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David Cerny e Andrej Babis sono a modo loro i due protagonisti della campagna elettorale ceca. Il primo è l'artista che ha realizzato la provocazione del gigantesco dito medio rosa che da qualche giorno galleggia sulle acque della Moldava fronteggiando il Castello di Praga, simbolo di quel potere politico che ha conosciuto giorni migliori (ad esempio ai tempi di Vaclav Havel). Il secondo è l'ennesimo outsider, il secondo uomo più ricco del Paese, che ha fondato due anni fa il partito Ano (che significa Sì) ed è accreditato di un consenso del 16%.

Entrambi sono il frutto della più violenta ondata di antipolitica che abbia attraversato la Repubblica Ceca dai tempi della rivoluzione di velluto: scandali, corruzione, opportunismi, dilettantismo hanno consumato in 24 anni il credito accumulato dalla nuova democrazia, popolata oggi da un personale che gli elettori vorrebbero impacchettare in blocco e consegnare ai libri di cronaca giudiziaria. Si vota in due giorni, venerdì 25 e sabato 26 ottobre e gli osservatori concordano su una vittoria dei socialdemocratici del presidente Milos Zeman ma anche sul successo di Ano e dei comunisti: questi ultimi potrebbero in qualche modo tornare nell'orbita del potere, tollerando un governo di minoranza socialdemocratico.

L'Ostalgia ceca si nutre delle miserie di oggi: l'ennesimo voto anticipato, determinato dall'arresto a luglio di politici e alti burocrati inquisiti che ha abbattuto il governo tecnocratico in carica. Se solo l'economia non reggesse nonostante tutto, alla crisi politica si sommerebbe quella sociale e l'antipolitica esploderebbe in ribellione. Invece c'è comunque l'arma del voto o dell'astensione: la seconda è un moto di rabbia silenzioso, il primo rischia di replicare all'infinito il carosello della politica. Dieci partiti potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5%, producendo una frantumazione dalla quale sarà difficile tirar fuori un esecutivo stabile.

E poi c'è Babis, quello che i media chiamano senza grande fantasia il Berlusconi di Praga. Nato a Bratislava, dunque in Slovacchia quando però i due Stati erano ancora uniti, ha poi ottenuto il passaporto ceco. È un imprenditore di successo cresciuto nel mondo dell'industria chimica e dell'agro-alimentare, ricco (Forbes ha stimato il suo patrimonio in 2 miliardi di euro), ha un passato oscuro inquinato da collaborazioni con il servizio segreto comunista e negli ultimi tempi si è comprato il gruppo editoriale Mafra che pubblica Mlada Fronta Dnes e Lidove Noviny, due dei principali quotidiani del Paese. Nel suo portafoglio mediatico figurano anche televisioni private e portali internet.

E le somiglianze con il Cavaliere del 1994 non finiscono qui. Nei sempre più seguiti comizi elettorali ha promesso di rivoltare la politica come un calzino, di voler ristrutturare la macchina dello Stato secondo i criteri di efficienza di un'azienda, di non volersi alleare con nessun partito corrotto dell'establishment e di non avere interesse a mettere le mani sui fondi pubblici perché è già ricco di suo. Impegno quest'ultimo che tocca al cuore gli elettori disgustati dagli scandali e che basta a superare i dubbi sulla povertà di contenuti politici del suo programma elettorale.

A farla da padrone è comunque il disincanto. Nelle strade di una Praga sempre zeppa di turisti che si godono l'insolito tepore autunnale, è difficile incontrare qualche elettore che abbia voglia di parlare o discutere di politica. La rassegnazione è ovunque, in ogni parola, in ogni dichiarazione. Meglio allora provare a ricavarci un po' di soldi, legali. Come ha fatto Peter Sourek, filosofo e uomo di teatro, che ha fondato l'agenzia turistica Corrupt Tour e porta in giro i turisti sui luoghi che hanno segnato la recente stagione della corruzione praghese. Lo accompagnano 8 attori che inscenano rappresentazioni artistiche ricche di umore e verità. I tour si svolgono in ceco, inglese e tedesco. Ma non c'è bisogno di affrettarsi a prenotare: tutti sono convinti che, anche dopo questo voto, la politca di Praga non volterà pagina.

