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La manipolazione dei risultati delle elezioni parlamentari ha turbato non solo i pochi liberali russi ma anche l'opinione pubblica moderata che rivoterà Putin in assenza di alternative. Washington, Pechino e Mosca si studiano in cagnesco.

Lucio Caracciolo / Limes

 

I russi non hanno paura dell'influenza.Malgrado l'appello dell'ispettore medico capo Gennady Grigorievich Onishchenko, che li invitava a disertare le piazze perché a causa del “tempo gelido” gli assembramenti di “vasti gruppi di persone” avrebbero diffuso il fastidioso morbo di stagione, in decine di migliaia hanno protestato ieri contro le frodi elettorali di Putin. Da Kaliningrad a Vladivostok, passando per San Pietroburgo e soprattutto Mosca, i manifestanti hanno sfidato raccomandazioni mediche e moniti governativi. Le cifre come al solito ballano, ma almeno nella capitale si è trattato della più grande manifestazione dell'ultimo ventennio.

Non è ancora “primavera russa”. Ma la legittimità del sistema putiniano è per la prima volta apertamente contestata da una quota influente del pubblico. Soprattutto nelle componenti giovani e urbane, decisive nei grandi momenti della storia russa. Comunisti, nazionalisti e finora sparuti liberali mettono nel mirino Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev. Pretendono nuove elezioni, stavolta vere.

Alcuni esperti calcolano che la manipolazione abbia regalato ai putiniani il 15-20% in più dei voti, altri si fermano a un più realistico 10%. Rispetto al 49,3% ufficiale, Russia Unita avrebbe quindi in realtà mantenuto il rango di primo partito, ma non disporrebbe più della maggioranza alla Duma. Una truffa troppo smaccata anche per gli standard russi. Almeno di questi tempi, quando la crisi economica mondiale è assurta a crisi globale di credibilità della politica. A partire dai governi e dai partiti che li sostengono.

A tre mesi dalle elezioni presidenziali che nelle previsioni generali riporteranno Putin al Cremlino - e forse Medvedev a vita privata - l'allarme è scattato nei palazzi del potere russo. Lo stesso premier aveva personalmente accusato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton di eccitare le proteste e di supportare gruppi di opposizione: “Non vogliamo che la situazione in Russia si sviluppi come a suo tempo in Kirghizistan o in Ucraina”. Tradotto: “Cari americani, fatevi gli affari vostri. In ogni caso, stroncheremo sul nascere qualsiasi 'rivoluzione colorata'”.

In attesa della prossima ondata di protesta, in calendario per il 24 dicembre, azzardiamo due provvisorie deduzioni. La prima riguarda la stabilità del sistema politico russo, la seconda le conseguenze geopolitiche della contestazione. Quanto alla prima: Putin resta certo il leader più amato dal suo popolo. Anche perché gli aspiranti alla successione sono impresentabili o appaiono finora di taglia troppo ridotta. Ma il carisma dello zar si sta logorando. La decisione di ricandidarsi alla presidenza ha turbato non solo i pochi liberali russi, ma una fetta di opinione pubblica moderata, governativa per istinto e vocazione. Il pesante “ritocco” dei risultati elettorali, in omaggio al principio per cui importante non è come si vota, ma come si contano i voti, ha fatto scattare la scintilla. Evidentemente Putin aveva sottovalutato la sensibilità di molti suoi concittadini. Compresi alcuni di coloro che lo rivoteranno presidente, in assenza di alternative credibili.

Finora il sistema partitico russo era modellato sulle “democrazie popolari” dell'Est ai tempi della guerra fredda. Un partito centrale - non più i comunisti, ma Russia Unita - e vari partiti satelliti, deputati a fingersi di opposizione. A cominciare dai veterocomunisti di Zyuganov e dai nazionalisti di Zhirinovsky. Ai margini, a recitare più o meno gratuitamente il ruolo degli irriducibili, sparuti oppositori filo-occidentali. I quali erano ieri in piazza con comunisti e nazionalisti. Insieme a loro, molti giovani finora estranei all'impegno politico. Tutti a inveire contro Russia Unita, “partito di ladri e imbroglioni”. Se e quando tornerà al Cremlino, Putin dovrà dunque affrontare la crisi della costellazione partitica finora vigente. Al caso, con metodi spicci.

Quanto ai riflessi geopolitici, conviene misurarli nel triangolo Washington-Pechino-Mosca. Le tre principali potenze mondiali si studiano in cagnesco. Gli americani, inclini a vedere nella Cina un pericoloso competitore se non un nemico da battere come a suo tempo l'Urss, farebbero volentieri a meno di doversi confrontare anche con Putin tornato al Cremlino, di sicuro non un amico degli Usa. Altro che “reset”. Di qui il sostegno non solo retorico agli oppositori di uno zar che ha già dato filo da torcere agli occidentali. E di qui anche l'esplicito sostegno del regime di Hu Jintao a Putin. Fra cinesi e russi le relazioni restano tiepide.

