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di Pierluigi Mennitti

Se con un gioco di montaggi si potessero sovrapporre immagini della Berlino del passato e del futuro, potremmo osservare un gruppo di Vopos, i poliziotti della Germania Est, e un gruppo di Amis, i soldati americani di stanza in Germania dopo la guerra, fronteggiarsi separati da uno scaffale di profumi o un bancone di maglioni. Gli stranieri dotati di speciali lasciapassare passerebbero le severe postazioni di controllo attraversando meno impegnative casse di un supermercato. E gli arditi fuggiaschi in cerca di libertà scaverebbero tunnel non sotto reticolati spinati e Muro ma fra le cantine di un moderno palazzo di lusso.

Se la battaglia urbanistico-immobiliare attorno al Checkpoint Charlie finirà in un certo modo, e la Trockland managment riuscirà a imporre il suo progetto, quello che fu il luogo simbolo della Berlino divisa fra Est e Ovest potrebbe diventare un anonimo incrocio fra centri commerciali, alberghi e appartamenti di lusso. Come tanti altri incroci.

Le geografie del futuro dipendono un po' anche da come si tracciano quelle della memoria. Discorso complesso, soprattutto in una città come Berlino, che annovera un passato drammatico e compresso nello spazio di poco più di un secolo, il Novecento. Tanta storia in un lasso di tempo così breve tradisce un'ansia vorticosa di vivere, sperimentare, consumare e poi gettare alle spalle. Cambiare senza mai sedimentare. Mutare continuamente le proprie geografie, non farle mai diventare storia. Un paradosso per una metropoli che il cliché vorrebbe dinamica e in movimento perpetuo e che invece si concede volentieri lentezze e indolenze.

Tra le geografie della memoria, un posto speciale merita quella della città divisa, quando Berlino si trovava sul fronte più esposto della guerra fredda. Non fosse altro perché siamo entrati nell'anno che scandisce il trentennale dalla caduta del Muro. Trent'anni: tanti ne sono ormai passati da quella notte del 9 novembre 1989, l'appuntamento con la storia di un'intera generazione. E in questi trent'anni, urbanisti e architetti hanno provato a ricucire le strade e le piazze della città siamese, mentre società e politica provavano a ricucire le vite e le anime di due popolazioni. I bilanci sono inevitabilmente in chiaroscuro.

Al Checkpoint Charlie, il bilancio di luminoso non ha nulla. Da un lato uno storico museo sul comunismo, messo su quando ancora c'era il Muro da un bizzarro collezionista, poi allargatosi caoticamente negli ultimi anni con i cimeli raccolti dopo la caduta della Ddr. Dall’altro, una fila interminabile di fast food dai quali arrivano odori forti: quello di arrosto dei kebab, il fritto del currywurst, l'aroma dolciastro degli spaghetti cinesi con la soia e delle salse che accompagnano gli hamburger di Mc Donald's. In mezzo, fra le auto che s'ingolfano tra i torpedoni delle visite guidate, una moltitudine di turisti, aggrappata agli immancabili falsi soldati americani e sovietici per una foto ricordo, o assiepata attorno al falso gabbiotto dove erano asserragliati i soldati dell'Us Army. Tutt'intorno, negozi di souvenir e bancarelle che espongono ogni genere di paccottiglia falso-sovietica made in China o Vietnam o Birmania, a prezzi per turisti.

Questo è oggi il Checkpoint Charlie. Chi ha una certa età o ha letto i romanzi di spionaggio di John Le Carré lo ricorderà come il posto di controllo più famoso e spaventoso della guerra fredda. Per 40 anni, su questa sottile linea di frontiera dentro Berlino si sono guardate in cagnesco le truppe delle potenze che avevano sconfitto la Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Gli Alleati da un lato, i sovietici dall’altro. Qui sono avvenuti alcuni dei tentativi più spettacolari di fuga, molti conclusisi tragicamente. Qui, in qualsiasi istante, un movimento falso o un ordine mal eseguito poteva far scoppiare un nuovo conflitto globale. Oggi la zona è più nota col soprannome di Snackpoint Charlie.

Del vecchio Muro, qui come in altri punti, è rimasto appena un piccolo frammento. Al suo posto, l’amministrazione cittadina ha segnato con i sampietrini il percorso un tempo sbarrato. Qui come dappertutto sul percorso urbano lungo cui correva il "vallo antifascista" bisogna tenere lo sguardo abbassato e seguire come tanti Pollicino la lunga fila di sampietrini. Ogni tanto sono interrotti da una lapide commemorativa in bronzo: Berliner Mauer e le date che racchiudono la sua vita, 1961-1989. Come se si trattasse di un congiunto defunto. Due turiste cinesi giocano con la storia, saltano ripetutamente a cavallo della linea: est-ovest, est-ovest, ridono divertite. Si chiamano Meiming e Lien e hanno 28 e 30 anni. Spiegano divertite che sono qui perché volevano vedere il muro che divideva la città e ora sono deluse di non trovarne più neppure un pezzettino: "La Grande Muraglia cinese è più resistente, è ancora in piedi", dicono sempre ridendo.

In verità, se non fosse per l'installazione dell'artista Yadegar Asisi, il Panorama Mauer, che da qualche anno offre una spettacolare ricostruzione panoramica della Berlino divisa, non c'è nulla in questo luogo che restituisca l'atmosfera dei momenti drammatici che si sono vissuti su questo incrocio tra la Friedrichstrasse e la Zimmerstrasse.

Un festival del kitch, sviluppatosi negli anni della rinascita dopo la riunificazione, quando la frenesia iconoclastica della ricostruzione ha fatto scempio di quarant'anni di storia della Berlino comunista, resti del Muro compresi. Tutti gli occhi erano concentrati sulla rinascita della Potsdamer Platz o sulla ricostruzione della Pariser Platz, attorno alla Porta di Brandeburgo, o sullo sviluppo del nuovo quartiere politico accanto al vecchio Reichstag. E nel disinteresse di tutti, amministrazione cittadina compresa, nella zona del Checkpoint Charlie multinazionali immobiliari compravano e vendevano.

Negli anni Novanta ebbe mano libera un'impresa che faceva capo alla Ronald S. Lauder, la società di cosmetici. Il progetto prevedeva la costruzione di cinque palazzi, alla fine ne vennero tirati su solo tre,  di cui uno firmato dall'architetto Philip Johnson. Gli altri non hanno particolare pregio stilistico. Ma siccome era impossibile buttare giù i vecchi edifici a ridosso del vecchio Muro, nel 2003 la società dichiarò fallimento. Quattro anni dopo la zona fu rilevata dall'irlandese Kannon Kirk. Non si è mai ben capito quel che gli irlandesi volessero fare. Per ammorbidire gli amministratori nei confronti di futuri, eventuali progetti immobiliari, decisero di dar vita a una nuova struttura proprio a ridosso dei sampietrini che ricordano il Muro. Su quella faglia storicamente sensibile si inventarono il Freedom Parks.