A poco più di cinque mesi dalle elezioni politiche tedesche il barometro è tornato a segnare bel tempo per il governo di Angela Merkel. L'ultimo sorprendente sondaggio, realizzato dal prestigioso istituto Forsa per conto della rete televisiva Rtl e del settimanale Stern, ha assegnato alle forze politiche di maggioranza un consenso tale da garantire loro la prosecuzione del mandato anche per i prossimi 4 anni. Se si votasse oggi (e non il 22 settembre, come da calendario) l'alleanza fra i conservatori di Angela Merkel (Cdu e Csu) e i liberali di Philipp Rösler (Fdp) otterrebbe il 47% dei voti complessivi, assicurando la conquista della maggioranza assoluta dei seggi al Bundestag.

Un esito sbalorditivo, se solo si pensa alla debolezza mostrata sino a ieri dai liberali in tutti i sondaggi degli ultimi anni, ma anche nella gran parte delle elezioni regionali che si sono susseguite. A lungo in bilico sulla soglia del 5%, necessaria per entrare in parlamento, l'Fdp ha invece fatto registrare negli ultimi tempi una solida ripresa, fino a posizionarsi stabilmente sul 6% indicato anche da Forsa. Notevole anche il consenso di cui gode il partito di Angela Merkel, che otterrebbe un 41% che rimanda alla memoria gli anni dorati di Helmut Kohl.

«È il valore più alto ottenuto dall'attuale coalizione di governo dalla fine del 2009», ha commentato lo Spiegel, «da quando cioè i liberali, allora guidati da Guido Westerwelle, iniziarono un catastrifico declino che sembrava fino a pochi mesi fa inarrestabile». Inutile enfatizzare il significato che questa nuova tendenza elettorale registrata da Forsa assume per i partner europei ai tempi dell'eurocrisi: qualora essa si consolidasse o, addirittura, si rafforzasse, i Paesi del Sud Europa non si troveranno di fronte da settembre una Grosse Koalition, teoricamente più malleabile sulle politiche di austerità per la presenza dei socialdemocratici, ma con una riedizione dell'asse Merkel-Rösler, per di più galvanizzato dal rinnovato consenso elettorale.

E che le politiche europee saranno al centro della scelta futura degli elettori tedeschi è testimoniato dallo scarso interesse mostrato da questi ultimi per i modesti risultati conseguiti dal governo liberal-conservatore in politica interna. Alcune delle promesse elettorali (prima fra tutte, quella di un alleggerimento della pressione fiscale) sono state disattese, non vi è stata traccia di riforme paragonabili a quelle di Gerhard Schröder, che dieci anni fa rimisero sulle gambe una Germania sprofondata al rango di malato d'Europa, litigi e contrasti hanno segnato il percorso turbolento di un governo caratterizzatosi piuttosto per una corretta gestione dell'ordinaria amministrazione. Ma l'economia tira, la disoccupazione cala, le entrate fiscali crescono e consentono di mantenere a livelli accettabili il welfare state e, visti i chiari di luna oltreconfine, i tedeschi sono soddisfatti lo stesso. La fermezza mostrata da Merkel nella gestione europea della crisi gode del consenso degli elettori ed è considerata garanzia del fatto che la Germania non si farà trascinare nel vortice del declino.

In più l'alternativa offerta dalle opposizioni presenti sul mercato elettorale non convince. I dati esaltanti per i partiti di governo fanno il paio con quelli drammatici per i socialdemocratici. Sempre secondo il sondaggio di Forsa, l'Spd sprofonderebbe al 23%, doppiando il peggior risultato nella storia del partito ottenuto proprio nelle elezioni del 2009: un ritorno al futuro, un salto del gambero che riporta il partito che fu di Willy Brandt alla casella di partenza di 4 anni fa. Sul banco degli imputati il candidato Peer Steinbrück, che ha finora fallito nel compito di presentarsi come credibile alternativa alla cancelliera. «Se l'Spd avesse potuto contare su un candidato più carismatico si sarebbero potute riscontrare delle criticità nella posizione di Angela Merkel», ha osservato il direttore di Forsa Manfred Güllner, «e invece la cancelliera gode di un'alta considerazione che si mantiene costante nel tempo».