Su un punto di fondo Mosca e Pechino restano però sorelle: l'orrore per il “caos”, per le “rivoluzioni colorate”, intese come interferenze americane nei loro affari domestici, mascherate da sostegno a movimenti presuntamente democratici. I precedenti “colorati” nell'ex Unione Sovietica – Ucraina in testa - non sono comunque incoraggianti né dal punto di vista degli interessi geopolitici americani né quanto a progressi verso gli standard occidentali. Eppure Putin appare nervoso. Le proteste l'hanno sorpreso. Certo il capo non si tirerà indietro. Ma quella che fino a ieri sembrava un'autostrada destinato a riportarlo al Cremlino fino al 2024, oggi si rivela un percorso tortuoso, pieno di trappole.

Putin passerà alla storia come lo zar che nei suoi primi otto anni da presidente ha salvato la Russia dalla disintegrazione totale. Ma saprà inventarsi un ruolo per il terzo mandato? Vedremo se il Putin 3.0 sarà quello della modernizzazione economica e di qualche prudente riforma di segno liberale, oppure se inaugurerà una nuova età dei torbidi.

(Limes)

A poco più di un anno dagli scontri con gli uzbeki, i kirghizi vanno alle urne. Le speranze di ricostruzione senza ulteriori scontri etnici, sono legate alla capacità della classe dirigente di saper trovare una sintesi degli interessi di tutti i clan. Anche le relazioni con Mosca, Pechino e Washington determineranno il futuro del paese.

Eugenio Novario / Limes

 

Il 30 ottobre si terranno le elezioni presidenziali in Kirghizistan, giovane repubblica centroasiatica che negli ultimi vent’anni è stata snodo di tensioni etniche e geopolitiche. Ciò avviene a poco più di un anno (giugno 2010) dagli scontri tra la componente uzbeka (13% della popolazione sostanzialmente localizzata nel sud del paese) e quella kirghiza (65% della popolazione) che hanno causato almeno 200 morti accertati e quasi 200 mila profughi. Eco e rimbombo di perenni tensioni interetniche, che affondano le loro radici sia nella storia sia nella non lineare costituzione delle cinque cosiddette repubbliche islamiche sovietiche che il giovane governo bolscevico istituì nel 1924. Oggi il paese si presenta a una prova così importante senza una comune e condivisa visione geostrategica. Compressa tra gli interessi di superpotenze come Cina, Russia e Stati Uniti, e quelli dei due paesi confinanti, Kazakistan e Uzbekistan, estremamente più rilevanti per dimensione demografica e ricchezza di risorse naturali, questa giovane democrazia nata dalla dissolvenza dell’impero sovietico, incastonata tra le catene montuose del Tien-Shan e i monti Altai e Pamir, priva di sbocchi marittimi, con un’altitudine media di 2.750 metri sul livello del mare, è un tipico caso di paese dominato dalla sua geografia.

Situato in un’area sempre più cruciale per gli equilibri della regione, con un pil pro capite tra i più bassi del mondo (poco più di due mila dollari l’anno), il Kirghizistan è considerato unanimemente dagli osservatori terreno fertile per una revanche dell’estremismo islamico e/o salafita. Non è inutile ricordare che la rivolta dei basmachi, esplosa nella Valle di Fergana - sita a metà tra Uzbekistan e Kirghizistan - contro la neonata Unione Sovietica fu definitivamente domata solo nel 1933, prima per le qualità militari del generale Frunze, nato a Bishkek nel 1885 e morto a Mosca nel 1925, e poi grazie a una spietata repressione anche e soprattutto verso la popolazione civile.

Il Kirghizistan oggi risulta essere un’interessante case history politico-istituzionale anche perché a seguito degli scontri del giugno 2010, che portarono alla deposizione di Bakiev, si è istituita per la prima volta nella storia di tutta l’Asia centrale una repubblica parlamentare. Tutti si chiedono se e in che misura possa funzionare un modello istituzionale prettamente euroccidentale in un contesto socio-politico-culturale e perfino antropologico così diverso. In questa primissima fase temporale, il predetto sistema non pare e non è parso il più adeguato ad imprimere una coerente ed efficace azione governativa, per il perenne possibile diritto di veto esercitato via via dalle minoranze presenti nella Duma kirghiza. Ulteriore elemento che pare confermare la predetta tesi è la specificità culturale del popolo kirghizo o più in generale centroasiatico. Infatti la superficialità dell’islamizzazione e il regolamento della religione sullo sfondo della vita sociale durante il periodo sovietico hanno fatto sì che le regole e gli usi tradizionali siano molto diffusi, anche in strati sociali apparentemente emancipati.

