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Esattamente sessant’anni fa, il 26 giugno del 1954, iniziava a funzionare la prima centrale nucleare a scopo civile del mondo a Obnisnk, nell’oblast di Kaluga, nell’allora Unione Sovietica. Se nel frattempo l’Urss è sparita (1991) e l’impianto ha cessato la sua attività nel 2002, diventando adesso un museo, gli stati scaturiti dalla centrifuga ex comunista non hanno certo abbandonato l’atomo. Guidati dalla Russia continuano ancora oggi a seguire la strada del nucleare, nonostante il lontano passato di casa che non passa (l’incidente di Chernobyl nel 1986) e quello più recente dei vicini giapponesi (Fukushima nel 2011) che, se ha acceso il dibattito mediatico e sociale in Russia almeno nel periodo immediatamente successivo al disastro, in realtà non ha influito assolutamente sulle scelte di tutti i paesi postsovietici per i programmi energetici del futuro. In Russia sono attivi al momento 33 reattori, 15 in Ucraina e 1, il primo, è in costruzione in Bielorussia.

BIELORUSSIA

L’ultima dittatura d’Europa, come viene spesso definita l’ex repubblica sovietica retta da vent’anni da Alexandr Lukashenko, dal punto di vista energetico è pressoché totalmente dipendente dall’estero (per circa l’85%: il 99% del gas arriva dalla Russia e solo il 10% della domanda di petrolio è soddisfatta dalla produzione interna). Questo è principale motivo perché a Minsk si sia rispolverato un vecchio progetto avanzato al tempo dell’Urss negli anni Ottanta e poi messo nel cassetto per la questione di Chernobyl. Dal novembre del 2013 è in costruzione a Ostrovets, nella regione di Grodno, la prima centrale che consentirà di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Il progetto prevede la realizzazione di due reattori del tipo VVER 1200 di terza generazione che inizieranno a produrre energia rispettivamente dal 2018 e dal 2020. Partner essenziale nella costruzione è ovviamente il Cremlino, che attraverso Atomstroyexport fornirà tecnologia e combustibile. L’IAEA (Agenzia internazionale per l’Energia atomica) ha fornito assistenza per l’elaborazione del programma nucleare di Minsk attraverso l’Energy Planning Analysis avvenuta tra il 2007 e il 2010 e il Nuclear Energy System Assessment del 2009-2011. La Bielorussia, che nel 1986 aveva subito le conseguenze più devastanti dopo la catastrofe di Chernobyl, visto che la nube radioattiva si era spostata velocemente oltre il confine ucraino, contaminando più le zone a sud di Minsk che non quelle a nord di Kiev, ha insomma adottato la decisione di puntare sul nucleare non solo con il supporto interessato di Mosca, ma di quello della comunità energetica internazionale. Le poche voci contrarie interne sono rimaste inascoltate, in un contesto che in ogni caso non ha mai lasciato spazio a un vero dibattito politico e sociale, di là del discorso sul nucleare.

UCRAINA

Il conflitto in corso nel sudest dell’Ucraina ha riportato di riflesso l’attenzione internazionale sul fatto che l’ex repubblica sovietica è dopo la Russia, il paese dell’ex Urss con il maggior numero di reattori nucleari sul proprio territorio - comunque sempre meno, in Europa, di Francia (58), Gran Bretagna (19) e Germania (17). Le centrali ucraine sono quelle di Khmelnytsky (2 reattori), Rivne (4), Yushnoukrainsk (3) e Zhaporizha (6, il più grande impianto nucleare in Europa). Sebbene nessuna di queste sia vicina alle zone di guerra, limitate alle regioni di Lugansk e Donetsk vicine al confine con la Russia, il problema della sicurezza è emerso a livello mediatico e a tratti strumentalizzato a livello politico. In realtà tutti i reattori (VVER 1000, sempre di tecnologia sovietica) possono essere considerati eventualmente un rischio non tanto per la loro posizione geografica, quanto per il fatto che si tratta di strutture con una certa età che hanno bisogno a maggior ragione di costante e attenta manutenzione. Il ricordo di Chernobyl in Ucraina fa parte dell’immaginario collettivo del Paese, ma la classe politica non ha mai dato segno di volere cambiare direzione. Negli ultimi dieci anni, sia durante gli anni successivi alla rivoluzione arancione con la presidenza di Victor Yushchenko (2005-2009) che durante quella di Victor Yanukovich (2010 -2013), la partnership con la Russia fornitrice di tecnologia e materiale è sempre stato molto stretto. La costruzione di nuovi reattori in collaborazione tra Mosca e Kiev, pianificata sotto Yanukovich, rischia di essere messa però nel congelatore e Atomstroyexport sarà probabilmente sostituita da nuovi partner occidentali. Se l’americana Westinghouse collabora con Energoatom (l’azienda statale ucraina per il nucleare) già dal 2008, il contratto per le forniture di combustibile è stato recentemente prolungato dal nuovo governo di Kiev sino al 2020 in prospettiva di una maggiore emancipazione da Mosca.

