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Im Oktober 2003 war sein letzter Tag in Freiheit. Man sagte ihm, Präsident Putin habe beschlossen, er solle acht Jahre lang »die Schleimsuppe« der Gefängnisse »löffeln«. Seitdem sind sieben Jahre vergangen. Viel Zeit nachzudenken. Michail Chodorkowskis erstes Buch versammelt Briefe und Aufsätze des Unternehmers, des Politikers, aber auch des privaten Michail Chodorkowski. Sie zeichnen eine Entwicklung nach: vom erfolgsbewussten Mann, der »sich im Grunde nie um Ideologie gekümmert hat« zu einem Helden unserer Tage, der sagt: »Das Recht auf eine Chance ist das Wichtigste für alle Kinder Russlands. Für dieses Ideal würde ich mein Leben geben.« Chodorkowski schreibt eindrucksvoll und leidenschaftlich über seine Hoffnung, Russland werde doch noch ein modernes Land mit einer entwickelten Zivilgesellschaft frei von Beamtenwillkür, Korruption und Gesetzlosigkeit. Er spricht darüber, welche Klarheit die Haft in sein Leben brachte, und was es bedeutet, dass der Kreml ihn nun seit Jahren von Frau, Kindern und jeglichem aktiven Leben isoliert und physisch zu zerstören versucht. Ein Herzstück des Buches ist der Briefwechsel mit der Schriftstellerin Ljudmila Ulitzkaja, die Chodorkowski intellektuell und moralisch herausfordert und zu besonderer Offenheit in seinen Antworten bewegt. (Randomhouse)

Articolo da Lettera 43

 

Briefe aus dem Gefängnis

Mikhail Khodorkovsky

Briefe aus dem Gefängnis

Knaus, 288 Seiten, 19,99 Euro

Da quando è dietro le sbarre la sua occupazione principale è scrivere. Lettere, saggi, libri, articoli. E poi ci sono le interviste che periodicamente concede tramite i suoi avvocati ai media occidentali sempre ben disponibili a lasciargli spazio. Le parole di Mikhail Khodorkovsky, il più illustre ospite delle carceri russe, ex capo del colosso energetico Yukos, arrivano nero su bianco.
Talvolta a puntate singole, come i fittizi colloqui con i giornalisti europei; talvolta in blocco, in forma di libro, come quello appena uscito in Germania e intitolato Briefe aus dem Gefängnis (Lettere dalla prigione).

E da poco l’oligarca caduto in disgrazia è anche diventato una firma di Novoe Vremia, periodico moscovita particolarmente attento alle questioni dei diritti civili e politici in Russia. La prima uscita è dedicata a storie di galera, alle persone che il tycoon inviso al Cremlino ha incrociato durante gli otto anni che ha trascorso in prigione. A gente strana ma interessante, sullo sfondo di un drammatico spaccato di giovani vite bruciate tra crimini e droghe. Non è ancora sicura la cadenza dei racconti che Khodorkovsky pubblicherà, ma non è difficile intuire che con la campagna elettorale per le elezioni parlamentari di dicembre appena iniziata, l’ex numero uno del gigante del petrolio è pronto a far sentire la sua voce e i suoi commenti.

Khodorkovsky è uno di quei personaggi che fa più rumore oggi imprigionato che non ieri, quando prima di scontrarsi con Vladimir Putin era uno dei timonieri dell’economia post-sovietica e dirigeva silenziosamente la baracca alle spalle di Boris Eltsin con gli altri oligarchi guidati dall’eminenza grigia Boris Berezovsky. Allora non scriveva e i media non si preoccupavano dei suoi affari. Nel libro pubblicato in tedesco ha ripercorso anche gli anni selvaggi di quel turbo capitalismo che lui come altri è riuscito a cavalcare, in maniera non sempre limpida, infilandosi nei buchi di una legislazione inadeguata che ha dato alla luce un’architettura malata di cui lui stesso è stato prima artefice e profittatore, poi vittima.