Inoltre, ancora oggi, l’unità socio-economica di base, elemento fondante ed imprescindibile per la comprensione della società kirghiza, risulta essere la famiglia allargata, che sotto il profilo storico (con i suoi cavalli e animali da latte e da carne) ha sempre costituito la primaria cellula sociale del paese dal ruolo assolutamente cruciale, perché in assenza di essa è impossibile tenere in vita il sistema della pastorizia transumante, e non è quindi possibile estrarre dall’ambiente alcuna risorsa alimentare. In tali società il singolo può definire il proprio destino solo all’interno della propria famiglia/clan. È pertanto difficile prevedere che con tale background politico-sociale si possano traslare automaticamente istituzioni nate ed evolutesi in contesti tanto diversi. Questo sembra confermato ove si pensi che alle elezioni si erano inizialmente iscritti, a prova del frazionismo politico esistente in Kirghizistan, oltre 80 candidati su una popolazione poco superiore ai cinque milioni (circa la metà degli abitanti della Lombardia) in un paese la cui superficie totale non raggiunge i 200 mila metri quadri (circa nove volte la Lombardia).

I candidati sono stati ridotti dalla Central election commission (Cec) a 19, in virtù della mancanza dei requisiti necessari per partecipare alle elezioni: la conoscenza della lingua kirghiza con annesso tv test, la raccolta di almeno 30 mila firme e un deposito cauzionale di due mila dollari. Il candidato più accreditato alla vittoria è Almazbek Atambaiev, leader del Partito socialdemocratico del Kirghizistan (Sdpk) e vincitore delle ultime elezioni politiche. Dimessosi recentemente dalla carica di primo ministro, è politicamente orientato verso la Federazione Russa. Tra gli altri candidati c'è Omurbek Tekebayev di Ata Meken, alleato alle ultime elezioni politiche del Partito socialdemocratico e oggi principale avversario. Conosciuto come uno dei più fieri oppositori del regime di Bakiev, è accusato di essere in stretto collegamento con il leader della diaspora uzbeka Kadyrjan Batyrov. Gioca la sua partita anche Kamchibek Tashiyev di Ata Jurt, fortemente radicato nel sud del paese. Rappresenta il primo oppositore della possibile coalizione tra Ata Meken, Sdpk e il partito denominato Ak Shumkar, ed è l’autorevole leader della fazione pro-Bakiev. Outsider potrebbe essere Adakhan Madumarov di Butun Kirghizistan, proveniente dalla provincia di Osh.

In ogni caso, la sensazione prevalente è quella di Marten High Lund, un osservatore norvegese dell’area, il quale ha dichiarato: “Ho partecipato come osservatore in Asia centrale a molte elezioni ma questa è la prima volta in cui non posso predire il vincitore”. L’ultimo sondaggio demoscopico effettuato dalla società M. Vector vede in testa Atambayev con il 57,2%, seguono Madumarov con il 15,7% e Tashiyev con il 10%. È opinione diffusa, non avendo nessun candidato la forza di vincere al primo turno, vista anche la conformazione dei collegi elettorali, che i due candidati al secondo turno saranno espressione diretta della faglia che sembra dividere il paese tra nord e sud. Prima di valutare la posizione del Kirghizistan rispetto agli interessi delle potenze presenti nella regione, una breve osservazione sugli scontri interetnici dello scorso anno.

Premesso che molto probabilmente furono fomentati dall’allora presidente Bakiev, al fine di utilizzare il nazionalismo come foglia di fico per far dimenticare la sua screditata e deludente azione governativa, non si può dimenticare che allo sguardo di un comune viaggiatore la città di Osh nel 2006 sembrava sideralmente lontana dall'escalation della violenza manifestatasi solo pochi anni dopo. In una società in cui le élites provengono da gruppi distinti e contrapposti per area geografica, religione, etnia, tradizioni e perfino abitudini alimentari non pare difficile prevedere che il moltiplicarsi degli interessi particolari complichi le cose. E le speranze di ricostruzione, senza il ripetersi di scontri etnici, sono legate alla capacità della classe dirigente di trovare una sintesi degli interessi di tutti i clan e non solo di quelli dominanti.