RUSSIA

Mosca è il traino atomico non solo per la Bielorussia e Ucraina, ma anche per tutti gli altri paesi del mondo che si affidano alla tecnologia russa, dalla Bulgaria alla Turchia, dalla Slovacchia all’Ungheria, dal Vietnam alla Cina per finire all’Iran. Atomstroyexport è in sostanza per il nucleare all’estero quello che è Gazprom per il gas sulla scacchiera internazionale. L’ultimo accordo è quello che Mosca e Budapest hanno sottoscritto all’inizio del 2014 per la modernizzazione della centrale ungherese di Paks. Intesa che simboleggia la strategia russa che in Europa tende a legare, attraverso i rapporti energetici e  secondo un modello comune applicato con i tubi del gas, non solo ex stati del blocco sovietico. L’esempio ungherese in questo senso è significativo, dato che quando si tratta di energia a Budapest è normale che il pensiero vada in primo luogo a Mosca. Dalla Russia arriva infatti l’80% del petrolio e il 75% del gas che si consuma nel Paese. Non stupisce quindi che l’espansione della centrale di Paks, che soddisfa oltre un terzo del fabbisogno energetico ungherese, sia stato concordato proprio con il Cremlino. Senza contare il fatto che i quattro reattori esistenti, pianificati negli anni settanta ed entrati in funzione del decennio successivo, sono naturalmente di produzione sovietica. Il legame che Vladimir Putin e Victor Orban hanno rinnovato è insomma nel Dna energetico dei due paesi da quasi mezzo secolo. Ed è lo stesso che si ritrova ad esempio tra Russia e Italia e Germania per quanto riguarda il gas. In Russia l’energia atomica è targata Rosatom, la casa madre di Atomstroyexport e delle altre cinque agenzie che si muovono nel settore (Atmoenergoprom, Rosenergoatom, Techsnabexport, Tvel e Armz). Sul territorio della Federazione russa sono 10 centrali nucleari operative per un totale di 33 reattori. Si tratta in larga parte di VVER 1000, VVER 440 e RBMK 1000 costruiti negli anni Settanta e Ottanta. Una decina del tipo VVER 1200 sono in costruzione e saranno attivi nel corso dei prossimi anni. Nonostante la maggior parte della popolazione russa sia secondo i sondaggi contro l’atomo e la costruzione di nuovi impianti, il Cremlino continua a puntare sul nucleare, che rimane però nel mix energetico russo con il 6% sempre dietro a gas (55%), petrolio (20%) e carbone (6%) una delle fonti che meno contribuiscono al fabbisogno interno.

