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Forse con un po' di ritardo, l'allarme mafia legato alle energie rinnovabili è scoppiato anche in Germania. In un articolo pubblicato nell'edizione digitale a pagamento della Bild è stato citato un rapporto presentato al parlamento europeo dall'Europol, l'agenzia anticrimine europea operativa dal luglio 1999, secondo il quale «esistono fondati sospetti che i i clan mafiosi italiani abbiano scoperto i parchi solari ed eolici tedeschi come nuovo settore di affari per ricevere sovvenzioni pubbliche ed effettuare riciclaggio di denaro illecito».

bildmafia

 La notizia è stata rilanciata in forma molto più sintetica anche sul sito online del quotidiano popolare tedesco, corredata da un'immagine di copertina che ha ricalcato il vecchio cliché romantico della criminalità organizzata: un fotomontaggio di Marlon Brando nelle vesti del Padrino con in mano un enorme girasole giallo. Un omaggio alla cinematografia, che involontariamente rende il fenomeno familiare e innocuo e che in passato non ha consentito all'opinione pubblica tedesca di percepire la gravità dell'infiltrazione mafiosa nel proprio Paese. La vicenda invece va presa molto sul serio e segnala un'ulteriore salto di qualità degli affari criminali in Germania, potenzialmente devastante per l'economia e la società, dal momento che le somme investite dal governo tedesco per realizzare la cosiddetta svolta energetica - il passaggio dal nuclerare al rinnovabile - sono nell'ordine delle migliaia di miliardi e sono destinate a proseguire per molti anni. Secondo le previsioni del governo Merkel, la fase di transizione dovrebbe durare fino al 2022, quando il completamento dei parchi ecologici e la realizzazione delle nuove infrastrutture di trasporto dell'energia consentirà di spegnere l'ultimo reattore atomico.

«Negli ultimi tempi, i poliziotti di Europol hanno raccolto indizi crescenti e sempre più precisi dell'attenzione della mafia per il mercato continentale delle energie alternative o verdi», ha proseguito la Bild, «specialmente per quel che riguarda gli investimenti nei parchi eolici. Il rapporto investigativo presentato agli europarlamentari ha evidenziato come questi grandi progetti rappresentino una potente calamita per gli interessi mafiosi e aprano un'enorme prospettiva di affari, perché consentono alle organizzazioni di approfittare dei generosi contributi pubblici erogati dall'Unione Europea e dai singoli Stati membri e delle agevolazioni fiscali a essi collegate».

Inoltre, il business delle rinnovabili consente un altro tipo di operazione molto gradita alle mafie: il riciclaggio del denaro sporco. La responsabile della Csu (il partito cristiano sociale bavarese) per la politica interna al parlamento di Strasburgo, Monika Hohlmeier, si è detta allarmata per le informazioni ricevute dall'Europol e per il rischio che la mafia italiana possa aver individuato nei fondi tedeschi per la realizzazione dei parchi solari ed eolici un nuovo campo d'azione, magari utilizzando anche le alte sovvenzioni che la germania garantisce alla produzione di energia pulita: «Non deve assolutamente accadere che i consumatori tedeschi finanzino addirittura la mafia attraverso il contributo pagato per l'energia prodotta da fonti rinnovabili», ha detto l'europarlamentare, spostando in maniera ideologica il focus del dibattito sulla controversia legata alle alte sovvenzioni di cui ancora godono alcuni produttori di energia verde. E ha proposto che «i nomi dei finanziatori dei fondi per l'energia solare ed eolica vengano resi noti pubblicamente, per evitare infiltrazioni».

Il problema dei contributi pubblici al settore delle rinnovabili è tuttavia, in questo caso, una questione collaterale. Il rapporto dell'Europol ha messo in guardia i politici europei sul rischio concreto rappresentato dall'infiltrazione di interessi criminali in un settore destinato a svolgere un ruolo centrale nell'industria energetica dei prossimi decenni, invitando le polizie nazionali ad alzare il livello di controllo. Il meccanismo è stato d'altronde già sperimentato con successo in Italia, dove l'attività mafiosa legata a parchi solari ed eolici è stata scoperta da numerose indagini della magistratura. È su questo aspetto che gli investigatori tedeschi dovrebbero ora concentrarsi, tanto più che le varie mafie hanno da tempo trovato in Germania il terreno economico e di vuoto legislativo favorevole per istallarsi in maniera permanente.

