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Al di là del solito balletto delle cifre - 25 mila secondo gli organizzatori, 10 mila per la polizia - la manifestazione organizzata il 10 marzo a Mosca dall’opposizione è stata la più fiacca degli ultimi tre mesi. Considerando che dopo quella già andata maluccio di lunedì 5, all’indomani della vittoria di Vladimir Putin, questa doveva rilanciare la protesta contro i brogli più recenti, per nuove elezioni parlamentari e presidenziali e a favore di radicali riforme è evidente che il potenziale antiregime si sta spegnendo. Non certo definitivamente, ma la tendenza che si è vista a partire da febbraio, quando Alexei Navaly aveva promesso di portare in strada un milione di persone e si era dovuto accontentare di qualche decina di migliaia, è proseguita inesorabilmente.

Se la tornata del 4 marzo doveva essere il nuovo punto di partenza per un’opposizione più organizzata, unita e combattiva, a una settimana di distanza i sogni sono rimasti tali. Non ci volevano a dire il vero dei profeti per pronosticare un esito del genere, bastava guardare da un lato i sondaggi dello zar in crescita a partire da dicembre in concomitanza con l’inizio delle proteste e dall’altro la diversità delle anime antiputiniane, troppe diverse e rumorose per reggere il confronto e convincere la maggioranza silenziosa dei russi a combattere per una battaglia non condivisa. Il fatto che le irregolarità alle urne non siano state certo decisive e le cancellerie occidentali abbiano riconosciuto la vittoria netta di Vladimir Vladimirovich - ultimo in ordine di tempo proprio il presidente americano Barack Obama - ha messo una pietra sopra ogni speranza degli irriducibili che chiedono a Putin di farsi da parte.

Lo zoccolo duro si è inoltre ulteriormente ridotto: se in realtà la partecipazione popolare è stata tutto sommato sempre contenuta (e l’opposizione extraparlamentare a base di rock e fantasia ha ottenuto una rilevanza mediatica non corrispondente alla sua reale consistenza e diffusione all’interno della società russa), sono comparse ora le prime frizioni tra i leader.
Inutile dire che durante le ultime manifestazioni, non si sono visti i perdenti ufficiali della sfida con lo VVP, vale a dire il comunista Gennady Zyuganov, il nazionalista Vladimir Zhirinovski, il socialdemocratico Sergei Mironov e soprattutto l’oligarca Mikhail Prokhorov. Quest’ultimo, che sette giorni fa aveva annunciato di voler continuare a dar fastidio al Cremlino, ha ricevuto infatti un’offerta direttamente dai piani alti per una sua entrata nel prossimo governo. Il miliardario, che a Mosca ha ottenuto il 20% delle preferenze dietro solo al 50% di Putin, potrebbe quindi fare presto il salto, oltrepassando le barricate e andando a collaborare con il futuro presidente e il prossimo primo ministro (che potrebbe non essere necessariamente Dmitri Medevedev come concordato quasi sei mesi fa, ben prima che iniziassero le proteste). Un’ipotesi non nuova e che confermerebbe quello che del terzo uomo più ricco di Russia si è sempre vociferato e cioè che sia un progetto funzionale al Cremlino.

È salita la tensione anche tra l’ala moderata, guidata da Grigori Yavlinski e Vladimir Ryzhkov e gli oltranzisti come Sergei Udaltsov, capo del Fronte della sinistra. Che liberali e anarcocomunisti non fossero completamente compatibili non è proprio una sorpresa: è stato il collante antiputiniano e tenere insieme sino ad ora personaggi antitetici messi nello stesso pentolone dai mainstream media occidentali.

