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La Polonia è da anni terra d'immigrazione per gli ucraini, in particolare dal 2014 in coincidenza con lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina. Ma per la prima volta dopo anni, il flusso dei migranti ha iniziato lievemente a diminuire. Lo riferisce un rapporto del polacco Centre for Eastern Studies (Ośrodek Studiów Wschodnich, OSW), pubblicato nelle scorse settimane, dal titolo "Migrazione dall'Ucraina alla Polonia, il trend si stabilizza". ...continua a leggere "POLONIA, IN CALO IMMIGRAZIONE UCRAINA"

Nel flusso di giovani che la crisi economica nei Paesi del Sud Europa ha spinto verso la Germania, dopo greci e spagnoli tocca ora agli italiani finire sotto i riflettori della stampa tedesca. Anche in questo caso si tratta di un'ondata silenziosa ma sempre più impetuosa, che risale lungo la penisola, oltrepassa le Alpi e spiaggia nel nuovo Eldorado europeo carica di paure e speranze. L'invasione degli italiani riporta peraltro in Germania alla memoria il primo grande esodo degli anni Cinquanta, quando era il Wirtschaftswunder post-bellico, il miracolo economico tedesco, ad attirare forza lavoro dal Belpaese. Con l'Italia il governo tedesco stipulò nel 1955 il primo accordo sull'immigrazione della forza lavoro, regolando flussi, compiti, diritti e doveri dei nuovi Gastarbeiter. Sono passati quasi 60 anni e sembrerebbe che la musica sia sempre la stessa.

In realtà sono cambiate tante cose. È cambiata la Germania, divenuta una società molto più aperta e multietnica rispetto a quella degli anni Sessanta, oggi alla disperata ricerca di forza lavoro qualificata dall'estero per tappare le falle aperte dalla decrescita demografica in posti di lavoro anche dirigenziali e di responsabilità. E sono cambiati gli italiani: «I giovani che arrivano, scacciati dalla mancanza di lavoro e prospettive nel loro Paese, sono in maggioranza ben qualificati, dotati di lauree e diplomi, desiderosi di integrarsi al più presto nella nuova società di accoglienza», ha scritto la Süddeutsche Zeitung.

Il quotidiano bavarese ha indagato il microcosmo italiano sbarcato negli ultimi tempi a Monaco, uno dei tradizionali punti di approdo dal meridione. La più ricca città tedesca non ha forse il fascino scapigliato e cosmopolita di Berlino, ma offre opportunità di lavoro solide e ben remunerate e una qualità della vita capace di scacciare le malinconie mediterranee: «Dei quasi 23 mila italiani ufficialmente residenti nel capoluogo bavarese, più di mille sono giunti nel 2012, in maggioranza giovani di età compresa fra i 21 e 36 anni. La ricerca di lavoro è la motivazione prevalente, una cosa comprensibile per chi arriva da un Paese con tassi di disoccupazione giovanile attorno al 30%. Molti di loro hanno perso di recente un impiego o si sono trovati a combattere con contratti precari e salari saltuari». Piuttosto che appassire nell'incertezza casalinga, hanno deciso di fare le valige e credere alle promesse tedesche: poter ottenere condizioni di lavoro regolari e una sicurezza che consenta di pianificare il proprio futuro.

I numeri vanno presi sempre per difetto e non raccontano tutta la verità: la facilità di spostamento all'interno dell'Unione Europea ha reso più semplice muoversi temporaneamente da un Paese all'altro senza dover adempiere da subito tutti i passaggi burocratici. Sono tanti coloro che arrivano con l'obiettivo di dare un'occhiata in giro, capire, vedere come vanno davvero le cose e, solo in caso di successo, decidere definitivamente di cambiare residenza.

La Süddeutsche ha tradotto in tedesco il concetto italiano di fuga di cervelli per descrivere la nuova immigrazione economica. E ha ascoltato alcuni di loro, riportando le prime impressioni sulla loro nuova vita. Nel reportage hanno trovato spazio Giovanni Pagliuca, ingegnere edile da Frosinone, Enrico Ercolani, studente universitario romano, Angela Cancelliere, trentacinquenne siciliana costantemente alle prese con battute sulla mafia, Roberta Ragonese, arrivata a Monaco per un praticantato presso uno studio di architetti dal quale poi non si è più mossa. Sono emerse storie in chiaroscuro: il difficile approccio con la lingua tedesca, la sorpresa per gli incentivi statali («Non ho ancora pagato un euro di tasse alla Germania ma l'agenzia del lavoro sta sovvenzionando i miei corsi di lingua», ha detto Pagliuca), ma soprattutto una certa freddezza da parte dell'ambiente circostante. Potrebbe apparire anche questo un cliché, ma forse è il problema di fondo che la società tedesca deve affrontare se vuol davvero diventare attraente per chi viene da fuori: «Monaco colpisce positivamente per la sua organizzazione e la qualità della vita, ma pochi immigrati hanno ritrovato qualche verità nello slogan tanto pubblicizzato di città mondo con il cuore», ha ammesso la Süddeutsche.

«I colleghi sono stati da subito tutti molto gentili sul posto di lavoro», ha raccontato Ragonese, «ma non mi hanno mai invitato a fare qualcosa insieme nel tempo libero». Una differenza di mentalità che spinge gli stranieri a starsene per i fatti loro, da soli o assieme ad altri concittadini, aumentando così quelle comunità parallele, non perfettamente integrate, che alla lunga possono minare il processo di integrazione. È quel che avvertono anche i tanti italiani arrivati in altre città, perfino in una capitale come Berlino, che per l'estrema varietà della sua popolazione sarebbe difficile catalogare come una città tedesca. Il nuovo approccio positivo verso l'immigrazione ormai condiviso da tutte le forze politiche, dovuto alla necessità di far fronte al problema della mancanza di forza lavoro qualificata, ha dunque bisogno non solo di leggi ancor più liberali sul riconoscimento dei titoli di studio ma anche di un lavoro culturale di fondo nella stessa società tedesca: se non si nasce multikulti, bisognerà diventarlo.

