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Se non si trattasse di due vecchi volponi della politica, l'immagine di Vladimir Putin e Gerhard Schröder che più di un mese fa hanno dato il via al gasdotto North Stream premendo il tasto di un computer sarebbe potuta anche apparire commovente. Il presidente russo in procinto di rotornare al Cremlino e l'ex cancelliere tedesco che da politico approvò il progetto e da lobbista andò a presiedere il consiglio di amministrazione della società mista che lo costruiva, hanno inaugurato ufficialmente una nuova stagione del trasporto energetico europeo: dopo un'allegra passeggiata dimostrativa nel complesso di Wyborg, il porto baltico della Russia da cui parte la pipeline, si sono fatti riprendere e fotografare mentre davano il là al primo soffio di gas che percorrerà i 1224 chilometri del condotto adagiato sul fondale del Mar Baltico e spunterà fuori nei pressi di Greifswald, cittadina costiera tedesca a due passi dal confine polacco. In Germania, North Stream è più nota come Ostsee-Pipeline e prende il nome da come i tedeschi sono soliti chiamare questo mare, tornato vivere i tempi gloriosi della Lega anseatica, quando era il punto cruciale dei rapporti commerciali del Nordest europeo: Ostsee, mare dell'Est. Due settimane fa, Angela Merkel e Dmitrij Medvedev hanno completato le cerimonie, inaugurando anche il terminale tedesco. Rispetto ai due volpini, sembravano dei comprimari.

I numeri dell'opera sono rilevanti: con il primo condotto, che entrerà in funzione a giorni, verranno trasportati 27,5 miliardi di metri cubi di gas all'anno e con il secondo, pronto fra un anno, la capacità salirà a 55 miliardi. Gazprom ha già chiuso contratti di fornitura con Danimarca, Olanda, Belgio, Francia, Gran Bretagna, oltre ovviamente che con la Germania, che ha partecipato al progetto della società North Stream con il 15,5% detenuto da Wintershall e E.on Ruhrgas. Il resto è suddiviso tra altri colossi dell'energia: la francese Gdf Suez (9%) e l'olandese Gasunia (9%). La parte del leone spetta a Gazprom, che controlla tutto con il 51%.

Gli europei hanno fame di energia e i russi hanno interesse a vendergli il loro gas. Ma il progetto North Stream, che Mosca vuol replicare sul versante sud con un quasi omonima pipeline che prenderà il nome di South Stream e nella quale è coinvolta anche l'italiana Eni, rappresenta una rivoluzione nel sistema di trasporto energetico del continente, perché permette alla Russia di non dipendere più dai capricci degli attuali paesi di transito, Ucraina e Bielorussia, e di assicurare rifornimenti certi e a prova di scontri politici.

L'Europa continua ad aggrapparsi alle sue velleità. «Bruxelles persegue una strategia di diversificazione nell'approvvigionamento energetico per allentare la dipendenza dalla Russia», sostiene Claudia Kemfert, direttrice del dipartimento energia all'Istituto tedesco di ricerca economica (Diw), «ma la quota delle forniture di Gazprom sul mercato europeo, oggi al 25%, è destinata ad aumentare per l'esaurimento dei giacimenti in Norvegia e Olanda». È la stessa opinione di un altro esperto, Stephan Kohler, amministratore delegato dell'Agenzia tedesca per l'energia Dena: «La strategia europea di contenimento della dipendenza dalla Russia c'è, bisognerà vedere se se avrà successo. Fra dieci anni la Germania dovrà anche rinunciare al nucleare e non basteranno il gas liquido, il carbone e le rinnovabili a colmare il fabbisogno. Il gas assumerà un'importanza sempre maggiore ma è anche vero che la dipendenza è reciproca: tutti i gasdotti di Mosca viaggiano verso ovest».

Ci sarebbe il progetto Nabucco, un gasdotto alternativo e quasi parallelo a South Stream, che sulla carta potrebbe portare il gas dalle riserve del Caucaso fin nel cuore del Vecchio Continente attraverso Turchia, Balcani, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria. «Ma è un progetto sempre meno realistico. Il condotto dovrebbe passare sotto il Mar Caspio e avrebbe bisogno del permesso dei russi che non approveranno mai un tracciato concorrente. Due gasdotti che concorrono su una rotta quasi identica non sono economicamente convenienti. L'unica possibilità praticabile è un accordo fra Bruxelles e Mosca per una collaborazione attraverso una società mista, nella quale nessuno abbia il coltello dalla parte del manico».