Già il nome non prometteva bene. Gli autori del progetto erano convinti che sarebbe stato uno spazio di intrattenimento del tutto compatibile con il significato storico del luogo. Sono passati sei anni, sono ancora cambiati i proprietari ma il sito del Checkpoint Charlie resta per ora un'occasione mancata. Otto grandi box di vetro, alcuni vuoti, uno riservato alla vendita di souvenir, un altro alla vendita di würstel, un altro ancora alle immancabili pizzette al taglio, tanto per ribadire la fama dello Snackpoint Charlie. Il brivido della storia costa pochi euro: tre per stampigliare su una moneta il simbolo della garritta militare, undici per accaparrarsi una maglietta con la stampa del famoso cartello che avvertiva della fine del settore americano, tra cinque e dieci per farsi fregare con i falsi pezzi di Muro prodotti in qualche fabbrica cinese. A piacere l'obolo per un selfie con i falsi soldati americani e sovietici. E d'altronde altri falsi soldati gigioneggiano di fronte alla Porta di Brandeburgo, assieme a Micky Maus e a uno stralunato Darth Valder. E questa banalizzazione turistica ha contagiato luoghi ancor più storici, come dimostra la tolleranza verso i falsi gladiatori al Colosseo di Roma.

Non era difficile immaginare che anche il Freedom Park sarebbe entrato a far parte di questa sorta di lunapark globale. I turisti non sembrano porsi troppi problemi. Il Checkpoint Charlie resta il sito più visitato dai 6 e passa milioni di turisti che ogni anno visitano Berlino, più della stessa Porta di Brandeburgo. E anche se di storico sono rimaste solo le foto d’epoca appese alle palizzate che circondano l'area del Black Box, una specie di mostra open-air di nessun pregio storico, è qui che i visitatori accorrono con l’illusione di respirare l'atmosfera della città divisa. Il museo degli Alleati, realizzato nel residenziale ma fuori mano distretto di Zehlendorf, vicino all'ex quartier generale americano, e che espone tra molti altri cimeli della guerra fredda il gabbiotto originale del Checkpoint Charlie, non attira più di 65 mila visitatori l'anno.

Così, i berlinesi storcono il naso ed evitano il Checkpoint Charlie mentre i turisti vi accorrono in massa, per nulla turbati dall’atmosfera artificiale e carnevalesca. "È la testimonianza di come Berlino non sia mai riuscita ad andare d’accordo con la memoria storica del Muro", ha commentato il quotidiano locale Morgenpost, "fin da quando, nei giorni immediatamente successivi alla sua caduta, l’ordine venuto dall’alto fu quello di demolire tutto, il più in fretta possibile".

Ora la palla è tornata al Senato di Berlino (l'organo che amministra la città) che, per non smentire la tradizione delle amministrazioni precedenti, si è già infilato in una matassa ingarbugliata. Prima si era accordato con la Trockland managment, che vanta un'opzione sull'acquisto dell'area (peraltro gravata da debiti), per il progetto immobiliare su 23 mila metri quadrati con supermercati, negozi, alberghi e abitazioni di lusso. Quando il piano è stato presentato all'opinione pubblica, sono fioccate così tante critiche che il Senato ha deciso di fare una mezza marcia indietro, sottraendo 6 mila metri quadrati all'edificazione per destinarli a un futuro museo della guerra fredda, per il quale non è chiaro chi sarà il costruttore (se l'amministrazione stessa o la Trockland) né chi lo gestirà e con quali criteri. Si è poi venuto a sapere che una parte delle azioni della Trockland sono in mano a familiari del defunto Saparmyrat Nyyazow, il dittatore che per quindici anni guidò con pugno di ferro il Turkmenistan facendosi chiamare "il padre di tutti i turkmeni". Intanto i ripensamenti del Senato hanno infastidito i manager di Trockland che hanno accusato di "inaffidabilità" la politica berlinese e minacciato di lasciar cadere l'opzione di acquisto. E con essa un bel gruzzolo di denaro di cui le indebitate casse pubbliche berlinesi avrebbero enormemente bisogno.

Nei prossimi mesi si vedrà come andrà a finire questa ennesima telenovela sul Checkpoint Charlie. Nel frattempo il lunapark continua e chi volesse farsi un'idea di quel che accadeva nel punto più sensibile dei quarant'anni di guerra fredda, farebbe bene a fare come i berlinesi: girare alla larga da questa geografia della memoria banalizzata.

Pubblicato su O Magazine

L'immagine dell'Italia politica in Germania è stata per lunghi decenni incarnata da Giulio Andreotti. Inevitabile dunque che la notizia della morte del sette volte presidente del Consiglio abbia occupato uno spazio di riguardo sulla maggior parte dei quotidiani tedeschi del 7 maggio. Lunghe ricostruzioni storiche, ampie biografie, un po' di aneddoti sulla vita di un uomo che, nonostante un carattere schivo e riservato (o proprio per questo) aveva fatto parlare di sé fino a poco più di un ventennio fa.

Non è comparsa invece alcuna ricostruzione su un passaggio in cui l'esperienza politica di Andreotti, nel 1989 premier per la penultima volta, si è intrecciata con l'evento più importante della storia tedesca del dopoguerra: la riunificazione. Curiosamente nessun ricordo e nessun commento su una frase, pronunciata nel 1984, che pure è rimasta scolpita come un colpo di spada nella memoria collettiva dei tedeschi: «Amo così tanto la Germania che vorrei due». Venne riesumata nei mesi convulsi in cui, caduti il Muro di Berlino e il regime di Erich Honecker, Helmut Kohl e Hans-Dietrich Genscher correvano contro il tempo ma con il vento della storia in poppa per assicurare tutte le toppe diplomatiche al sogno di generazioni della Germania post-bellica.

Fu una fase in cui, ottenuto il via libera da Washington e assicuratasi la collaborazione interessata dell'Unione Sovietica (riunificazione in cambio di generosi finanziamenti al sistema traballante di Michail Gorbaciov) restava soltanto da tranquillizzare i riottosi partner europei. In realtà era una partita dall'esito scontato, tanto forte era la corrente dei cambiamenti epocali. Margaret Thatcher batteva inutilmente i pugni sul tavolo, François Mitterrand provava a strappare in cambio un'alleanza di ferro in chiave europea (scaturirà da qui l'accelerazione sull'Unione e la nascita dell'euro), l'Italia poteva opporsi con ancora meno strumenti. Ma quella frase di Andreotti riesumata gelò Helmut Kohl, che pensava di contare sull'appoggio del partito europeo alleato di più lungo corso: la Democrazia cristiana.

I corrispondenti italiani più anziani, allora acquartierati nella piccola capitale politica di Bonn, ricordano ancor oggi il gelo con cui i dirigenti tedeschi interpretarono quell'episodio, nonostante la posizione italiana, rappresentata proprio da Andreotti come capo del governo e Gianni De Michelis come ministro degli Esteri, fosse la più favorevole alla riunificazione tra quella dei Paesi che contavano in Europa.

Nulla di tutto questo è invece apparso nelle ricostruzioni dei quotidiani tedeschi e resta da capire se si tratta di un nervo rimasto scoperto a distanza di oltre vent'anni o se le nuove generazioni di cronisti abbiano tutte la memoria corta. Sono prevalse invece biografie generali sulla vita politica di Andreotti, prive in verità di grande originalità. «Un tattico scaltro e un uomo di potere», ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «il politico più importante della Democrazia cristiana, la cui figura ha diviso l'Italia. Per i suoi avversari è stato uno dei politici più corrotti del Paese, per i sostenitori l'uomo che ha salvato lo Stato dalla presa del potere dei comunisti. Gli amici lo descrivevano come un politico colto e riservato, diligente e discreto. La sua immagine ha oscillato fra quella del divo Giulio e di Belzebù».