Una marcia di avvicinamento avviata addirittura fin dagli Anni Sessanta, con la prima generazione di immigrati italiani, ma che dopo la riunificazione della Germania è diventata una vera e propria campagna di conquista che ha consolidato la presenza di mafia e soprattutto 'ndrangheta nei tradizionali baluardi della Ruhr e favorito la sua espansione nelle regioni dell'est (Turingia, Sassonia) con vere e proprie roccaforti a Erfurt e Lipsia. Solo la strage di ferragosto del 2007 nella pizzeria di Duisburg ha aperto gli occhi agli investigatori tedeschi e, in parte, all'opinione pubblica. Ma nella graduatoria delle priorità, resta sempre dietro ad altre preoccupazioni, come quella del terrorismo islamico o dell'estremismo politico interno. Così, nel frattempo, la 'ndrangheta ha blindato il monopolio del traffico di cocaina, realizzato basi di transito nei porti tedeschi, olandesi e belgi per i container provenienti dalla Colombia e impostato una rete di smercio nel resto d'Europa attraverso ristoranti e bar italiani efficiente e difficile da smontare.

Ora l'Europol, che ha anche lanciato l'allarme per «un pericolo senza uguali» di infiltrazione di uomini legati alle mafie nelle prossime elezioni europee del 2014, è preoccupata per la penetrazione in un nuovo settore redditizio: oltre alla Germania, gli europoliziotti hanno avviato indagini su progetti di energia rinnovabile in Italia, Bulgaria, Romania, Corsica e Canarie. E i tedeschi non dovrebbero mostrarsi troppo sorpresi: già nel 2010, la Hsh Nordbank si vide bloccare dai giudici di Catanzaro il progetto di un parco eolico a Capo Rizzuto, per il quale aveva investito 200 milioni di euro, per sospetti di infiltrazione della 'ndrangheta.

A un anno dalla catastrofe nucleare di Fukushima, l'emozione che aveva paralizzato anche la Germania sembra essersi attenuata. Eppure, proprio a seguito di quel cataclisma, il governo di Angela Merkel aveva deciso di intraprendere una delle avventure politiche più affascinanti per un Paese industrializzato: la fuoriuscita dall’atomo e la svolta verso le energie rinnovabili.

Uno sforzo titanico di trasformazione della produzione energetica che, in 11 anni, avrebbe reso il territorio tedesco libero dalle centrali nucleari e ricco di impianti verdi. «Una cesura per la storia del mondo», aveva detto con enfasi ed emozione la cancelliera, commentando le immagini che arrivavano dal Giappone, «un’ora tragica che cambierà per sempre le nostre vite». Parole ricche di innaturale pathos per una donna sempre attenta a misurare emozioni e parole. Da lì la svolta a 360 gradi della maggioranza liberal-conservatrice: chiusura immediata dei reattori più vecchi, spegnimento progressivo di quelli più moderni. Il day after, questa volta senza lo sfondo di un fungo atomico, sarebbe scoccato nel 2022. Una rivoluzione accolta da alcuni con scetticismo, da altri con speranza.

Un anno dopo, le immagini di Fukushima sono sbiadite e, più si allontana l’emozione per la catastrofe, meno coesa appare l’azione dell’esecutivo tedesco. Ancora nell'estate del 2011l, il governo aveva varato in pompa magna un complesso e articolato pacchetto legislativo per la svolta energetica. Da allora non è successo molto e l’impeto iniziale appare paralizzato. Che si tratti della costruzione delle nuove e moderne reti di trasporto energetico o della realizzazione di centrali a gas, dell’ampliamento di impianti di energie rinnovabili o della ricerca dei siti di deposito permanente delle scorie nucleari, tutto resta ancora senza chiare risposte. Il passaggio dalle enunciazioni alla pratica viaggia su un binario morto, nel migliore dei casi a velocità ridotta. I ministri responsabili si sono perduti nel rimpallo reciproco di responsabilità e competenze. Si avverte l'assenza di una guida che indichi tempi di percorrenza e direzione. Il grande e ambizioso obiettivo di trasformare la Germania in un Paese a energia verde rischia di deragliare o di trascinarsi per tempi infiniti.
Uno dei maggiori critici di come stanno andando le cose è Klaus Töpfer, ex ministro dell’Ambiente di Helmut Kohl. Non un politico qualunque, ma una delle figure simboliche del panorama conservatore che hanno reso credibile la svolta impressa dalla Merkel. Era stato lui a guidare il consiglio etico che la cancelliera aveva fondato per consigliare il governo sulla fattibilità della svolta energetica. Ora è deluso: «La decisione di abbandonare il nucleare è talmente profonda da non poter essere derubricata a questione secondaria e necessita di uno sforzo costante e prioritario», ha detto. L’impressione degli esperti è che nulla sia ancora compromesso, ma che non ci sia più molto tempo da perdere se si vuole aver successo. Lo pensa anche Günther Oettinger, il commissario europeo all'Energia, grande sostenitore del nucleare quando era presidente del Baden-Württemberg, oggi fautore della svolta: «Se il governo continua di questo passo, riuscirà a raggiungere appena la metà degli obiettivi prefissati».