 

Messe da parte per un attimo le preoccupazioni legate alla crisi dei debiti sovrani e dell'euro, Angela Merkel è tornata a occuparsi di politica interna. E ha giocato di nuovo d'anticipo, decidendo di rompere un altro tabù della lunga storia politica della Cdu: il salario minimo. Con la terribile serie di sconfitte regionali ormai alle spalle e con le elezioni per Bundestag e cancelleria fissate per l'autunno del 2013, si aprono due anni di relativa calma elettorale con poche urne aperte e molto lavoro di fondo per ricostruire l'immagine di una guida vincente.

E se i socialdemocratici si stanno impantanando un una guerra di trincea sulla scelta del candidato che dovrà sfidare Angela Merkel fra due anni, la cancelliera ha preferito entrare nel vivo della materia politica, cercando di rafforzare il profilo sociale un po' sbiadito negli ultimi tempi. «Anche se il concetto resta ancora indefinito e il dibattito è appena agli inizi, è ormai chiaro che la Cdu si avvia a considerare l'ipotesi di introdurre un salario minimo», ha scritto la Süddeutsche Zeitung, «seppure senza una soglia minima fissata per legge. Si troveranno invece meccanismi per spingere imprenditori e sindacati a collaborare volontariamente per raggiungere un accordo di base».

Per i cristiano-democratici si tratterebbe di una svolta, non meno simbolica di quella che alcuni mesi fa spostò il partito conservatore dalla tradizionale linea filo-nucleare a quella che ha sancito la fuoriuscita dall'atomo. Per il momento sono rimasti tutti spiazzati: gli industrialisti della Cdu, che ovviamente promettono battaglia e gli avversari dell'Spd, che vedono scipparsi un antico cavallo di battaglia. «Spd e sindacati hanno proposto da molto tempo l'introduzione di un salario minimo garantito dalla legge», ha proseguito il quotidiano di Monaco, «sull'onda del contrasto sempre più stridente nella società tedesca tra i manager delle banche che incassavano milioni di bonus per i loro rischiosi affari e i lavoratori che non riuscivano a mantenere un livello di vita decente neppure quando avevano un lavoro a tempo pieno». Per un'economia cresciuta sotto l'ombrello della definizione di economia sociale di mercato, la ricerca di meccanismi per riequilibrare fattori di sbilanciamento e salvaguardare la compattezza della società è una pratica che appartiene a tutte le componenti politiche, conservatori e liberali compresi.

Così, quasi di colpo, dalle tempeste dei vertici europei sul futuro dell'euro è riemersa la 'cancelliera sociale', la Merkel spesso accusata dai suoi avversari interni di avere portato la Cdu sul terreno dell'ideologia socialdemocratica. E, esattamente come accaduto in passato, la cancelliera ha fatto spallucce ai suoi critici e ha deciso di portare fino in fondo la sua nuova battaglia.

Ad accompagnarla, la cosiddetta ala sociale del partito, anch'essa una tradizione dei partiti di ispirazione cristiana, costituita da politici vicini al mondo del lavoro e dei sindacati, per lungo tempo costretta nell'ombra dalla concorrente ala più vicina agli interessi del mondo imprenditoriale. Uno dei suoi esponenti più in vista è Karl-Josef Laumann, ex ministro del Lavoro nella regione  Nord Reno-Vestfalia, una delle roccaforti della Cdu passate di recente sotto la guida di un governo di minoranza rosso-verde. «È lui uno dei promotori dell'introduzione del salario minimo», ha allustrato la Süddeutsche, «e oggi, dopo anni di battaglie contro i mulini a vento, può assaporare i frutti del suo testardo impegno».

La proposta verrà presentata al congresso del partito che si terrà a Lipsia a metà novembre e, da quel che è finora trapelato, si tratterebbe di un progetto che dovrebbe fissare attraverso tabelle tariffarie una soglia minima di salario: il lavoro deve valere di più, deve essere pagato meglio, va spezzata la spirale al ribasso delle retribuzioni che ormai sembra coinvolgere anche i lavori a tempo pieno. Soprattutto in tempi di incertezza economica, questa è la strada migliore per preservare da un lato la qualità del lavoro, ingrediente indispensabile della produzione Made in Germany, dall'altro la compattezza della società, valore sociale irrinunciabile del modello tedesco. «Un partito popolare come la Cdu non può rimanere indifferente di fronte al fatto che un milione di lavoratori di questo Paese guadagni meno di 1 euro all'ora», ha sostenuto Karl-Josef Laumann, «in questo modo non è possibile né sostenere degnamente una famiglia, né assicurarsi un futuro pensionistico».

Un appello che non è rimasto inascoltato. Il partito ha deciso di portare la proposta nel dibattito congressuale d'autunno e una speciale commissione interna è già al lavoro per renderla compatibile con le necessità degli imprenditori e con gli obblighi di un'economia che vuol mantenere alta la sua capacità competitiva. Non mancheranno comunque resistenze sia all'interno della stressa Cdu, dove le componenti più vicine agli ambienti imprenditoriali hanno già promesso battaglia e molti temono che i tanti strappi della Merkel possano snaturare la fisionomia classica del partito, sia nella coalizione di maggioranza, dove i liberali hanno già iniziato a innalzare paletti di difesa.