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Come era previsto la coppia Dmitrij Medvedev-Vladimir Putin non si è fatta impressionare più di tanto dalla protesta di sabato 10 dicembre e la dimostrazione organizzata lunedì 12 dai sostenitori del tandem di Russia unita in Piazza del maneggio, nel cuore di Mosca, è la prova che il Cremlino non vuole certo lasciare la strada libera all’opposizione, e non solo in senso metaforico. Le azioni dei movimenti giovanili putiniani Nashi (i nostri) e Stal (acciaio) sono certo meno spontanee di quelle inscenate nell'ultimo fine settimana dagli eterogenei critici del regime, ma vengono trasmesse con gran risalto nei notiziari dei canali statali a riprova - per il popolo in poltrona - che se un giorno la gente scende in strada contro Putin, il giorno successivo è a favore dello zar.

Presidente e capo del governo hanno insomma incassato il colpo, ben consapevoli che il disastro elettorale è farina del loro sacco, e sono passati alle contromosse. Da un lato la strategia è quella di confermare il sostegno che Russia unita ha ottenuto alla Duma con qualche trucco attraverso la legittimazione della piazza, dall’altro è l’utilizzo del guanto di velluto anziché del pugno di ferro per ridurre le frizioni e riconquistare la gran parte degli elettori moderati che non vogliono nessuna rivoluzione, ma solo un aggiustamento di rotta. Nonostante calo e manipolazioni, il partito del potere rimane ben saldo sia alla Duma sia al di fuori del parlamento e alcune correzioni di linea da qui alle presidenziali di marzo 2012 dovrebbero confermare che per la maggioranza dei russi non c’è alternativa credibile a Putin.

Non lo sarà certo il terzo uomo più ricco di Russia Mikhail Prokhorov che proprio lunedì 12, spinto probabilmente dall’euforia postelettorale, ha annunciato la sua candidatura. Il suo ex partito Causa giusta ha raccolto alle legislative meno dell’1% e insieme con il fatto che la categoria degli oligarchi non è la più amata dai russi è facile prevedere per lui un fiasco.
Senza contare il fatto che i movimenti sottotraccia e le voci di possibili alleanze con l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin possono riportare la notizia nell’alveo delle molteplici strategie volte a favorire proprio Putin.

In ogni caso premier e presidente si sono divisi come sempre i compiti per recuperare il terreno perduto e far fronte alla protesta che corre per le strade e via internet. Lo schema del poliziotto buono e del poliziotto cattivo che ben ha funzionato durante la loro coabitazione è ritornato di moda, nonostante qualcuno abbia pensato e pensi ancora che le note di emancipazione di Medvedev da Putin siano state e siano tuttora motivi di rottura strutturale e non semplici divergenze di pensiero dovute al carattere e alla formazione. Il capo dello stato si è mostrato in questi giorni il più accondiscendente dei due nei confronti dell’opposizione e non è escluso che alcune delle istanze della folla di Piazza Bolotnaya vengano presto accolte, a partire dal siluramento del presidente della Commissione elettorale Vladimir Churov.

Medvedev lunedì 12 ha confermato via Facebook che «tutti i cittadini russi hanno il diritto di manifestare il proprio punto di vista e di protestare liberamente», ma ha anche respinto le accuse di brogli elettorali, dicendo che non è d’accordo «né con gli slogan, né con le dichiarazioni dei manifestanti».
E dall’alto dei suoi oltre 370 mila «mi piace» della sua pagina sul social network pare quello del tandem più adatto a rispondere a chi di internet fa il veicolo della protesta. Per la manifestazione di sabato 10 gli iscritti sono stati oltre 35 mila (cifra dalla quale è partito il conteggio per la replica in calendario il 24 dicembre).

Putin da parte sua, dopo la prima sfuriata che ha investito Hillary Clinton e i provocatori occidentali, ha dimostrato di non voler cedere a chi protesta al di fuori dello spazio che il regime concede, ma ha anche promesso di voler ascoltare le voci dell’opposizione. Tramite il suo portavoce Dmitri Peshkov, lo zar ha fatto sapere che «quella che abbiamo visto è stata una protesta democratica di una parte della società che non è contenta dei risultati delle elezioni. Negli ultimi giorni siamo stati testimoni anche di dimostrazioni di altri segmenti della popolazione che sostengono invece questi risultati. Rispettiamo il punto di vista dei manifestanti, stiamo sentendo cosa dicono e continueremo ad ascoltarli». A Mosca, e su Facebook, il duello continua.