E così, la Russia degli Anni 90 in cui ha sguazzato senza che gli occhi occidentali si posassero troppo a lungo su di lui e sui suoi compari, si è trasformata in Lettere dalla prigione nel mostro che lo ha rinchiuso, vittima di una giustizia al soldo del potere. Khodorkovsky, sbattuto in celle tra Mosca, la Siberia e la Carelia, è riuscito da carcerato a far cadere su di sé quegli sguardi che prima lo evitavano e lui stesso riusciva a schivare con facilità. Ora, più all’estero che in Russia, dove gli oligarchi - usando una parafrasi eufemistica - non godono di buona reputazione, è diventato quasi una star mediatica, simbolo di un sistema che fagocita i suoi figli.

Martire sacrificato sull’altare di Vladimir Putin? Lui non ha dubbi. Ma ha dovuto subire un duro colpo quando lo scorso maggio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha rifiutato un suo appello e ha dichiarato in sostanza che non può essere considerato un perseguitato politico. I giudici europei non hanno riconosciuto la natura politica del processo che ha subito, anche se hanno condannato lo Stato russo a versargli 10 mila euro per danni morali subiti per l’arresto e la detenzione avvenuta prima del procedimento al termine del quale è stato condannato a otto anni di reclusione.

All’inizio di Lettere dalla prigione la citazione di Putin: «Le mani di Khodorkovsky grondano sangue, il suo posto è la galera». Più avanti l’autore ha scritto: «Ci siamo rappresentati la democrazia come un miracolo che potesse risolvere tutti i nostri problemi, senza che noi dovessimo fare qualcosa». Erano i tempi in cui insieme con gli altri oligarchi faceva il bello e il cattivo tempo tra gas, petrolio ed elezioni pilotate. Nel libro non viene mai spiegato davvero perché il suo destino si sia scontrato con quello del presidente. Il duello l’ha vinto comunque Vladimir Vladimirovic, e pure i prossimi numeri di Novoe Vremia non cambieranno in fondo nulla. Forse aggiungeranno un po’ di pepe in vista delle presidenziali del 2012.

(Lettera 43)

Il putsch voleva impedire il disfacimento dell’Urss. Di fatto lo accelerò, segnando anche la fine del sogno di Mikhail Sergeyevich Gorbaciov. Il 20 agosto doveva essere sottoscritto il nuovo accordo che avrebbe garantito alle repubbliche dell’Unione maggiore libertà e autonomia. Secondo la “banda degli otto” che organizzò il golpe (leggi le tappe storiche principali dell'evento), Gorby e le sue riforme stavano portando il Paese su un binario morto e bisognava fermare il treno prima che deragliasse. Dal 1985 la speranza del Cremlino era stata quella di trasformare il sistema sovietico attraverso una ristrutturazione (perestrojka) dell’architettura politica ed economica e una maggiore trasparenza (glasnost) tra Stato e società. Ma non tutta la nomenclatura era d’accordo con la strategia del primo segretario del Partito comunista che il 18 agosto fu bloccato durante una vacanza in Crimea da un commando di forze speciali inviato da Mosca, mentre nella capitale i congiurati guidati dal capo del Kgb Vladimir Kryuchkov tentavano il colpo di Stato.

Impedire che venisse firmato l’accordo sull’Unione, frenare la democratizzazione gorbacioviana e arginare anche Boris Eltsin, eletto qualche settimana prima presidente della Repubblica russa, erano gli obbiettivi di quello che in 72 ore si trasformò in un fiasco e diede il via al crollo dell’Unione Sovietica. Organizzato con superficialità da Kryuchkov e compagni (il ministro della Difesa Valentin Pavlov, quello degli Interni Boris Pugo e della Difesa Dmitri Yazov, il vice presidente dell’Urss Gennadi Yanayev, il vice presidente del Consiglio della difesa Oleg Baklanov, Vasily Starodubtsev e Alexander Tizyakov), non trovò l’appoggio fondamentale della base dell’apparato politico-militare che si schierò con Eltsin, diventato il simbolo della resistenza quando salì sul carro armato davanti alla Casa Bianca. Immagine che fece il giro del mondo, mentre da Washington a tutte le capitali occidentali si guardava con enorme preoccupazione a quello che stava succedendo all’ombra del Cremlino.

