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Sino a 20 anni fa le forniture energetiche dal fronte orientale erano targate Urss. Anche durante gli inverni rigidi della Guerra fredda, gas e petrolio arrivavano puntuali in Europa, andando talvolta a tappare le falle che si creavano dal Golfo. Mosca è dunque stata sempre un partner affidabile, sia per gli Stati satelliti sia per l’Occidente. Non senza una certa retorica, il più lungo oleodotto del mondo, che ancora oggi trasporta dalla Russia petrolio sino in Germania e Italia, era stato chiamato «Drushba» (amicizia): erano gli Anni 60 e nessuno avrebbe pensato che l’amicizia di allora si sarebbe trasformata qualche decennio più tardi in duello.

Lo scontro risale al 2007, quando la Russia chiuse brevemente il rubinetto per costringere la Bielorussia a pagare la bolletta arretrata. La cosiddetta guerra del petrolio su «Drushba» arrivava dopo quelle del gas tra Mosca e Kiev sul gasdotto «Soyuz» (ovvero unione, altro nome simbolico), iniziate già negli Anni 90, ben prima che la questione della sicurezza degli approvvigionamenti arrivasse alla ribalta internazionale.

Quando l'Unione sovietica crollò, il controllo sugli idrocarburi - dall’estrazione al trasporto - non fu più in mano di un solo attore: si moltiplicarono i fornitori (le Repubbliche centroasiatiche e quelle caucasiche della vecchia Urss) e i Paesi di transito (le ex Repubbliche sovietiche e non solo, a Ovest di Mosca). Anche in Russia il ministero dell’Energia a cui tutto faceva capo fu smembrato e nacquero altri colossi, pubblici e privati. E nel settore del gas il monopolio passò a Gazprom. Molti più attori in campo hanno creato naturalmente una moltiplicazione d’interessi che negli ultimi anni è stata difficile da conciliare a Est, visto anche l’aumento della domanda proveniente dall’Europa occidentale.

In questo contesto è cominciato il grande gioco delle pipeline nello spazio postsovietico che coinvolge soprattutto chi il gas ce l’ha (Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Azerbaigian) e chi ne ha più bisogno (Europa), lasciando il ruolo di spettatore a chi sta nel mezzo (dalla Polonia all’Ucraina, inclusi gli altri Paesi che cercano disperatamente nuove alternative). I due principali gasdotti con cui il gas russo arriva in Europa (Yamal e Soyuz) passano attraverso Bielorussia e Ucraina prima di ramificarsi verso Occidente: un problema secondo Mosca che ha puntato sulla costruzione di altri due condotte, una a Nord e una a Sud, per aggirare gli Stati interposti e raggiungere direttamente il cuore dell’Europa.

Da novembre 2011 è entrato in funzione Nordstream, il gasdotto che passa sotto il Mar Baltico bypassando anche la Polonia. Il progetto, nato sotto l’egida dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder e del premier russo Vladimir Putin, è stato inaugurato in pompa magna alla presenza della cancelliera della Germania Angela Merkel e del presidente della Russia Dmitrij Medvedev. Al consorzio appartengono non solo Gazprom (51%) e i tedeschi di Wintershall ed E.On (a ciascuno il 15,5%), ma anche i francesi di Gdf Suez e gli olandesi di Gasunie (entrambi al 9%). Delle due condotte parallele previste ne è stata ultimata solo una, per la seconda la fine dei lavori è prevista entro la fine del 2012.

L’altra pipeline che dovrebbe andare a costituire il secondo pilastro della nuova architettura energetica targata Gazprom è invece Southstream, che dovrebbe arrivare dalla Russia passando prima sotto il Mar Nero per poi risalire il continente dalla Bulgaria e separarsi in due tronconi, uno verso Grecia e Italia, l’altro verso Slovenia e Austria. Al progetto partecipano oltre ai russi (50%), gli italiani di Eni (20%), i francesi di Electricité de France e i tedeschi di Wintershall (entrambi al 15%): per il momento è ancora sulla carta, dato che l’inizio dei lavori è previsto per il 2013 e il primo gas dovrebbe scorrere nel 2015 (63 miliardi di metri cubi all’anno). L’incertezza è dovuta agli alti previsti costi (25 miliardi di euro) e al fatto che potrebbero intervenire decisioni geopolitiche a modificare il contesto. Se per esempio Gazprom ottenesse il controllo del sistema di trasporto ucraino come ha fatto con quello bielorusso, cadrebbe la necessità strategica di un nuovo gasdotto. Mosca e Kiev stanno discutendo da diversi mesi senza però essere approdate a una soluzione.