(Lettera43)

È scoppiata la democrazia? L’era Putin verso il tramonto? La grande manifestazione di Mosca - svoltasi il 10 dicembre senza incidenti e in un clima surreale, con 50 mila poliziotti a presidiare la capitale russa- segna senz’altro un passo importante nel processo di transizione democratica del Paese. Un evento che si è aggiunto a una settimana di proteste senza precedenti avvenuta proprio nei giorni in cui cade il ventesimo anniversario della dissoluzione dell’Urss (accordi di Belavezha firmati l’8 dicembre del 1991 e ratificati ad Alma Ata il 16).

Mai nell’ultimo decennio si è assistito a una dissenso così massiccio nei confronti di governo e presidente, mai così tanti cittadini sono scesi in piazza accomunati dalla volontà di esprimere il proprio malcontento verso quella che hanno considerato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: le manipolazioni alle elezioni (non una novità, ma questa volta svelate impietosamente via internet) sono state infatti la palla colta al balzo per urlare l’insoddisfazione e la preoccupazione per la piega che sta prendendo la Russia sotto il tandem.
Il pericolo di stagnazione economica e di involuzione democratica hanno mobilitato una massa eterogenea che non ha avuto timore di presentare le proprie precise richieste di cambiamento al Cremlino.

In questo senso il risveglio della coscienza politica e civile è certamente una svolta. Come lo è l’atteggiamento dell’èlite al potere, che ha lasciato respiro alle voci del dissenso senza nessuna interferenza. Non solo: anche i media statali nazionali hanno concesso largo spazio alla notizia del giorno (seppur con qualche lacuna), invertendo la tendenza che era valsa sino al fine settimana.

Il fatto che non ci siano stati incidenti e che le televisioni nazionali abbiano fatto un resoconto semi-completo è il segno che la coppia Putin-Medvedev sembra aver deciso di cambiare percorso, imparando dagli errori grossolani fatti negli ultimi mesi. Anche la piazza ha fatto la sua parte, senza nessuna provocazione e senza accendere inutili scintille.

Il collante anti-putiniano ha unito voci estremamente diverse, le cui cinque richieste (rilascio dei prigionieri politici, annullamento delle elezioni, dimissioni del presidente della Commissione elettorale Vladimir Churov, nuovo sistema elettorale più liberale e nuove elezioni) non verranno però certo accolte dal regime. Non tutte per lo meno. Se il Cremlino potrà compiere qualche passo verso il dialogo, ordinando qualche indagine e facendo rotolare qualche testa, liberando i manifestanti arrestati in questi giorni e cambiando qualche legge, è impensabile che si arrivi alla ripetizione delle elezioni.
Potrebbe esserci al limite qualche riconteggio a livello locale con qualche spostamento di seggi. Non di più.

La situazione in Russia non è infatti come quella in Georgia nel 2002 o in Ucraina nel 2004, quando le famose rivoluzioni hanno ribaltato i risultati elettorali. Allora si trattava di casi completamenti diversi, in un contesto locale e internazionale particolare – il braccio di ferro geopolitico tra Mosca e Washington sulla scacchiera postsovietica – mentre quello della Russia odierna è uno scenario a se stante, che in realtà non concede troppe illusioni.

In primo luogo perché di fatto, nonostante i boati dei media occidentali, il potenziale numerico dell’opposizione è tutto sommato limitato (i manifestanti di Mosca avrebbero riempito a malapena lo stadio Luzhniki, poco per reclamare un cambio di regime senza avere alternative in una capitale di una quindicina di milioni di persone e in un Paese di 140 milioni di abitanti).
Quando il dissenso viaggia su internet, non bisogna inoltre dimenticarsi che la Rete è sì uno strumento di libertà, ma negli Stati dove la democrazia latita è anche facile manipolare e controllare. Basta tenere presente l’esempio cinese.
In più in Russia nemmeno la metà della popolazione è connessa, con alte percentuali nelle grandi città, ma bassissime in provincia, dove è sempre la tivù a comandare. A Facebook sono iscritti nemmeno cinque milioni di persone (circa l’8% degli internauti russi) e di questi sono stati poco più di 30 mila coloro che si sono dati appuntamento il 10 dicembre nella Capitale.

In secondo luogo l’opposizione anti-putiniana non è politicamente organizzata, se si eccettuano i movimenti di estrema destra e estrema sinistra che potrebbero prossimamente far saltare l’idillio scoppiato in piazza Bolotnaya e far precipitare primo o poi la situazione. È chiaro però che ora, in vista delle presidenziali di marzo, Vladimir Putin dovrà elaborare una diversa strategia.