Il destino della repubblica del Kirghizistan che il paese sarà capace di attivare e/o dovrà subire con Mosca, Pechino e Washington. Nel segnalare la consueta inesistenza della presenza europea, se non limitata a qualche saltuario big business, si affacciano con iniziative interessanti India e Giappone, quasi a confermare l’importanza geostrategica dell’area anche nel prossimo ventennio.si gioca anche nei rapporti. La Russia di Putin e Medvedev ha come primario interesse la restaurazione della propria influenza politica in Asia centrale, Kirghizistan incluso, fin qui esercitata ad intensità intermittente. Tale politica oggi viene perseguita facendo leva più sull’ambito economico che su quello politico-militare. Insomma, una riedizione adattata della dollar diplomacy. I finanziamenti a vario titolo concessi dalla Federazione Russa, i circa 300 mila lavoratori kirghizi che ogni anno possono trovare un lavoro in Russia solo con una politica liberale del visto, le pressanti richieste fatte al governo kirghizo per un’adesione all'Unione doganale con Bielorussia e Kazakhstan, un maggior impegno nell’ambito dell’antiterrorismo, sono tutte espressioni della politica estera del Cremlino in Kirghizistan. La Russia non può perdere la sua influenza nell’area perché ciò, oltre ad essere un ridimensionamento, forse definitivo, delle proprie ambizioni di potenza globale, provocherebbe un vuoto geopolitico che verrebbe immediatamente riempito dalla Cina. Il pericolo delle propagazioni dell’estremismo islamico dal Caucaso è un ulteriore elemento che rende necessaria la presenza della Russia in Asia centrale fin dall’epoca zarista.

La Repubblica Popolare Cinese ha un interesse divergente e contrapposto alla Russia. Strappare anche parzialmente l’area all’influenza di quest’ultima sarebbe determinante al fine dell’approvvigionamento delle enormi risorse energetiche regionali. Altri obiettivi primari sono garantirsi la neutralità economica e politica delle ex repubbliche sovietiche centroasiatiche, anche in caso di crisi dei rapporti russo-cinesi, nonché favorire la loro trasformazione in piattaforma logistica per le merci made in China. L’estremismo islamico è come noto la prima fonte di preoccupazione per le autorità cinesi in relazione alla situazione dello Xinjiang, o ex Turkestan cinese, confinante per ben 980 chilometri con la repubblica kirghiza. Il governo cinese, particolarmente attento a corsi e ricorsi storici, ha bene in mente come sia stato Madamin-Bek, uno dei più famosi e valorosi basmachi, a diventare il leader della sommossa panturchista e anticinese del 1933.

Quanto agli Stati Uniti, svanito il progetto neoatlantico brzezinskiano di includere l’area nella propria diretta sfera d’influenza, l’obiettivo ufficiale è il contenimento del terrorismo islamico. Fondamentale rimane quindi l’utilizzo della base di Manas (a pochi chilometri dalla capitale Bishkek) come corridoio di transito per le operazioni sull’area afgana. È una delle non tantissime carte per mantenere la propria influenza e capacità di moral suasion nell'area. Unite dal comune interesse contro l’estremismo salafita, con la paura che l’Afghanistan possa diventare una Somalia bis, Stati Uniti, Cina e Russia possono rinviare a tempi più propizi la discussione dei loro interessi non sempre convergenti. La storia, come si sa, è spettatrice ironica, e solo domani si saprà se eventuali tensioni tra le tre potenze potranno trasformare gli eredi dei kurbashi e i neo basmachi da sicuri nemici a potenziali, se non graditi, alleati.

Sulla forza attuale dell’estremismo islamico, C'è chi vede focolai a rapida presa in un paese di grande povertà e chi ritiene che i gruppi salafiti più significativi come l’Imu e la sua variante kirghiza siano invece in fortissima crisi di leadership, di fondi economici e di consenso popolare.le opinioni sono diverse. In ogni caso, come acutamente osservato da Stefano Grazioli, la questione politica del Kirghizistan si risolverà solo e nella misura di un miglioramento diffuso e sostanziale delle precarie condizioni economiche di questo antico e affascinante popolo.

(Limes)

Le recenti dichiarazioni della NATO e dell’Ambasciatore degli Stati Uniti John Tefft riguardo l’intensificazione delle cooperazione militare con l’Ucraina, accanto a quelle del Presidente Viktor Yanukovich sul mantenimento della neutralità del suo Paese, aprono un’interessante serie di dubbi sul futuro militare prossimo e meno prossimo dello Stato post-sovietico.

Giuliano Luongo / Eurasia

 

Allo scopo di comprendere meglio l’attuale posizione strategica di un Paese di grande peso geopolitico come l’Ucraina e di intuire i potenziali sviluppi futuri, il seguente articolo sarà strutturato nel seguente modo:

- riassumere la tendenza all’atlantismo dell’ultima fase del governo Yushchenko (fine 2009) e le sue motivazioni, legate a prospettive europeiste

- descrivere l’apparente inversione di tendenza del governo Yanukovich (da gennaio 2010 ad oggi), tra il bilanciamento degli interessi legati a Stati Uniti ed Europa con quelli legati alla Russia e la “legge di neutralità”

Iniziamo dunque questa breve trattazione riprendendo i punti fondamentali della politica estera di Viktor Yushchenko. Il Presidente “liberale” dell’Ucraina è stato l’iniziatore della collaborazione più intensa con la NATO già nel lontano 2005 (dunque a pochi mesi dalla sua elezione) con  il lancio di un “dialogo intensificato” per l’ingresso dell’Ucraina nell’Organizzazione – procedura questa che aveva le sue radici nell’ancor più lontano 1997, anno di fondazione della NUC (Commissione Nato-Ucraina), ente con funzioni di forum di discussione per lo sviluppo di una strategia condivisa tra i due soggetti. Almeno negli intenti, il vertice NATO di Bucarest del 2008 vide i leaders alleati dichiarare con piacere che l’Ucraina sarebbe presto divenuta un membro dell’Organizzazione.