Nel frattempo sembra aver perso consistenza l’idea di Nabucco, il gasdotto sponsorizzato dall’Unione europea, che dal Mar Caspio arriverebbe in Europa, facendo a meno della Russia. Si tratta però di un progetto che taglierebbe fuori in ogni caso anche la Mitteleuropa e andrebbe ad affidarsi alle forniture non solo dell’Azerbaigian, ma anche di Turkmenistan e Iran, partner la cui affidabilità è tutta da discutere. Il Nabucco si è così arenato di fronte ai tentennamenti di Baku e Ankara. Turchia e Russia sono legate dal Bluestream (realizzato da una joint venture formata da Gazprom, dai turchi di Botas ed Eni e in funzione dal 2005). In attesa di vedere, forse, le nuove pipeline, nel puzzle energetico una cosa rimane certa, e cioè che il ruolo del gas, considerando che diversi Paesi (Germania in primis) stanno abbandonando il nucleare e le rinnovabili non sono in grado di supplire alle necessità a breve termine, sarà sempre maggiore.

(Lettera 43)

La partita va avanti da oltre un anno. Da quando, nella primavera 2010, il primo ministro russo Vladimir Putin aveva proposto di fondere il colosso russo Gazprom con il traballante monopolista ucraino Naftogaz. Puntualmente, a fine aprile, i rispettivi presidenti Dmitri Medvedev e Victor Yanukovich con la firma del patto di Kharkiv stabilivano il prolungamento della permanenza della flotta russa a Sebastopoli dietro uno sconto sulle forniture di gas per l'Ucraina per un decennio a venire. L'accordo riportava il Cremlino in netto vantaggio nella scacchiera postsovietica e Kiev definitivamente nell'orbita russa. Tanto che Yanukovich, che sedeva sulla poltrona di capo di Stato da solo qualche mese, venne accusato di essersi lasciato abbracciare troppo stretto dagli amici russi, complice la lobby filo-moscovita che si era portato appresso a Palazzo.

Le cose però non sono andate esattamente come Putin e Gazprom si aspettavano. La resistenza ucraina unita ai proclami europeisti lanciati dallo stesso Yanukovich e dal primo ministro Mykola Azarov hanno relativizzato l'immagine di un'élite al potere in balia dei voleri della sorella maggiore.
La Russia vorrebbe trattare in realtà l'Ucraina come la Bielorussia, dove Gazprom sta facendo manbassa per arrivare al controllo totale di Beltransgaz e del sistema dei gasdotti (gts) che attraversa il Paese, ma gli obiettivi sono per ora falliti. Anche perché rispetto a Minsk, sul tavolo ucraino non giocano solo in due. La partita coinvolge infatti anche l'Unione europea, alla quale Yanukovich si appella costantemente tentando di tenere il piede in due scarpe.

Mentre Gazprom vorrebbe farsi un boccone di Naftogaz e del gts ucraino, Kiev non vuole perdere il ruolo strategico di Paese di transito, messo a repentaglio dalla costruzione di Nordtstream e dai progetti Southstream e Nabucco che aggireranno da nord e da sud l'Ucraina portando l'oro azzurro da Russia e Asia centrale direttamente in Europa. Per allontanare questo pericolo Yanukovich punta sulla collaborazione di Bruxelles e di Mosca per modernizzare i tubi e rendere ancora efficiente e indispensabile il passaggio attraverso l'Ucraina.

Purtroppo per lui al Cremlino fanno orecchie da mercante e anche a Bruxelles, dove gli amici della sua grande avversaria Yulia Tymoshenko si preoccupano più di questioni processuali che di gas, sembra che la strategia energetica sia la stessa: il Nabucco sponsorizzato da Manuel Barroso e supportato dai circoli filoamericani isola l'Ucraina esattamente come il Southstream cresciuto sull'asse Gazprom-Eni. A Kiev non possono in definitiva contare su nessuno. E allora gli ucraini cercano disperatamente di diversificare, importando dalla Turchia all'Azerbaigian, trivellando nel Mar Nero, aprendo ad altre compagnie straniere che puntano sui gas non convenzionali, dagli americani di ExxonMobil e Chevron agli italiani di Eni. Le riserve ucraine, se ben sfruttate, potrebbero inoltre assicurare l'indipendenza energetica per i prossimi 20 anni, dicono gli esperti. Peccato che sino a ora non ci abbia pensato nessuno, visto che lo status quo è stato la base per far sorridere tutti coloro che hanno sguazzato nel business energetico, sia nel settore pubblico sia privato.

