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C'era una volta il popolo più europeista del continente. Per vent'anni i polacchi hanno sostituito gli italiani nel ruolo di maggiori euroentusiasti. L'euforia per la libertà riconquistata andava di pari passo con la consapevolezza di dover sempre più stringere i rapporti con l'Europa: più la politica si indirizzava verso ovest, più si dissolvevano i fantasmi dell'est. Più si diventava di casa nei palazzi di vetro di Bruxelles, meno facevano paura i rocordi delle oscure stanze del potere di Mosca. Una strategia perseguita senza soluzione di continuità da tutti i governi che si sono succeduti dopo la fine del regime comunista, di destra, di centro e di sinistra, con l'eccezione del biennio nazionalista incarnato dai gemelli Kaczynski poco dopo la metà degli anni Duemila. Un'eccezione che confermava la regola: l'integrazione completa nelle strutture dell'Unione Europea era (ed è ancora oggi) il pilastro più solido della politica estera polacca. Tutto il resto (rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, esplorazione del mercato cinese, ambizione a un'unione del nord con i paesi scandinavi) discende da quel principio: Bruxelles è la retta via.

Sorprende così il risultato dell'ultimo sondaggio reso noto dall'istituto demoscopico Tns, secondo il quale la maggioranza dei polacchi è oggi contraria all'introduzione della moneta unica. Più del 50% degli intervistati non ha alcuna intenzione di rinunciare allo zloty, la valuta nazionale un tempo simbolo di debolezza e marginalità e adesso invece vista come un'àncora sicura contro instabilità e incertezza. Di più, fra i contrari cinque su dieci ritengono che un eventuale adozione dell'euro possa essere presa in considerazione non prima di dieci anni, il 37% la esclude invece per sempre. Gli ostinati favorevoli sono solo il 30%. Il prezzo per entrare nel club dell'Eurozona è considerato troppo alto: si teme di fare la fine della Slovacchia che, una volta ottenuto l'accesso all'euro, si è trovata a dover pagare per i pacchetti di salvataggio degli altri paesi in crisi, una vicenda che ha mandato a gambe all'aria il governo in carica. E si pensa che l'economia polacca, oggi una delle poche dell'Unione Europea a non conoscere venti di crisi, possa solo subirne dei danni.

Quella che fino a qualche tempo fa sembrava la soglia verso il paradiso è al momento vista come una porta verso l'inferno. Ma se la cattiva fama che ormai circonda l'euro giustifica in qualche modo l'esito del sondaggio, bisogna sottolineare che questa bocciatura non viene da un paese in crisi con cittadini stressati da politiche di austerità e di tagli della spesa pubblica ma da una delle poche tigri economiche rimaste a scorazzare per il continente. La Polonia ha attraversato tutti i rovesci degli ultimi anni (2008, 2011, 2012) mantenendo sempre un segno più davanti alla cifra del prodotto interno lordo e consolidando l'ascesa di piccole e medie imprese competitive e innovative. Ma anche a Varsavia la musica sta cambiando: sebbene anche per il 2013 sia prevista una crescita economica attorno al 2%, il suo dinamismo rallenta. Tutto il buono viene dai profitti delle imprese esportatrici, i consumi interni, una volta floridi come quelli italiani, si sono arrestati. E così la debolezza dello zloty è diventata una delle componenti (non l'unica) della forza dell'export polacco. Una moneta forte come l'euro darebbe una mazzata al settore.