Gli alti e bassi del governo Yushchenko in politica interna – e soprattutto le sue indecisioni – erano bilanciate da una linea teorica in politica estera alquanto chiara, basata sostanzialmente su tre punti: potenziare la partnership con la NATO fino ad un’eventuale ammissione, disfarsi dell’influenza militare russa (della quale la presenza della base in Crimea rimaneva un chiaro segnale) e concretizzare l’avvicinamento all’Unione Europea – da far culminare a breve termine con l’ottenimento di un regime visa-free per i cittadini del suo Paese. Il sentimento del popolo ucraino nei confronti di queste particolari ambizioni governative pareva tutt’altro che univoco, seguendo le tipiche differenze di opinione che dividono gli abitanti dell’est da quelli dell’ovest. La parte occidentale del Paese, da sempre avversa a Mosca e con forti aspirazioni indipendentiste, era largamente favorevole alla NATO ancor prima che all’Europa; le regioni orientali, quasi tutte di lingua russa, sono state sempre poco accese nel supporto al leader arancione ed in generale più vicine alla “Madre Russia”.

L’ultimo anno al potere per Yushchenko, il 2009 appunto, ha avuto come primo evento chiave delle relazioni con il governo di Washington la visita del Vice Presidente USA Joe Biden, dal 20 al 22 luglio. Avvenuto proprio poco dopo la visita di Obama a Mosca, l’incontro si rivelò l’occasione discutere i passi successivi della tanto attesa – da Yushchenko – integrazione nel sistema atlantico. La risposta di Biden fu positiva sì, ma quantomeno diplomatica nell’uso dei termini: gli Stati Uniti avrebbero supportato il desiderio ad entrare nella NATO dell’Ucraina se in quest’ultima fossero state appianate le divergenze in proposito. Va notato inoltre come Biden avesse evitato attentamente di citare la sigla indicante l’Organizzazione per il Trattato dell’Atlantico del Nord, preferendo la più diplomatica locuzione “integrazione atlantica”, onde non rendere ancora più tesi i rapporti con Mosca (senza dimenticare gli stessi elettori ucraini).

Si parlò anche di economia: Yushchenko cercava infatti di sfruttare la sua benevolenza verso Washington in cambio di supporto tecnico ed economico nella ristrutturazione dei gasdotti ed in generale supporto nell’ennesima disputa per il gas. Inoltre, Yushchenko cercò di mostrare a Biden l’impegno dell’Ucraina nelle riforme economiche: lo stesso Biden infatti augurava una riappacificazione tra Yushchenko ed il Primo Ministro Yulia Timoshenko per far divenire finalmente realtà le riforme necessarie per il risanamento economico e per l’ottenimento del vitale prestito del Fondo Monetario Internazionale. In ogni caso, la sortita ucraina di Biden non si limitò all’appena ricordato “colloquio amichevole” con Yushchenko, ma si concretizzò anche come una “esplorazione” del futuro politico prossimo di Kiev. Biden infatti volle incontrare personalmente gli altri candidati impegnati nella lunga campagna elettorale, onde avere un’idea delle direzione nelle quali la politica estera dell’Ucraina avrebbe potuto svilupparsi: azione più che comprensibile, visto il sensibile calo nel consenso del Presidente in carica.

A seguito di questi incontri, Biden iniziò ad esporre in patria (e non) le preoccupazione proprie e degli Stati Uniti per una vittoria di Viktor Yanukovich, il sospettato di “brogli” del 2003-04 e personaggio vicino al Cremlino. Nonostante le palesi inferiori possibilità di vittoria, allo staff di Washington sembrava piacere l’agenda politica di Arseniy Yatsenyuk, leader dell’iniziativa popolare “Fronte del Cambiamento” (“Фронт Змін”), oggi partito politico a tutti gli effetti. Yatsenyuk, ex-membro del partito di Yushchenko, si presentava come politico “pulito” (poteva vantarsi di essere l’unico candidato presidenziale a non essere mai stato incriminato), sembrava un buon partner per gli USA: come anti-russo e dichiarato anti-comunista pareva avere parecchi punti a Washington, anche se bisogna ricordare che la sua “qualità” come partner derivava anche dal fatto di essere tra un gruppo di candidati presidenziali tutti generalmente indigesti per gli Stati Uniti.