Dal confronto diretto fra i due candidati emergono tutte le debolezze di Steinbrück: solo il 34% degli elettori lo ritiene degno di fiducia, solo il 32 lo trova simpatico, appena il 24 lo giudica sufficientemente diplomatico per il ruolo cui ambisce (la battuta sui clown italiani è rivelata una disastro). Ma anche quando i tedeschi lo misurano sui temi centrali della campagna socialdemocratica, l'ex ministro delle Finanze appare in difficoltà: solo il 40% crede che sia l'uomo adatto a difendere la giustizia sociale e meno della metà (il 48%) ritiene che sia il candidato giusto per l'Spd. Messi uno di fronte all'altro, i due contendenti fanno registrare numeri che invitano a considerare già chiusa la partita, a meno di catastrofi al momento non ipotizzabili: in caso di elezione diretta Merkel straccerebbe Steinbrück 57 a 19. È vero che in Germania non si vota direttamente il cancelliere, ma adesso anche i sondaggi sui partiti fanno intravedere ad Angela Merkel la possibilità di un successo su tutta la linea. Chi aveva pronosticato l'inizio della parabola discendente della cancelliera farà bene a spostare in avanti (e a data da destinarsi) la croce sul calendario.

Caos politico, stallo, confusione, ingovernabilità. I titoli che si rincorrono sulla stampa tedesca del 26 febbraio per commentare l'esito del voto italiano descrivono lo scenario più temuto da Berlino: l'Italia, terza economia dell'Eurozona, attanagliata da una crisi economica e fiscale che mette in pericolo la sopravvivenza dell'euro è senza una maggioranza. Mario Monti, l'uomo più amato nei pressi della cancelleria, è stato ridotto all'irrilevanza. E Pierluigi Bersani, l'ex comunista riformista sul quale comunque si poteva contare per proseguire le riforme richieste da Bruxelles, dovrà compiere un miracolo per mettere su un qualche governo.

Ma l'Italia non ha bisogno di un governo qualsiasi. Non certo di un esecutivo condizionato dai due vincitori morali della serata elettorale: Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Dopo aver concentrato i riflettori solo sull'odiato Cavaliere, le cui gesta fanno impennare le vendite anche nelle edicole in Germania, i quotidiani tedeschi hanno dovuto raccontare in tutta fretta ai propri lettori arte e parte del nuovo movimento che ha sconquassato il panorama politico italiano: una slavina antipolitica guidata da un clown. Avrebbero potuto etichettare Beppe Grillo con il più dignitoso appellativo di cabarettista, attingendo alla nobile tradizione del cabaret berlinese, se non altro per rendere giustizia al suo istrionismo, ma i tedeschi sembrano aver poca voglia di scherzare, e forse anche di comprendere, spiegare, giustificare. E anche di farsi un esame di coscienza sulla sostenibilità della rigida politica di austerità imposta alle economie e alle società dei Paesi in crisi: ormai non si contano più i leader europei coccolati dalla cancelliera e puntualmente puniti dai propri elettori.

Così la Witschaftswoche, il settimanale economico più autorevole, ha suggerito l'unica strada da intraprendere: tornare alle urne. «Non è propriamente democratico ingorare la volontà degli elettori espressa nella prima tornata elettorale», ha scritto, «e naturalmente la politica non può consentire di votare fino a che il risultato rispecchi le aspettative. Ma l'Italia è a un bivio e non può permettersi un anno di attesa, così come l'Europa. Dunque sono necessarie nuove elezioni. E, come è accaduto in Grecia l'anno scorso, la seconda tornata deve diventare un referendum sulla permanenza o meno nell'area dell'euro. Fino ad ora gli italiani non hanno compreso la posta in palio, altrimenti non si capirebbe il successo consegnato a Berlusconi e Grillo. L'Italia deve svegliarsi e dare un chiaro segnale in favore o contro l'Europa e l'euro. Assumendosene tutte le conseguenze».