 Dai tempi della 'principessa del gas' Tymoshenko negli Anni '90, per arrivare a Dmitri Firtash, che con RosUkrenergo ha mediato sino al 2009 tra Gazprom e Naftogaz. Tra i due non è mai corso buon sangue: adesso l'ex eroina della rivoluzione arancione è a processo proprio per una questione di gas (l'accusa è quella di abuso di potere per gli accordi presi nel 2009 con Putin), Firtash è uno degli oligarchi più vicini al presidente. Il destino energetico dell'Ucraina è passato, e passa, anche da questi personaggi, schierati di volta in volta a difendere i propri interessi più che quelli del Paese.

Ecco perché le prospettive per Kiev sono abbastanza grigie: Yanukovich sente il fiato sul collo di Putin, che promette subito nuovi sconti e vantaggi in caso di entrata nell'unione doganale euroasiatica dietro la cessione di gts e joint venture Gazprom-Naftogaz; Bruxelles da un lato mette sul piatto la creazione di uno spazio economico comune, ma dall'altro con il progetto Nabucco allontana da sé l'Ucraina. Yanukovich ha ribadito lo scorso fine settimana di essere contro la fusione dei due giganti del gas. Le trattative tra Kiev e Mosca però continuano.

(Lettera 43)

Qualche giorno fa a Bruxelles i capi di stato e di governo dell’Unione si sono occupati di energia. E questo è un tema che riguarda molto da vicino Mosca, dato che la Russia è il principale fornitore di gas e petrolio per l’Europa. Nel testo conclusivo del Consiglio europeo si legge che l’Ue ha bisogno di diversificare le sue rotte e le sue fonti di approvvigionamento, come chiedeva, fra l'altro, l'Italia (con un occhio al gasdotto South Stream di Eni e Gazprom) e che l'esigenza di diversificazione degli approvvigionamenti di gas non riguarda solo “le fonti”, ma anche “le rotte”.

Viene citato il cosiddetto Corridoio sud (che comprendente i gasdotti Nabucco, Tap e Itgi), che porterà nell'Ue il gas della regione del Caspio sul fronte meridionale. Non si parla invece di South Stream, segno che la priorità europea è quella del Nabucco. Sulla questione abbiamo già scritto (russiaoggi.it).

L'esecutivo Ue avrebbe assicurato che non porrà obiezioni al South Stream almeno fino a che non costituirà un ostacolo allo sviluppo del Corridoio Sud. Insomma, la partita è ancora tutta da giocare. Ma sulla questione del gas russo non si scappa e, come si legge nel documento di Bruxelles, Mosca e l’Unione devono lavorare insieme: “Occorre portare avanti al più presto i lavori per sviluppare un partenariato con la Russia affidabile, trasparente e regolamentato su temi di interesse comune nel settore dell'energia e nell'ambito dei negoziati sul processo successivo all'accordo di partenariato e di cooperazione, alla luce delle attività in corso riguardanti il partenariato per la modernizzazione e il dialogo sull'energia”.

La formula, al di là del burocratese, è alquanto semplice: L’Europa ha bisogno di gas, la Russia ce l’ha. La spesa energetica gli europei la fanno in gran parte a Mosca; l’Italia pesca un po’ più in Africa, la Germania a Nord, per questioni geografiche. Cioè si compra da chi è più vicino e offre i migliori prezzi. Poco cambierà nei prossimi decenni: utilizzo del gas non convenzionale e sterzata in massa a Oriente del Cremlino e di Gazprom non sono all’ordine de giorno.

La dipendenza è quindi simmetrica, nel senso che le risorse russe, gas e anche petrolio, possono essere acquistate solo dagli europei, dato che le “pipeline” vanno tutte, o quasi, dalla Russia verso l’Europa. Se Mosca insomma non vende a Occidente rischia di chiudere. Ecco perché la collaborazione efficace e trasparente tra Mosca e Bruxelles è inevitabile e necessaria.

(Pubblicato su Russia Oggi)