Mikhail Gorbaciov era considerato in Occidente un partner fondamentale, il suo contributo alla fine della Guerra fredda e alla riunificazione tedesca lo aveva fatto diventare quasi una specie di santo, il rapporto privilegiato con Helmut Kohl sarebbe diventato la base per l’asse tra Mosca e Berlino che ancora oggi funziona con Medvedev e Merkel, ma quei tre giorni d’estate gli furono fatali. Fallito il tentativo di deporlo, tornò nella capitale formalmente da vincitore, in realtà da sopravvissuto. Il golpe stritolò lui, mise sugli scudi Eltsin e diede l’accelerazione definitiva alla distruzione dell’Urss. Nei dieci giorni successivi sino alla fine di agosto sei repubbliche dichiararono l’indipendenza (Estonia, Lettonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Kirghizistan), le altre otto sarebbero arrivate entro l’anno, quando a dicembre la bandiera con falce e martello fu ammainata dal Cremlino.

Quando però il giorno di Natale si dimise ufficialmente da presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Sergeyevich aveva già toccato il fondo. Dopo il golpe Eltsin vietò ogni attività del Partito comunista sul suolo russo lasciandolo di fatto senza partito e seguito. Persa ogni autorità, il destino di Gorbaciov statista si era compiuto. Un eroe per il mondo occidentale nella transizione del 1989 (Nobel per la pace nel 1990), non riuscì mai a convincere i russi che le sue intenzioni non erano quelle di portare il Paese al disastro politico-economico che si verificò puntualmente. Nel 1996 si presentò alle elezioni presidenziali riuscì a raggranellare lo 0,51%, nemmeno 400 mila voti, di fronte ai quasi 27 milioni del vincitore Eltsin.A vent’anni dal golpe e dalle speranze infrante, Mikhail Gorbaciov ha ammesso che andare in vacanza in quel mese d’agosto fu un errore. Uno dei tanti che la maggior parte dei russi ancora oggi non gli perdona.

(Lettera 43)

 

Giulietto Chiesa: quando contribuii a far fallire il golpe di Mosca.

Sergei Startsev / Ria Novosti / Megachip
 

I memorabili eventi dell’agosto 1991 a Mosca hanno giocato un ruolo importante nella vita professionale e personale del famoso giornalista e uomo pubblico italiano Giulietto Chiesa, che a quel tempo lavorava nella capitale sovietica in veste di corrispondente dell’influente quotidiano di Torino La Stampa. «Mi ricordo bene quel 19 agosto 1991, che iniziò per me alle cinque del mattino. Ero tornato a tarda sera da un viaggio a Yakutsk (a sei fusi orari da Mosca, NdT), e all’alba fui svegliato da una telefonata da quella città: “Hai visto la TV?”. Naturalmente ero addormentato e cadevo dalle nuvole. E in TV davano “Il lago dei cigni”» racconta Chiesa a RIA Novosti. Nel comprendere subito che era in corso qualcosa di straordinario, il giornalista italiano si precipitò sulla sua auto e puntò verso il centro della città.

Ma lì tutto appariva ancora perfettamente tranquillo.«A quel punto andai alla Casa Bianca (la sede di allora del Parlamento russo, NdT). Là si era già avvertita l’emergenza. Presso il parlamento russo convergevano via via i deputati, e qualcuno fece in modo di farmi entrare. Vidi allora la prima drammatica riunione dei parlamentari», ricorda Chiesa. Dopo esser tornato in ufficio per iniziare a scrivere i suoi pezzi per il giornale, Chiesa scoprì che presto a Mosca ci sarebbe stata una conferenza stampa dei membri del Comitato d’Emergenza. «Insieme a un collega del Corriere della sera, Paolo Valentino, a bordo della stessa macchina, ci dirigemmo allo Zubovsky Boulevard. La città era stata quasi del tutto bloccata. Ricordo che dovemmo andare presso il centro stampa a bassa velocità sul marciapiede, che non aveva certo una pavimentazione adatta ad essere percorsa in auto, ma dovevamo raggiungere quella conferenza stampa ad ogni costo. Alla fine arrivammo in anticipo, e mai prima di allora da quando stavo a Mosca avevo visto tanta gente a una conferenza stampa», rammenta il giornalista. «Devo dire che quando sentii dichiarare che Mikhail Gorbaciov era “gravemente malato”, pensai che non fosse ancora in vita, e che fosse stato fisicamente liquidato. Per me fu uno shock. Avevo creduto nel progetto riformatore di Gorbaciov e ritenevo che il suo successo sarebbe stato importante per tutti noi. Siccome sono un essere umano (e non solo un giornalista) mi sentivo assai coinvolto in questa storia. Mi arrovellavo sul modo in cui fare una domanda che desse fastidio, ma non mi venivano in mente idee particolari», rievoca il giornalista.