In ogni caso, in seguito alla visita di Biden, nonostante tutti i problemi di stabilità governativa restassero clamorosamente irrisolti, Yushchenko riuscì a far muovere altri pesanti passi verso ovest al suo Paese: il 21 agosto il Segretario Generale NATO Rasmussen e l’Ambasciatore ucraino presso la NATO stessa Ihor Sagach firmarono la dichiarazione per una “Distinctive Partnership” volta all’incremento del dialogo politico e militare tra l’Ucraina e l’Organizzazione, con lo scopo di accelerare il processo di ammissione del paese ex-sovietico, guadagnando un’ulteriore pedina nel processo di assedio dei confini russi. Tutto questo, mentre i rapporti con Mosca non facevano che precipitare: mentre il problema del gas rimaneva irrisolto, l’affare Lisenko riportava in auge il problema della flotta del Mar Nero.

La Russia aveva ancora in affitto l’importante base della Crimea, con scadenza fissata al 2017, e Yushchenko aveva costruito uno dei suoi cavalli di battaglia proprio attorno al secco rifiuto di estendere tale contratto agli ingombranti vicini: pertanto, una maggiore vicinanza alla NATO avrebbe pesantemente perorato la causa dello “sfratto” dell’imponente flotta russa. Purtroppo per Yushchenko, i suoi errori in politica interna portarono all’inevitabile fiasco elettorale alle successive elezioni del 2010, spingendo nel baratro anche le speranze di “occidentalizzazione” geopolitica di Kiev.

Il tracollo di Yushchenko alle elezioni politiche pareva aprire, attraverso l’approdo di Viktor Yanukovich al seggio presidenziale, una nuova era caratterizzata dall’abbandono dell’atlantismo in favore di un profondo riavvicinamento a Mosca: ebbene, nonostante alcuni cambiamenti di rotta interessanti, il Presidente ha scelto ufficialmente una linea di “non allineamento”, che più praticamente si concreta in una politica di bilanciamento dei “tre fronti” di politica estera del paese.

E’ una scelta indubbiamente difficile, vista la suscettibilità dei due principali interlocutori – Stati Uniti e Russia – senza dimenticare il peso che le relazioni con l’Unione Europea hanno sull’opinione pubblica. Onorando le sue promesse di miglioramento dei rapporti con la Russia, il 21 aprile 2010 Yanukovich e Dimitri Medvedev firmavano un accordo per il rinnovo fino al 2042 (con un’opzione per altri 5 anni) del mantenimento della flotta del Mar Nero in Ucraina, in cambio di una revisione degli accordi in materia di transito e acquisto gas.

E’ interessante notare come lo status di Paese non allineato fatto assumere all’Ucraina dal governo Yanukovich non è stato desunto da comportamenti riscontrabili de facto né è stato preso tramite una semplice dichiarazione d’intenti del governo, ma è stato ufficialmente discusso ed approvato da una legge del Parlamento, in data 3 giugno 2010. Tale atto blocca – almeno sul piano giuridico e formale – l’adesione dell’Ucraina a qualsivoglia blocco militare, pur lasciando spazio alla cooperazione esterna nel settore strategico-militare: in parole povere, finché l’atto sarà in vigore, non vedremo mai ad esempio l’Ucraina nella NATO, ma potremo vederla “accanto” ad essa, tramite azioni di supporto truppe e aiuti logistici in differenti scenari di crisi. Senza dimenticare che già il 7 giugno alcuni ufficiali dell’esercito ucraino visitavano la base NATO di Hohenfels per uno scambio di know-how logistico-militare nel quadro del PARP (Partnership for Peace Planning and Review Process); in più, solo tre giorni dopo, la Marina ucraina inviava una nave da guerra in supporto alle operazioni anti-terrorismo della NATO nel Mediterraneo – cosa, per la verità, fatta in precedenza anche dalla Russia stessa.

Un evento ancor più rilevante invece è stato l’incontro tra il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e Yanukovich in persona, avvenuto il 24 febbraio di quest’anno. Durante tale meeting, Rasmussen ha affermato l’impegno della NATO nel supportare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, come una sorta di ringraziamento per l’impegno del paese ex-sovietico a mantenere comunque una sottile apertura alla collaborazione con l’occidente.