Sulla falsariga anche le biografie della Süddeutsche Zeitung e della Welt, con il racconto della sua lunga e controversa carriera di uomo di governo e dei misteri d'Italia, dalla vicenda Pecorelli al caso Moro fino ai rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli, e la storia delle accuse di rapporti con la mafia siciliana sfociata nel processo a Palermo dopo la caduta della prima Repubblica e la fine del suo potere.

Oltre alla dimenticanza della vicenda legata alla riunificazione, è mancata nella stampa tedesca un'adeguata ricostruzione dei rapporti fra Germania e Italia che possono leggersi anche attraverso lo stretto legame fra i due partiti democristiani (Cdu e Dc) che hanno costituito i pilastri della rinascita democratica dopo il nazifascismo e la seconda guerra mondiale: a dispetto dei 51 governi della prima Repubblica italiana e dei 16 della Bunderepublik nello stesso arco temporale, la storia democristiana tedesca dei 40 anni successivi alla guerra deve essere raccontata attraverso i nomi di Konrad Adenauer, Ludwig Ehrard, Kurt Georg Kiesinger ed Helmut Kohl. Per quella italiana potrebbe anche bastare il solo nome di Giulio Andreotti.

L'unico sforzo di originalità lo ha compiuto l'Handelsblatt che ha inquadrato la morte di Andreotti negli sviluppi politici italiani attuali: «Il sistema della prima Repubblica basato sui compromessi politici sembrava essere stato definitivamente superato dopo lo scandalo di Mani Pulite lasciando spazio a una contrapposizione bipolare fra destra e sinistra», ha osservato il quotidiano economico, «ma la cosiddetta seconda Repubblica non ha funzionato e il governo Monti prima, quello Letta oggi si sono basati sull'unione delle componenti più moderate e sull'esclusione di quelle più estreme. Così, proprio nel momento della sua morte, il sistema andreottiano sembra tornare in vita. La speranza è che il nuovo premier Letta abbia trovato almeno un compromesso reale e durevole, perchè un completo ritorno del modello Andreotti sarebbe devastante per l'Italia».

 

Da un lato uno storico museo sul comunismo, messo su quando ancora c'era il Muro da un bizzarro collezionista, poi allargatosi caoticamente negli ultimi anni con i cimeli raccolti dopo la caduta della Ddr. Dall'altro, una fila interminabile di fast food che emanano odori forti: kebab, currywurst, spaghetti cinesi e hamburger di Mc Donald's. In mezzo, tra le auto che faticano a farsi strada, una moltitudine di turisti, aggrappata agli immancabili falsi soldati americani e sovietici per una foto ricordo o assiepata attorno al falso gabbiotto dove erano asserragliati i soldati dell'Us Army. Tutt'intorno, negozi di souvenir e bancarelle che espongono ogni genere di paccottiglia sovietica, vera e più spesso falsa, a prezzi sproporzionati.

Così si presenta uno dei luoghi storici di Berlino, il Checkpoint Charlie, il posto di controllo più famoso della guerra fredda. Per 40 anni, su questa frontiera si sono guardate in cagnesco le truppe delle potenze che avevano conquistato la capitale tedesca alla fine della seconda guerra mondiale. Gli Alleati da un lato, i sovietici dall'altro. Qui sono avvenuti alcuni dei tentativi più spettacolari di fuga, molti conclusisi tragicamente. Qui, in qualsiasi istante, un movimento falso o un ordine mal eseguito potevano far scoppiare un nuovo conflitto globale. Oggi la zona è più nota col soprannome di Snackpoint Charlie.

Un festival del kitch che nulla restituisce dei momenti drammatici che si sono vissuti su questo incrocio tra la Friedrichstrasse, la Mauerstrasse e la Zimmerstrasse. Domenica 8 aprile, il giorno di Pasqua, sono cadute anche le palizzate che nascondono una delle poche aree rimaste libere, per l'inaugurazione di una nuova struttura: il Freedom Parks».

Già il nome non prometteva bene. Gli autori del progetto sono convinti che sarà uno spazio di intrattenimento del tutto compatibile con il significato storico del luogo. Ci sono otto grandi box di vetro. Uno è destinato alla vendita di würstel, un altro vorrebbe essere il primo Mauershop di Berlino: sugli scaffali sono esposti dieci pezzi del vecchio Muro, ritrovati miracolosamente durante gli scavi. Per cifre oscillanti tra i cinque e i 35 euro, i turisti possono recuperare il tempo perduto e accaparrarsi uno degli ultimi pezzi originali del simbolo della città divisa».

Chissà cosa conterranno gli altri cubi di vetro. Per bilanciare, metà dei 3 mila metri quadrati dell'area sono occupati da un'installazione panoramica realizzata dall'artista Yadegar Asisi, che dovrebbe far tornare alla memoria la visuale che si aveva ai tempi del Muro dal quartiere di Kreuzberg. «Si tratta di una struttura simile a un gasometro in miniatura», ha rivelato l'ideatore alla Berliner Zeitung, «nel quale vengono proiettate scene di vita quotidiana negli anni della città divisa, a Est come a Ovest».

Facile temere che anche il Freedom Park entrerà a far parte di questa sorta di Disneyland della guerra fredda sorta senza criterio. Un progetto privato realizzato da un investitore irlandese di cui non è stato svelato il nome. Un altro quotidiano, la Berliner Morgenpost, si è chiesto: «Che cosa significherà questo per lo sviluppo dell'intera zona? È una resa definitiva al commercio? O il nuovo progetto riuscirà davvero a onorare il valore storico di questo luogo?».

I turisti non sembrano porsi troppi problemi. Il Checkpoint Charlie resta il sito più visitato di tutta Berlino, più della stessa Porta di Brandeburgo. E anche se di storico sono rimaste solo le foto d'epoca appese alle palizzate che circondano due aree non ancora edificate, è qui che i visitatori accorrono con l'illusione di respirare l'atmosfera della città divisa. Il museo degli Alleati, realizzato nel periferico quartiere di Zehlendorf vicino all'ex quartier generale americano, e che espone il gabbiotto originale che una volta sostava al Checkpoint Charlie, non attira più di 65 mila visitatori l'anno. Chi volesse ascoltare l'altra campana potrebbe visitare il Deutsche-Russische Museums nel quartiere orientale di Karlshorst, sede del comando sovietico: ma sono in pochi a farlo. E anche il memoriale a cielo aperto realizzato dalla Stiftung Berliner Mauer in un altro luogo simbolico, la Bernauer Strasse, che pure vanta quasi un chilometro e mezzo di Muro originale, è poco visitato.

Così, se i berlinesi storcono il naso e cercano di evitare il Checkpoint Charlie, i turisti vi accorrono in massa, per nulla turbati dall'atmosfera artificiale e carnevalesca. «È la testimonianza di come Berlino non sia mai riuscita ad andare d'accordo con la memoria storica del Muro», ha proseguito la Morgenpost, «fin da quando, nei giorni immediatamente successivi alla sua caduta, l'ordine venuto dall'alto fu quello di demolire tutto, il più in fretta possibile».