Con l'ingresso nell'Unione Europea nel 2004, Varsavia si è però impegnata ad adottare la moneta unica nel momento in cui i criteri richiesti fossero stati raggiunti. Non è ancora il caso, ma manca poco. Secondo le stime di Bruxelles, le condizioni saranno rispettate nel 2015, fra due anni. La Germania preme, perché vorrebbe coinvolgere un paese sano e virtuoso. Inoltre l'assenza dall'Eurozona indebolisce il peso della Polonia nell'Ue e rallenta la sua ascesa come potenza regionale nel continente, nonostante i molti successi ottenuti negli ultimi anni. Per il premier Donald Tusk un bel dilemma: l'euro aumenterebbe il peso specifico del paese nell'Ue ma rischierebbe di porre fine al piccolo miracolo economico. E in più dovrebbe affrontare le elezioni legislative del 2016 remando contro la maggioranza dei suoi concittadini. Altri tempi quelli in cui ogni passo verso Bruxelles poteva essere vantato come un successo.

 

Una cancelliera venuta dal freddo. Si può parafrasare il titolo del più famoso romanzo di spionaggio ambientato ai tempi della Guerra Fredda (John Le Carré, La spia che venne dal freddo) per sintetizzare la scoperta compiuta da Stefan Kornelius, capo della redazione estera della Süddeutsche Zeitung: Angela Merkel ha origini polacche.

Kornelius ha dato alle stampe una nuova biografia di colei che da qualche anno viene considerata la donna più potente del mondo andando a frugare nel suo passato familiare finora piuttosto oscuro. Una traccia l'aveva fornita la cancelliera stessa qualche tempo fa, accennando in un incontro pubblico alla circostanza di avere un quarto di sangue polacco. Ma la cosa era finita lì, per mancanza di prove. Adesso il giornalista della Süddeutsche quelle prove le ha trovate e le ha riversate nero su bianco nel volume Angela Merkel, la cancelliera e il suo mondo, arrivato sugli scaffali delle librerie tedesche proprio il 14 marzo.

La scoperta è arrivata attraverso un certificato di nascita del padre di Angela Merkel, il teologo evangelico che, trasferendosi dopo la guerra dalla diocesi di Amburgo a quella di Quitzow, obbligò di fatto la futura cancelliera a crescere nella Germania comunista. Il suo nome originario era infatti Horst Kazmierczak e, solo nel 1930, la famiglia decise di trasformare il cognome polacco in un più comodo cognome tedesco: da Kazmierczak a Kasner, che è poi il cognome che Angela Merkel aveva da ragazza.

La stessa cancelliera non ha reso la vita facile a biografi e giornalisti. Il cognome con cui è diventata famosa nel mondo è quello del primo marito, Ulrich Merkel, allora uno studente di fisica originario della Turingia conosciuto nel corso di uno scambio universitario a Mosca e Leningrado, l'odierna San Pietroburgo. Un cognome che ha mantenuto nonostante il divorzio nel 1981 e il successivo matrimonio, nel 1998, con il professore di chimica Joachim Sauer, il riservato partner attuale che non ama i riflettori e compare al suo fianco solo quando il protocollo diplomatico lo impone. Anche i luoghi della sua vita rischiano talvolta di indurre in confusione. La cancelliera dell'est è in realtà nata nel 1954 a ovest, ad Amburgo. Ancora in fasce seguì l'intera famiglia a est: a Quitzow, in Brandeburgo, dove il padre, pastore evangelico, ottenne una diocesi. Horst Kazmierczak, nel frattempo già diventato Kasner, riteneva suo dovere assolvere al compito di non lasciare sguarnite le chiese e le parrocchie nell'altra metà della Germania, dove il partito comunista stava velocemente consolidando il suo potere. In quella che erroneamente viene considerata la sua città di origine, Templin, la famiglia Kasner arrivò solo tre anni dopo, nel 1957. Questa girandola di cognomi e città ha spesso contribuito a creare attorno alla cancelliera leggende imprecise.