«Le prognosi più nere dei tanti fan dell’atomo non si sono ancora concretizzate», ha avvertito il settimanale Der Spiegel, «come l’esplosione dei costi energetici, ma è anche vero che non è ancora chiaro in che modo verranno affrontate le gigantesche sfide che la transizione impone». Entro il 2020, ad esempio, era previsto che la quota di energia prodotta dalle rinnovabili sarebbe salita dall’attuale 20% al 35% dell’intero paniere, in modo da rendere indolore il completo spegnimento dei reattori nucleari. A oggi questo obiettivo appare difficile da raggiungere.

I problemi sono ormai dibattuti da un anno. Innanzitutto la costruzione delle reti di trasporto della corrente. Secondo l’Agenzia energetica tedesca, nei prossimi 10 anni dovranno essere costruiti più di 4 mila chilometri di cosiddette autostrade energetiche, in grado di trasportare l’energia prodotta nei parchi eolici del Nord e dell’Est alle imprese ad alto consumo localizzate soprattutto nel Sud e nell’Ovest del Paese. Ma i permessi di costruzione tardano ad arrivare, le comunità che vedranno i propri centri attraversati da fili e pali protestano e tutto procede a rilento. Stesso discorso per la costruzione di centrali a energia convenzionale, senza il cui supporto sarà impossibile sostituire la quota perduta con lo spegnimento dei reattori atomici.
Si dovrebbe puntare sul gas più che sul carbone, per evitare di sforare gli obiettivi di Kyoto per la salvaguardia dai cambiamenti climatici, ma le stesse compagnie energetiche oppongono resistenza perché considerano le centrali a gas poco remunerative. Infine, la prevista realizzazione di serbatoi energetici in grado di immagazzinare energia prodotta e renderla disponibile alla bisogna incontra seri problemi tecnici, giacché la tecnologia necessaria è ancora in una fase sperimentale e alternative come le centrali idroelettriche con impianti ad accumulazione non sono realizzabili ovunque e incontrano forti opposizioni.

Da molti esperti è stata avanzata la richiesta di creare un organismo centrale in grado di prendere in mano l’intera matassa. Ancora Töpfer ha suggerito di creare un managment dotato di ampi poteri. E c'è chi pensa a un dicastero specifico. L'attuale ministro dell'Ambiente, Norbert Röttgen, ha provato a difendere l'azione del governo, giustificando le lentezze con l'enormità e la novità della sfida.

Ma tra i suoi stessi colleghi è diffusa la consapevolezza che con responsabilità così frastagliate non si possa andare avanti. E al contrario c'è chi teme che, con la creazione di un centro decisionale centralizzato, si realizzi una eccessiva statalizzazione della politica energetica.

Le opinioni divergono, anche fra coloro che sono comunque favorevoli alla svolta impressa. Per il momento i vertici dei partiti di maggioranza si sono almeno accordati per varare una sorta di road map per i prossimi anni, una decisione che ha quantomeno rasserenato il cupo stato d’animo di questi giorni, in cui le immagini di Fukushima hanno invaso di nuovo le televisioni tedesche. La cancelliera è tornata a parlare dell'incidente nel giorno del primo anniversario: «Un evento che non si immaginava possibile», ha detto laconica. Anche le parole hanno perso di intensità. Come lo slancio verso un futuro senza atomo.

Ci vorrà del tempo perchè la svolta energetica della Germania dal nucleare alle rinnovabili si riveli vantaggiosa anche dal punto di vista economico. Sempre ammesso che, anche grazie allo sviluppo e al prefezionamento della tecnologia, questo avvenga. Per ora, tuttavia, si è alle prese con i costi. Governo e imprese misurano le spese da affrontare: la costruzione di nuove infrastrutture per trasportare l'energia dai nuovi luoghi di produzione, l'adeguamento di abitazioni ed edifici pubblici alle regole dell'efficienza, la realizzazione di centrali alternative all'atomo, i costi più alti dell'energia prodotta da fonti rinnovabili.