Sbriciolare il passato e costruirci sopra un'idea di futuro è in fondo sempre stato il filo conduttore di questa città, quella speciale Berliner Luft, aria berlinese, che si respira a pieni polmoni sognando di inseguire il mito di sempre, New York. Una corsa in avanti che non ha evitato i tragici inciampi nella storia. E anche adesso che i tanti fantasmi del passato non sembrano ripetibili, la Disneyland del Checkpoint Charlie lascia in fondo un retrogusto amaro, quello della banalità.

Quando nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961 la settantasettenne Olga Segler sentì uno scalpiccìo di scarponi militari salire dal marciapiede sotto la finestra della sua casa, al numero 34 della Bernauer Strasse a Berlino Est, non pensò neppure per un secondo di alzarsi dal letto e affacciarsi incuriosita. Affondò la testa nel cuscino, in modo da attutire il fastidioso rumore, e provò a riprender sonno. Un mesetto dopo, Frau Olga Segler pendeva dalla finestra del suo appartamento al secondo piano, drammaticamente aggrappata al cornicione, ancora incerta se lanciarsi nel vuoto per essere raccolta dal telone di sicurezza che i vigili del fuoco di Berlino Ovest le avevano teso di sotto o rinunciare a tutto e tentare, con il peso dei suoi settantasette anni, di riguadagnare il solido pavimento della sua casa.

Il vecchio stabile nel quale abitava, sopravvissuto miracolosamente ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, correva proprio lungo la linea di confine tra Est e Ovest. Gli appartamenti si trovavano ad Est, la strada sottostante ad Ovest. Ma il nuovo confine murario, che da trenta giorni divideva la città, si era intrufolato anche nelle sue stanze, facendo di questo palazzo una vera e propria prigione: il portone era stato sigillato e poliziotti e operai avevano iniziato a murare le finestre del piano inferiore. Presto gli inquilini rimasti sarebbero stati evacuati. Non c'era più tempo da perdere. Ma fu l'irruzione dei Vopos nel suo salotto, accompagnata dal plateale lancio di un lacrimogeno, a mettere fine a quell'indugio che da una decina di minuti teneva con il fiato sospeso la piccola folla di berlinesi occidentali radunatasi nel frattempo nella Bernauer Strasse. Frau Olga chiuse gli occhi, mollò il cornicione e svenne. Non si risvegliò più. Il telone non resse il peso dei suoi chili e dell’angoscia accumulata in un mese e più di tensioni. Lo schianto fu tremendo, le ferite mortali. Oggi una lapide ricorda quella che fu una delle prime vittime di una lunga serie. Si trova proprio sul marciapiede della Bernauer Strasse, laddove c’era il civico 34. Le case non ci sono più, distrutte nel corso degli anni Settanta dal regime che non voleva ostacoli lungo la linea di confine. E anche il Muro non c’è più, distrutto nei mesi successivi al 9 novembre 1989 dalla gioia dei berlinesi e dai cacciatori di souvenir. Non c’è più nulla in quel punto, solo la lapide nel mezzo del marciapiede. I passanti ogni tanto la calpestano, qualcuno non sa neppure cosa sia e cosa sia accaduto lì, ormai quasi cinquant’anni fa.

La decisione delle autorità sovietiche di bloccare tutti gli accessi tra le due Berlino e addirittura di cingere i settori occidentali con un muro che fisicamente impedisse qualsiasi contatto (e qualsiasi fuga), non giunse del tutto inaspettata. Furono i tempi e le modalità a cogliere di sorpresa i comandi occidentali. Se fin dal 1958 i servizi segreti americani avevano intercettato istruzioni per la costruzione di un muro tra le due Berlino, denominata in codice "Muraglia cinese", un comunicato dell'Ufficio statale per la protezione della Costituzione di Berlino Ovest assicurava, il venerdì 11 agosto 1961 (qualche ora prima del via all'operazione "Muraglia cinese"), che "secondo informazioni disponibili nessun evento inusuale" era atteso per il successivo week-end.

 I Flüchtlinge della Ddr

In realtà la situazione nella Ddr, la Repubblica democratica tedesca, si era andata aggravando di anno in anno e, nell'ultimo lustro, le fughe di cittadini, spaventati dalle riforme economiche stataliste imposte dalla dirigenza comunista e dalle continue restrizioni alle libertà e ai diritti civili, si andavano moltiplicando mettendo in forse la legittimità e l'esistenza stessa del fragile Stato nato all'ombra di Mosca. Si trattava di un esodo massiccio, qualitativamente devastante, che coinvolgeva soprattutto giovani, medici, laureati, quadri dirigenti, tecnici, commercianti, professori universitari: insomma, ad un tempo l'élite e il futuro del paese. Berlino, grazie al suo particolare status giuridico, era rimasta l'unica via di fuga da quando, nel 1952, le autorità orientali decisero la progressiva chiusura delle vie di transito tra i due Stati tedeschi e l'interruzione delle linee telefoniche tra le due Berlino, in seguito alla firma di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia a Bonn del Deutschlandvertrag, il trattato che restituiva alla Repubblica federale tedesca una sovranità quasi piena. 

E lungi dall'arrestarsi, la marea dei profughi aveva preso ad aumentare alla media di 250 mila persone all'anno. Anzi, dopo le riforme collettivistiche dell'economia varate nel 1959, i Flüchtlinge (come venivano chiamati i fuggitivi) avevano ripreso a crescere, costringendo la Ddr a varare nuove misure restrittive nella concessione dei visti e dei permessi temporanei. Nulla sembrava fermare questa marea inarrestabile e, ad ogni nuovo segnale di crisi o di inasprimento dei controlli nella Germania orientale, il flusso cresceva. Nei primi mesi del 1961 l'esodo raggiunse livelli impressionanti: 16.697 a gennaio, 13.576 a febbraio, 16.094 a marzo, 19.803 ad aprile, 17.791 a maggio, 19.198 a giugno, 30.415 a luglio. Centotrentamila persone in soli sei mesi e il ritmo era destinato a crescere ancora. Di questi, la metà era costituita da giovani sotto i venticinque anni. Quasi tutti, ormai, fuggivano attraverso i valichi di passaggio dell'ex capitale.

 La divisione della città simbolo

Nei primi mesi dell'anno la tensione a Berlino era tornata ai massimi livelli. Per molti versi sembrava di rivivere i drammatici giorni del giugno 1948, quelli del primo blocco sovietico, superato dall'epopea del ponte aereo organizzato dagli americani e dai britannici, che per un anno trasportarono ogni giorno, a bordo dei C-47, circa 6.400 tonnellate di materiale all'aeroporto di Tempelhof. O quelli del giugno 1953, quando la rivolta operaia contro il regime comunista di Berlino Est venne repressa nel sangue dall'intervento dei carri armati sovietici. Si tornava a respirare l'aria dei momenti più duri, nei quali il confronto tra gli ex alleati - americani, britannici e francesi da un lato e sovietici dall'altro - si concentrava ancora una volta su questa città da sempre simbolo di qualcosa. Prima del militarismo prussiano degli Hohenzollern, poi dell’eccentricità weimariana, quindi dell'incubo nazista, infine, ridotta ad un cumulo di macerie morali e architettoniche, simbolo della guerra fredda.

