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La guerra per l’Artico è cominciata da un pezzo. E ogni tanto qualcuno dei contendenti rinfresca la memoria a chi pensa che il riscaldamento terrestre e il disgelo nelle zone polari siano solo questioni ecologiche. L’ultima in ordine di tempo è stata la Russia che, attraverso Aleksandr Popov, direttore dell'agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, a fine ottobre ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni unite a riconoscere in fretta i nuovi confini che accrescerebbero la parte russa di Artico di oltre di 1 milione di chilometri quadrati.

Già nel 2001 Mosca ha presentato all’Onu la richiesta della ridefinizione dei territori di appartenenza, sulla base di studi e ricerche macinati senza sosta per un ventennio. Sotto la presidenza di Vladimir Putin la pressione è aumentata e le ultime spedizioni tra i ghiacci fra il 2010 e il 2012 sembrano avere portato le prove scientifiche che alla Russia spetta una fetta maggiore di quella che ha già.Perché tanta insistenza? Basta guardare cosa c’è sotto l’Artico: 10 miliardi di tonnellate di petrolio (il 13% delle riserve mondiali) e gas in quantità gigantesca (circa 1550 miliardi di metri cubi. Il 30% riserve mondiali non ancora sfruttate). In più la piattaforma custodisce immense riserve di oro, diamanti, rame, nickel, metalli rari e preziosi e chi più ne ha più ne metta. Insomma, un tesoro che pochi possono spartirsi e chiunque vuole cedere il meno possibile agli altri. Il problema sta appunto nella definizione dei confini tra i Paesi che si suddividono il territorio polare, cioè Russia, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia e Canada: la suddivisione del Mare glaciale artico ha creato dissidi mai risolti.

Secondo una convenzione del 1982 ciascun Paese controlla le acque sino a 200 miglia dalla rispettiva costa e il Polo nord sarebbe territorio neutrale. Da quando nel 2011 la Russia ha però chiesto una revisione, calcolando le 200 miglia a partire dalla propria piattaforma continentale, cioè considerando il territorio sotto le acque come il prolungamento della massa euroasiatica, sono cominciate le baruffe. L’Onu non ha dato nessuna risposta e si è limitato allora a consigliare altre ricerche. Nel 2006 ci ha pensato allora la Norvegia a volersi allargare allo stesso modo e la Danimarca non è stata da meno, presentando lo stesso anno analoghe richieste, sostenendo che il Polo si trova sotto il prolungamento della Groenlandia, quindi appartenente a Copenhagen. Il Canada ha annunciato per il 2013 una simile domanda al Palazzo di vetro. Spettacolare è stata però l’iniziativa del 2007 di Mosca, con Putin che ha mandato un sottomarino al Polo facendo piantare sul fondo del Mare glaciale artico la bandiera russa. Un po’ come facevano gli esploratori nei secoli passati, a scanso di dubbi.

Da una quindicina d’anni esiste anche il Consiglio dell’artico, un organo in teoria deposto a dirimere conflitti come quelli sul passaggio a nord-ovest (tra Atlantico e Pacifico) tra Canada e Stati Uniti, ma nella pratica, finora, inutile. Le Nazioni unite dovrebbero esprimersi presto sulla delicata materia, si dice nel giro di un paio d’anni, chiarendo definitivamente a chi spetta cosa, ma intanto la guerra continua. Il contendente più intraprendente sembra proprio la Russia, anche perché è di fatto l’unico Paese che già da tempo nelle zone artiche è attivo dal punto di vista economico in maniera massiccia, almeno a casa propria. Nel nord, dove vive il 10% della popolazione russa, viene prodotto il 20% della ricchezza e da qui arriva il 60% degli idrocarburi. Per sfruttare le risorse ancora imprigionate nel permafrost è stato calcolato che sino al 2050 Mosca dovrà investire sino a 500 miliardi di dollari. Denaro che la Russia è pronta a sborsare, anche se il Cremlino si è già detto favorevole a mobilitare gli investimenti dall’estero.

Non si tratta però di progetti semplici e se da un lato lo scioglimento dei ghiacci può aiutare nello sbloccamento delle risorse, dall’altro i problemi tecnici e ambientali sono sempre dietro l’angolo. Come è già successo per il piano di Shtokman nel Mare di Barents - guidato da Gazprom con i norvegesi di Statoil e i francesi di Total - che è rimasto nel congelatore per i costi troppo alti in attesa di tempi migliori.
Ma per fa capire che comunque fa sul serio, nonostante gli stop temporanei, Mosca periodicamente alza la voce, piantando bandiere, ordinando esercitazioni militari, spedendo navi tra i ghiacci o facendo volare bombardieri sul Polo: ogni azione va bene per ribadire che il Cremlino non ha nessuna intenzione di mollare la presa sull’Artico.