(Agienergia)

Sarà anche l’ultima dittatura in Europa, come vogliono i titoli dei mainstream media internazionali, ma per sopravvivere la Bielorussia di Alexander Lukashenko ha bisogno della Russia. Almeno dal punto di vista energetico - il che non è poco - dato che, se il Cremlino per caso sbaglia l’interruttore, a Minsk si spengono tutte le luci in un istante. Come evidenziato nel recente report dell’Energy Charter Secretariat circa l’85% dell’energia consumata nell’ex repubblica sovietica viene importata dall’estero, il 99% del gas arriva da Mosca e solo il 10% della domanda di petrolio è soddisfatta dalla produzione interna. La Bielorussia ì produce poco o nulla ed è un classico paese di transito, attraversata dagli oleodotti Druzhba I e II e soprattutto dal gasdotto Yamal diretto in Europa. Lukashenko ha perso la possibilità di fare cassa con queste infrastrutture da quando il colosso statale Beltrangaz ha ceduto la proprietà dei tubi alla russa Gazprom, che – tanto per far capire come stanno le cose anche all’estero – ha ribattezzato da poco l’ex gigante bielorusso in “Gazprom Transgaz Belarus”.

Minsk si è comunque assicurata un prezzo del gas a prezzi stracciati, cioè circa 170 dollari per 1000 metri cubi, circa un terzo di quello che si paga per l’import di gas russo in Occidente. Ma la vera novità che arriva dalla Bielorussia è che a Ostrovets, nella regione di Grodno (a due passi dal confine con la Lituania), è iniziata lo scorso novembre la costruzione della prima centrale nucleare del Paese. Il progetto prevede la realizzazione di due reattori del tipo VVER 1200 di terza generazione (AES – 2006) da 1170 megawatt elettrici che inizieranno a produrre energia rispettivamente dal 2018 e dal 2020. Partner essenziale nella costruzione è ovviamente la Russia, che attraverso “Atomstroyexport” fornirà tecnologia e combustibile. L’IAEA (Agenzia internazionale per l’Energia atomica) ha fornito assistenza per l’elaborazione del programma nucleare bielorusso attraverso l’Energy Planning Analysis avvenuta tra il 2007 e il 2010 e il Nuclear Energy System Assessment del 2009-2011, i cui risultati sono stati resi noti nel rapporto TecDoc pubblicato nel 2013 poco prima della posa della prima pietra a Ostrovets.

La costruzione della centrale è in realtà un’idea vecchia. Già tempi dell’Unione Sovietica, Mosca aveva annunciato di voler sfruttare l’energia atomica a scopo civile in Bielorussia come accadeva in altre repubbliche, dal Baltico all’Asia centrale passando ovviamente per la vicina Ucraina. Il disastro di Chernobyl nel 1986 aveva però bloccato di fatto i progetti che con il crollo dell’Urss (1991) si erano arenati definitivamente. Solo negli ultimi anni, anche a causa delle tensioni crescenti a livello energetico tra Bielorussia e Russia e le mini guerre del gas e del petrolio che hanno caratterizzato i difficili rapporti tra i due paesi, Lukashenko ha rispolverato il piano che alla fine dei conti è stato supportato da Mosca (investimenti per 10 miliardi di dollari) ed ha ottenuto il benestare dell’IAEA. Tutti contenti? Non tanto.

Il fatto che la Bielorussia sia stata la nazione più colpita dalla contaminazione radioattiva dopo l’incidente di Chernobyl (la centrale si trovava in Ucraina, a due passi dal confine meridionale bielorusso) ha lasciato segni indelebili sia nel Paese che negli stati limitrofi vicini, soprattutto in quelli che hanno abbandonato il nucleare. Ma le iniziative popolari antiatomiche portate avanti da organizzazioni non governative ambientaliste, da Minsk a Vilnius passando per Kiev, si sono scontrate tutte con la necessità oggettiva bielorussa di aumentare la produzione energetica casalinga e la volontà di Lukashenko di provare a ridurre la dipendenza dalla Russia. La questione della sicurezza non può essere inoltre risolta unilateralmente da singoli stati: con 185 reattori presenti in Europa (dai 58 francesi ai 33 russi) non sarà certo quello bielorusso che entrerà in funzione tra un paio d’anni a fare la differenza.