Da quando nel 1945 i tre Grandi (Roosevelt, Churchill e Stalin) stabilirono a Yalta la divisione della Germania e quella di Berlino in tre zone di influenza (che diventeranno poi quattro, con l'inclusione della Francia tra le potenze vincitrici) la storia dell'ex capitale tedesca percorrerà binari del tutto nuovi. Divisa in quattro settori e retta nei mesi immediatamente seguenti alla capitolazione del Terzo Reich da una Kommandatura quadripartita, Berlino sconterà molto presto l'incrinarsi dei rapporti tra gli Alleati, la successiva rottura tra sovietici e occidentali e la sua nuova e speciale collocazione geografica all'interno della zona di occupazione sovietica che diventerà la Ddr, la Repubblica democratica tedesca. Coordinate geografiche che è necessario rammentare per inserire la storia del Muro nel contesto degli equilibri internazionali postbellici e della guerra fredda che, di lì a qualche anno, si dispiegherà in tutta la sua virulenza.

 Come si arrivò alla decisione del muro

Il muro, dunque, fu solo lo sbocco finale di un confronto tra due mondi, due sistemi di vita, due ideologie e fu la reazione di una parte, quella comunista, alla capacità di attrazione e di fascino che l'altra metà del mondo, quella liberale, democratica e capitalista riuscì ad esercitare fin dai primi anni del dopoguerra.

Anno difficile il 1961. Il confronto con l'Occidente, la fuga dei cittadini dalla Ddr, gli equilibri fragili di un sistema - quello delle democrazie popolari dell’Europa orientale cementificatosi militarmente nel Patto di Varsavia ed economicamente nel Comecom - che aveva da poco superato il trauma della rivolta di Budapest e che tentava con fatica di impostare solidi sistemi economici, sociali e politici in grado di reggere la competizione con il mondo capitalista. Nel mese di marzo, il presidente del Consiglio di Stato della Ddr (l’equivalente del presidente della Repubblica), Walter Ulbricht, avanzò la proposta di costruire una grande barriera di filo spinato lungo il confine delle due Berlino. Il veto di Krusciov bloccò temporaneamente questa iniziativa.

Ma la dirigenza tedesco-orientale aveva già delineato tre ipotesi di intervento per bloccare l'emorragia di popolazione e riprendere il controllo della situazione interna: la chiusura dei corridoi aerei utilizzati dagli Alleati occidentali, la costruzione di un muro, l'isolamento dell'intera Berlino dal resto della Ddr. L'ipotesi di una barriera fisica fra le due parti dell'ex capitale cominciò a serpeggiare nell'opinione pubblica. Il 15 giugno, durante una conferenza stampa internazionale a Lipsia, la corrispondente della Frankfurter Rundschau chiese ad Ulbricht se la posizione sovietica su Berlino comportasse la fissazione di un confine di Stato alla Porta di Brandeburgo. La risposta, rimasta famosa, fu: "Nessuno ha intenzione di costruire un muro". Non dovette essere troppo convincente, se nei giorni successivi alla conferenza di Lipsia il flusso dei profughi subì un'ulteriore impennata. Il 25 luglio, in risposta a un bellicoso memorandum di Krusciov sulla questione di Berlino, il nuovo presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, annunciò i tre punti essenziali per gli americani: il diritto degli Alleati occidentali a una presenza militare a Berlino Ovest, il diritto di accesso dalla Repubblica federale al settore occidentale della città, il diritto degli abitanti di Berlino Ovest all'autodeterminazione e alla libertà. Nessuno di questi tre punti "essenziali" servirà da deterrente alla costruzione del Muro perché nessuno di essi sarà messo in discussione.

Il 13 agosto 1961: la notte del Muro

Che qualcosa stesse per accadere era ormai nell'aria. Nei primi giorni di agosto, l'esodo raggiunse punte mai prima toccate: oltre 1.600 persone ingrossavano quotidianamente i centri di raccolta profughi di Berlino Ovest. Eppure, quando il già citato comunicato dell'ufficio statale per la protezione della Costituzione giunse sui banchi del Senato di Berlino Ovest nel tardo pomeriggio di venerdì 11 agosto ("Nessun evento inusuale è atteso per il prossimo week-end"), tutti tirarono un respiro di sollievo e si apprestarono, per il giorno seguente, a invadere le spiagge sul Wansee.

Nelle stesse ore, a Berlino Est, un signore che avrebbe poi segnato la storia della Ddr, Erich Honecker, allora componente del Politburo e segretario del Comitato centrale della Sed (il Partito socialista unitario), riceveva da Walter Ulbricht il via libera all'Azione X, il piano segretamente messo a punto nei giorni precedenti per la costruzione di un confine permanente tra la zona orientale di Berlino e quella occidentale: il Muro, ovvero il "bastione di difesa antifascista".

La sera del giorno successivo, sabato 12 agosto, Honecker assunse il comando delle operazioni stabilendosi nel quartier generale della polizia di Berlino Est, nella Keibelstrasse. Da quelle stanze, il futuro leader della Ddr, affiancato da uno staff di otto persone, mosse l'intera macchina operativa militare e politica. La polizia e gli uomini della Nationale Volksarmee, affiancati dalle cosiddette Kampfgruppen, unità paramiitari costituite da lavoratori, in sostanza l'esercito privato della Sed, erano pronti a entrare in azione. Le truppe sovietiche di stanza nell'ex capitale erano al massimo grado d'allerta. Si attesero le prime ore di buio. Allo scoccare della mezzanotte il piano entrò nella fase operativa. Uno dopo l'altro vennero bloccati i treni in partenza per Berlino Ovest, quindi tutti i passaggi ferroviari tra i due settori della città. Alle 0.30 carri armati e truppe dell'esercito tedesco-orientale presero posizione sulla Unter den Linden, la principale arteria di Berlino.

All'una, quattromila uomini della prima divisione motorizzata di stanza a Potsdam con 140 carri armati e 200 carri militari bloccarono tutte le vie di uscita intorno al perimetro di Berlino Ovest. All'1.11 l'agenzia di stampa della Ddr, l'Adn, batté il comunicato con il quale si pubblicizzava una nota che i paesi del Patto di Varsavia avevano indirizzato il venerdì precedente alla Camera popolare e al governo della Ddr con la proposta "di stabilire alla frontiera occidentale di Berlino un ordine che garantisca l'efficace controllo del territorio intorno Berlino Ovest, comprese le frontiere della Berlino democratica". All'1.50 giunse alle autorità di polizia tedesco-occidentali la prima notizia su quanto, ormai da un paio d'ore, stava accadendo ad Est: le vie di comunicazione ferroviarie della S-Bahn e della U-Bahn (rispettivamente la metropolitana di superficie e quella sotterranea) erano state interrotte nel settore orientale. Dalla stazione di Gesundbrunnen, situata nel settore francese, giunse al quartier generale della polizia di Berlino Ovest la conferma che tutti i treni erano stati bloccati.