(Lettera43)

Articolo di Pierluigi Mennitti

È diventata la moda di questa estate tedesca. Festeggiare il proprio compleanno all'aperto, in un parco o in una piazza, lanciando l'invito nel mare aperto di Facebook. Li chiamano per questo «Facebook party» e sono diventati l'incubo delle autorità locali e delle forze di polizia. Migliaia di anonimi invitati si radunano nel luogo indicato, quasi nessuno conosce il festeggiato, ma la cosa importa poco. Quel che conta è il fiume di alcool che scorre senza fine e senza regole. E spesso la festa finisce in risse e violenze e cumuli di spazzatura impegnano il giorno dopo in modo straordinario i netturbini e le casse dei comuni.

Un pericolo per l'incolumità di tanti giovani ignari che prendono parte a questa sorta di rave party dell'era digitale, nei quali sempre più spesso si infiltrano gruppi di hooligan con lo scopo di scatenare violenze e scontrarsi con le forze dell'ordine. «Per questo motivo», ha scritto la Süddeutsche Zeitung, «e dopo che i media hanno cominciato a dare risalto a questi avvenimenti, raccontandone le conseguenze e allo stesso tempo rendendoli ancor più popolari, i ministri degli Interni di alcuni Länder tedeschi hanno deciso di uscire allo scoperto e di dibattere le misure attraverso le quali correre ai ripari».

Le leggi sulle manifestazioni pubbliche ci sono e i party organizzati attraverso i social network non devono sfuggire alle regolamentazioni in vigore.
«Su questa linea si sono uniformati i responsabili dell'ordine interno di alcune regioni, anche di diverso orientamento politico», ha proseguito il quotidiano bavarese, «Uwe Schünemann, ministro cristiano democratico della Bassa Sassonia, ha sostenuto che qualora i Facebook party mettano in pericolo la sicurezza e l'ordine pubblico, le autorità locali devono vietarli o, se già in corso, far intervenire la forza pubblica per interromperli e far sgomberare i luoghi interessati». Insomma, le leggi in vigore devono essere estese anche a questa nuova forma di raduni di massa e non importa che si tratti di party organizzati da privati. Possono apparire preoccupazioni eccessive, dettate da una rinnovata voglia di law and order, ma bisogna ricordare che fra qualche giorno cade il primo anniversario della strage alla Love parade di Duisburg, una manifestazione di massa che pure era stata programmata e regolata da organizzatori esperti, che non sono tuttavia riusciti a evitare il disastro.

«I numeri dei Facebook-party non sono certo paragonabili a quelli milionari di una Love parade», ha insistito la Süddeutsche, «e tuttavia, all'inizio di giugno si erano presentati in 1.600 a Bramfeld, all'invito di una 16enne di Amburgo dopo che in 16 mila avevano risposto positivamente online al suo invito su Facebook. C'è voluto l'intervento di 100 poliziotti per sedare i primi tumulti: 11 giovani erano stati fermati per lesioni, danneggiamenti e resistenza a pubblico ufficiale». Pochi giorni dopo era toccato alle forze dell'ordine di Wuppertal intervenire a un Facebook party con 800 invitati nel quale si erano infiltrati gruppi di hooligans. Bilancio: 41 fermi e 16 feriti.
A ogni fine settimana la lista delle feste aumenta, gli appuntamenti si moltiplicano e si diffondono in tutta la Germania. Il primo caso di intervento pubblico si è avuto a Düsseldorf, dove il comune ha vietato la ripetizione di una grigliata organizzata via Facebook sulle rive del Reno, minacciando di multe salate i promotori.

Il dibattito è comunque aperto - ovviamente anche su Facebook - e sul tema rischia di riproporsi una specie di scontro generazionale. «I più giovani si chiedono fino a dove possa spingersi lo stato nel proibire party comunque privati», ha scritto la Süddeutsche, «e si invitano ironicamente le autorità a fare causa al social network, così come dovrebbero fare con il telefono o con le lettere, altri mezzi utilizzati per invitare gli amici a feste private. I politici invece insistono sul fatto che nessuno sa davvero chi arriverà ad appuntamenti organizzati attraverso Facebook e che una buona parte di coloro che accolgono questi inviti hanno solo l'obiettivo di scatenare violenze. Inoltre evidenziano i costi aggiuntivi a carico di tutta la comunità, dovuti all'impiego straordinario delle forze dell'ordine e dei netturbini e minacciano di trovare misure legislative per metterli a carico dei genitori». Joachim Herrmann, ministro bavarese, ha messo in guardia sul fatto che «sempre più spesso innocenti feste di compleanno organizzate con questo sistema si trasformino in enormi problemi di sicurezza» e Schünemann ha proposto «una sorta di patente Internet da rilasciare nelle scuole dopo una serie di lezioni sul pericolo di Facebook».

(Lettera 43)