In linea generale, l’impegno ucraino in teatri d’interesse degli Stati Uniti e della NATO si è generalmente affievolito con l’uscita di scena di Yushchenko: sono pochi i militari impiegati direttamente nelle attività ISAF ed in Iraq, mentre è maggiore il supporto logistico indiretto. In ogni caso, il Presidente Yanukovich ha spesso cercato di “smorzare” il peso politico e mediatico delle attività svolte “a braccetto” di queste imponenti controparti occidentali, proponendole all’elettorato come atti dovuti a causa di contingenze internazionali (leggasi “lotta al terrorismo”, ad esempio), ma esterni ad un quadro di impegno militare più stretto. Di contro, si mantiene costante il supporto di NATO e Stati Uniti sul territorio ucraino in numerosi settori, dallo sviluppo infrastrutturale a quello della sicurezza territoriale.

Alla luce di tutto questo, l’Ucraina può davvero essere definita come un paese “non allineato”? Non propriamente: più che altro, pare che voglia mirare a divenire un paese “allineato con tutti”. Il Presidente Yanukovich sta palesemente camminando sulla (sottile?) linea di demarcazione che separa il blocco occidentale (USA-NATO-UE) dall’orbita russa, sfruttando le rivalità delle diverse controparti internazionali per poi massimizzare i vantaggi.

Ma dunque, può essere rischioso per l’Ucraina mantenere questa linea? Probabilmente no, almeno in breve periodo. Riflettiamo sui seguenti punti: la “legge di neutralità” è stata un’ottima iniziativa per guadagnarsi la fiducia di Mosca, già resa più che discretamente stabile dal mantenimento della base navale del Mar Nero.

I veri rischi di un’incrinatura nei rapporti con la Russia potrebbero venire innescati non tanto da questioni di politica estera, quanto da temi di politica interna e di revisionismo storico. In tale frangente, restano in prima linea il tema della rivalutazione storica dei “partigiani” ucraini dell’ovest che si opposero all’Unione Sovietica prendendo le parti della Wermacht e, andando ancora più indietro nella storia, il dibattito sull’“eroismo” di Ivan Mazepa, condottiero cosacco anti-russo considerato un pioniere dell’indipendentismo ucraino.

Per Washington, nonostante il fatto che – almeno sul piano formale – l’Ucraina rifiuti di impegnarsi in ogni tipo di “cooperazione ufficiale”, l’ex repubblica socialista rimane un tassello possibile da conquistare sulla scacchiera geopolitica eurasiatica. Come abbiamo visto, nonostante “l’eroico” decreto, l’Ucraina continua a supportare la NATO, ma soprattutto persevera nello “sfruttare” tale organizzazione non solo in maniera militare e civile, ma anche per avvicinarsi all’Unione Europea. Nei piani statunitensi, è più che evidente che la “conquista” Ucraina rimane un passo possibile, solo rinviato in avanti nel tempo da un politico scaltro come Yanukovich: questa attuale mutua assistenza, più lontana dal clamore delle cronache di una vera e propria adesione alla NATO, può aiutare l’ovest ad entrare più sottilmente sul territorio ucraino, creando le condizioni ideali per una futura repentina adesione dell’Ucraina all’Organizzazione.

Per concludere, non resta che chiedersi per quanto tempo l’Ucraina potrà continuare con questa “duplice” linea politica: probabilmente solo fino a quando non si giungerà di fronte ad una situazione ove mantenere una posizione di neutralità non corrisponderà alla massimizzazione dei profitti in campo strategico ed economico. Meno probabile è un allineamento “forzato” imposto da uno dei due ingombranti alleati, che di fatto spingerebbe il tanto anelato territorio sotto l’egida del “blocco” rivale.

(Eurasia)

Southstream o Nabucco? Oppure tutti e due. Il duello dell pipeline passa anche per il Turkmenistan e le sue riserve di gas. Il Dipartimento di Stato  precisa a proposito:

 "Outside estimates place Turkmenistan's proven natural gas reserves of 7.94 trillion cubic meters (tcm) among those of the top four of gas-producing countries. A 2008 audit conducted by the British firm Gaffney, Cline and Associates concluded that the three most significant gas fields in the country, Yoloten, Osman, and Yashlar, hold between 4.25 and 15.5 tcm of natural gas.

In 2008, Turkmenistan was the second-largest gas producer in the former Soviet Union after Russia with estimated production around 70 billion cubic meters (bcm). Turkmenistan’s 2009 production declined to about 34 bcm. Gas production declined significantly when exports to Russia stopped on April 9, 2009, following a blast on the Central Asia-Center gas pipeline. Gas exports to Russia resumed at a reduced level (approximately 10.5 bcm/year) and price in January 2010.