Nell’insipida minestra i giovani ribelli si distinguono se non altro per la loro ottimistica buonafede e così le parole di Udaltsov («Le proteste continueranno, solo la piazza, solo le masse possono ottenere il cambiamento») e quelle di Ilia Yashin («La nostra è una maratona, in alcuni momenti si tira il fiato») possono continuare a tenere in vita l’opposizione che si muove tra la piazza e il web; appaiono invece patetici i tentativi di Mikhail Kasyanov (ex premier, detto Misha 2% per la quota sulle tangenti) e Garry Kasparov (ex campione di scacchi convertitosi alla politica con poco successo) di mobilitare le masse: insieme a Boris Nemtsov, altro reduce dei tempi di Boris Eltsin bocciato dalla storia, tentano da 10 anni di rientrare nel grandi giochi di palazzo, non sono mai riusciti però a mettersi d’accordo nemmeno tra loro a fondare un movimento unico. L’annuncio dato qualche giorno fa di voler unire le loro forze e presentarsi coesi a improbabili elezioni anticipate autunnali appare come l’ennesimo amo gettato al vento al quale non abboccherà quasi nessuno.

È così insomma che si presenta la situazione all’inizio del regno di Putin III: Vladimir può dormire sonni tranquilli visto che i muscoli dei suoi avversari, imbottiti di qualche anabolico mediatico di breve effetto, si sono sgonfiati da soli.

(Lettera 43)

Mancano poco più di due settimane al voto, che non riserverà certo sorprese. Al di là dello spazio che l’opposizione extraparlamentare russa (o per meglio dire moscovita, o metropolitana, aggiungendo alla capitale anche San Pietroburgo) trova sui media occidentali, i numeri dicono che non ci sarà storia. I candidati sono cinque, il vincitore sarà Vladimir Putin. Magari anche al primo turno o forse appunto al secondo, cosa che lui stesso ha detto di non considerare una tragedia. A dire il vero sarebbe un altro colpo alla sua immagine che ha goduto di tempi migliori, ma ora la situazione è questa.

Le manifestazioni previste nei prossimi giorni serviranno a mobilitare i due schieramenti: il paradosso è che se quello putiniano sa bene chi è il suo candidato, l’opposizione combatte per la gloria (l’obbiettivo è quello di arrivare al ballottaggio) e la popolarità tra i giornalisti occidentali che spesso scambiano i desideri con la realtà.

Già, ma chi sarà allora, ed eventualmente, lo sfidante al secondo turno? I sondaggi vedono in pole position il comunista Gennady Zyuganov, che fu sconfitto da Boris Eltsin nel 1996. L’altra faccia nuova dietro di lui sarebbe Vladimir Zhirinovsky, uno che la prima volta si presentò alle presidenziali del 1991. Più distaccati il grigio Sergei Mironov e Mikhail Prokhorov, l’oligarca dalle grandi ambizioni e dai rating non esaltanti.

Fin qui i nomi, veniamo però ai numeri. Quelli dati dagli istituti di ricerca che danno la giusta dimensione delle forze in campo e di come molto probabilmente si comporterà l’elettorato il 4 marzo.

Il filogovernativo Vciom il 4-5 febbraio ha dato Putin in testa al 53%, seguito da Zyuganov (10%), Zhirinovsky (8,2%), Prokhorov (4,6%) e Mironov (3,3%). Il 9,8% non andrà alle urne e la stessa percentuale non risponde.

Il Fom, stessa data di rilevamento, vede Putin in testa al 47%, seguito da Zyuganov (9%) e Zhirinovsky (9%), Prokhorov (4%) e Mironov (2%). Per questo istituto il 9% non andrà a votare e il 18% non dà una risposta.

Per il Levada Center, considerato il più indipendente, Putin avrebbe (22-23 gennaio) il 43%, seguito da Zyuganov (11%) e Zhirinovsky (7%), Prokhorov (4%) e Mironov (3%). A quella data non era ancora stata comunicata l’esclusione di Gregori Yavlinski (1%) e Dimitri Mesenzev (1%). Il Levada differenzia anche tra gli indecisi che andranno comunque a votare (9%), chi non sa ancora se andrà a votare (7%) e chi non andrà a votare (14%).

Inoltre vengono indicati anche i risultati che otterrebbero i candidati prendendo in considerazione solo chi è sicuro o quasi sicuro di andare alle urne. Putin 63%, Zyuganov (15%), Zhirinovsky (8%), Prokhorov (5%) e Mironov (5%), Yavlinski (2%) e Dimitri Mesenzev (1%).
Sulla stessa linea le previsioni del Fom (sempre del 5 febbraio) danno Putin al 59%, Zyuganov (15%), Zhirinovsky (12%), Prokhorov (5%) e Mironov (7%).