(Lettera 43)

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu è forse l’unico posto dove la Russia può ancora dimostrare di essere una potenza mondiale e non solo regionale o euroasiatica. Il veto riservato a Mosca, come agli altri quattro membri permanenti, è un retaggio della Seconda Guerra mondiale e degli equilibri tra vincenti e sconfitti di allora, che vale ancora oggi. L’assetto della Guerra fredda (Usa, Gran Bretagna e Francia da un parte, Russia e Cina dall’altra) era sfumato nell’ultimo decennio su molte questioni, ultima della quali la guerra in Libia. Ma è ritornato d’attualità con il niet del Cremlino, accompagnato da quello di Pechino, a una risoluzione comune sul dossier Siria.

La posizione russa - espressa da Sergei Lavrov, il maestro della diplomazia di scuola sovietica, per 10 anni ambasciatore alle Nazioni unite e dal 2004 nella scuderia del premier Vladimir Putin - è quella classica e ufficiale del non interventismo negli affari interni di un Paese straniero. E il risultato è che l’opposizione a Damasco ha accusato la Russia di aver concesso definitivamente a Bashar Al Assad la licenza di uccidere. Nel muro contro muro al Palazzo di vetro chi rimane schiacciato sono - come sempre - gli innocenti. Da una parte Washington preme per un intervento militare, volendo fermare la «macchina della morte» (parole del presidente Barack Obama) e aspirando un cambiamento radicale di regime, dall’altra Mosca non vuole schierarsi nell’ambito di una «guerra civile» (parole di Lavrov) e tenta una mediazione alquanto ardua e rischiosa. La prossima missione in Siria del ministro degli Esteri russo, accompagnato da Mikhail Fradkov, ex primo ministro ora a capo dei servizi segreti esterni, può dire se ci sono ancora spazi aperti per una soluzione che consenta alla Russia di rimanere con il piede in Medio Oriente. La posta in gioco non è del resto solo la successione al presidente in carica, ma l’equilibrio geopolitico che ne può uscire.

Mosca vuole intanto dimostrare di aver voce in capitolo, dopo aver visto che l’astensione sul caso Libia si è tramutata, de facto e contro volere, in un’azione per rimuovere Muammar Gheddafi. Ma soprattutto non vuole essere sbattuta fuori da una regione che le consente di affacciarsi tatticamente sul Mediterraneo. La base militare navale di Tartus rappresenta infatti per le navi russe una scorciatoia fondamentale rispetto a quella di Sebastopoli sul Mar Nero (mare chiuso e di fatto controllato ai Dardanelli dalla Turchia, membro Nato) e la Siria è sempre stata un partner strategico ed economico importante per la Russia: solo nel 2010 il giro d’affari, tra armi e investimenti, è stato di 20 miliardi di dollari.

Perdere Damasco significherebbe per Mosca un duro colpo, geopolitico ed economico: ecco perché Putin e Lavrov cercano la possibilità di un passaggio di consegne soft che non vada solo a vantaggio degli Usa. Ed è nell’ottica di un contenimento americano che va letto il gioco di Pechino. Russia e Cina hanno già visto prima in Iraq e poi in Libia che le risoluzioni dell’Onu si trasformano facilmente nel grimaldello a stelle e strisce per liberarsi di regimi scomodi, in nome del rifiuto del terrorismo e della protezione della popolazione civile. E i dubbi su un effetto domino in Siria spiegano la posizione assunta al Consiglio, nonostante le rassicurazioni del segretario di Stato Usa Hillary Clinton («Alcuni membri potrebbero temere che il Consiglio di sicurezza porti a un’altra Libia. Si tratta di una falsa analogia»).

Ma il ritorno a posizioni diametralmente opposte al Palazzo di vetro si inserisce anche nelle recenti frizioni tra Cremlino e Casa Bianca, ingigantite dalla tornata elettorale: a Mosca si va alle urne a marzo, a Washington a novembre. La bozza sulla Siria si inserisce in un dossier ricco, che include lo scudo spaziale, si cui da anni Russia e Usa cercano un’intesa, e l’eventuale intervento in Iran: temi bollenti che non possono essere gestiti in ogni caso unilateralmente senza il rischio di provocare qualche terremoto peggiore.