Since the end of 2009, Turkmenistan has been exporting natural gas in three directions: to Russia, Iran, and China. In 2010, exports to Russia are projected to total 10-11 bcm, which will be exported through the old pipeline system built during the Soviet era. Gas exports to Iran will reportedly reach 7-8 bcm in 2010. Turkmen gas to Iran will be exported through two pipelines: Korpeje-Kurtkuyi (built in 1997) and Dowletabat-Sarakhs-Khangiran (built in 2009). The total capacity of the two pipelines is 25 bcm per year, which provides room for further increase of exports in the future. At the end of December 2009, Turkmen gas started flowing to China through the newly built Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-China gas pipeline (Central Asia-China pipeline). Turkmen gas exports to China are most likely to total 3-4 bcm in 2010. Turkmenistan and China plan to boost gas supplies to 40 bcm by 2014-2015 when the pipeline reaches full capacity".

Di seguito i link ad alcuni articoli di un dossier della Redazione Russa della Deutsche Welle dedicato al Turkmenistan e alla corsa per il gas.

Борьба за туркменский газ

На каспийские углеводороды претендуют сегодня Россия, Украина, Западная Европа, Китай. Досье Deutsche Welle – это мнения независимых экспертов, прогнозы специалистов, информация наших собственных корреспондентов. Итак, кому достанется туркменский газ? И по каким ценам?

Еврокомиссия просит Москву не мешать Nabucco

Газопровод Nabucco, полагают в Европе, должен стать символом открытой европейской энергополитики. Москве Евросоюз рекомендует не пытаться противопоставлять его "Южному потоку". (29.03.2011)

Глава Wintershall: "Европа должна по-новому взглянуть на "Южный поток"

Райнер Зеле очень доволен партнерством с "Газпромом", обещает существенно расширить добычу газа в Сибири и заверяет журналистов, что трубопровод South Stream вовсе не является конкурентом Nabucco. (01.04.2011)

Эксперт: У Европы интерес к Nabucco не пропал

13-15 января глава Европейской комиссии посещает с визитом Азербайджан и Туркмению. Как в Баку, так и в Ашхабаде речь идет о поставках газа из каспийского региона в Европу или о так называемом южном газовом коридоре. (13.01.2011)

Директор Nabucco: "Мы ждем туркменского и иракского газа, но не исключаем российского и иранского"

Азербаджан, Туркмения и Ирак - три главных поставщика газа, на которых рассчитывает европейский проект газопровода "Набукко". Эксперты не раз высказывали сомнения по поводу надежности такой основы для работы проекта. (17.01.2011)

Sei anni fa ad Andijon, in Uzbekistan, Islam Karimov ha represso stile Gheddafi una rivolta contro il regime facendo massacrare, dicono le ong, qualche centinaio di persone (700-1000), il numero ora non è importante. Come è secondario che i morti a Tripoli, Cairo e Tunisi, siano di più o di meno. Non è infatti una questione di numeri. Quando il sangue scorre per le strade (è il momento di comprare…) le questioni da discutere sono altre.

A braccetto con Gheddafi (come con Mubarak) ultimamente ci andavano un po’ tutti, non solo Berlusconi, da Sarkozy a Blair, in nome del business, mica della democrazia. Ora gli Usa spingono per la transizione, bene, siamo salvi. Sia chiaro, di dittatori non ce n’è bisogno, ma o se ne fa una questione di principio che vale per tutti, oppure la credibilità va a farsi fottere. E chi parla di valori in realtà sottende quelli di casa propria.

Ed eccoci dunque a Karimov, uno che appunto è una via di mezzo tra Gheddafi e Lukashenko, e che sta giocando all’altalena con Bruxelles e Washington. La realtà è che è sì un antidemocratico satrapo centroasiatico che usa ogni mezzo per restare al potere, ma viene trattato in Occidente come un partner affidabile. Fino ad Andijon era un buon amico, il massacro ha raffreddato i rapporti, ora siamo di nuovo al corteggiamento.

Islam Abduganiyevich, come Muammar Abu Minyar, siede su riserve di gas e petrolio che fanno chiudere gli occhi a chiunque. Mentre Mubarak e compagnia venivano spazzati via, il buon Karimov è stato invitato a Bruxelles su iniziativa Nato a mangiare i pasticcini europei con Barroso. È accaduto lo scorso gennaio, senza che nessuno se ne sia accorto, ovviamente tutti impegnati a guardare a sud. E ovviamente un summit del genere non va pubblicizzato troppo.

A est, nelle ex repubbliche sovietiche, si rischia la stessa situazione africana. Oggi è business as usual. Cose già viste dappertutto. A Karimov, al pari di tutti gli altri, viene fatto il solletico ogni tanto con qualche sanzione, ma alla resa dei conti è meglio tenerselo stretto. Almeno fino a quando fa comodo.

Non è la discriminante dei morti ammazzati che fa pendere da una parte o dall’altra. Cinquecento, mille, duemila, che importa, basta che sia dalla nostra. Non si tratta di principi democratici. Suvvia, finché la filosofia è quella riassumibile nel concetto “He’s a bastard, but our bastard”, la questione dei valori é meglio lasciarla stare.