Le recenti ricerche di Kornelius hanno permesso anche di risalire ancora più indietro nell'album di famiglia: il nonno paterno di Angela Merkel, Ludwig Kazmierczak, era originario di Poznan, dove venne al mondo nel 1896 come figlio illegittimo di Anna Kazmierczak e Ludwig Wojciechowski e crebbe sotto l'ombrello protettivo della madre e del suo secondo marito Ludwig Rychlicki. In quel periodo la città era conosciuta in Europa con il nome tedesco, Posen, essendo passata sotto il Reich tedesco dopo la spartizione della Polonia fra Prussia, Russia e Impero austroungarico. Poznan-Posen visse in pieno le vicende turbolente che segnarono la storia dell'Europa centro-orientale del Ventesimo secolo e gli spostamenti dei confini che seguirono la conclusione della prima guerra mondiale: dopo la stipula degli accordi di Versailles, la città tornò a far parte della Polonia e Ludwig Kazmierczak prese armi e bagagli per trasferirsi a Berlino.

Lì conobbe sua moglie Margarethe e dalla relazione nacque nel 1926 Horst Kazmierczak, il futuro padre della cancelliera, scomparso di recente nel 2011. Nel 1930 la famiglia decise di tedeschizzare il proprio cognome e fu così che molti anni dopo, nel 1954, Angela Merkel venne al mondo con il cognome Kasner. «Il vero cognome di nascita del padre della cancelliera era rimasto finora sconosciuto», ha sottolineato la Süddeutsche, «così come nelle tenebre era rimasto il passato polacco degli antenati della cancelliera. E anche se il nonno nacque in territori che a quei tempi appartenevano al Reich tedesco, le rivelazioni prodotte dalla nuova biografia confermano la discendenza polacca del ramo paterno di Angela Merkel».

A parte le curiosità geografiche, ci si chiede ora se queste nuove rivelazioni getteranno una luce migliore sulle relazioni fra Germania e Polonia. In verità, a parte la parentesi dei due anni di governo di Jaroslaw Kaczynski, i rapporti ufficiali fra Berlino e Varsavia sono sempre stati eccellenti dai tempi della caduta del Muro. Non era scontato, viste le controversie intercorse nei secoli precedenti e le ferite dolorose lasciate dall'invasione nazista del 1939 e la ridefinizione dei confini dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ma la ferma determinazione di Helmut Kohl e Dietrich Genscher di riconoscere i confini orientali della Germania sulla linea dei fiumi Oder-Neiße dopo la riunificazione tedesca, aprì di fatto una nuova fase nelle relazioni fra i due Paesi, della quale hanno beneficiato entrambi. Sul piano della riconciliazione storica, procede il lavoro della commissione mista di esperti tedeschi e polacchi per giungere alla stesura di una memoria comune delle vicende che hanno legato Germania e Polonia nei secoli passati, sul modello di quel che accadde fra Germania e Francia dopo il secondo conflitto mondiale. Restano diffidenze legate al ruolo degli esuli tedeschi, espulsi dai territori della Prussia orientale e della Slesia incorporate dalla Polonia dopo il 1945, ma gli stretti rapporti sociali ed economici tra i due Paesi nell'ultimo ventennio rendono, con il passare delle generazioni, questi temi sempre più esclusivo dominio degli esperti.

Tanto più che la complessità degli intrecci inestricabili della storia di questo spicchio d'Europa offre oggi il paradosso di una cancelliera tedesca con origini polacche e di un primo ministro polacco con trascorsi familiari tedeschi. Donald Tusk, infatti, viene da una famiglia della minoranza dei casciubi, una popolazione appartenente al gruppo degli slavi occidentali insediatasi nei dintorni di Danzica agli albori del Tredicesimo secolo. Suo padre, Jozef Tusk, trascorse nel 1944 anche tre mesi nella Wehrmacht a causa della sua cittadinanza tedesca, prima di disertare e passare nelle file dell'armata in esilio polacca. Una circostanza che creò a Donald anche qualche problema in campagna elettorale. Ma le vicende familiari non si possono tagliare con l'accetta e un tale miscuglio di origini può diventare anche una risorsa nell'Europa unita di oggi.