Eppure il messaggio del voto italiano, per quanto scomodo, meriterebbe una riflessione più attenta. In fondo, come ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «la metà degli italiani ha votato per liste che hanno sostenuto un'aggressiva campagna antieuropea, dando un segnale di allarme e di preoccupazione che va al di là della stessa Italia». Un segnale accentuato dalla sorte toccata a Mario Monti: «L'uomo che gode all'estero di tanta considerazione è stato, forse anche per questo, punito dagli elettori per la sua politica di austerità. Molti hanno visto in lui il mero esecutore della volontà dei mercati finanziari».

Ma per la Süddeutsche Zeitung non c'è molto da interpretare: «Il voto italiano ha fornito una speciale lezione a tutti i partecipanti all'eurocrisi: chi esita perde, chi tentenna viene punito, le vie di mezzo non vengono premiate. Gli elettori hanno inviato dalle urne un messaggio molto semplice: non abbiamo capito». Il Paese vive un clima politico che favorisce le mezze verità e innalza la satira a ragion di Stato: così due comici sono stati premiati per le loro urla calunniose, mentre persone serie come Monti e Bersani sono stati puniti per le loro esitazioni. «Come in Grecia la crisi ha esaltato le forze radicali», ha concluso il quotidiano bavarese, «in Italia ha rafforzato i populisti, che a modo loro sono anche radicali: negano la realtà, scaricano le colpe dei debiti sui nemici oltreconfine, fantasticano la soluzione di tutti problemi fornendo proposte semplici. L'Italia non troverà una soluzione semplice dopo il voto, al limite potrà ricorrere a nuove elezioni. Ma neppure questa sarà una benedizione».

Di repubblica bloccata ha parlato anche lo Spiegel, che ha riconosciuto come quello emerso sia «lo scenario peggiore possibile, dopo quello di una vittoria netta di Berlusconi»: la terza economia dell'Eurozona, senza governo, rischia di tornare ad essere sballottata dalla speculazione e di rappresentare un pericolo per il continente.

«Un voto di protesta, un chiaro basta (riportato in italiano, ndr.) all'Europa e ai mercati finanziari internazionali» è stato il giudizio della Welt che, per descrivere lo stallo in cui si trova il Paese, ha commentato le prime dichiarazioni di Beppe Grillo: «Non ha alcuna intenzione di occuparsi di alleanze, è più interessato alla dislocazione dei suoi deputati in parlamento. Spera che siano posizionati dietro gli altri parlamentari per potergli rifilare uno scappellotto di tanto in tanto».

Dura e disincantata, infine, la visione dalla Svizzera della Neue Zürcher Zeitung, che nel suo commento ha parlato di «energia distruttiva»: «Il Paese avrà il governo che si merita, frutto di un'elezione democratica. E a nulla vale il pretesto che gli elettori non avessero niente da decidere, perché i bonzi di partito avevano presentato liste bloccate. Per i cittadini di un Paese democratico non è così semplice sfuggire alle proprie responsabilità: chi segue l'antipolitica, deve sapere quel che fa e chi manda al potere. Bisogna dunque spiegare il consenso a Berlusconi e Grillo come uno speciale piacere italiano per la frivolezza e l'autodistruzione?». Molte domande e poche risposte: queste ultime toccherà al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fornirle di persona: il 26 febbraio comincia la sua visita di 4 giorni in Germania, prima a Monaco, poi a Berlino. L'ultima visita di Stato del settennato. Probabilmente lo stesso Napolitano se l'era immaginata diversamente.

(Pubblicato su Lettera43)

Il candidato più amato e raccontato all'estero, il professore tatuato Vladimir Franz, difficilmente diventerà presidente della Repubblica Ceca. Il suo corpo, ricoperto al 90% da artistiche cesellature cromatiche, è stato esposto al voyeurismo dei lettori per rilanciare la suggestione dei vicoli magici di Praga, dei suoi misteri gotici, dei fantasmi letterari nascosti dietro i suoi portoni barocchi o nelle brume che avvolgono all'alba il Ponte Carlo e le rive della Moldava. Immagini da cartolina, propagate dall'ultima propaggine dei bohemien americani piovuti a Praga dopo la fine del comunismo e inseguite dalle migliaia di turisti che, anche in questo gennaio insolitamente mite, hanno invaso la città che fu di Franz Kafka e Jaroslav Hasek, Bohumil Harabal e Vaclav Havel. Ma che hanno poco a che fare con la più prosaica vita quotidiana dei cechi.