Anche se la Guerra fredda ufficialmente è finita, non è però solo Mosca a voler portare indietro gli orologi. Clinton ha invitando tutti i membri del Consiglio di sicurezza a «schierarsi dalla parte giusta della Storia», rinverdendo i fasti della retorica un po’ manichea della lotta eterna tra il bene e il male. Le orecchie devono essere fischiate non poco a Putin e Lavrov: al Cremlino non hanno infatti dimenticato che il 5 febbraio 2003, Colin Powell, si era presentato a Washington con la famosa boccetta d’antrace, la pistola fumante inventata di sana pianta che portò poi all’intervento militare in Iraq. E si sa come è andata a finire: oltre 100 mila morti dall’inizio della guerra in una strage di civili che continua ogni giorno. Il nuovo banco di prova è sul conflitto in Siria. Dove, in fondo, la Russia difende Assad per difendere se stessa.

(Lettera43)

L’astensione della Germania nella votazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla risoluzione contro la Libia non è giunta a sorpresa. La posizione di Berlino era chiara e nota da tempo e, ancora due giorni fa, Guido Westerwelle in un intervento al Bundestag aveva ribadito: siamo a favore di ogni tipo di sanzione, ma contrari a ogni tipo di intervento militare. Ora che la decisione è stata espressa all’Onu, la Germania si trova però in una posizione scomoda: al fianco di una dittatura comunista come la Cina e di un paese dai contorni democratici piuttosto incerti come la Russia e contro alleati tradizionali come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. La questione pone qualche problema.

La cancelliera Angela Merkel ha difeso l’astensione tedesca affermando che «l’opzione militare e le sue conseguenze non sono state ponderate al cento per cento». Ma l’imbarazzo è evidente dal fatto che lo stesso governo fa trapelare due considerazioni che ammorbidiscono la scelta compiuta: la Germania non ha ostacolato, come fece nel caso della guerra in Irak, l’adozione della risoluzione ed è pronta a rafforzare il proprio impegno in Afghanistan, se gli americani decidessero di dislocare le uomini e mezzi dall’Asia centrale al Mediterraneo. Ma questo maggiore impegno dovrebbe comunque essere approvato dal parlamento.

Il rischio che Berlino corre, oggi, è quello di ritrovarsi isolata all’interno delle due grandi organizzazioni cui partecipa: quella militare della Nato e quella politica dell’Unione Europea. Nello stesso momento in cui cancelliera e ministro degli Esteri illustravano la loro posizione all’assemblea del Bundestag, Italia, Belgio, Svezia, Spagna e Grecia facevano sapere di essere pronte a mettere a disposizione dell’Onu uomini, mezzi e basi aeree per l’operazione. Dalla parte degli interventisti c’è anche la Lega araba e due paesi di questa organizzazione sono pronti a scendere direttamente in campo. Da Parigi è arrivato il rammarico personale di Sarkozy e da Bruxelles le accuse di vergogna lanciate senza tante perifrasi da un pacifista storico come l’eurodeputato verde Daniel Cohn-Bendit. E anche il consenso interno sembra vacillare. Oltre ai malumori all’interno dei partiti di maggioranza, socialdemocratici e verdi hanno cominciato a distinguere la loro posizione da quella del governo fino al punto che la capogruppo dei Grünen, Renate Künast, si è dichiarata favorevole alla risoluzione Onu.

Gli stessi europarlamentari tedeschi di diversi partiti, d’altronde, avevano votato nell’aula di Strasburgo un parere favorevole all’intervento contro Gheddafi, sposando la motivazione che esso sarebbe stato necessario a fermare il bagno di sangue contro i ribelli che vogliono far cadere il regime. Merkel e Westerwelle la vedono diversamente. Hanno detto di aver meditato a lungo (e «con il cuore pesante») tutte le strade legate all’opzione interventista e di non averne trovata una che conducesse da qualche parte. Ma poi la Merkel ha dovuto ribadire che l’astensione non significa neutralità. La grande differenza con la scelta di Schröder nella guerra irakena è che allora la Francia era dalla stessa parte, ora da quella opposta. La circostanza che le unisce, invece, è quella elettorale: allora si andava verso le elezioni federali, questa volta c’è l’ostacolo di un’importante elezione regionale (Baden-Württemberg). E l’elettorato tedesco, anche quello di estrazione borghese-conservatrice, è tendenzialmente ostile all’impiego di truppe tedesche in guerra.

La situazione sul terreno libico resta incerta, Gheddafi ha subito annunciato un cessate il fuoco nella speranza di rallentare i motori della macchina bellica dei volenterosi, mentre non sono ancora chiari i contorni entro i quali si muoverà l’operazione. Se sarà la Nato a prenderne le redini (Sarkozy non lo vuole, Frattini spera almeno in un suo scudo difensivo), sarà un altro bel problema per i tedeschi. È anche possibile che le titubanze di Merkel e Westerwelle abbiano più di qualche fondamento. Di certo a Berlino si vivono momenti difficili e delicati.