A dispetto del patriottismo malinconico dei suoi abitanti, la Varsavia di oggi cerca la sua identità specchiandosi in modelli altrui. I polacchi vorrebbero rappresentare un pezzo d'America nel cuore della nuova Europa e la sua capitale tenta di accreditarsi come una nuova Berlino sulle rive della Vistola. Risaliti i tunnel sotterranei sempre un po' maleodoranti della stazione centrale, ma ora imbiancati di calce fresca per dare al visitatore un'accoglienza meno tetra, si sbuca nel cuore della città moderna. È qui che Varsavia si sente un po' come la Berlino degli anni Novanta: un progetto in divenire, che non sa ancora bene dove voglia andare a parare ma che ha ben chiaro a cosa vuole sfuggire.

Attorno al maestoso Palazzo della cultura e della scienza, regalato da Stalin negli anni Cinquanta e per questo odiatissimo, sono spuntate come funghi torri di vetro e acciaio che sfidano il cielo con le loro forme ardite, suggerite dagli archietti-star più in voga del momento. Questo spicchio di città, un po' Manhattan e un po' Shangai, non ricorda nulla della vecchia e aristocratica Polonia mitteleuropea, ma dice molto della caotica ambizione di afferrare il futuro e tenerselo stretto, una volta per tutte.

L'orgoglio di oggi è l'economia. Anche per il 2012 la Polonia si è aggiudicata la maglia rosa nelle previsioni di crescita fra i Paesi dell'Unione Europea: il Pil aumenterà del 2,5%, un risultato niente male in un continente ancora infettato dalla crisi dei debiti pubblici. La Germania è ferma allo 0,6%, la Francia allo 0,4, per l'Italia è previsto un - 1,3. Sono i dati della commissione di Bruxelles. Ma sono anni che Varsavia non segna numeri in rosso. Neppure nel biennio nero della crisi finanziaria globale, fra il 2008 e il 2009, quando perfino la Germania fu costretta ad annaspare. Negli ultimi due anni si è tornati sopra il 3%. Il motore è ancora piccolo, ma qui si sentono un po' tutti una sorta di locomotiva. Metafora che vale almeno per l'area dei Paesi fuoriusciti dal blocco sovietico, dove la crisi ha aggredito bilanci gonfiati ed economie fragili. Varsavia si è mossa con maggior giudizio e oggi è vista come un punto fermo e un partner affidabile, che può pure permettersi di dilazionare i tempi per l'ingresso nell'euro.

Lo spirito del nuovo capitalismo polacco si è impossessato dei vecchi simboli dell'era comunista. Per 10 anni, fino al 2000, la Borsa di Varsavia ha macinato acquisti e vendite di azioni nel casermone sulla Nowi Swiat che per 40 anni era stato sede del Partito unito dei lavoratori, prima di spostare monitor e telefoni in un palazzetto a fianco, più spazioso e funzionale. Anche questo, manco a dirlo, con le facciate a specchio. I responsabili politici dell'economia, invece, continuano a tessere le loro fila in un edificio buio e grigio sulla Al Ujazdowskie, il quartiere edificato nel secondo dopoguerra seguendo le direttive urbainistiche e architettoniche del realismo socialista. In queste stanze buie e stagionate, il vice ministro Ilona Antoniszyn-Klik, 36 anni e una laurea in Scienze economiche all'Università europea Viadrina di Francoforte sull'Oder, racconta a Lettera43 il segreto del boom polacco: «Abbiamo un solido mercato interno, composto da 40 milioni di consumatori che hanno voglia di spendere e comprare. Una manodopera qualificata e ben istruita, sia nei settori meccanici tradizionali che in quelli tecnologici innovativi. Un ambiente favorevole alle imprese e agli investimenti dall'estero. E una posizione strategica nel mezzo dell'Europa, a cavallo fra le economie affermate di Francia e Germania e quelle emergenti della Russia e dell'Asia».