Da quel momento le notizie rimbalzarono impazzite. Alle 2.30 venne bloccato il passaggio attraverso la Porta di Brandeburgo. Contemporaneamente, colonne militari si diressero verso la Potsdamerplatz e gli altri punti di comunicazione terrestre tra le due Berlino. Entrarono in azione anche i carri armati sovietici che presero posizione nei punti strategici della città e nella Alexanderplatz. Alle 3.25 la Rias, la radio che trasmetteva dal settore americano, interruppe i suoi programmi notturni per annunciare il blocco delle vie di comunicazione. Alle 4.45, dei 60 varchi esistenti, ben 45 erano stati chiusi: un'ora più tardi l'intera operazione fu completata. Alle 6.00, in tutte le stazioni metropolitane di Berlino Est furono esposti cartelli con la scritta: "Oggi nessun treno in partenza". Ai primi berlinesi che si aggirarono assonnati per le vie della città si presentò uno spettacolo allucinante: lungo tutto il perimetro del confine cittadino era stato steso il filo spinato. Le 95 strade che collegavano Berlino Est a Berlino Ovest erano state divise. A nessun abitante orientale fu consentito di attraversare il confine senza un permesso. Restarono aperti, ma strettamente sorvegliati dai militari, solo tredici varchi. Nessun blocco venne posto al traffico tra Berlino Ovest e la Repubblica federale tedesca. Nelle prime ore del mattino il quotidiano occidentale Morgenpost uscì in edizione straordinaria con il titolo: “Ost-Berlin ist abgeriegelt”, Berlino Est è sigillata.

Il "bastione di difesa antifascista"

L'evento tanto atteso e temuto si era dunque compiuto. La separazione era cosa fatta. Nei giorni successivi, la barriera di filo spinato fu rapidamente sostituita da un muro vero e proprio, al cui innalzamento vennero impiegate brigate di lavoratori tenute sotto stretta sorveglianza. Si trattava ancora di un muro modesto, quasi un muretto di campagna, fatto di mattoni cementati uno sull'altro, alto appena un metro e 25. Inesorabile, correva per 45 chilometri, dividendo campi e strade, piazze e palazzi, fiumi e foreste. Nel corso degli anni verrà fortificato e perfezionato per ben quattro volte assumendo quell'aspetto spettrale che tante volte ha fatto da scenario alla letteratura e ai film di spionaggio.

Tutte le abitazioni che sul lato orientale confinavano con la nuova costruzione saranno abbattute. Il Muro di quarta generazione, costruito a partire dal 1975, sarà composto da lastre di cemento armato prefabbricate alte tre metri, unite l'una all'altra e sovrastate da una copertura rotonda per evitare l'arrampicamento: saranno necessarie circa 45mila lastre per coprire l'intero perimetro. Alle sue spalle si estenderà la cosiddetta "terra di nessuno", una lunga striscia di sicurezza che correva parallelamente al Muro, tagliata da una barriera metallica alta dai tre ai quattro metri, intervallata da 300 torri di guardia con il filo ad alta tensione. Completavano i sistemi di sicurezza 22 bunker, telecamere a circuito chiuso, cani poliziotto alloggiati in 232 cucce lungo i punti strategici, una trincea anti-veicoli, una lunga teoria di riflettori per illuminare a giorno l'intera area. Per ventotto anni avrebbe rappresentato il confine più controllato e più invalicabile del mondo.

L'amara realtà delle sfere d'influenza

In una sola notte, dunque, furono tranciati di netto legami familiari, affetti, amicizie, abitudini e interessi economici. La guerra fredda raggiunse forse il suo momento più drammatico. Lo sgomento e lo sdegno, a Occidente, furono enormi. L'emozione e la paura, a Berlino, raggiunsero i livelli di guardia. Mentre ad Ovest manifestazioni di protesta spontanee e organizzate si succedettero una dietro l'altra, a Est la popolazione cadde in uno stato di frustrazione e apatia. Le cronache dei giornalisti che visitarono in quei giorni Berlino Est riportarono impressioni di sconforto e di terrore: un angoscioso silenzio s'impadronì dell'altra metà del cielo. Lungo il nuovo confine della città, laddove il Muro non aveva ancora sostituito la barriera di filo spinato, si radunavano le famiglie ormai divise per un ultimo saluto.

Ma lentamente, a Ovest come ad Est, la popolazione toccò con mano quanto le regole della guerra fredda, del mondo bipolare e delle sfere di influenza pesasse sulle speranze di un rapido ricongiungimento. Tutti guardavano agli Alleati occidentali, speravano in un atto di forza che spazzasse via il Muro, ma nessuno, a Washington, a Londra e a Parigi voleva rischiare un terzo conflitto mondiale. Quanto era accaduto a Berlino, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, riguardava in fin dei conti i sovietici e un loro Stato satellite. Nessuno dei tre punti essenziali di Kennedy era stato violato. Il presidente della nuova frontiera poteva tranquillamente continuare a veleggiare a bordo della sua barca negli Usa. Nella calcolata assenza del cancelliere Konrad Adenauer, che non intendeva drammatizzare ulteriormente la situazione, toccò al borgomastro Willy Brandt affrontare l'emergenza, dando voce alla rabbia dei berlinesi dell'Ovest e gestendone le emozioni nel quadro di un delicato equilibrio internazionale.

Gli americani spedirono a Berlino, il 19 agosto, il vice-presidente Lyndon Johnson e, qualche giorno più tardi, l'eroe del ponte aereo, il generale Clay. Il tutto si risolse con un rafforzamento del contingente militare occidentale. Solo due anni dopo, nel giugno 1963, il presidente degli Stati Uniti Kennedy giunse in visita a Berlino Ovest, accompagnato dal cancelliere Adenauer. Fu un trionfo. La popolazione berlinese, ancora traumatizzata dagli avvenimenti, seguì numerosissima la processione presidenziale tra la Porta di Brandeburgo, il Checkpoint Charlie e il palazzo comunale di Schöneberg, dove Kennedy, di fronte a centinaia di migliaia di persone pronunciò la famosa frase: "Ich bin ein Berliner". Oltre due decenni dopo, un altro presidente americano, Ronald Reagan, fece vibrare le corde dell'emozione. Era il giugno 1987, in piena era gorbacioviana, in un momento foriero di grandi cambiamenti. In un discorso davanti alla Porta di Brandeburgo, profeticamente Reagan si rivolse al suo collega sovietico: "Presidente Gorbaciov se ama la libertà, venga qui e tiri giù questo Muro”.

I saltatori del Muro

La storia del Muro è una storia di sentimenti, di emozioni e anche di cifre non sempre concondanti. Nei ventotto anni della sua esistenza, 5.043 persone riuscirono a fuggire nella Berlino occidentale, spesso, ricorrendo a mezzi fantasiosi e a trovate geniali; 3.221 persone fallirono la fuga e furono arrestate al confine; 150 morirono nel tentativo di raggiungere la libertà, in maggioranza sparate dalle guardie di confine, i Vopos. Infine, 118 furono ferite da colpi di arma da fuoco. Sono numeri che variano da ricerca a ricerca e molti di essi rischiano di rimanere sconosciuti nella loro entità per sempre. Quelli che abbiamo riportato restano, dunque, puramente indicativi.

Lo scrittore tedesco Peter Schneider, in un romanzo di successo del 1982 pubblicato anche in Italia, Der Mauerspringer (Il saltatore del Muro), racconta la storia surreale di uomini che si fanno beffa del Muro saltando, ripetutamente e per i più stravaganti motivi, l'insormontabile confine tra le due Berlino. Di Mauerspringer, la storia del Muro è piena. Il museo Haus am Checkpoint Charlie, che si trova sulla Friedrichstrasse, al confine fra i quartieri Kreuzberg e Mitte, proprio nel punto in cui sorgeva il gabbiotto delle forze militari occidentali, espone nelle sue sale alcuni dei mezzi utilizzati in quegli anni per superare la frontiera. Mongolfiere, teleferiche improvvisate, auto con doppio fondo, tunnel sotterranei, travestimenti, tutto venne sperimentato nel tentativo estremo di scappare. Una voglia di Occidente che non risparmiò neppure le truppe tedesco-orientali chiamate a sorvegliare il filo spinato dei primi giorni.