In sostanza, considerando che l’opposizione di piazza non si è unita su un candidato e a meno di stravolgimenti negli ultimi giorni, i numeri dicono che la partita è già decisa, probabilmente anche al primo turno.

(Linkiesta)

Come previsto, dopo le elezioni legislative del 4 dicembre e in vista di quelle presidenziali del 4 marzo sono arrivati i primi spostamenti di pedine sulla scacchiera tra Cremlino e Casa Bianca. Da un lato lo scontato ritorno di Vladimir Putin alla presidenza e dall’altro il risultato scadente per Russia unita, il partito del potere alla Duma, hanno condotto ai primi traslochi. Il primo ministro, in procinto di rioccupare le stanze del Cremlino che il delfino Dmitrij Medvedev ha scelto di lasciar libere, ha già avviato il suo personale spoil system partendo forse dall’alfiere più importante.

Vladislav Surkov, l'ideologo del Cremlino e inventore della «democrazia sovrana» che è alla base del potere di Putin, è stato trasferito al governo, con il ruolo di vicepremier. Un passaggio a una posizione non molto ben definita (dovrebbe occuparsi dei processi di modernizzazione) che ha fatto sorgere qualche dubbio di interpretazione anche tra i più acuti osservatori. Surkov è stato infatti per 12 anni il vicecapo dell’amministrazione presidenziale, la macchina da guerra che sta alle spalle del capo dello Stato, il vero apparato del comando. Il 15 dicembre era diventato il numero uno, sostituendo Sergei Naryshkin, passato a presiedere la Duma. Ora il nuovo cambiamento.

Dall’amministrazione ha sorvegliato per conto di Putin i suoi capi, da Alexander Voloshin (l’ultimo esponente del clan di Boris Eltsin a far le valigie nel 2003) allo stesso Medvedev, da Sergei Sobyanin (ora sindaco di Mosca) e Naryshkin. Il compito di Surkov è ora, probabilmente, quello di guardare da vicino il nuovo premier che da marzo deve prendere il posto di Putin. Medvedev o forse un altro (si fa il nome di Igor Shuvalov), visto che il rimpasto governativo potrebbe arrivare sino al piano più alto seguendo altre varianti che non quelle dell’accordo che ha fatto indignare così tanto i russi.

Per alcuni analisti il passaggio di Surkov sarebbe invece una sorta di punizione per alcune recenti critiche verso il sistema e una concessione alla piazza in subbuglio. Al posto di Surkov nel ruolo di capo dell’amministrazione presidenziale è stato piazzato Sergei Ivanov, tra l’altro ex ministro della Difesa ed esponente dell’ala conservatrice putiniana. Il primo arrocco è avvenuto e altre mosse sono destinate ad arrivare prima delle idi marzo.

Dietro le mosse di Putin non ci sono le proteste di Mosca, che hanno avuto in realtà un ruolo minimale nei giochi di palazzo e la pressione dell’opinione pubblica non è un fattore che di solito impressiona chi siede al Cremlino. Lo stesso Putin ha confermato dopo la grande manifestazione nella capitale di sabato 24 dicembre che non è in programma la ripetizione del voto per il parlamento e ha detto in sostanza di infischiarsene dell’opposizione: «Il problema è che non hanno un programma unico. Hanno molti programmi individuali, ma nessuna indicazione su come raggiungere i loro obiettivi e non ci sono persone in grado di fare qualcosa di concreto».

Il premier non teme insomma le elezioni di marzo, sicuro che il sistema lo sostenga e che gli avversari non possano di certo impensierirlo, anche se non vuole ripetere gli errori del recente passato e per questo ha sottolineato che è necessario «fare tutto affinché le elezioni presidenziali siano trasparenti e oneste».