Dal sottobosco imprenditoriale sono spuntati i primi campioni nazionali, aziende che da qualche tempo hanno messo con successo il naso nei mercati esteri. Da Poznan, la Solaris piazza i suoi autobus in tutta la Germania, rubando quote alla Mercedes. Da Cracovia, la Comarch smercia software di qualità in tutto il mondo. Da Wroclaw, il gruppo chimico Selena realizza investimenti fino in Cina. Da Plock, la compagnia petrolifera Orlec sparge stazioni di rifornimento in mezza Europa centro-settentrionale. Da Lublino, l'azienda mineraria Kghm Polska ha lanciato i suoi tentacoli fino in India e Brasile.

Le riforme varate nel ventennio post-comunista, senza soluzione di continuità da governi conservatori, liberali e socialisti, hanno modellato il Paese sui parametri dell'economia di mercato. Non sono stati passaggi indolori. A metà degli anni Novanta, la Polonia ha rischiato di soffocare per eccesso di zelo riformista: chiuse o ridimensionate le grandi fabbriche dell'era della pianificazione, disoccupazione di massa e il futuro annunciato che tardava ad arrivare. Erano gli anni della grande migrazione giovanile verso la Gran Bretagna e l'Irlanda, che allora si vantava del soprannome di tigre celtica. Una fuga di forze giovani e cervelli che la Polonia non ha riassorbito. Perché la buona istruzione può essere anche un'arma a doppio taglio e, se i salari sono migliori altrove, un laureato ancora oggi prende la valigia. Se il tasso di disoccupazione ufficiale è al 12%, quella giovanile schizza al 22 ed è una vera emergenza nazionale.

Nel frattempo molto è cambiato, ma i dolori non sono del tutto scomparsi. La ristrutturazione industriale si è mangiata un pezzo di storia: i cantieri navali di Danzica. Furono la culla di Solidarnosc, l'epicentro del sisma che in 10 anni arrugginì le fondamenta del regime di Jaruzelski. Oggi ad essere corrosi sono i vecchi impianti. I governi degli ultimi anni hanno cercato di prendere tempo, di svicolare dalle severe direttive europee contro i sussidi di Stato, hanno provato a vendere a un consorzio ucraino, a salvare il salvabile. Ma c'è stato poco da fare e ora la rabbia degli ultimi lavoratori si è scatenata contro i politici. La rivoluzione ha divorato i suoi figli e la Solidarnosc di oggi piazza le sue tende di fronte alla sede di un governo che si dice erede di quella stagione sindacale.

La protesta non si ferma al lavoro perduto ma si estende alle proposte per il futuro. Lo squilibrio demografico è un problema che attanaglia la Polonia come tutti gli altri Paesi europei. E il governo, fiero di un debito pubblico tutto sommato sotto controllo (56% del Pil), ha trovato un accordo proprio in questi giorni per mettere mano alle pensioni. Ufficialmente la soglia è oggi di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne. Il premier Donald Tusk vuol portarla a 67 per tutti. «Il nostro sistema prevede attualmente molte eccezioni», ammette Antoniszyn-Klik, «come quelle per le forze armate e per la polizia, dunque la media effettiva è più bassa. Ma la riforma è stata complessa, perché portare a 67 l'età pensionabile delle donne comporta molti cambiamenti nelle politiche sociali. Ad esempio, siamo afflitti dal problema della denatalità». La proposta prevede passaggi graduali e qualche eccezione in cambio di una pensione più bassa, ma le opposizioni promettono battaglia in parlamento e nelle piazze.

Donald Tusk è fra due fuochi. Da un lato gli si accredita il merito di aver riportato serenità e stabilità in una scena politica da sempre turbolenta, di aver ristabilito rapporti cordiali con i suoi vicini e di aver fatto riacquistare prestigio e credibilità internazionale al Paese, dopo gli eccessi populisti dei gemelli Kaczynski. Dall'altro gli si rimprovera una certa timidezza nell'azione riformista, accusa che gli è costata la scissione del liberista radicale Janusz Palikot, che con una sua lista autonoma ha conquistato il 7% dei voti alle ultime elezioni, pescando nell'elettorato urbano giovane e secolarizzato.

