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Con il via libera dellaDanimarca a Nordstream 2, bloccato temporaneamente per questioni ambientali, si è chiusa, salvo imprevisti, la telenovela delgasdotto russo-tedescCo sotto il BalticoGià in dirittura d’arrivo, si era incagliato nelle acque territoriali danesi e senza la luce verde di Copenaghen avrebbe dovuto allungare il percorso. Niente chilometri in più e altri ritardi, quindi, e così il progetto trainato dal colosso Gazprom dovrebbe chiudersi nei prossimi mesi e partire a pieno regime nel 2020. Continua su Lettera43

 

Il nuovo ministro degli Esteri di Berlino, Heiko Maas, azzarda qualche correzione nella politica verso la Russia. Siamo di fronte a un cambiamento rispetto al legame particolare che ha legato i due paesi anche nell'era della Guerra Fredda? Gli affari e gli interessi (soprattutto energetici) fra Mosca e Berlino, il freno alle intenzioni del ministro innescato dal suo stesso partito, l'Spd. Analisi e ipotesi nell'approfondimento su Start Magazine.

Il fallimento delle trattative per una coalizione Giamaica e la possibilità che a reggere la Germania continui a essere la Grosse Koalition fra democristiani (Cdu e Csu) e socialdemocratici ha riportato in primo piano uno dei progetti energetici più controversi degli ultimi anni: il raddoppio del gasdotto Nord Stream 2. L'approfondimento su Start Magazine.

Secondo il presidente Victor Yanukovich, l’Ucraina potrebbe raggiungere tra qualche anno l’indipendenza energetica: potrà cioè soddisfare il fabbisogno interno contando sull’energia prodotta in casa propria.

Nel 2020, grazie soprattutto allo sfruttamento delle riserve di gas convenzionale tra i Carpazi e il Mar Nero, alla ulteriore diversificazione delle fonti e alle riforme previste nel settore che porteranno più trasparenza e più efficienza, il sogno di non dover dipendere dal gas russo potrebbe diventare realtà. Il condizionale è d’obbligo visto che la questione è legata a variabili che, proprio per essere tali, possono mandare a rotoli i piani ucraini.

Attualmente (dati 2011) il mix energetico ucraino è così composto: 38% di gas, 32% carbone, 18% nucleare, 10% petrolio, 2% altro (solare, etc.). Le importazioni di gas russo ammontano a circa 40 miliardi di metri cubi all’anno. Secondo la strategia del governo ucraino, esse dovranno progressivamente calare, sino a scendere nel 2030 ad appena 5 miliardi di metri cubi.

I contratti stretti nel 2009 da Vladimir Putin e Yulia Tymoshenko sono validi sino al 2019. Nonostante la volontà ucraina di rivedere le condizioni, la Russia non sembra intenzionata a rinegoziare formule e tempi. Solo nel caso di un accesso dell’Ucraina nell’Unione doganale (e della non sottoscrizione dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea), il Cremlino è disposto a trattare con la Bankova.

Yanukovich ha cercato di smarcarsi continuamente dalla morsa russa sin dalla firma dei patti con Putin che, a fronte di uno sconto ulteriore sulla bolletta del gas (circa 100 dollari per 1000 metri cubi, oggi il prezzo per l’Ucraina - ribasso politico incluso - è di circa 410), hanno prolungato la permanenza della flotta russa a Sebastopoli sino al 2042.

Con le trattative sulla revisione dei contratti in stallo, la strategia ucraina si è rivolta in questi ultimi 2 anni in 2 direzioni: quella della diversificazione delle importazioni, con i piani di import da altri paesi europei ed extraeuropei, e quella dello sfruttamento del gas non convenzionale, con progetti avviati con i colossi occidentali (Shell e Chevron in prima linea).

Secondo le previsioni più ottimistiche, dallo sfruttamento dei giacimenti nei Carpazi, nel Donbass e nel Mar Nero potrebbero uscire oltre 20 miliardi di metri cubi all’anno. Ciò potrebbe condurre, con un incremento della dipendenza dal nucleare (che nonostante Chernobyl è rimasto e rimarrà un pilastro del mix ucraino) e dalle energie alternative, alla sognata indipendenza energetica.

Il problema è che raggiungere l’indipendenza energetica nel 2020 potrebbe essere troppo tardi: è in questo momento infatti che l’Ucraina avrebbe bisogno di essere meno legata, attraverso i gasdotti, alla Russia.

Il rischio è di pagare un’altra volta - dal punto di vista geopolitico - vent’anni di opacità in un settore, quello energetico, che è sempre stato gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici.

(Limes)