In attesa di assicurare la trasparenza elettorale, a poco più di due mesi all'appuntamento con le urne, la realtà è che non si vedono alternative all’orizzonte e anche il blogger Alexei Navalny si è messo il cuore in pace, affermando alla stazione radio Echo Moskvy che non questa volta non ha intenzione di candidarsi. Il giovane 35enne diventato improvvisamente la nuova bandiera antiputiniana, soprattutto per i media occidentali che sorvolano volentieri sul suo passato nazionalista e la sua vicinanza a movimenti radicali di destra, esaltando invece la sua vocazione di avvocato anticorruzione, è per forza fuori corsa solo per il fatto che i tempi tecnici per presentare la candidatura sono scaduti. Navalny ha annunciato però di voler ritornare in piazza a febbraio per far sentire la propria voce e di quella di tutti gli altri indignati. Ma intanto l’opposizione, vera e finta, è destinata ad andare un po’ in letargo, complici le feste e l’inizio dell’anno che in Russia si trascorre solitamente lontano dai problemi politici.

Tutto insomma sembra ancora fare il gioco di Putin, che ha tutt’altre preoccupazioni che quella di stare a sentire le voci della piazza, soprattutto se sono quelle a lui ben conosciute di Mikhail Prokhorov, Alexei Kudrin o di Xenia Sobchak, una specie di Paris Hilton in versione russa, figlia del defunto sindaco di San Pietroburgo Anatoly Sobchak, mentore di Putin.

(Lettera 43)

Uniti nello sdegno, ma ancora divisi nella strategia. Una panoramica sui protagonisti della manifestazioni di protesta nei confronti del sistema russo del potere, tra oppositori veri e presunti.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Televisione pubblica indipendente, lotta al nepotismo e ritorno all’elezione diretta dei governatori regionali, eliminata a suo tempo da Putin. Questo il pacchetto di buoni propositi lanciato dal presidente uscente Dmitrij Medvedev giovedì, nel suo ultimo discorso alla nazione. Una falsa rupture, l’ennesima sbandierata dal “poliziotto buono” Dmitrij – s’è affermato. Una mossa buona a placare la folla, che oggi scende nuovamente in piazza. La stampa locale, sulla base degli appelli raccolti sui social network, scommette che saranno almeno 40mila quelli che torneranno a gridare, a distanza di due settimane dalla grande parata del 10 dicembre, contro i brogli elettorali e il putinismo.

A confermare che il potere sta provando a contenere e blandire la folla, sono arrivate ieri le dichiarazioni di Vladislav Surkov, l’eminenza grigia di Mosca. Intervistato dal quotidiano Izvestija, ha affermato che le proteste sono «assolutamente naturali» e che i protagonisti, definiti «la parte migliore della società», meritano «rispetto». Detto dall’ideologo del putinismo, nonché inventore della formula della “democrazia sovrana” (traduzione: la Russia ha una strada tutta sua e si difenderà dalle influenze politico-culturali esterne) e promotore dei Nashi, i giovani pretoriani di Putin, fa certamente effetto. Ma, come si diceva, rientra nel copione. Se la tattica del potere appare chiara, il movimento anti-Putin, caleidoscopico, deve ancora studiare un’articolazione efficace e cercare una guida. Molti i personaggi che si muovono sulla scena, con il loro carico di valori e ambizioni. Vediamo di fare luce su questa galassia.

Oggi la parte del leone la reciterà senz’altro il superblogger Alexej Navalnij. Di lui abbiamo già parlato, in tempi non sospetti. Abbiamo raccontato le sue campagne web contro la corruzione, il crescente seguito di adepti e sostenitori, la sfrontatezza e il coraggio. Navalnij è il principale artefice della presa di coscienza della classe media – e non solo – russa. È stato capace di mobilitarla, ha fatto scattare la molla dell’impegno. Adesso torna in piazza dopo l’arresto avvenuto durante la manifestazione del 5 dicembre (la prima in assoluto) e la condanna a 15 giorni di reclusione. Ha già annunciato che il carcere non l’ha scoraggiato. Continuerà quindi con rinnovato vigore la sua battaglia contro «il partito dei ladri e degli imbroglioni» (suo il copyright), Russia Unita. In molti dicono che le autorità, arrestandolo e trasformandolo in martire, non hanno fatto altro che potenziarne il ruolo.

