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A oltre 20 anni dalla fine dell’Urss e dal crollo del comunismo, l’homo sovieticus del secolo scorso pare aver imparato bene la lezione capitalista. Talmente bene che, sparsi in un po’ tutte quelle repubbliche che una volta facevano parte dell’Impero del Male, sono spuntati nuovi miliardari pronti a rinnegare il proprio passato all’insegna dell’ideologia dell’uguaglianza per diventare invece i padroni dell’industria e della finanza del terzo millennio su scale mondiale.

Basta dare un’occhiata alle classifiche degli uomini più ricchi del pianeta, da quella classica che viene stilata ogni anno dalla rivista americana Forbes a quella rilasciata i primi di maggio dall’agenzia economica Bloomberg, per rendersi conto che i ricconi dell'ex Urss non sono più mosche bianche. Forbes nel 2013 ha conteggiato in tutto il mondo 1.342 persone con un patrimonio personale al di sopra di 1 miliardo di dollari: di questi 100 in Russia, 10 in Ucraina, 5 in Kazakistan, 1 in Georgia. Bloomberg, che si è limitata ai 100 conti correnti più ricchi del mondo, ne ha contati 11 in Russia e 1 in Ucraina.

Le classifiche sono ovviamente indicative, tanto più che in Paesi autoritari come Turkmenistan, Uzbekistan e anche Bielorussia, dove i leader politici sono oligarchi di Stato che non hanno nulla da invidiare ai magnati che si conoscono in Occidente, è difficile andare a scovare i patrimoni reali. I dati potrebbero insomma essere molto più alti. Ma è comunque un fatto che nel giro di qualche lustro le ceneri del comunismo hanno fatto nascere e crescere una nuova specie di turbocapitalisti diventati parte integrante del sistema occidentale.

Se gli oligarchi russi alla corte di Boris Eltsin erano più che altro giocatori locali impegnati entro i patri confini, oggi i miliardari all’ombra del Cremlino sono veri e propri global player. Tra di loro ci sono vecchie facce e volti nuovi, esponenti di una razza padrona sempre più ingorda. È il caso di Alisher Usmanov (numero uno in Russia), che con la sua holding Usm basata alle Isole Vergini si muove tra l’altro nei settori della metallurgia (Metalloinvest), delle nuove tecnologie (Mail.ru), delle telecomunicazioni (Megafon). E, per non farsi mancare nulla, si è comprato pure una squadra di calcio (Arsenal Londra).

Dietro di lui ci sono vecchie volpi a capo di gigantesche holding con asset che vanno dagli idrocarburi al settore bancario quali Mikhail Friedman (Alfa Group), Viktor Vekselberg (Renova) e Vagit Alekperov (Lukoil), a braccetto con i nuovi rampanti Leonid Mikhelson (Novatek) e Andrei Melnichenko (Suek), noto alle cronache per aver sposato la modella serba Aleksandra Nikolich. Nel ranking di Forbes e Bloomberg non mancano personaggi-celebrità, in primis Roman Abramovich (Millhouse Llc), forse il più famoso esponente dell’oligarchia postsovietica che si è fatto strada sgomitando con il defunto Boris Berezovsky tra yacht lunghi più di un campo da calcio (il suo Ecplise è lungo 162,5 metri) e squadre di pallone dalla grandi ambizioni (possiede il Chelsea).

Oltre i confini russi, in Ucraina è Rinat Akmetov il più ricco di tutti: attraverso la holding System capital management (Smc), controlla infatti una buona parte dell’industria energetica del Paese (gas, acciaio e carbone). Anche lui ha poi l’hobby del calcio, marchio ormai del perfetto oligarca: è proprietario dello Shakhtar Donetsk vincitore della Coppa Uefa nel 2009 e fresco dello scudetto nel 2013. L’Ucraina è d’altra parte la nazione che dopo la Russia ha sfornato più miliardari: accanto ad Akhmetov, Forbes elenca tra gli altri Victor Pinchuk, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma, e Petro Poroshenko, detto “il re del cioccolato” per la sua attività nel settore dell’industria alimentare (Roshen). In Georgia invece il nuovo primo ministro Bidzina Ivanishvili è anche il magnate più celebre: proprio la sua fortuna economica gli ha permesso nel 2012 di allestire in qualche mese un partito, Sogno georgiano, capace di mettere in minoranza quello del presidente Mikhail Saakashvili.

