune di loro non sono finite nelle liste più che altro per mancanza di dati certi, a partire da Gulnara e Lola Karimova, figlie di Islam Karimov, il capo di Stato in Uzbekistan, le cui fortune rimangono nascoste. Almeno per ora.

(Lettera 43)