A quel punto, salirono a presiedere il tavolo della conferenza diversi membri del Comitato d’Emergenza, il cui capo era il vicepresidente Gennady Yanayev. Chiesa lo aveva conosciuto bene in passato quando ancora capeggiava la Commissione del Soviet per le Organizzazioni Giovanili. Anche Yanayev riconobbe Chiesa, e probabilmente ritenendo che questi fosse ancora il corrispondente a Mosca del quotidiano comunista l’Unità, gli diede subito la parola.

«Per me fu un vero successo. Se ricordo bene, la mia domanda fu la terza. Mi alzai in piedi e – mi creda! – fu proprio in quel momento, mentre osservavo le mani tremolanti di Yanayev, che scoprii finalmente cosa chiedere. Domandai: “e lei come sta signor Yanayev?”. Mi guardò stranamente e disse che stava bene. A quel punto gli formulai una domanda su una questione politica, dichiarando che i membri del Comitato d’Emergenza avevano violato la costituzione dell’URSS. Diede una risposta assai poco convincente, ma non finisce mica qui», racconta Chiesa. Di nuovo nel suo ufficio di corrispondente del quotidiano italiano, si sedette a sbrigare il lavoro e assisté in TV al programma “Vremya”, che aprì la trasmissione proprio con la sua domanda alla conferenza stampa. «A quel punto, compresi che il golpe era fallito. Perché quando la TV sovietica iniziava un programma come “Vremya” con la domanda “e lei come sta signor Yanayev?”, lui non sarebbe stato presidente, e perciò loro non potevano vincere. Perciò cestinai le righe già scritte e scrissi tutto un altro pezzo», rivela Chiesa.

Ma non è finita ancora. «La sera stessa andai alla Casa Bianca, che raccoglieva insieme i rappresentanti di tutte le forze democratiche. E cosa vidi? Alcuni dei presenti presero un lungo striscione di carta e scrissero a mano: “Gennà, come ti senti?”. Così, in una qualche misura, ho personalmente contribuito al fallimento del golpe», sorride Giulietto. Inoltre, è a partire da questo episodio che sono iniziati molti anni di amicizia fra Gorbaciov e Chiesa. «Capitò che Gorbaciov, mentre si trovava a Foros, ebbe l’occasione di vedere la trasmissione di “Vremya” e di assistere alla mia domanda. Quindi, dopo il suo ritorno a Mosca, nella conferenza stampa che venne trasmessa in diretta in mondovisione, ebbi per primo la parola. Trovai che fosse necessario a nome di tutti i presenti salutare Mikhail Gorbaciov, ma lui mi interruppe: “L’ho vista, sa? Lei ha fatto un’ottima domanda”». «Un anno dopo, Mikhail Gorbaciov e Raisa accettarono un invito a cena e vennero a casa mia», conclude il suo racconto Chiesa.

(Megachip)

 

L'altra verità sul golpe

Enrico Piovesana / Peace Reporter

 

Vent'anni fa, il 19 agosto 1991, i carri armati occupavano il centro di Mosca e circondavano la 'Casa Bianca', il grande palazzo del Parlamento, mentre il presidente dell'Unione Sovietica Michail Gorbacev veniva costretto nella sua dacia in Crimea dov'era in vacanza. Il vicepresidente Gennadij Janaev annunciava alla televisione lo stato d'emergenza e il passaggio dei poteri a una giunta militare guidata dal capo del Kgb, il generale Vladimir Kryuchkov. I mass media presentarono il colpo di Stato come il tentativo dei 'conservatori' sovietici di bloccare in extremis il processo di dissoluzione istituzionale dell'Urss che Gorbacev si apprestava a formalizzare concedendo l'indipendenza alle repubbliche dell'Unione. Questa è rimasta la 'versione ufficiale' fino a oggi.
Ma nuovi studi aprono scenari completamente diversi.