Una delle foto più famose ritrae il diciannovenne Conrad Schumann, ancora in divisa e con il fucile sulle spalle, che salta la barriera di ferro all'altezza della Bernauer Strasse il 15 agosto 1962, approfittando di un momento di distrazione dei suoi commilitoni. La cifra dei disertori oscilla tra le duemila e le 2.700 unità. Resteranno nella storia il giovane austriaco che noleggiò, in un concessionario della Kurfürstendamm, una spider talmente bassa da passare sotto le sbarre di uno dei punti di passaggio controllati, riuscendo così a far fuggire fidanzata e suocera rimaste all'Est. I contorsionisti che riuscirono a comprimersi nei bagagliai della Bmw Isetta, la monoposto ritenuta tanto piccola da non aver bisogno di essere perquisita. I quattro finti soldati russi, con tanto di uniformi rappezzate in casa, che oltrepassarono il confine salutati con rispetto dai Vopos. I 57 abitanti di un condominio nella Bernauer Strasse che scapparono attraverso un cunicolo sotterraneo faticosamente scavato nottetempo per sei mesi. I tanti che sfidarono le pallottole dei militari di confine, attraversando a nuoto fiumi e canali o approfittando di buchi nella rete quando ancora la fortificazione non era stata completata.

Rimarrà nella storia anche il diciottenne Peter Fechter che, nel tentativo di ricongiungersi alla sorella rimasta a Berlino Ovest, tentò con un amico, il 17 agosto 1962, una fuga quasi impossibile. Giunti a ridosso del Muro, quasi all'altezza del Checkpoint Charlie, i due giovani furono rapidissimi nello scavalcare la prima barriera metallica, assai abili nel correre velocemente attraverso gli altri ostacoli, ma non altrettanto fortunati giunti di fronte all'ultimo ostacolo: il Muro. Ventuno colpi di pistola furono sparati da due guardie di frontiera accortesi della fuga e, mentre il suo amico riuscì a superare indenne anche l'ultimo ostacolo, Peter Fechter crollò colpito a morte nella striscia di nessuno. Crepò dissanguato, mentre i soldati americani dall'altro lato osservavano impietriti e impotenti e una folla di berlinesi occidentali urlava inutilmente la propria rabbia. Passò più di un'ora prima che il suo corpo, ormai esanime, fosse recuperato dai Vopos. Anno dopo anno, con il perfezionamento del Muro, i tentativi di fuga si faranno più rari ma non spariranno mai del tutto, fino ai giorni immediatamente precedenti la caduta. L'ultima vittima fu Winfried Frendenberg, caduto nel marzo 1989, qualche mese prima l'inizio della svolta.

Tutto in una notte: il 9 novembre 1989

Nei decenni successivi, dunque, il Muro divenne quasi impenetrabile. E più dei tentativi di fuga poté il lavoro delle diplomazie. I lasciapassare natalizi, in vigore fin dal Natale 1963 e poi prolungati fino al 1966, consentirono ai berlinesi occidentali di rivedere, almeno in occasione delle feste e solo per ventiquattr'ore, i propri parenti dall'altra parte del Muro. Sull'onda dell' Ostpolitik, l'accordo quadripartito tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica del 1971 risolse alcune questioni giuridiche legate a Berlino, regolando in maniera meno restrittiva le visite degli abitanti nei due diversi settori della città. Lentamente anche il Muro, considerato da André Malraux "il più brutto monumento di questo secolo", entrò a far parte del paesaggio, pur mantenendo forte il suo significato di simbolo dell'Europa e della Germania divisa: l'anormalità di Berlino divenne in un certo senso normale. La città perse, con la stabilizzazione dell'equilibrio bipolare internazionale, quel ruolo di Frontstadt e di epicentro di ogni crisi e quasi si assopì su se stessa dopo tanta tensione.

Ma la storia riprese a correre per le vie di Berlino quindici anni fa, nel 1989. La sconfitta della sfida gorbacioviana di riformare il comunismo, il rapido sgretolamento della solidarietà tra i paesi del Patto di Varsavia, il tracollo economico e produttivo, diedero vita a nuove fughe dei cittadini tedesco-orientali, questa volta attraverso le ambasciate di Bonn a Praga, Budapest e Varsavia. L'apertura dei confini ungheresi e cecoslovacchi, poi le manifestazioni sempre più imponenti nelle maggiori città della Ddr: Lipsia, Dresda, Magdeburgo, infine Berlino Est. La caduta di Eric Honecker e l'ultimo disperato tentativo di salvare il regime con la presidenza di Egon Krenz.

Quindi, la sera del 9 novembre. Alle 18 il portavoce della Sed, Günter Schabowski, si presentò ad una conferenza stampa internazionale per rendere note le decisioni del Comitato centrale del partito, prese sotto la duplice pressione dei fuggitivi e delle manifestazioni di piazza. Annunciò che i cittadini tedesco-orientali avrebbero potuto ottenere, in attesa di una più particolareggiata disposizione di legge, i visti di uscita e di soggiorno per l'estero. Interrogato sulla data di validità delle nuove disposizioni dal corrispondente dell'agenzia Ansa, Riccardo Ehrman, Schabowski rispose, forse facendosi prendere la mano, "ab sofort”, da subito, aggiungendo che le disposizioni riguardavano tutti i punti di passaggio dalla Ddr alla Bdr e dunque anche quelli tra Berlino Est e Berlino Ovest. Il Muro era caduto così come era stato costruito: in una notte. Un'ora dopo ai varchi controllati da guardie di frontiera a corto di informazioni si presentarono migliaia di cittadini. Passarono tutti dall'altra parte dando vita a quella festa di gioia irrefrenabile tra gli abitanti delle due Berlino ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. Alla Porta di Brandeburgo, centinaia di giovani al massimo dell'euforia, ballarono tutta la notte su quello che da qualche ora non era più il Muro invalicabile.

Venti anni dopo, i turisti che percorrono le strade di Berlino alla ricerca delle tracce del Muro, restano con un palmo di naso. Tutto è stato smontato, ridotto a macerie, a materiale per la riparazione delle autostrade, a souvenir turistici. Qualche pezzo è stato recuperato e sistemato in un altro punto della città. L'onda del nuovo ha travolto il confine che per ventotto anni ha segnato la vita della Berlino divisa. Eppure, anche se pochi lo sanno, oltre i memoriali ufficiali, qualche luogo dove ritrovare il vecchio, "caro" Muro, nella sua collocazione originale, ancora c'è. Ad esempio, si piò scendere fino al Treptowkanal e salire su una delle piccole imbarcazioni ormeggiate lungo i bar all'aperto che rendono più allegre le serate berlinesi. Una volta a bordo, si deve remare con forza, fino a quando il canale non sfocia nel fiume Sprea. Meglio farlo di notte, quando il buio attutisce la frenesia cittadina e la torre televisiva di Alexanderplatz si specchia nelle acque scure del fiume. Entrati nella corrente della Sprea, si piega a destra e poco dopo a sinistra. Bisogna fare attenzione perché il Muro è proprio lì, in mezzo all'acqua, a dividere ancora in due la città come fosse una diga. Se si lega la fune a un ormeggio, si può salire attraverso la scala di metallo ormai arrugginita, un tempo utilizzata dai Vopos, e camminare, magari saltare e ballare come quei ragazzi venti anni fa, sul Muro in mezzo all'acqua. “You are leaving the American sector, Vri vriesgaietie is sovietskie sektora, You are leaving the British sector, Vous quittez le secteur français”. Oggi, a Berlino, non si esce e non si entra in nessun settore.