Da parte russa non sembra esserci troppa comprensione e si tende ad andare per le spiccie. «Quella del contenimento delle quote russe è una falsa priorità», dice Konstantin Simonov, direttore della Fondazione russa per la sicurezza energetica, «l'Europa deve valutare se avrà approvvigionamento di gas sufficiente per i prossimi 10 anni. E se pensa di poter fare a meno del gas russo, sbaglia i conti. Bruxelles si muove sulla base di un memorandum redatto dal governo lituano, ma i rapporti economici devono fondarsi sui dati della ragione non sui sentimenti e sulle emozioni».

Affari ma non solo. «La politica estera russa ha subìto negli ultimi cinque anni un processo di economicizzazione molto forte», spiega Stefan Meister, consulente del centro per l'Europa orientale della Robert Bosch Stiftung, «e soprattutto nei confronti delle ex Repubbliche sovietiche è passata da un approccio ideologico a uno fortemente pragmatico. Sotto Vladimir Putin si sono affermati l'indipendenza energetica e i meccanismi di stimolo e sanzioni utilizzati verso l'esterno per perseguire gli interessi economici e gli obiettivi di politica estera russi». La svolta è avvenuta con lo shock delle rivoluzioni colorate in Ucraina e Georgia, che hanno spiazzato la strategia perseguita da Mosca: «Da allora, la Russia non ha più fornito assistenza alle economie di quegli stati post-sovietici che mostravano problemi di lealtà e ha avviato una politica di infiltrazione dei settori economici strategici per mezzo delle imprese russe». Imprenditori invece che soldati, rubli al posto dei carri armati.

«Prezzi bassi per le forniture di gas e accordi ombra con i capi dei governi hanno rappresentato la base dei rapporti con le ex repubbliche sovietiche fino al 2005», sostiene Jaroslaw Cwiek-Karpovicz, politologo dell'Istituto per gli affari internazionali di Varsavia, «ma dopo lo smacco ucraino la strategia è cambiata e Mosca ha dovuto rimodulare gli strumenti del proprio soft-power». Da un lato sono stati messi in campo mezzi più sofisticati: proposte di integrazione economica, come l'ipotesi di un mercato comune fra Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazachistan, che ora Putin vorrebbe estendere a una dimensione euro-asiatica, la fondazione di giornali e tv in lingua inglese per proporre il punto di vista russo a un pubblico più ampio e giovane, la formazione di Ong in realtà di stretta osservanza statale, un'attenzione maggiore alle società delle ex repubbliche piuttosto che alle loro élite. Dall'altro, l'abbandono di ogni rapporto preferenziale negli accordi sul gas e l'adozione di prezzi di mercato per i rinnovi contrattuali.

«Ma sarebbe sbagliato pensare che il soft-power russo sia indirizzato solo verso le ex repubbliche sovietiche, nell'ottica di una restaurazione dell'influenza perduta», ribatte Andrey Makarychev, politologo dell'università di Novgorod, «il principale obiettivo è l'occidente. C'è voglia di riconoscimento e legittimazione per un'idea di democrazia costruita all'interno di un sistema di sicurezza collettiva, che non ricalca i canoni classici di quella occidentale». L'intellettuale  bosniaco Predrag Matvejevic creò un neologismo per indicare questi nuovi regimi: democratura. La sua legittimazione ora passa anche attraverso i tubi di una pipeline.

(Pubblicato su Vita)

Le visite in Germania dei leader politici turchi rivestono generalmente un significato importante per le relazioni che intercorrono fra i tedeschi e la vasta comunità turca presente nel Paese. Questa volta però, con il viaggio che il presidente della Repubblica Abdullah Gül compirà a Berlino e in Baden-Württenberg, si impongono soprattutto i temi di politica internazionale.

Gül è stato anche ministro degli Esteri nel governo guidato da Recep Tayyip Erdogan ed è quindi personaggio autorevole per mettere a fuoco i temi globali cruciali. E come accade spesso alla vigilia di viaggi solenni, la Süddeutsche Zeitung è riuscita a ottenere un'intervista ufficiale pubblicata sull'edizione del 16 settembre. Solo che, dato anche il momento delicato che vede la Turchia impegnata attivamente su più fronti, le dichiarazioni presidenziali sono state tutt'altro che diplomatiche. Soprattutto verso Israele.