A questo, si aggiungono le spese per lo smantellamento dell'apparato nucleare del Paese: bisognerà radere al suolo i reattori atomici ancora in funzione, bonificare le aree, provvedere allo smaltimento delle scorie, capitolo quest'ultimo su cui le conoscenze scientifiche sono ancora lacunose.

Una società di consulenza alle imprese, la Arthur D. Little, ha reso noto uno studio che prova a fornire una prima stima di quanto costerà l'abbattimento delle centrali nucleari: «Soltanto buttare giù i reattori costerà alle quattro aziende che ne hanno la proprietà 18 miliardi di euro», ha scritto lo Spiegel, rivelando i contenuti del rapporto, «ma si tratta di una stima del tutto indicativa. La spesa potrebbe essere anche decisamente superiore, dal momento che lo smantellamento di ampli insediamenti industriali va catalogato nella categoria dei grandi progetti, dove un aumento medio del 25% dei costi preventivati non è un'eccezione».

Le quattro imprese impegnate nella produzione nucleare tedesca sono E.on, Rewe, EnBW e Vattenfall. Per l'abbattimento degli impianti nucleari e l'eliminazione delle scorie radioattive hanno messo da parte una somma complessiva vicina ai 30 miliardi di euro. Questa cifra dovrebbe quindi teoricamente anche coprire i costi per la gestione delle scorie, un tema su cui è comunque previsto un ulteriore impegno delle istituzioni pubbliche, federali e regionali, dopo un iniziale periodo. Anche queste sono spese che vanno messe nel conto generale e i critici del nucleare insistono da tempo perché vengano conteggiate nei prospetti che si fanno per dimostrare che l'energia nucleare è più economica rispetto a quella prodotta da altre fonti.

Lo Spiegel ha pubblicato anche il dettaglio delle somme messe da parte dai quattro colossi energetici: «Secondo informazioni fornite da Rwe, l'azienda ha accantonato oltre 10 miliardi di euro e la portavoce della Rwe-Power, società figlia che si occupa della produzione atomica, si dice sicura che sia una cifra più che sufficiente. La concorrente E.on ha già a disposizione 12 miliardi di euro, la EnBW 5,4 miliardi, Vattenfall 2 miliardi».

La data stabilita dal governo per lo spegnimento dell'ultimo reattore è il 2022, con la possibilità di una deroga di qualche mese in caso di necessità per i reattori più recenti. Ma il processo di smantellamento durerà diversi decenni. La fuoriuscita dal nucleare sarà una lunga avventura. Almeno 5 anni durerà il cosiddetto periodo di post-produzione, l'arco di tempo necessario affinché i brennenelemente si raffreddino sotto stretto controllo. E, sempre secondo la portavoce di Rwe, ci vorranno dai 15 ai 20 anni per smantellare completamente i 17 reattori esistenti.

«Il rapporto dei consulenti della Arthur D. Little stima che solo per la fase di raffreddamento, le imprese dovranno spendere 4 miliardi di euro», ha proseguito il magazine, «i restanti 14 saranno assorbiti dallo smantellamento delle strutture industriali e dal problema dello stoccaggio delle scorie. Due terzi di questa cifra sono destinati al semplice abbattimento delle parti nucleari. Il costo singolo della distruzione di una centrale nucleare si aggira attorno al milardo e 200 milioni».

Resta aperto ancora il punto interrogativo riguardo un possibile aumento dei costi in corso d'opera: «Non c'è ancora alcuna esperienza concreta di smantellamento di un impianto atomico», ha concluso lo Spiegel, «per cui queste stime vengono considerate del tutto incerte da parte degli stessi consulenti».  Il direttore della Nukem, società specializzata nello stoccaggio delle scorie nucleari, ha spiegato che «finora gli unici casi cui far riferimento hanno riguardato reattori di ricerca di piccoli impianti di prima generazione». Ora ci si muove su un terreno del tutto nuovo, una specie di "terra incognita".

(Pubblicato su Lettera43)

Il percorso che all’inizio del prossimo decennio porterà la Germania fuori dall’era dell’energia nucleare comincia a prendere forma. Secondo i dati riferiti ai primi sei mesi dell’anno in corso, per la prima volta la produzione energetica dovuta a impianti di fonti rinnovabili ha superato la soglia del 20%. Secondo le previsioni del governo, entro il 2020 questa quota dovrà raggiungere almeno il 35%.

«Con 57,3 miliardi di kilowattore, sole, vento, biomasse e centrali idroelettriche hanno coperto il 20,8% del fabbisogno energetico complessivo dei tedeschi nella prima metà del 2011», ha scritto la Zeit, «mentre nello stesso periodo dello scorso anno il contributo era stato di 50,4 miliardi di kilowattore, pari al 18,3%».