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IL MEMORIALE DEL MURO. La storia rivive sulla Bernauer Strasse.

Il nuovo memoriale del muro sulla Bernauer Strasse è il centro delle celebrazioni che si stanno tenendo oggi a Berlino per il cinquantesimo anniversario della costruzione del muro. L’articolo qui di seguito, ripreso da una corrispondenza vecchia di due anni e mezzo, illustra il senso del memoriale, raccontato nel momento in cui iniziarono i lavori.

Adesso lo vogliono ricostruire. Se non proprio il Muro, giacché parrebbe una sorta di Disneyland della guerra fredda, almeno qualcosa che riporti alla memoria le atmosfere cupe della Berlino divisa. Se non saranno calce e mattoni, sarà il ferro. Sarà la cortina di ferro. Il luogo del delitto è una strada ricca di simboli e tragedie, la Bernauer Strasse. Cominciò lì, nelle prime ore del 13 agosto, lo srotolamento del filo spinato e poi la posa delle prime rudimentali pietre. Proprio lì il settore sovietico confinava con quello francese sul limes disegnato da una lunga fila di palazzi. E’ da uno di quei palazzi che Frau Olga Segler provò a lanciarsi nel vuoto, mancando il telone dei vigili di Berlino Ovest e diventando una delle prime vittime del muro.

E fu ancora lungo la Bernauer Strasse che nel 1962 si consumò la fuga più clamorosa, organizzata peraltro da due italiani, che scavarono sotto il Muro un tunnel di 123 metri per far scappare un loro amico e altre trenta persone. E ancora qui, su questa strada che prima divideva due mondi e oggi solo due quartieri, è possibile vedere l’unico frammento di muro originale sopravvissuto ai cacciatori di souvenir e alla furia distruttiva che colse i berlinesi dopo il 9 novembre di vent’anni fa.

Si esce dai sotterranei della omonima stazione metropolitana e ci si incammina seguendo la striscia di sanpietrini che delimita il vecchio confine, calpestando la lapide che ricorda Olga Segler. E proprio camminando sul filo sottile della memoria incocci il cemento di quello che fu il Muro di terza generazione, una spessa massa grigio opaca oltre la quale non era possibile vedere né andare. In tutto sono 212 metri. Nella prima parte il Muro è proprio intatto: spessore, giunture, la tipica cornice tonda che lo sovrastava. Poi comincia a sberciarsi, come un monumento rosicchiato dalle zanne del tempo e degli scalpelli, e le aste di ferro che ne costituivano lo scheletro vengono fuori arruginite, piegate. In mezzo c’è un buco di 19 metri e su questo spazio tranciato s’è scatenata la fantasia dei restauratori.

Nel palazzetto di fronte c’è la sede della Fondazione Muro di Berlino che ha in cura i resti di quello che la propaganda della Ddr chiamava “il bastione di difesa antifascista”. Nelle sale del piccolo museo allestito si illustrano le sequenze che portarono alla costruzione del Muro. Campeggia la frase celebre di Ulbricht, l’allora capo della Ddr, pronunciata un paio di mesi prima dell’agosto 1961: “Nessuno ha intenzione di costruire un Muro”. E’ quello che oggi ribadiscono i rappresentanti della Fondazione, cui era demandata la decisione di tappare quei diciannove metri di desolazione utilizzando altri pezzi originali del Muro. I custodi della memoria di Bernauer Strasse, invece, hanno optato per un’altra proposta, avanzata dalla comunità evangelica della chiesa di Sofia: inserire nello spazio vuoto una lunga teoria di aste di ferro a memoria della cortina che divise non solo Berlino ma tutta la Germania e l’intera Europa dell’Est.

Il fatto è che il museo è interessante ma l’intera area, arricchita da un’installazione artistica, una piattaforma di metallo e una cappella del perdono, non riesce a trasmette l’emozione esatta delle tragedie vissute nella città divisa. Ecco perché ora i lavori fervono per arricchire l’apparato documentario attorno ai resti del Muro. La comunità evangelica ha qualche voce in capitolo, perché l’attuale cappella del perdono in legno rimpiazza la vecchia chiesa di Sofia, un gioiello architettonico della fine dell’Ottocento, rimasta intrappolata nella terra di nessuno e fatta saltare dal regime della Ddr nel 1985 fra le proteste (inutili) delle autorità occidentali. Ad essa appartiene anche il piccolo cimitero alle spalle del vecchio confine, di cui la comunità è rientrata in possesso solo dopo la fine del regime. Storie e memorie riallacciate proprio grazie alla caduta di quel Muro e di quella cortina che oggi si vuol ricostruire.

Paradossi berlinesi. Berlino, d’altronde, è città in continua trasformazione, veloce, rapida nel consumare anche la propria storia. Per questo piaceva agli ormai centenari futuristi, che la invasero negli anni Venti per inebriarsi del suo caotico divenire. Quando la Ddr scomparve in una notte, nessuno voleva più avere di fronte agli occhi quella lunga ferita di cemento. Ne fecero pezzetti da rivendere sulle bancarelle dei souvenir, finché pure le schegge originali finirono e i truffatori s’inventarono i pezzi di Muro contraffatto che si trovano nelle case dei turisti di tutto il mondo. Con il Muro è stata però cancellata anche la memoria. Il viaggiatore che volesse ricostruirla oltre l’iconografia dei musei vaga per la città come quel personaggio di un celebre film di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino) che non si raccapezzava più negli spazi vuoti della Potsdamer Platz.

Ci sono altri luoghi della memoria. La bizzarra East Side Gallery, un’altra lunga fila di pezzi del muro coperta da graffiti piazzata sulla sponda orientale della Sprea, che ha fatto da sfondo alla pubblicità di una marca di valige, protagonista un malinconico Michail Gorbaciov. Solo che i graffiti sono stati disegnati dopo la caduta del Muro. O il vecchio Museo militante al Checkpoint Charlie, forse la cosa più onesta dal momento che sta lì da prima che il Muro se ne venisse giù. Il Comune ha speso soldi per produrre una specie di I-Pod storico, che ogni turista può affittare e mettersi al collo per ripercorrere in bici i quarantadue chilometri del vecchio confine: solo che il Muro lo guardi sullo schermo, come fosse un videogioco. Gli unici resti originali di una qualche rilevanza sono proprio quelli sulla Bernauer Strasse. Ora l’idea di rimpiazzare i vuoti con la cortina di ferro sembra definitiva. Nessuno ha intenzione di costruire un Muro. Però lo disse anche Ulbricht e sappiamo come andò a finire.

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