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Con il via libera dellaDanimarca a Nordstream 2, bloccato temporaneamente per questioni ambientali, si è chiusa, salvo imprevisti, la telenovela delgasdotto russo-tedescCo sotto il BalticoGià in dirittura d’arrivo, si era incagliato nelle acque territoriali danesi e senza la luce verde di Copenaghen avrebbe dovuto allungare il percorso. Niente chilometri in più e altri ritardi, quindi, e così il progetto trainato dal colosso Gazprom dovrebbe chiudersi nei prossimi mesi e partire a pieno regime nel 2020. Continua su Lettera43

 

Sino a 20 anni fa le forniture energetiche dal fronte orientale erano targate Urss. Anche durante gli inverni rigidi della Guerra fredda, gas e petrolio arrivavano puntuali in Europa, andando talvolta a tappare le falle che si creavano dal Golfo. Mosca è dunque stata sempre un partner affidabile, sia per gli Stati satelliti sia per l’Occidente. Non senza una certa retorica, il più lungo oleodotto del mondo, che ancora oggi trasporta dalla Russia petrolio sino in Germania e Italia, era stato chiamato «Drushba» (amicizia): erano gli Anni 60 e nessuno avrebbe pensato che l’amicizia di allora si sarebbe trasformata qualche decennio più tardi in duello.

Lo scontro risale al 2007, quando la Russia chiuse brevemente il rubinetto per costringere la Bielorussia a pagare la bolletta arretrata. La cosiddetta guerra del petrolio su «Drushba» arrivava dopo quelle del gas tra Mosca e Kiev sul gasdotto «Soyuz» (ovvero unione, altro nome simbolico), iniziate già negli Anni 90, ben prima che la questione della sicurezza degli approvvigionamenti arrivasse alla ribalta internazionale.

Quando l'Unione sovietica crollò, il controllo sugli idrocarburi - dall’estrazione al trasporto - non fu più in mano di un solo attore: si moltiplicarono i fornitori (le Repubbliche centroasiatiche e quelle caucasiche della vecchia Urss) e i Paesi di transito (le ex Repubbliche sovietiche e non solo, a Ovest di Mosca). Anche in Russia il ministero dell’Energia a cui tutto faceva capo fu smembrato e nacquero altri colossi, pubblici e privati. E nel settore del gas il monopolio passò a Gazprom. Molti più attori in campo hanno creato naturalmente una moltiplicazione d’interessi che negli ultimi anni è stata difficile da conciliare a Est, visto anche l’aumento della domanda proveniente dall’Europa occidentale.

In questo contesto è cominciato il grande gioco delle pipeline nello spazio postsovietico che coinvolge soprattutto chi il gas ce l’ha (Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Azerbaigian) e chi ne ha più bisogno (Europa), lasciando il ruolo di spettatore a chi sta nel mezzo (dalla Polonia all’Ucraina, inclusi gli altri Paesi che cercano disperatamente nuove alternative). I due principali gasdotti con cui il gas russo arriva in Europa (Yamal e Soyuz) passano attraverso Bielorussia e Ucraina prima di ramificarsi verso Occidente: un problema secondo Mosca che ha puntato sulla costruzione di altri due condotte, una a Nord e una a Sud, per aggirare gli Stati interposti e raggiungere direttamente il cuore dell’Europa.

Da novembre 2011 è entrato in funzione Nordstream, il gasdotto che passa sotto il Mar Baltico bypassando anche la Polonia. Il progetto, nato sotto l’egida dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder e del premier russo Vladimir Putin, è stato inaugurato in pompa magna alla presenza della cancelliera della Germania Angela Merkel e del presidente della Russia Dmitrij Medvedev. Al consorzio appartengono non solo Gazprom (51%) e i tedeschi di Wintershall ed E.On (a ciascuno il 15,5%), ma anche i francesi di Gdf Suez e gli olandesi di Gasunie (entrambi al 9%). Delle due condotte parallele previste ne è stata ultimata solo una, per la seconda la fine dei lavori è prevista entro la fine del 2012.

L’altra pipeline che dovrebbe andare a costituire il secondo pilastro della nuova architettura energetica targata Gazprom è invece Southstream, che dovrebbe arrivare dalla Russia passando prima sotto il Mar Nero per poi risalire il continente dalla Bulgaria e separarsi in due tronconi, uno verso Grecia e Italia, l’altro verso Slovenia e Austria. Al progetto partecipano oltre ai russi (50%), gli italiani di Eni (20%), i francesi di Electricité de France e i tedeschi di Wintershall (entrambi al 15%): per il momento è ancora sulla carta, dato che l’inizio dei lavori è previsto per il 2013 e il primo gas dovrebbe scorrere nel 2015 (63 miliardi di metri cubi all’anno). L’incertezza è dovuta agli alti previsti costi (25 miliardi di euro) e al fatto che potrebbero intervenire decisioni geopolitiche a modificare il contesto. Se per esempio Gazprom ottenesse il controllo del sistema di trasporto ucraino come ha fatto con quello bielorusso, cadrebbe la necessità strategica di un nuovo gasdotto. Mosca e Kiev stanno discutendo da diversi mesi senza però essere approdate a una soluzione.