Inchieste giornalistiche e giudiziarie dimostrerebbero infatti che il fallito golpe del 1991 - che offrì a uno sconosciuto Boris Eltsin l'occasione di presentarsi al mondo come 'difensore della democrazia' e di prendere di lì a poco il posto di Gorbacev - fosse in realtà un 'falso golpe' che faceva parte di un più ampio piano 'made in Usa' volto ad accelerare il collasso politico ed economico dell'Urss e a saccheggiare le sue ricchezze finanziarie ed energetiche. Gli architetti di questa operazione segreta, nome in codice Project Hammer (Progetto Martello), volta a sconfiggere il nemico della guerra fredda ed impossessarsi delle sue ricchezze, sarebbero stati l'allora presidente George Bush senior e i suoi più stretti collaboratori (Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell, Paul Wolfowitz, Richard Armitage e Condoleezza Rice), ovviamente la Cia e l'alta finanza americana (Allan Greenspan, Jacob Rothschild, George Soros e Leo Wanta), d'accordo con alti dirigenti del Kgb (tra cui lo stesso direttore golpista, Vladimir Kryuchkov) e con gli stessi Eltsin e Gorbacev.

Nelle sue memorie, Elstin scrisse come il fallito golpe fosse stato in realtà una manovra per avvantaggiarlo. Il putsch di agosto sarebbe stato al centro di un colloquio privato tra lui e lo stesso Bush nel giugno 1991. Anche alcuni ex ufficiali sovietici protagonisti del colpo di stato riconobbero negli anni successivi che si era trattato di "un intricato piano orchestrato da agenti stranieri occidentali". Agenti, come il britannico Robert Maxwell, con cui il generale Kruchkov era in contatto fin dal 1990 e che alla vigilia del golpe mise a sua disposizione 780 milioni di dollari. La collaborazione di questi ultimi fu fondamentale fin dalla prima fase di attuazione del piano: destabilizzare l'economia sovietica svuotando le riserve auree dell'Urss e le casse del Partito comunista. Nei cinque mesi precedenti il golpe furono trafugati all'estero 3mila tonnellate d'oro (che all'epoca valevano 35 miliardi di dollari) e 435 milioni di rubli del partito (pari a 240 miliardi di dollari).  Finanziariamente dissanguata, e destabilizzata dal successivo golpe di agosto, l'Urss non sarebbe più stata in grado di difendersi dal poderoso attacco speculativo contro il rublo cui venne sottoposta nei mesi successivi, a cavallo tra il 1991 e il 1992: il colpo di grazia che portò al collasso l'economia sovietica e al suo successivo saccheggio da parte dell'Occidente.

Il principale bottino della più grande rapina della storia furono le privatizzazioni del settore energetico (petrolio e gas) che faceva capo al colosso statale Gazprom. L'acquisizione fu operata da un gruppo di spregiudicati oligarchi russi (Mikhail Khordokovsky, Alexander Konanykhine, Boris Berezovsky, Roman Abramovich) protetti da Eltsin e legati, attraverso una complessa rete di banche e società appositamente create, agli ambienti finanziari che avevano preso parte al Project Hammer. Legami successivamente emersi alla luce del sole, come nel caso di Khordokovsky, che prima di essere messo in galera da Putin nel 2003 lasciò la Yukos al suo 'socio ombra' Jacob Rothschild.

Fonte: Collateral Damage: U.S. Covert Operations and the Terrorist Attacks on September 11, 2001 (di EP Heidner)

(Peacereporter)

Era a casa dei suoi genitori, in Cecenia. Rustam Makhmudov, il presunto killer di Anna Politkovskaya, non ha opposto resistenza quando un commando speciale è venuto a catturarlo ad Achkoy Martan, a metà strada tra la capitale Grozny e il confine con l’Inguscezia. Le autorità di Mosca sono convinte che sia stato proprio lui ad assassinare la giornalista russa della Novaya Gazeta il 7 ottobre del 2006 con due pallottole sparate da una Makarov.