La stessa sorte di Navalnij è toccata a un altro giovane democratico, Ilya Yashin. Classe 1983, Yashin è uno dei coordinatori di Solidarnost, uno dei gruppi più interessanti della società civile russa. Non casuale l’assonanza con il nome del grande movimento polacco (Solidarnosc) che nel 1980 diede una spallata micidiale al comunismo. Solidarnost, rispetto alla creatura di Walesa (giunse a contare dieci milioni di iscritti), ha un peso minore, questo sì. Ma la scelta di questo nome c’insegna che la lezione dell’Est ha ancora una sua forza e che anche in Russia, posto che le differenze tra comunismo di ieri e il putinismo di oggi sono molte, la battaglia passa dalle pulsioni della società civile e della voglia di resistenza della cittadinanza. Non si tratta di abbattere il sistema, si tratta di iniziare a combatterlo e a reclutare, giorno dopo giorno, sempre più gente. Questa la tattica di Navalnij e degli altri.

Tra le figure di spicco dell’opposizione civile si sta distinguendo anche Yevgeniya Chirikova, carismatica ambientalista balzata agli onori delle cronache durante le proteste contro la costruzione – sospesa da Medvedev – dell’autostrada che avrebbe dovuto attraversare la foresta di Khimki, alle porte di Mosca, alterando ambiente e paesaggio in nome dei grandi interessi economici e di qualche tentazione cleptomane. La galassia dell’opposizione, dicevamo prima, è eterogenea. Qui può annidarsi il problema. Perché essendo in tanti, va da sé che è difficile mettersi e andare d’accordo. La riprova c’è stata nei giorni scorsi, quando è stata diffuso l’audio di un’intercettazione telefonica nella quale il politico liberale Boris Nemtsov, figura di spicco del Partito popolare (escluso dalle elezioni legislative) e nemico di lunga data del putinismo, dispensava epiteti poco galanti verso la Chirikova, complici alcune divergenze tattiche. Sebbene dopo la diffusione dell’intercettazione – la responsabilità pare sia dei servizi, esecutori nell’occasione della dottrina del divide et impera – i due si siano immediatamente riconciliati, la lezione è che non sarà facile coagularsi. In ballo ci sono questioni organizzative (è stata durissima stilare la scaletta degli interventi di domani), ma anche prospettive politiche diverse: più civile quella di Navalnij e la Chirikova; più partitica quella di Nemtsov. Alla visione di quest’ultimo si oppongono peraltro gli animatori di Altra Russia, quali l’ex scacchista Garry Kasparov e lo scrittore Eduard Limonov, che prediligono il boicottaggio di ogni contesto elettorale.

In piazza, oggi, si vedranno anche i comunisti di Gennady Zyuganov. Il suo partito ha ottenuto più voti (20 per cento) rispetto alle elezioni del 2007 (11,5 per cento), ma il punto debole è sempre quello: la nostalgia dei tempi andati. I comunisti stanno cercando di svecchiare l’immagine, eppure ogni volta cascano nel tranello ideologico. Uno dei casi più recenti ha visto come protagonista il notabile Yevgeny Kopyshev, che intervenendo alla manifestazione del 10 dicembre ha invocato il ritorno del comunismo, raccogliendo una valanga di fischi. Lo stesso Zyuganov non sembra capace di rifare il look al comunismo russo. La sua biografia, d’altronde, ci dice che negli anni ’80 s’oppose alla perestrojka. Senza contare che è al vertice del partito da quasi vent’anni e che ha già preso parte a tre tenzoni presidenziali (1996, 2000 e 2008). Correrà – e perderà – anche a marzo. Peraltro il suo principale obiettivo, più che contrastare Putin, sembra quello di contenere le forze liberali. Insomma, è come se temesse che scippino ai suoi il “primato” di secondo partito dell’opposizione. In questo fa un grosso favore a Putin e si conferma oppositore di carta. Uno che muove battaglia senza però munirsi di artiglieria pesante. Uno che, come sottolineano gli addetti ai lavori, tutto sommato accetta le regole del gioco: fare opposizione stando nel solco della democrazia sovrana.