(Linkiesta)

Ventisettesimo anniversario della catastrofe nucleare di Chernobyl. La notte tra il 25 e il 26 aprile del 1986 esplode il reattore numero quattro della centrale atomica in Ucraina, allora una repubblica dell'Unione Sovietica. A determinarlo non fu un evento naturale catastrofico, come accadde due decenni e mezzo dopo a Fukushima, in Giappone, ma un’incredibile serie di errori umani che si sommarono a una tecnica inadeguata. A tanti anni di distanza, le conseguenze nella zona contaminata sono ancora enormi: l'area attorno all'impianto (oggi al confine fra Ucraina e Bielorussia) è interdetta all'uomo, Pripyat è una città fantasma, la vita di centinaia di migliaia di persone, che abitavano le due regioni più colpite dalle radiazioni, è cambiate per sempre: molte di loro furono evacuate per sempre, costrette a trasferirsi in altre regioni. Lì sono nati e cresciuti i loro figli che delle città d'origine non hanno memoria. East Side Report ricorda gli eventi di Chernobyl con uno speciale che recupera tutti gli articoli e i reportage scritti negli ultimi anni.

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A un anno dalla catastrofe nucleare di Fukushima, l'emozione che aveva paralizzato anche la Germania sembra essersi attenuata. Eppure, proprio a seguito di quel cataclisma, il governo di Angela Merkel aveva deciso di intraprendere una delle avventure politiche più affascinanti per un Paese industrializzato: la fuoriuscita dall’atomo e la svolta verso le energie rinnovabili.

Uno sforzo titanico di trasformazione della produzione energetica che, in 11 anni, avrebbe reso il territorio tedesco libero dalle centrali nucleari e ricco di impianti verdi. «Una cesura per la storia del mondo», aveva detto con enfasi ed emozione la cancelliera, commentando le immagini che arrivavano dal Giappone, «un’ora tragica che cambierà per sempre le nostre vite». Parole ricche di innaturale pathos per una donna sempre attenta a misurare emozioni e parole. Da lì la svolta a 360 gradi della maggioranza liberal-conservatrice: chiusura immediata dei reattori più vecchi, spegnimento progressivo di quelli più moderni. Il day after, questa volta senza lo sfondo di un fungo atomico, sarebbe scoccato nel 2022. Una rivoluzione accolta da alcuni con scetticismo, da altri con speranza.

Un anno dopo, le immagini di Fukushima sono sbiadite e, più si allontana l’emozione per la catastrofe, meno coesa appare l’azione dell’esecutivo tedesco. Ancora nell'estate del 2011l, il governo aveva varato in pompa magna un complesso e articolato pacchetto legislativo per la svolta energetica. Da allora non è successo molto e l’impeto iniziale appare paralizzato. Che si tratti della costruzione delle nuove e moderne reti di trasporto energetico o della realizzazione di centrali a gas, dell’ampliamento di impianti di energie rinnovabili o della ricerca dei siti di deposito permanente delle scorie nucleari, tutto resta ancora senza chiare risposte. Il passaggio dalle enunciazioni alla pratica viaggia su un binario morto, nel migliore dei casi a velocità ridotta. I ministri responsabili si sono perduti nel rimpallo reciproco di responsabilità e competenze. Si avverte l'assenza di una guida che indichi tempi di percorrenza e direzione. Il grande e ambizioso obiettivo di trasformare la Germania in un Paese a energia verde rischia di deragliare o di trascinarsi per tempi infiniti.
Uno dei maggiori critici di come stanno andando le cose è Klaus Töpfer, ex ministro dell’Ambiente di Helmut Kohl. Non un politico qualunque, ma una delle figure simboliche del panorama conservatore che hanno reso credibile la svolta impressa dalla Merkel. Era stato lui a guidare il consiglio etico che la cancelliera aveva fondato per consigliare il governo sulla fattibilità della svolta energetica. Ora è deluso: «La decisione di abbandonare il nucleare è talmente profonda da non poter essere derubricata a questione secondaria e necessita di uno sforzo costante e prioritario», ha detto. L’impressione degli esperti è che nulla sia ancora compromesso, ma che non ci sia più molto tempo da perdere se si vuole aver successo. Lo pensa anche Günther Oettinger, il commissario europeo all'Energia, grande sostenitore del nucleare quando era presidente del Baden-Württemberg, oggi fautore della svolta: «Se il governo continua di questo passo, riuscirà a raggiungere appena la metà degli obiettivi prefissati».