L'11 e il 12 gennaio questi cittadini si trasformano in elettori, per scegliere il nuovo presidente della Repubblica per la prima volta direttamente e, coincidenza della storia, suggellare così il ventennale della separazione (ovviamente di velluto) con la Slovacchia. In venti anni, l'equilibrismo dei partiti ha consegnato ai cechi solo due presidenti, uniti dallo stesso nome ma diversissimi per stile e idee: Vaclav Havel e Vaclav Klaus. Umanista ed europeista il primo, liberista ed eurodissidente il secondo. Ora tocca al popolo, come raccontano i giornali di qui con qualche enfasi, prendersi la responsabilità di eleggere l'uomo che dovrà rappresentarli per i prossimi cinque anni al Castello. Il presidente ceco ha un ruolo simbolico non troppo diverso da quello italiano, ma la bellezza degli stucchi del Castello sul colle Hradschin e la vista mozzafiato sulla città vecchia e sulla Moldava rendono l'esperienza più che piacevole.

Ma come sempre accade quando la competizione stringe e arriva al dunque, dei nove candidati che hanno agitato la scena elettorale, solo due dovrebbero avere i numeri per tagliare il traguardo: Jan Fischer, il tecnocrate che nel 2009 fu chiamato a salvare il Paese e sostituire quel Mirek Topolanek disperso con il membro penzolante ai bordi della piscina berlusconiana di Villa Certosa e Milos Zeman, un ronzino di ritorno, capo del governo socialdemocratico a cavallo degli anni Duemila e oggi leader del Partito dei diritti civili. Gli ultimi sondaggi premiano quest'ultimo, almeno al primo turno. Gli altri si sono persi per strada, anche se alcuni hanno fatto una buona campagna: Tana Fischerova, l'ecologista innamorata dell'Europa, il senatore socialdemocratico Jiri Dienstbier, l'esponente del principale partito conservatore di governo Premysl Sobotka, il ministro degli Esteri Karel Schwazenberg, la democristiana Zuzana Roithova, la parlamentare europea Jana Bobosikova e, naturalmente, il tatuato Franz, che pure è dato al terzo posto e ha sfondato fra studenti e giovanissimi, interpretando il sentimento di ribellione verso un mondo politico che ha smarrito per strada la lezione principale di Vaclav Havel: senza etica e morale la gestione della cosa pubblica è destinata a corrompersi.

Il dibattito politico nell'ultima settimana non è stato dominato dalle speculazioni sulla fantasia al potere e, a dirla tutta, neppure da quel che il nuovo presidente potrebbe fare per accompagnare il Paese fuori dalla recessione e restituire alla politica la dignità necessaria. Polemiche, invettive e rabbia si sono concentrate sull'ultimo atto di Klaus prima di lasciare la scena: un'amnistia per i condannati a meno di un anno di galera per reati non gravi e per coloro in attesa di giudizio da più di otto anni. Un atto per celebrare il ventennale della fine della Cecoslovacchia. Dei 23 mila detenuti nelle patrie galere, 6 mila sono ora a piede libero e altre migliaia sotto processo non devono più temere il giudizio dei giudici né le lungaggini della magistratura. I cittadini sono infuriati, la stampa insegue i mattinali della polizia che rapportano 70 casi di nuovi delitti nel frattempo compiuti dagli scarcerati (c'è anche un omicidio), i partiti del governo di centrodestra litigano fra di loro, il premier Petr Necas difende il presidente e i candidati alla successione ne prendono più o meno apertamente le distanze. Centomila persone hanno firmato una petizione contro l'amnistia, un'analoga iniziativa su Facebook ha raccolto in poco tempo 350 mila adesioni.

Sarà anche per questo che i candidati più accreditati non appartengono all'establishment politico. Non Zeman, abile populista che dopo la sconfitta nel 2003 si ritirò nella sua dacia nel sud della Boemia per commentare con sarcasmo gli eventi politici di Praga: con lui la Repubblica Ceca aveva almeno vissuto un poderoso boom economico. Non Fischer, tecnocrate senza partito, sbiadito e immerso in cifre e grafici, che nell'ultimo confronto televisivo ha mostrato un'improbabile anima passionaria: ma nel 2009 è riuscito davvero a togliere più di qualche castagna dal fuoco ceco. Di sicuro non Franz, intriso di teatro e musica, lettere e pittura: il più outsider di tutti che, se non andasse al ballottaggio, potrebbe risultare determinante nella corsa finale, ammesso che voglia sporcarsi le mani con i giochi della politica.