Vladimir Zhirinovskij, numero uno dei liberaldemocratici, è un altro che, alla stregua di Zyuganov, accetta le regole del potere. Siede in parlamento e gli viene permesso di urlare, scalpitare, manifestare la sua indole xenofoba, gridare al complotto mondiale contro la Russia e candidarsi alle presidenziali (anch’egli è in lizza). Ma, in sostanza, non graffia. La sua è un’opposizione di facciata. Come quella di Sergej Mironov, leader di Russia Giusta (13 per cento alle elezioni) e – pure lui – pronto a “sfidare” Putin il 4 marzo. Su questo partito c’è ancora meno da raccontare. È stato fondato sul finire del 2006 e a sdoganarlo è stato lo stratega di corte, Surkov, che avrebbe convinto Mironov a prendere le redini di questa forza parlamentare, che predica progressismo e cerca di calamitare qualche voto in uscita dai comunisti.

Tra le opposizioni finte non si può non menzionare quella rappresentata da Giusta Causa, variante destrorsa di Russia Giusta, al cui vertice c’è l’oligarca dei metalli Mikhail Prokhorov. Avrebbe già dovuto partecipare alle parlamentari, ma i calcoli di palazzo gli hanno imposto la rinuncia. Adesso, con il benestare dello stesso palazzo, si candida alla presidenza. Così come il governatore della regione di Irkutsk, Dmitrij Mezentsev. La sua funzione, nell’eventualità che tutti gli altri concorrenti si ritirino, sarà quella di far sì che le presidenziali non vengano annullate, come la legge prevedrebbe in casi come questo.

Infine Alexej Kudrin, rispettato ex ministro delle finanze, dimessosi dopo la scelta di Putin di ricandidarsi e di affidare il premierato a Medvedev, carica alla quale Kudrin, secondo i più, ambiva. L’ex ministro, in questi giorni, ha sposato la causa dei manifestanti, appoggiando la loro battaglia per elezioni pulite. Oggi potrebbe persino salire sul palco e parlare. Si mormora anche della possibile nascita di una nuova formazione liberale, da lui stesso capeggiata. In molti si chiedono: Kudrin sta dicendo addio al putinismo o sta facendo, piuttosto, il gioco di Vladimir Vladimirovich?

(Radio Europa Unita)

La protesta contro le autorità al potere in Russia cresce, ma l'Occidente non si aspetti rivoluzioni.

Vladimir Babkin / Russia Oggi

“Se il movimento manterrà quest'impeto, sarà in grado di cambiare il risultato delle elezioni presidenziali di marzo 2012”: questa la previsione avanzata dal New York Times nel reportage sulle azioni di protesta svoltesi a Mosca e in altre città russe il 24 dicembre 2011. Lo stesso tipo di manifestazioni contro la falsificazione dei risultati delle elezioni parlamentari svoltesi il 4 dicembre 2011 aveva attraversato la Russia anche un paio di settimane fa. Seguendo la stessa tendenza, altre testate, meno prudenti del NYT, parlano addirittura dell'inevitabilità di un cambio di potere in Russia.

Forse si sono sentiti ispirati da uno dei leader del movimento di protesta, il blogger Aleksei Navalnyj, che ha visto nella manifestazione di Mosca del 24 dicembre 2011 “abbastanza persone per conquistare sia il Cremlino che la Casa Bianca seduta stante”. Ma anche lui ha promesso di non arrivare a tanto. Per ora. Ma allora, ci sarà davvero una rivoluzione in Russia? E se ci sarà, quale potrebbe essere la forza politica che arriverà al potere al posto di quella attuale?