«Le prognosi più nere dei tanti fan dell’atomo non si sono ancora concretizzate», ha avvertito il settimanale Der Spiegel, «come l’esplosione dei costi energetici, ma è anche vero che non è ancora chiaro in che modo verranno affrontate le gigantesche sfide che la transizione impone». Entro il 2020, ad esempio, era previsto che la quota di energia prodotta dalle rinnovabili sarebbe salita dall’attuale 20% al 35% dell’intero paniere, in modo da rendere indolore il completo spegnimento dei reattori nucleari. A oggi questo obiettivo appare difficile da raggiungere.

I problemi sono ormai dibattuti da un anno. Innanzitutto la costruzione delle reti di trasporto della corrente. Secondo l’Agenzia energetica tedesca, nei prossimi 10 anni dovranno essere costruiti più di 4 mila chilometri di cosiddette autostrade energetiche, in grado di trasportare l’energia prodotta nei parchi eolici del Nord e dell’Est alle imprese ad alto consumo localizzate soprattutto nel Sud e nell’Ovest del Paese. Ma i permessi di costruzione tardano ad arrivare, le comunità che vedranno i propri centri attraversati da fili e pali protestano e tutto procede a rilento. Stesso discorso per la costruzione di centrali a energia convenzionale, senza il cui supporto sarà impossibile sostituire la quota perduta con lo spegnimento dei reattori atomici.
Si dovrebbe puntare sul gas più che sul carbone, per evitare di sforare gli obiettivi di Kyoto per la salvaguardia dai cambiamenti climatici, ma le stesse compagnie energetiche oppongono resistenza perché considerano le centrali a gas poco remunerative. Infine, la prevista realizzazione di serbatoi energetici in grado di immagazzinare energia prodotta e renderla disponibile alla bisogna incontra seri problemi tecnici, giacché la tecnologia necessaria è ancora in una fase sperimentale e alternative come le centrali idroelettriche con impianti ad accumulazione non sono realizzabili ovunque e incontrano forti opposizioni.

Da molti esperti è stata avanzata la richiesta di creare un organismo centrale in grado di prendere in mano l’intera matassa. Ancora Töpfer ha suggerito di creare un managment dotato di ampi poteri. E c'è chi pensa a un dicastero specifico. L'attuale ministro dell'Ambiente, Norbert Röttgen, ha provato a difendere l'azione del governo, giustificando le lentezze con l'enormità e la novità della sfida.

Ma tra i suoi stessi colleghi è diffusa la consapevolezza che con responsabilità così frastagliate non si possa andare avanti. E al contrario c'è chi teme che, con la creazione di un centro decisionale centralizzato, si realizzi una eccessiva statalizzazione della politica energetica.

Le opinioni divergono, anche fra coloro che sono comunque favorevoli alla svolta impressa. Per il momento i vertici dei partiti di maggioranza si sono almeno accordati per varare una sorta di road map per i prossimi anni, una decisione che ha quantomeno rasserenato il cupo stato d’animo di questi giorni, in cui le immagini di Fukushima hanno invaso di nuovo le televisioni tedesche. La cancelliera è tornata a parlare dell'incidente nel giorno del primo anniversario: «Un evento che non si immaginava possibile», ha detto laconica. Anche le parole hanno perso di intensità. Come lo slancio verso un futuro senza atomo.

Ci vorrà del tempo perchè la svolta energetica della Germania dal nucleare alle rinnovabili si riveli vantaggiosa anche dal punto di vista economico. Sempre ammesso che, anche grazie allo sviluppo e al prefezionamento della tecnologia, questo avvenga. Per ora, tuttavia, si è alle prese con i costi. Governo e imprese misurano le spese da affrontare: la costruzione di nuove infrastrutture per trasportare l'energia dai nuovi luoghi di produzione, l'adeguamento di abitazioni ed edifici pubblici alle regole dell'efficienza, la realizzazione di centrali alternative all'atomo, i costi più alti dell'energia prodotta da fonti rinnovabili.