Su una cosa Franz ha ragione: il sistema ceco più o meno funziona, la struttura c'è ed è solida, quel che è saltata è la morale. Il mai rimpianto Topolanek dovette fare le valige nel mezzo della prima presidenza ceca di un semestre europeo, uno smacco internazionale. Le maggioranze politiche ballano da anni lungo un arco parlamentare instabile, producendo governi deboli basati sul trasformismo. Dal 2010 ben sei ministri hanno dovuto prendere cappello per accuse di corruzione. Non passa settimana che un nuovo scandalo politico non venga alla luce: giusto pochi giorni fa un procuratore ha sporto denuncia contro il premier attuale Necas, sospettato di aver corrotto tre parlamentari.

L'economia è in sofferenza, anche qui a causa della crisi europea che ha contratto le esportazioni e delle politiche di austerity messe in campo per riequilibrare i conti pubblici. La Germania è più vicina e lo spirito protestante del rigore ha soffiato senza incontrare troppi ostacoli. Il termine recessione non è più tabù e, sepolte le stime ottimistiche di una crescita modesta dello 0,4%, la Reiffeisenbank ha stimato per il 2012 appena concluso un calo dell'1,2%. C'è tutto il corollario della spirale al ribasso: disoccupazione salita al 9,4%, consumi crollati tanto che, secondo gli esperti, la ripresa non si farà sentire che alla fine del 2013. Restano ancora da mettere in atto riforme dolorose, come quella delle pensioni e dei meccanismi di spesa sociale: gli effetti dell'austerity si faranno sentire anche nei prossimi dodici mesi e la promessa di una ripresa è stata procrastinata al 2014.

Ma i fondamentali restano solidi: «La prova più evidente è nello spread a 40 punti tra le rendite a 10 anni dei titoli pubblici cechi rispetto a quelli tedeschi», ha spiegato Martin Lobotka, economista della Ceska Sporitelna, «e in più la nostra struttura economica, piccola e molto aperta verso l'estero, è molto poco influenzabile dalla politica». Una fortuna, visto lo stato della politica. Comunque vada a finire, il voto sarà un segnale di sfiducia nei confronti della classe dirigente, forte e chiaro come quello che nelle amministrative di ottobre ha sorprendentemente premiato i comunisti nelle terre della primavera di Praga.

(Pubblicato su Lettera43)

Un partito, un popolo, un capo. Anzi, una capa. Lo spettacolo che il congresso della Cdu ha offerto ad Hannover si è prestato a paragoni storicamente rischiosi: delegati compatti attorno al proprio leader, una scenografia costruita fin nel minimo dettaglio per celebrarne il consenso, un applauso artificiosamente protratto per 8 minuti, a beneficio dei media, il cui unico interesse sembrava essere quello di misurare se l'applausometro avrebbe varcato la soglia dei 7 minuti toccata nell'assise precedente. Tutto è andato come previsto, anche il voto finale, che ha incoronato Angela Merkel alla guida dei conservatori con quasi il 98% dei voti. Hannover come la Ddr di un tempo, con i delegati in piedi a spellarsi disciplinatamente e ritmicamente le mani per gli 8 minuti concordati e la cancelliera a ciondolare a destra e a sinistra agitando la manina come la regina d'Inghilterra.

Ma la Cdu non è un partito di plastica. È una formazione politica di lunga tradizione, ricca di fondazioni e riviste che ne elaborano la cultura politica e di politici che forgiano nella gavetta dal basso la loro carriera. C'è dunque qualcos'altro che sostanzia questo unanimismo inconsueto anche per un partito conservatore che in passato ha conosciuto altri leader forti come Konrad Adenauer e Helmut Kohl. «L'affermazione che la cancelliera padroneggi il più grande partito tedesco non è corretta», ha scritto la conservatrice Die Welt, «è più giusto dire che lei è diventata il partito. Quando la Cdu parla di Europa, di economia o di giustizia sociale, dice in fondo solo Angela Merkel. L'intera narrazione politica della Cdu si chiama Angela Merkel. Nessun ministro, nessun presidente di Land, nessun partner di coalizione gioca veramente un ruolo, neppure i contenuti. Per questo i cristiano-democratici soffrono poco le brusche sbandate programmatiche degli ultimi anni, dalla svolta energetica ai salvataggi della Grecia, dall'introduzione delle quote rosa alle proposte sul salario minimo: l'unica cosa rilevante è Angela Merkel, è lei che fa tutto. Un partito che ha avuto in passato un senso politico generalmente paternalistico, si è modernizzato in una sorta di matriarcato».