«Ankara non ha più alcuna fiducia nel governo israeliano», ha spiegato Gül ai giornalisti che lo hanno intervistato, «soprattutto perché delusa dal modo in cui Gerusalemme ha voluto condurre le trattative per sanare il conflitto nato dopo la morte di 9 attivisti turchi sulla nave Mavi Marmara che nel maggio 2010 trasportava aiuti nella striscia di Gaza».

Il presidente ha rivelato che fra le delegazioni governative dei due Paesi si sono svolti molti incontri segreti per riuscire a venire a capo dello scontro, ma ogni volta che ci si avvicinava a una soluzione condivisa, gli israeliani cambiavano improvvisamente opinione: «Non ho nulla contro il popolo israeliano ma molto contro il governo di Benjamin Netanjahu». La crisi dunque è destinata a non appianarsi in tempi brevi, forse addirittura a precipitare. La Süddeutsche ha ricordato come si tratti del punto più basso nei lunghi rapporti di amicizia fra Turchia e stato di Israele.

Altro aspetto di interesse generale, il punto di vista turco sulle rivoluzioni che hanno abbattuto le dittature nei paesi arabi del Nord Africa. Il ruolo di Ankara è stato piuttosto attivo ed Erdogan è proprio in questi giorni in viaggio per Egitto, Tunisia e Libia. Il giudizio di Gül è addirittura entusiastico: «L'era dei regimi autoritari nella regione volge ormai alla fine». Il rammarico è semmai che la Siria abbia perso il treno. «Abbiamo ormai perso le speranze nel fatto che Baschar al-Assad possa realizzare le riforme richieste dal suo popolo. Ma anche lui ha il tempo contato e dispiace che così tante persone abbiano perduto la propria vita nelle rivolte delle scorse settimane».

La Turchia è comunque al fianco delle forze politiche e sociali che hanno permesso il rivolgimento delle dittature arabe, offre il suo sostegno e soprattutto il proprio modello democratico come fonte di ispirazione per le transizioni istituzionali appena avviate. Ankara è decisa dunque a giocare d'attacco nel nuovo scacchiere che si va delineando a sud del Mediterraneo.

Ma è una direttrice di interesse che non distoglie dal desiderio di completare il processo di integrazione nell'Unione Europea. I due processi, nella strategia di Gül si saldano: il vecchio sogno di una Turchia a cavallo fra Europa e Medio Oriente, ma non più come semplice elemento di collegamento, semmai come protagonista sull'uno e sull'altro scenario. «Mi auguro che in Europa ci si accorga che la Turchia non rappresenta alcun peso per la comunità. Al contrario, con la sua forza economica può apportare nuova linfa per rimettere in sesto l'Unione».

Nella crisi dei vicini greci, i turchi sono impegnati a fornire gli aiuti possibili, mettendo alle spalle anni di incomprensioni e conflitti. Un segnale che anche gli altri membri dell'Unione dovrebbero cogliere, secondo il presidente turco: «A partire dalla Germania, che potrebbe dare il buon esempio togliendo i visti per i cittadini turchi che vogliono visitare il Paese». Una misura che rallenta lo scambio commerciale e culturale fra turchi e tedeschi, nonostante i rapporti fra i due popoli siano quotifiani e stretti, grazie anche ai tanti immigrati che che muovono l'economia della Germania.

(Pubblicato su Lettera 43) 

di Matteo Tacconi / La Germania punta su Zagabria, la Turchia su Belgrado. Competizione euro-turca?

Più chiara di così Angela Merkel non poteva essere. Durante il suo viaggio a Zagabria e Belgrado, la scorsa settimana, la bundeskanzlerin ha reso nota la posizione tedesca sui Balcani: dopo la Croazia, che entrerà nell’Ue nel 2013, non ci saranno nuovi allargamenti, almeno fino a quando l’Europa non avrà sbrogliato i suoi problemi finanziari e i Balcani, in particolare la Serbia, non avranno sciolto i loro nodi.

Il Montenegro, che ha da poco ottenuto il rango di paese ufficialmente candidato all’adesione, dovrà dunque aspettare prima di tagliare il traguardo comunitario. I negoziati non si chiuderanno in tempi brevi. Merkel ha tuttavia rassicurato la leadership di Podgorica, senza comunque incontrarla, apprezzandone i progressi sul fronte dell’integrazione euro-atlantica.