E' meglio sperare che di rivoluzioni non ce ne siano. Non tutti coloro che sono scesi nelle strade russe per protestare sono così determinati come Navalnyj. Ad esempio, una delle figure più attive dell'opposizione, l'ex campione di scacchi e attuale uomo politico Garri Kasparov, ha incitato la folla a non rovesciare, ma piuttosto “aggiustare il regime di Putin”. Ma c'è anche chi, come il rappresentante del Fronte di Sinistra (il nome stesso dell'organizzazione la dice lunga) Konstantin Kosjakin, ha preteso l'annuncio immediato di uno sciopero totale in tutta la Russia col blocco delle principali arterie di trasporto. Ma  la risposta che ha ricevuto dalla folla dei manifestanti è stata silenzio assoluto.

I “rivoluzionari” russi contemporanei non hanno un leader unico. E non sarebbe possibile, perché i vari rappresentanti delle forze di opposizione sono guidati da interessi assolutamente diversi. “Stiamo marciando sotto bandiere diverse”, ha fatto notare Kasparov durante la manifestazione. I vari leader dei gruppi di opposizione hanno anche approcci diversi alla risoluzione dei problemi politici del paese. Ad esempio, la sfida lanciata dell'ex ministro dell'economia Aleksej Kudrin per organizzare “un grande dialogo col potere” è stata accolta da buona parte della piazza al grido di “Vergogna!”

L'oligarca Mikhail Prokhorov, che, stando alle sue stesse dichiarazioni, sarebbe pronto a scendere in campo contro Vladimir Putin alle prossime elezioni presidenziali, non viene preso molto sul serio. “Tornatene a Courchevel”, gli hanno urlato i giovani socialisti quando è apparso alla manifestazione moscovita, ricordando al miliardario lo scandalo a sfondo sessuale di cui si è reso protagonista nella cittadina francese nel 2007. Prokhorov, comunque, ha risposto a tono al popolo dei manifestanti. Ha definito il raduno di protesta “una gita primaverile”. “[Sono] molte persone, allegre e di buona cultura, che sono contente di essersi ritrovate in piazza tutte insieme”. Ancora una volta il leader politico non è riuscito a instaurare un dialogo costruttivo con le masse.

Né Prokhorov, né altre forze di opposizione liberali e filo-occidentali godono di un sostegno reale da parte della popolazione russa. Questo in fondo è quanto emerso dalle elezioni parlamentari del 4 dicembre 2011. Mettiamo pure che quel voto sia stato truccato. Anche in questo caso è improbabile presumere che tutte le falsificazioni siano state dirette contro il partito della Mela (Jabloko), l'unico tra quelli che hanno preso parte alle elezioni che, seppure con qualche forzatura, può effettivamente essere considerato liberale e democratico. Non è neanche riuscito a raggiungere il quorum. Mentre invece in parlamento sono arrivati sia i comunisti (Kprf), che i socialisti (“Russia Giusta”), e addirittura i nazionalisti (Ldpr).

Questa situazione mostra chiaramente quali siano i problemi che interessano davvero l'opposizione in Russia (se con questa parola ci riferiamo non a singoli esponenti politici, ma alla maggior parte della società). E non si tratta certo dell'assenza o della scarsità di istituzioni tipiche delle società civile o di altri attributi delle moderne democrazie. I risultati delle elezioni confermano ancora una volta che la vera opposizione nella Russia contemporanea, se dovesse improvvisamente arrivare a prendere il potere, con ogni probabilità si impegnerà a costruire “una società basata sull'equità” secondo il modello comunista. E la base politica su cui edificare tale società sarà quella dell'”idea nazionale” che, nel migliore dei casi, corrisponderà al tentativo di riportare in vita l'Unione Sovietica, come viene affermato nei programmi politici del Partito Comunista, e nel peggiore, invece, al “nazionalismo russo di stampo etnico”, i cui slogan hanno caratterizzato la campagna elettorale dell'Ldpr.

Gli attivisti liberali meritano tutto il rispetto per gli sforzi che stanno compiendo in favore della democratizzazione della Russia. Ma i frutti di tali sforzi potrebbero essere raccolti non da loro, e tanto meno da coloro che davvero vorrebbero elezioni più oneste e più libertà civili, bensì da comunisti e nazionalisti. A una rivoluzione così io non voglio prendere parte.

(Russia Oggi)