Ci sono complimenti che imbarazzano. E la Germania è stata capace di riceverne due, in pochi giorni, che rischiano di lasciare il segno. Il primo è arrivato nel fine settimana scorso da Chavez. Il secondo, a stretto giro di posta, direttamente da Gheddafi, in un’intervista televisiva alla rete Rtl. Il motivo degli elogi, è la posizione assunta dalla diplomazia tedesca di fronte alla guerra civile libica. L’imbarazzo è palpabile, anche se l’attenzione di tutti, cittadini e media, è ancora completamente assorbita dagli elicotteri che versano acqua dal cielo sui reattori imbizzarriti di Fukushima.

Di quali capriole diplomatiche sia stato capace il ministro Guido Westerwelle ne ha parlato la Süddeutsche Zeitung in un severo commento apparso il 17 marzo. Il titolare dell’Auswärtiges Amt, la Farnesina tedesca, aveva illustrato il mattino precedente al Bundestag il punto di vista di Berlino sugli avvenimenti libici e sulle possibili misure da prendere per tentare in qualche modo di fermare il bagno di sangue che si sta compiendo con la reazione militare del regime. La risposta, di fronte a un parlamento consenziente quasi all’unanimità, è stata: sanzioni economiche piuttosto che intervento.

«Tra le tante formule che il mondo della diplomazia mette a disposizione», ha esordito Daniel Brössel nel suo commento sul quotidiano bavarese, «Guido Westerwelle ne aveva sempre preferito una, secondo cui non vi sarebbero state contraddizioni in una politica estera guidata dagli interessi e orientata ai valori. Più volte aveva ripetuto questo mantra come fosse la patente di una nuova diplomazia tedesca, capace di perseguire i propri vantaggi mantenendosi decorosa. Quel che accade nella realtà ce lo dimostra il dramma libico, nel quale entrambi i cardini rischiano di fallire, la ricerca del vantaggio e il decoro».

L’autore ha rilevato come, in apparenza, la posizione del ministro contenga tutti gli ingredienti che costituiscono l’ideale della Germania buona: da un lato il governo appoggia tutte le possibili sanzioni contro Gheddafi, dall’altro mette il freno a ogni iniziativa di tipo militare contro le sue truppe: «La Germania è contro i dittatori e contro la guerra. Puo esserci qualcosa di sbagliato?», si è chiesto retoricamente.

Una domanda che difficilmente gli porranno le opposizioni, ha osservato il giornalista, dal momento che attorno a questa prudente posizione, Westerwelle è riuscito a radunare un vasto spettro del mondo politico, dalla Cdu di Angela Merkel fino alla sinistra estrema della Linke, passando per socialdemocratici e verdi. Nel suo discorso al Bundestag è riuscito a convincere tutti dei rischi di adottare una “no-fly-zone”, nonché di un intervento armato di terra, nel quale potrebbe rimanere coinvolta anche la Germania. Il ministro si è ritagliato un ruolo di ammonitore e ha mostrato una prudenza che i cittadini non gli riconoscevano, ma della quale gli sono grati, se è vero che i sondaggi di opinione rivelano che il 90% degli intervistati appoggi la linea del ministro.

«Ma quella di Westerwelle è solo una mezza verità», ha proseguito la Süddeutsche, «perché mentre i ribelli libici vanno incontro a una memorabile sconfitta, lui dà l’impressione che il semplice blocco dei conti esteri di Gheddafi possa spingerlo ad abbandonare il suo posto. Questo non è onesto. Il ministro dovrebbe invece, più correttamente, evidenziare il rischio che il regime libico, grazie anche alle forniture militari ottenute in passato dalla Germania, possa restare in sella a lungo e trasformare gli occidentali in spettatori di una resa dei conti sanguinosa. Questa tragedia non sarebbe né decorosa, né porterebbe alla Germania alcun vantaggio».

Ma la posizione espressa sulla crisi libica rischia di avere conseguenze anche di lungo periodo, ha osservato il quotidiano, giacché la Germania non ha mostrato neppure lo scetticismo e la riservatezza degli Stati Uniti, e nel Consiglio di sicurezza dell’Onu si è posta come forza trainante contro la vera o presunta coalizione degli interventisti, guidata da inglesi e francesi, schierandosi automaticamente al fianco di Cina e Russia, paesi che a buon diritto anche in futuro saranno sempre ostili a ribellioni contro i dittatori. «Di fronte alla guerra civile in Libia», ha concluso la Süddeutsche, «non esiste alcuna chiara e facile via per la Germania e per il mondo. Ma Westerwelle dovrebbe smetterla di comportarsi come se lui l’avesse trovata».

(Pubblicato su Lettera 43)