Dovrà attendere anche Belgrado, e più a lungo di Podgorica. La cancelliera, nella capitale serba, ha infatti chiesto al presidente Boris Tadic lo smantellamento delle “istituzioni parallele” (scuole, polizia, banche e amministrazioni pubbliche), con cui Belgrado controlla saldamente il Kosovo settentrionale, a maggioranza serba. Senza questo, niente Europa.

La cosa ha spiazzato Tadic, convinto che gli arresti di Ratko Mladic e Goran Hadzic avessero fatto schizzare verso l’alto le quotazioni della Serbia a Bruxelles e indotto i 27 a darle, nei prossimi mesi, lo status di candidata all’adesione, tenendo a margine la vertenza sul Kosovo. La strategia del capo dello stato serbo, fondata sull’avanzata verso Bruxelles e sull’irrinunciabilità dell’ex provincia, indipendente dal 17 febbraio 2008, è stata in sostanza sconfessata. Da “Europa e Kosovo” – questo il motto con cui Tadic vinse le presidenziali 2008 – si passa così a “Europa o Kosovo”. Belgrado, presto, sarà chiamata a una scelta difficile. Nient’affatto scontata.

La missione balcanica della Merkel, oltre a fotografare la visione tedesca dell’Europa e dei Balcani, molto meno “romantica” d’un tempo, a tratti quasi “scientifica” (del tipo «prima di tornare a parlare di Europa vediamo di eliminare ogni minimo ostacolo»), presenta anche sfaccettature geopolitiche. Il quotidiano turco Zaman ha notato come la sua sortita si sia incrociata con quella del ministro degli esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, recatosi in Kosovo, Serbia e Bosnia con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la teoria “neo-ottomana” e di potenziare l’influenza anatolica nell’ex Jugoslavia, consolidatasi negli ultimi due anni anche in virtù dell’immobilismo europeo.

Ebbene, secondo Zaman la visita di Merkel segna il rilancio dell’iniziativa europea nei Balcani, con una significativa svolta. È che la Germania e di conseguenza l’Europa, dal momento che la seconda s’accoda sempre alla prima, hanno scelto – così il giornale turco – di affidare alla Croazia un ruolo sempre più importante in chiave di stabilizzazione regionale, a scapito della Serbia, penalizzata a causa dello stallo sul Kosovo. Dall’altra parte, invece, Ankara sembra scommettere su Belgrado, convinta che passi da qui la normalizzazione del quadro balcanico.

È una lettura che, per quanto un po’ eccessiva, ci può stare. Almeno a giudicare da com’è andato il tour di Merkel. Emergono però dei dubbi sulla sostenibilità. La Germania (e l’Europa), puntando su Zagabria e strigliando Belgrado, rischiano di ristimolare il vittimismo serbo, alimentando nuovamente le tendenze isolazioniste del paese e regalando ai turchi la chance di contare sempre di più, in Serbia come in tutto l’arco dell’oltre Adriatico. Non che la presenza di una mediatrice così importante e prestigiosa non possa fare bene ai Balcani. Il fatto, però, è che la Turchia, se il dialogo con Bruxelles continuerà a registrare più bassi che alti, può diventare una rivale scomoda.

(Pubblicato su Europa, via RadioEuropaUnita)

Come Ankara ha gestito la crisi libica, adottando una terza via nella quale si è gradualmente ritagliata un ruolo strategico tra le parti in causa, salvaguardando i propri interessi nella regione mediterranea.

Giuseppe Mancini/ Istanbul Avrupa

Prudenza e tenacia: è la linea diplomatica scelta dalla Turchia per affrontare la crisi libica comincia a dare i suoi frutti. Da principio, Ankara si è opposta – anche con intransigenza retorica da parte del primo ministro Erdogan – alle sanzioni contro il regime di Gheddafi e alla no-fly zone decisa dal Consiglio di sicurezza dell’Onu: ha agitato lo spettro di un nuovo Iraq, ha paventato un neo-colonialismo occidentale dalle ambizioni petrolifere, ha denunciato l’irresponsabile grilletto facile di Sarkozy. Al tempo stesso, ha cercato di proteggere al meglio i propri interessi commerciali e le migliaia di turchi impegnati in progetti infrastrutturali in Libia, rimpatriandoli con una perfetta operazione di recupero; ha inviato, insieme agli Emirati arabi, i primi soccorsi umanitari alla popolazione di Bengasi – farmaci, cibo, medici. Unica via d’uscita accettabile, quella politica.