A questo, si aggiungono le spese per lo smantellamento dell'apparato nucleare del Paese: bisognerà radere al suolo i reattori atomici ancora in funzione, bonificare le aree, provvedere allo smaltimento delle scorie, capitolo quest'ultimo su cui le conoscenze scientifiche sono ancora lacunose.

Una società di consulenza alle imprese, la Arthur D. Little, ha reso noto uno studio che prova a fornire una prima stima di quanto costerà l'abbattimento delle centrali nucleari: «Soltanto buttare giù i reattori costerà alle quattro aziende che ne hanno la proprietà 18 miliardi di euro», ha scritto lo Spiegel, rivelando i contenuti del rapporto, «ma si tratta di una stima del tutto indicativa. La spesa potrebbe essere anche decisamente superiore, dal momento che lo smantellamento di ampli insediamenti industriali va catalogato nella categoria dei grandi progetti, dove un aumento medio del 25% dei costi preventivati non è un'eccezione».

Le quattro imprese impegnate nella produzione nucleare tedesca sono E.on, Rewe, EnBW e Vattenfall. Per l'abbattimento degli impianti nucleari e l'eliminazione delle scorie radioattive hanno messo da parte una somma complessiva vicina ai 30 miliardi di euro. Questa cifra dovrebbe quindi teoricamente anche coprire i costi per la gestione delle scorie, un tema su cui è comunque previsto un ulteriore impegno delle istituzioni pubbliche, federali e regionali, dopo un iniziale periodo. Anche queste sono spese che vanno messe nel conto generale e i critici del nucleare insistono da tempo perché vengano conteggiate nei prospetti che si fanno per dimostrare che l'energia nucleare è più economica rispetto a quella prodotta da altre fonti.

Lo Spiegel ha pubblicato anche il dettaglio delle somme messe da parte dai quattro colossi energetici: «Secondo informazioni fornite da Rwe, l'azienda ha accantonato oltre 10 miliardi di euro e la portavoce della Rwe-Power, società figlia che si occupa della produzione atomica, si dice sicura che sia una cifra più che sufficiente. La concorrente E.on ha già a disposizione 12 miliardi di euro, la EnBW 5,4 miliardi, Vattenfall 2 miliardi».

La data stabilita dal governo per lo spegnimento dell'ultimo reattore è il 2022, con la possibilità di una deroga di qualche mese in caso di necessità per i reattori più recenti. Ma il processo di smantellamento durerà diversi decenni. La fuoriuscita dal nucleare sarà una lunga avventura. Almeno 5 anni durerà il cosiddetto periodo di post-produzione, l'arco di tempo necessario affinché i brennenelemente si raffreddino sotto stretto controllo. E, sempre secondo la portavoce di Rwe, ci vorranno dai 15 ai 20 anni per smantellare completamente i 17 reattori esistenti.

«Il rapporto dei consulenti della Arthur D. Little stima che solo per la fase di raffreddamento, le imprese dovranno spendere 4 miliardi di euro», ha proseguito il magazine, «i restanti 14 saranno assorbiti dallo smantellamento delle strutture industriali e dal problema dello stoccaggio delle scorie. Due terzi di questa cifra sono destinati al semplice abbattimento delle parti nucleari. Il costo singolo della distruzione di una centrale nucleare si aggira attorno al milardo e 200 milioni».

Resta aperto ancora il punto interrogativo riguardo un possibile aumento dei costi in corso d'opera: «Non c'è ancora alcuna esperienza concreta di smantellamento di un impianto atomico», ha concluso lo Spiegel, «per cui queste stime vengono considerate del tutto incerte da parte degli stessi consulenti».  Il direttore della Nukem, società specializzata nello stoccaggio delle scorie nucleari, ha spiegato che «finora gli unici casi cui far riferimento hanno riguardato reattori di ricerca di piccoli impianti di prima generazione». Ora ci si muove su un terreno del tutto nuovo, una specie di "terra incognita".

(Pubblicato su Lettera43)