Per il figlio Ilya, uno dei primi a reagire alla notizia dell’arresto, può trattarsi davvero di una svolta per ricostruire non tanto le modalità, quanto i motivi dell’omicidio di sua mamma, la scrittrice e attivista per i diritti umani più famosa al di fuori dei confini russi. “Sono contento del suo arresto perché era una figura chiave nelle indagini e ora il suo fermo può dare nuovo impulso alla prosecuzione dell'inchiesta” ha detto Ilya, secondo cui un nuovo procedimento giudiziario potrà finalmente portare almeno l’autore materiale dietro le sbarre.

Nel 2008 il primo processo che aveva coinvolto i due fratelli di Rustam, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, e due ufficiali dell’Fsb e del ministero dell’Interno, Sergei Khadzhikurbanov e Pavel Ryaguzov, si era concluso con un’assoluzione per tutti gli imputati. Nel 2009 la Corte Suprema aveva però riaperto il caso dopo aver riscontrato un vizio di forma e da allora è in corso il nuovo processo.

La vicenda si era intrecciata con un altro episodio di sangue quando sempre due anni fa Stanislav Markelov, avvocato e direttore dell’Istituto russo per lo stato di diritto che prestava assistenza anche la Politkovskaya, insieme con Anastasia Baburova, una giovane giornalista che lavorava per la Novaya Gazeta, erano stati ammazzati per strada a Mosca da due estremisti nazionalisti.

Gli assassinii di Politkovskaya e Markelov, personaggi entrambi impegnati nella difesa dei diritti civili e umani in Russia, erano diventati il simbolo della nobile e tragica resistenza di fronte alla brutalità della guerra in Cecenia e ai suoi effetti collaterali. Se i due killer di Markelov sono stati condannati all’inizio di maggio da un tribunale della capitale (Nikita Tikonov all’ergastolo, Evgenia Chassis a 18 anni), ora l’arresto di Rustam Makhmudov può riportare un po’ di giustizia anche nel caso della Politkovskaya.

È però improbabile che si vada a scavare sino in fondo dietro un omicidio che è diventato un caso internazionale e che è servito sempre come esempio di come la Russia del tandem Dmitri Medvedev – Vladimir Putin sia un posto dove i giornalisti scomodi rischino di fare una brutta fine. Secondo Reporters whitout Borders Mosca è nel 2010 al 140esimo posto tra 178 nazioni per quel riguarda la libertà di stampa. Un dramma che viene da lontano, visto che durante gli anni di Boris Eltsin al Cremlino siano stati ammazzati quasi il triplo dei giornalisti rispetto a quelli sotto Putin (34 e 13, dati dell’americano Cpj, Commitee to protect journalist).

Se è vero quindi che i media liberi sono stati soffocati già ai tempi di Corvo Bianco è altrettanto vero talvolta la questione è di prospettiva: come in un altro caso emblematico, quello dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky, incarcerato in patria carcere per frode ed evasione fiscale e successivamente condannato per appropriazione indebita e riciclaggio, che si ritiene invece una sorta di prigioniero politico, sostenuto tra l’altro da Amnesty International (per cui è un “prigioniero di coscienza”) e da alcuni circoli occidentali. La giustizia selettiva russa non piace insomma a tutti.

Sulla questione si è espressa ieri anche la corte di Strasburgo, alla quale l’ex padrone della compagnia petrolifera Yukos era ricorso, condannando sì le autorità di Mosca a pagare 10 mila euro per danni morali, ma non ha riconoscendo la natura politica del processo al quale Khodorkovsky è stato sottoposto. I giudici nella sentenza emessa all’unanimità hanno rilevato violazioni sulle condizioni di permanenza in prigione e irregolarità procedurali in relazione alla detenzione, ma hanno segnalato la mancanza di “prove incontestabili, necessarie” a supporto della richiesta di sanzionare un procedimento politicamente motivato.

Come dire che il povero Khodorkovsky si deve arrangiare. Ultimamente l’oligarca in disgrazia si era rivolto a Medvedev per la revisione del processo parlando di una “condanna vergognosa”. E il presidente aveva detto che se l’ex miliardario venisse rilasciato non ci sarebbe alcun pericolo. Ma secondo Putin, il vero guidatore del tandem, il posto giusto per Khodorkovsky è quello riservato ai ladri, e cioè la galera. Ancora per un bel po’. Questioni di prospettiva, appunto.

(Il Riformista)