Da segnalare che la ricchezza nello spazio postsovietico è comunque una questione per gli uomini. Le uniche due donne in classifica sono Elena Baturina (già sposata con l’ex sindaco di Mosca Yuri Luzhkov), capo di Inteco, che si si occupa di costruzioni, e la kazaka Dinara Kulibaeva (Halyk Bank), figlia del presidente Nursultan Nazarbayev.
Le signore dell’ex Urss sono insomma poche ma potenti. Specie considerando che alcune di loro non sono finite nelle liste più che altro per mancanza di dati certi, a partire da Gulnara e Lola Karimova, figlie di Islam Karimov, il capo di Stato in Uzbekistan, le cui fortune rimangono nascoste. Almeno per ora.

(Lettera 43)

Oligarchia, ossia il governo di pochi. Sono passati oltre due millenni dai tempi di Platone - che vedeva in questa forma costituzionale una degenerazione dell’aristocrazia, il governo dei ricchi - alla Russia di Vladimir Putin. La sostanza è cambiata di poco. Il Paese più vasto del mondo, ex superpotenza planetaria convertitasi dopo il crollo dell’Urss a player regionale e promotrice per forza di cose di un nuovo ordine multipolare, è retta in fondo da un’oligarchia.

Formalmente la Russia è da oltre vent’anni una democrazia, in realtà è in una fase di transizione verso un modello pseudo democratico o pseudo dittatoriale (è questione di punti di vista), dove sia i processi decisionali politici che le leve dell’economia sono nelle mani di un esiguo gruppo di persone. C’è chi la chiama democratura (democrazia+dittatura) facendo pesare più la valenza politica, chi invece aborre i neologismi può definirla appunto oligarchia, accentuando il fatto che i pochi che comandano sono pure ricchi sfondati. E così come è oligarchica la Russia putiniana di oggi, con i protagonisti più conosciuti presenti nelle cronache anche dei media occidentali (Boris Berezovsky, Roman Abramovich gli ultimi due nomi saliti alla ribalta in questi giorni), la Russia di ieri, quella di Boris Eltsin, lo è stata ancor di più.

L’elezione al Cremlino di Vladimir Vladimirovich nel 2000 ha fatto da spartiacque tra due ere in cui il ruolo degli oligarchi è essenzialmente cambiato. Il primo decennio della Russia indipendente (1991-2000) - quello in cui l’élite al vertice ha dovuto affrontare il tracollo economico postsovietico e ha forgiato tramite le privatizzazioni selvagge la classe rapace turbocapitalista - è stato caratterizzato dalla sostanziale alleanza tra attori politici e attori economici: l’oligarchia eltsiniana, costituita dalla Famiglia allargata e dai “magnifici sette”, ha retto le sorti del Paese badando più agli interessi personali che al bene comune, come avrebbe detto Platone. Il presidente e il manipolo affiatato di robber barons (Beresovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Potanin, Mikhail Friedman, Pyotr Aven, Alexander Smolensky) hanno gestito la Russia allo stesso tavolo, con gli oligarchi che dietro le fette di torta generosamente distribuite dal Cremlino hanno assicurato a Corvo Bianco la permanenza nelle stanze del potere per due mandati. Clamorosa la situazione delle elezioni del 1996, quando Eltsin è riuscito a tener testa al comunista Gennady Zyuganov solo perché Berezosvky e Gusinsky hanno pilotato le loro televisioni al servizio del malandato capo di Stato che tra una vodka di troppo e qualche bypass rischiava di dover cedere inaspettatamente lo scettro.

I capitani d’industria postsovietici, allora pochi, agguerriti e smaniosi si affondare le mani nella politica (l'oggi defunto Berezovsky è finito addirittura alla presidenza del Consiglio di sicurezza della Federazione) si sono poi trovati di fronte al momento in cui scegliere il successore di Eltsin. I passaggi di potere in Russia avvengono sempre dall’alto: l’ascesa di Putin - già nel 1999 capo dei servizi segreti e primo ministro, la notte di capodanno del 2000 nominato in diretta televisiva da Boris Nikolaevich come suo erede favorito - è avvenuta con il consenso dei “magnifici sette” e la spinta decisiva proprio di Berezovsky. Il problema per gli oligarchi è arrivato non appena hanno capito che il nuovo inquilino del Cremlino avrebbe cambiato le regole del gioco. Con Putin nella stanza dei bottoni i meccanismi di fondo sono mutati perché il presidente, giunto a Mosca con una squadra proveniente in larga parte dall’intelligence, ha dato sostanzialmente un ultimatum: basta intromissioni oligarchiche nelle vicende politiche. Gli anni successivi sono stati quindi destinati a isolare chi non si è attenuto al patto: Khodorkovsky è finito in Siberia, Berezosvky e Gusinsky se la sono data a gambe - il primo alla corte di Sua Maestà, il secondo in Israele - altri pesci piccoli, pochi in verità, sono stati presi nella rete della giustizia selettiva che ha ostacolato i nemici di Putin e li ha costretti a scendere a patti o all’esilio, di solito dorato.