Oggi la dipendenza dalla figura della sua cancelliera è diventata totale, la sua icona essenziale: i conservatori sarebbero poca cosa senza di lei e i sondaggi sono lì a confermarlo. Una simbiosi gravida di incognite per il futuro, ma dalla quale oggi la Cdu non può scindersi. Anche perché il futuro sembra non arrivare mai: «Il congresso di Hannover non ha celebrato solo l'incoronazione di Merkel come candidata alle prossime elezioni», ha scritto la Süddeutsche Zeitung, «ma anche il sogno del suo eterno governo».

Tutto è apparso come una favola natalizia. «E d'altronde dicembre è il mese in cui negli asili e nelle scuole viene addobbato il presepe», ha proseguito il quotidiano bavarese, «e la Cdu si è fatta prendere la mano da questo clima. Ha inscenato il suo congresso come un presepe per Angela Merkel. Ognuno ha avuto il suo ruolo, a ognuno era assegnato il posto giusto, qua e là erano distribuiti i pastori, le pecore e addirittura gli angeli osannanti. C'era soprattutto la consapevole attesa che anche gli elettori vorranno prendere parte al presepe, seguendo come i re magi la stella cometa della cancelliera e offrendo il prossimo anno i loro opulenti doni: così tanti voti da permettere alla Cdu di governare ancora per il bene del Paese».

Così il partito si è ridotto a vivere solo dello splendore del suo leader: «Nessuna sorpresa, dunque, che anche a un partito di massa in trasformazione come la Cdu non sia rimasto altro che ossequiare la sua cancelliera», ha commentato la Frankfurter Allgemeine Zeitung. La Cdu non ha oggi alternative e con Angela Merkel è ritornato forte come non accadeva da lungo tempo: «Ma il giorno in cui la stella della cancelliera comincerà a spegnersi, apparirà evidente il vuoto che si è creato attorno al suo vertice, un vuoto che già oggi dovrebbe preoccupare i conservatori almeno quanto la domanda su come fare a riconquistare sindaci nelle grandi città».

E i contenuti? Il discorso programmatico di Angela Merkel è finito quasi in secondo piano rispetto alla scenografia congressuale. Anche perché in questo caso, la stella cometa della cancelliera ha brillato con meno efficacia. Non ci sono state grandi novità rispetto agli interventi più recenti nei dibattiti del Bundestag e anche l'unico argomento che sembrava dividere i delegati (l'equiparazione fiscale delle coppie omosessuali a quelle matrimoniali) è stato liquidato senza grande passione. «Riguardo alle sfide dei prossimi anni, dalla crisi europea alla svolta energetica fino alle trasformazioni demografiche che metteranno sempre più pressione allo Stato sociale, Merkel ha fornito diagnosi corrette ma terapie troppo vaghe», ha sintetizzato lo Spiegel.

È mancato anche l'accenno a una strategia di riforme tipo quella avviata dal suo predecessore Gerhard Schröder con l'Agenda 2010. Quel che sarà si può solo intuire osservando il percorso politico della cancelliera: «Ha esordito sull'onda di un turbo-liberismo che prometteva lo smantellamento del welfare state, ma poi ha governato in maniera socialdemocratica sia con la Grosse Koalition che con i liberali e, in caso di necessità, governerà in maniera socialdemocratica anche con i Verdi». C'è da attendersi un moderato riformismo pragmatico, fatto di piccoli passi ma senza grandi visioni. Un marchio di fabbrica del quale, per ora, conservatori e maggioranza degli elettori tedeschi sembrano soddisfatti.

(da Lettera43)