Nel frattempo sembra aver perso consistenza l’idea di Nabucco, il gasdotto sponsorizzato dall’Unione europea, che dal Mar Caspio arriverebbe in Europa, facendo a meno della Russia. Si tratta però di un progetto che taglierebbe fuori in ogni caso anche la Mitteleuropa e andrebbe ad affidarsi alle forniture non solo dell’Azerbaigian, ma anche di Turkmenistan e Iran, partner la cui affidabilità è tutta da discutere. Il Nabucco si è così arenato di fronte ai tentennamenti di Baku e Ankara. Turchia e Russia sono legate dal Bluestream (realizzato da una joint venture formata da Gazprom, dai turchi di Botas ed Eni e in funzione dal 2005). In attesa di vedere, forse, le nuove pipeline, nel puzzle energetico una cosa rimane certa, e cioè che il ruolo del gas, considerando che diversi Paesi (Germania in primis) stanno abbandonando il nucleare e le rinnovabili non sono in grado di supplire alle necessità a breve termine, sarà sempre maggiore.

(Lettera 43)

Far fuori gli avversari politici mettendoli dietro le sbarre non è certo il metodo migliore per gestire il potere ottenuto in maniera democratica. Eppure è quello che sta succedendo in Ucraina con il caso di Yulia Tymoshenko, ex primo ministro e leader dell’opposizione che è stata condannata a sette anni di galera per abuso di potere.

Al presidente Victor Yanukovich la dura sentenza serve anche per ottenere una piattaforma giuridica per tentare di ottenere la revisione dei contratti del 2009, obiettivamente svantaggiosi per il paese. Si spiega in questa maniera la reazione russa, con il Cremlino che sia durante il procedimento sia alla sua conclusione si è schierato a favore dell’imputata, sottolineando la validità degli accordi raggiunti tra l’eroina della rivoluzione arancione e Vladimir Putin due anni fa.

I rapporti tra Kiev e Mosca sono sempre passati attraverso le pipelines: è l’oro blu a unire o dividere, a seconda dei momenti. E i protagonisti di queste storie sono sempre gli stessi. In Ucraina Yulia Tymoshenko, ex principessa del gas che con il suo gruppo ha gestito per anni il traffico con la Russia e che prima è passata al ministero dell’Energia poi alla seggiola di premier; Dmitri Firtash, oligarca impegnato nell’energia e non solo, nemico giurato della bionda pasionaria; Yuri Boiko, attuale ministro dell’Energia, ex ceo a Naftogaz e uno dei suggeritori di Yanukovich, da anni schierato con l’ala conservatrice uscita dal blocco dell’ex presidente Leonid Kuchma cui appartengono gli altri magnati dell’industria ucraina, guidati da Rinat Akhmetov.

In Russia chi controlla Gazprom, cioè il Cremlino, è il vero gestore delle relazioni che toccano economia e politica: Putin impera. E se l’ormai scomparso Victor Chernomyrdin dopo essere stato per anni il numero uno di Gazprom era stato mandato a fare l’ambasciatore in Ucraina lo scorso decennio il motivo era chiaro. Politica e gas: gli intrecci al Cremlino sono come quelli alla Bankova e interpretarli non è sempre cosa semplice: ma è chiaro che il processo Tymoshenko si inserisce nel canovaccio dei duelli per il potere.

L’Europa in questa contesa fa da spettatrice: non ha danari per intraprendere un progetto consistente per la ristrutturazione del gas ucraino e rischia di lasciare via libera alla Russia, che - avviato Nordstream (vedi mappa) - ha ora Southstream in progetto (vedi mappa). Il sistema di trasporto ucraino va modernizzato e Gazprom vuole metterci sopra le mani, sul modello bielorusso (lo stesso dicasi per Naftogaz). Bruxelles si allarma per la Tymoshenko, ma non può permettersi di abbandonare i negoziati sull’accordo di associazione che dovrebbe essere firmato entro l’anno con Kiev.

L’errore europeo è stato quello di non capire che la rivoluzione del 2004 era un bluff. Gli ucraini l’hanno capito da tempo, basta andare a guardarsi i sondaggi sul gradimento della Lady di ferro, peggiori di quelli di Yanukovich. Ora rischia di essere troppo tardi.

(Limes)