La gran parte dell’oligarchia, i superstiti del gruppo iniziale e i nuovi che hanno beneficiato del cambiamento, continua però a sostenere oggi il potere politico ricevendone sempre i dividendi. Sotto Vladimir Vladimirovich le competenze di questa èlite a due facce sono comunque ben definite e più efficienti. La Russia cresce di peso sulla scacchiera internazionale e si scrolla di dosso il complesso di debolezza interno causato dal disastroso decennio eltsiniano (tra due colpi di stato, 1991 e 1993, due guerre in Cecenia, 1994-1996 e 1999-2000, e il default del 1998). I deficit democratici sono considerati a Mosca errori di cosmesi per un Paese che non vuole accettare lezioni dall’Occidente, sempre pronto a bacchettare il Cremlino, ma anche sempre pronto ad accogliere nelle proprie banche il capitale degli oligarchi. La nuova razza padrona russa, i nuovi magnati che sono veri global player dell’economia mondiale avendo investito ovunque, non sono certo in declino. Si sono trasformati: il defunto Berezovsky e lo stesso Abramovich, hanno rappresentato e rappresentano un modello un po’ invecchiato, tra teorie del complotto e gossip.

Il centinaio di miliardari russi presente nella lista di Forbes (il più ricco d Russia è Alisher Usmanov con un patrimonio personale di 17,6 miliardi di dollari) incarna una classe diversa da quella dei “magnifici sette”, più moderna e globalizzata da un lato, più attenta a non pestare i piedi a nessuno dall’altro, pronta al compromesso per non perdere i privilegi e disposta a ridistribuire parte, seppur minima, della ricchezza attraverso meccanismi spesso imposti dall’alto. Non solo. Gli oligarchi puri, cioè quelli provenienti direttamente dai settori dell’economia e della finanza, sono stati affiancati dagli oligarchi di stato, i silogarchi (siloviki+oligarchi), ossia i siloviki - gli uomini che Putin nel corso di un decennio ha cooptato dall’apparato di sicurezza e inserito nei gangli dell’amministrazione, della burocrazia e delle aziende statali (Gazprom e non solo) - diventati parte integrante del gruppo centrale di potere. Silogarchia, insomma, il governo dei siloviki e degli oligarchi: è questa la vera Russia di oggi. Chissà cosa avrebbe detto Platone.

(Linkiesta)

L’ira di Vladimir Putin non ha tardato a farsi sentire. La ventilata partecipazione al salvataggio di Cipro tramite il prelievo forzoso dai conti corrente, che deve essere votato dal parlamento, è stata definita «ingiusta, non professionale e pericolosa». Il Cremlino ha cioè inscenato una difesa interessata di tutti gli oligarchi che ormai da anni hanno trasferito nel Mediterraneo la maggior parte dei loro asset e hanno riempito di liquidità le casse delle banche, nazionali e non, con sede sull’Isola. Sui circa 70 miliardi di dollari depositati nelle banche di Nicosia, quasi un terzo arriva dall’estero e circa 9 miliardi da Mosca e dintorni.

Sin dal crollo dell’Unione sovietica nel 1991 e durante il periodo delle privatizzazioni selvagge sotto Boris Eltsin, in cui i beni dell’Urss sono stati smembrati e finiti nelle mani di abili squali provenienti dai servizi segreti o dalle retrovie del potere, Cipro è diventata una delle destinazioni preferite per gli oligarchi usciti a tasche piene dal tunnel comunista. Già allora l’Isola rappresentava non solo un vicino e comodo porto offshore per ingenti capitali anche di dubbia provenienza, ma anche un punto di partenza per costituire società che poi avrebbero agito più liberamente sul territorio della Federazione russa. Anche negli anni successivi, nell’era Putin passata e attuale, le cose non sono mutate. Anzi, la classe media russa che è nata proprio sotto il nuovo Zar, ha seguito le orme dei grandi magnati facendo di alcune zone dell’isola di Afrodite una specie di dependance moscovita extralusso: sulla costa sudoccidentale dell’Isola, nei pressi di Paphos, i cartelli stradali e gli annunci immobiliari sono da tempo scritti in cirillico (e in cinese).