I dati sono stati resi noti dall’Associazione federale dell’Energia, che ha anche fornito il dettaglio per fonte energetica. La parte del leone la fa l’eolico, con il 7,5% di energia prodotta, a fronte del 6,6% dello scorso anno, seguita dalle biomasse (in leggera crescita dal 5,4 al 5,6%) e dal fotovoltaico, il cui contributo, nonostante le difficoltà finanziarie di alcune importanti aziende, è cresciuto dal 2 al 3,5% e per la prima volta ha superato quello idroelettrico sceso dal 3,6 al 3,3%.

«Grazie a robusti sostegni, la Germania ha conosciuto nel 2010 rispetto ad altri Paesi europei un forte impulso della costruzione degli impianti fotovoltaici», ha scritto il settimanale, «e la crescita del solare nel paniere delle fonti energetiche è da ricondurre a questo fattore e alle buone condizioni climatiche della scorsa primavera». Un dato importante, che potrebbe però far prevedere una flessione nei dati della seconda metà del 2011, dal momento che secondo le stime degli uffici meteorologici l’estate che si va concludendo è stata, a queste latitudini, fra le meno luminose e le più piovose degli ultimi decenni.

Nel corso di un convegno a Berlino sulle energie rinnovabili, il commissario europeo all’Energia, il tedesco Günter Oettinger, ha ribadito l’importanza di continuare a sostenere a livello continentale l’espansione dell’intero comparto: «È necessaria tuttavia una maggiore armonizzazione delle politiche nazionali», ha detto il commissario, «soprattutto per quel che riguarda eolico e solare, altrimenti sarà impossibile sviluppare un mercato interno energetico funzionale». Secondo l’esponente politico tale armonizzazione può anche offrire a Paesi come la Grecia l’opportunità per affrontare con più ottimismo la battaglia contro l’alto debito dei conti pubblici: «Olive e formaggio di pecora non rappresentano una produzione sufficiente per rimettere in moto l’economia», ha detto forse senza molto tatto. Gli esperti climatici stimano che l’Europa meridionale possa far conto su 2000 ore di sole all’anno, contro le 800 della Germania: «E il commerciante consiglia di piazzare i pannelli solari laddove il sole splende», ha concluso Oettinger.

Un altro capitolo riguarda i costi dell’energia. «Oettinger, con l’occhio rivolto questa volta al proprio Paese, ha sottolineato come la decisione tedesca di puntare sul settore delle rinnovabili rappresenti un buon esempio per tutta l’Europa», ha proseguito la Zeit, «ma ha anche ammonito a non perdere di vista il problema dei costi della svolta energetica, ricordando che già oggi il prezzo in Germania è pericolosamente alto». Solo la Danimarca paga di più per la sua energia e questo, per un Paese che cresce anche grazie a un’industria pesante e ad alto consumo energetico, può rappresentare alla lunga un problema: il rischio è di assistere a una silenziosa deindustrializzazione tedesca.

Il costo è comunque in parte gestibile dalla politica, ha concluso il commissario, giacché è in gran parte costituito da tasse e imposte: «Il balzello di 3,5 cent a kilowattora a carico delle aziende per finanziare il passaggio all’energia verde è stato in qualche modo un successo, ma di fronte alle nuove sfide che attendono tutto il mondo imprenditoriale a seguito della scelta di abbandonare il nucleare sarebbe opportuno trovare una soluzione graduale, anche per evitare alla lunga di scontrarsi con le regole della concorrenza europea che vietano le sovvenzioni.

«La decisione di puntare con determinazione sulle energie rinnovabili è tuttavia condivisa dalla grandissima maggioranza dei tedeschi», ha concluso la Zeit, «e, secondo un sondaggio promosso dall’istituto Tns Infratest, il 94% dei cittadini considera importante o molto importante la costruzione degli impianti e delle infrastrutture necessarie. Il 65% si dichiara dirittura disponibile a ospitare le strutture nelle proprie vicinanze». Un risultato sorprendente, viste le tante proteste nate un po’ ovunque in Germania negli ultimi anni, anche contro la costruzione di impianti legati al settore delle rinnovabili. Una svolta anche questa, che lascia ben sperare sul raggiungimento di quella soglia del 35% del fabbisogno energetico da energie verdi, indispensabile per vincere la sfida di un Paese post-nucleare.

(Pubblicato su Lettera 43)