Ha pagato la sua contrarietà all’intervento militare con l’esclusione dal vertice di Parigi del 19 marzo, proprio mentre tentava una prima mediazione tra le parti; dopo i primi raid ha scelto con decisione lungimirante di diventare protagonista, sfruttando la sua membership nella Nato. Infatti, ha insistito – spalleggiata dagli Usa – affinché fosse l’Alleanza atlantica ad assumere il comando e il controllo di tutte le operazioni militari per l’imposizione dell’embargo di forniture militari, per il mantenimento della zona di interdizione aerea, per la protezione dei civili come deciso dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La posizione turca ha prevalso, è stato neutralizzato anche il tentativo francese di creare un gruppo ristretto con capacità di supervisione politica: lo ha ribadito il vertice di martedì a Londra, stavolta con la partecipazione turca, che ha invece dato vita a un gruppo di contatto estremamente allargato – più di 40 membri, tra stati e organizzazioni internazionali – senza alcun ruolo operativo e con un ruolo politico diluito e marginale. All’interno del Consiglio atlantico, invece, la Turchia potrà far valere il suo potere di veto tenendo a freno le smanie belliciste di Francia e Regno unito, imponendo se necessario l’ammorbidimento delle regole d’ingaggio e impedendo qualsiasi tentativo di cambiamento violento di regime.

Parallelamente, ha assunto un ruolo diretto nelle operazioni autenticamente umanitarie, rispettando la promessa di Erdogan di non sparare un solo colpo contro i fratelli libici: ha messo a disposizione 6 navi da guerra per garantire l’embargo navale con l’approvazione del’Assemblea nazionale, ha proposto Izmir come base di comando per le operazioni aeree, ha deciso di gestire il porto e l’aeroporto di Bengasi per coordinare gli aiuti umanitari, ha avviato un corridoio marittimo per trasferire e curare in Turchia i feriti di Misurata. Fatti concreti, che rafforzano la percezione della Turchia – soprattutto nel mondo arabo – come attore affidabile, altruista, poco incline ad avventure militari, rispettoso della volontà della comunità internazionale. Un successo diplomatico da incorniciare, una centralità nella gestione della crisi umanitaria esplicitamente riconosciuta nel comunicato finale del vertice di Lancaster House.

Non solo, perché la Turchia è stata l’unico paese che ha sempre mantenuto aperti i canali di comunicazione col colonnello e col suo entourage, anche dopo aver avviato i primi contatti esplorativi coi rappresentati del Consiglio nazionale provvisorio invitati ufficialmente ad Ankara. Un difficile equilibrismo, che però ha permesso al premier turco – in un’intervista domenica al Guardian – di proporsi autorevolmente come mediatore: il solo davvero in grado di promuovere un cessate il fuoco completo, di convincere Gheddafi a lasciare il potere in cambio dell’esilio, di scongiurare una deflagrazione totale della guerra civile in corso con conseguenze umanitarie molto peggiori di quelle evitate dall’intervento militare occidentale. Forse a Bengasi, dove oggi sventolano bandiere francesi, cominceranno presto ad apparire anche quelle turche – a Bengasi, ma anche nel resto della Libia.

(Pubblicato su Istanbul, Avrupa)

Della prepotente ripresa economica tedesca si è scritto molto nelle settimane scorse, fin da quando, proprio nei giorni di ferragosto, le agenzie economiche hanno cominciato ad anticipare i dati relativi alla crescita congiunturale nel secondo trimestre (cioè trimestre su trimestre), indicandola al 2,2 per cento. Poi sono arrivate le conferme, addirittura corrette al rialzo, con la trionfale certificazione che la Germania sta vivendo la crescita più sostenuta dai tempi della caduta del muro di Berlino. Due giorni fa la Commissione europea ha fissato al 3,4 per cento il tasso di crescita del Pil di Berlino per il 2010, quando ancora tre mesi fa si tiravano sospiri di sollievo per l'1,2 per cento stimato a maggio. La Germania dunque esce dalla crisi e lo fa a vele spiegate, grazie alla crescita dei paesi asiatici che la sua industria all'avanguardia riesce a soddisfare meglio di altri. È sempre l'export che tira, anche se questa volta pure il mercato interno sembra dare qualche segnale di risveglio. Ma Berlino non è una sorpresa. E non è la sola a contribuire a rimettere in moto il motore dell'Europa. C'è anche la Polonia. ...continua a leggere "SE VARSAVIA SOSTITUISCE PARIGI"