I dubbi sul flusso di denaro dalla Russia a Cipro non sono cosa nuova. Tanto Mosca quanto Nicosia sanno che non è mai stato controllato e che non è neppure completamente controllabile. Il fatto che parte delle vagonate di dollari siano di provenienza non proprio chiara è trapelato dalle stesse autorità russe, tanto che il governatore della Banca centrale Sergei Ignatiev ha recentemente affermato che nel 2012 oltre il 60% dei capitali esportati dalla Russia verso l’estero (circa 50 miliardi di dollari, 16 dei quali solo verso Cipro, di cui alcuni si sono 'fermati' come depositi e altri sono nuovamente usciti attraverso vari investimenti) potrebbe essere non proprio pulito.

La questione in questo momento sembra essere di secondaria importanza per Bruxelles, che in fondo chiede indirettamente un contributo alla Russia senza curarsi troppo della provenienza del denaro sui conti ciprioti. Ma è il Cremlino a essere è preoccupato. Le banche russe hanno aperto crediti non solo verso società russe registrate sull’Isola, ma anche verso istituti locali, per 40 miliardi di dollari complessivi: quattro volte l’importo del bailout e due volte il Prodotto interno lordo (Pil) di Cipro. È questo il punto che sta forse più a cuore di Putin, rispetto anche alla sorte dei patrimoni degli oligarchi che potrebbero trovare presto nuove vie di fuga, spostandosi verso altre oasi.

Agli occhi del Cremlino il prelievo forzoso appare un’espropriazione di stampo sovietico che nemmeno a Mosca sarebbe ormai tollerabile. E gli istituti di credito esposti su Cipro hanno fatto la voce grossa, tanto che il presidente ha sbattuto i pugni. Così, mentre verso l’aeroporto di Nicosia iniziano ad atterrare i jet privati con i piccoli e medi oligarchi in cerca di una soluzione e pianificare i trasferimenti, Putin e il capo di Stato cipriota Nikos Anastasiadis tengono stretti contatti in attesa che la situazione si chiarisca.
Nonostante i fuochi di artificio di lunedì 18 marzo e le dure reazione del presidente russo e del primo ministro Dmitrij Medvedev nei confronti dell’operazione forzosa sui conti. il Cremlino ha interesse che Cipro non affondi. Per Putin è strategicamente utile che chi è scappato dalla Russia per ragioni finanziarie e fiscali venga un po’ bacchettato, in quella logica nazionalista che il presidente ha accentuato sin dall’inizio del suo terzo mandato.

(Lettera 43)

La statua del fondatore della città, John Hughes, se ne sta a poche centinaia di metri dal nuovo simbolo della metropoli del Donbass, l’arena che il padre padrone di Donetsk Rinat Leonidovich Akhmetov ha regalato l’anno scorso a se stesso e ai suoi concittadini, stadio gioiello che ospiterà nel giugno 2012 una delle due semifinali dei prossimi Campionati europei di calcio. Siamo nel profondo est dell’Ucraina, a un passo dal Mar Nero e a uno dal confine russo, terra dura e lontana in cui il gallese Hughes per contorte connection britannico-zariste arrivò a costruire nel 1869 una fabbrica metallurgica. ...continua a leggere "AKHMETOV, ACCIAIO E PALLONE"

La partenza per il nuovo presidente ucraino Victor Yanukovich è decisamente in salita, non soltanto perché ha dovuto respingere l’ultimo attacco di Yulia Tymoshenko in attesa dell‘inaugurazione il 25 febbraio, ma perché in ogni caso si trova di fronte agli stessi problemi che sono costati a Victor Yushchenko l’amara uscita di scena al primo turno. Senza contare anche il fatto che - eletto con il 49% dei voti - ha contro di sé la maggioranza del Paese. Finito il tempo delle promesse elettorali è arrivato dunque il momento di confrontarsi con la tutt’altro che rosea realtà e le malattie croniche ucraine che non sarà facile curare da un giorno all’altro. ...continua a leggere "YANUKOVICH E GLI OLIGARCHI"