E al fronte sulle pensioni si aggiunge quello con la chiesa cattolica. Nel pacchetto di riforma del governo c'è anche la proposta di chiudere il fondo pubblico utilizzato per pagare le pensioni dei sacerdoti e le attività degli organismi religiosi, anche non cattolici. Un fondo creato dal regime comunista, poi mantenuto con l'idea che sarebbe stato finanziato attraverso i beni della Chiesa, un tempo confiscati dal regime e poi restituiti. Ma una lista di quei beni non è stata mai creata, e per 20 anni il fondo ha attinto alle risorse dello Stato. Ora il governo intende estinguerlo e affidare il finanziamento delle chiese a un contributo del 3%, che ogni cittadino può destinare alla religione che vuole con la dichiarazione dei redditi.

Se la politica ha l'inevitabile passo lento delle mediazioni e dei compromessi, la società corre, anche se a doppia velocità. Le campagne restano indietro rispetto alle città, le regioni orientali arrancano nel confronto con quelle occidentali. E gli investimenti premiano le aree più fortunate, con il rischio di allargare la forbice della crescita e di accentuare gli squilibri. In questi mesi è tutto un affannarsi per completare in tempo i lavori per ospitare i primi campionati europei di calcio a Est, in coabitazione con l'Ucraina. La data d'inizio è l'8 giugno. Cantieri e gru hanno invaso il Paese. Se gli stadi sono già stati completati, molto resta da fare nel campo delle infrastrutture, il vero tallone d'Achille. Il tempo stringe, i lavori sono tanti e non tutto sarà finito in tempo. «Poco grave», dice a Lettera43 Jan Mazurczak, direttore dell'organizzazione turistica di Poznan, città che ospiterà due partite dell'Italia, «l'essenziale sarà pronto, il resto lo completeremo dopo, perché comunque si è investito in opere strategiche la cui valenza supera gli Europei di calcio». Vero, però i ritardi di cui forse i tifosi neppure si accorgeranno macchiano un po' l'immagine di efficienza che il Paese vuol dare all'estero. Dall'ingresso nell'Unione Europea, i finanziamenti giunti in Polonia per l'ammodernamento del sistema di trasporto sono stati ingenti e l'occasione dei campionati di calcio ha accelerato il flusso di denaro. C'era tantissimo da fare: ristrutturare gli aeroporti, velocizzare le linee ferroviarie, rifare le stazioni, costruire le autostrade.

Sul principale asse ovest-est, dal confine con la Germania a quelli con Bielorussia e Paesi Baltici, si congestiona da anni l'immenso traffico diretto e proveniente dai Paesi dell'Est. La nuova autostrada da Francoforte sull'Oder a Varsavia e da qui a Danzica verso nord, rappresenta l'arteria principale del nuovo sistema stradale. Per ora si viaggia a singhiozzo: sul primo tratto si arriva fino a Lodz, a 100 chilometri da Varsavia; sul secondo ci si ingolfa ancora fra cantieri e deviazioni. I tecnici assicurano che almeno quest'ultimo sarà pronto per l'inizio di giugno, ma per muoversi speditamente da Lodz a Varsavia bisognerà attendere il prossimo inverno.

Il congedo dalla stazione di Poznan racchiude bene questo particolare momento della Polonia. Ci si immette sui binari percorrendo i corridoi bui della vecchia struttura, mentre a poca distanza gli operai sono arrampicati sulle impalcature da cui spunta la sagoma, in vetro e acciaio, della stazione nuova. Il ronzio delle gru e delle scavatrici copre la voce che arriva dall'altoparlante, il vento solleva polvere che finisce negli occhi. Negli sguardi dei passeggeri in attesa leggi l'orgoglio per il nuovo che avanza e l'ansia di non riuscire a farcela in tempo. Una corsa verso il futuro, con il cuore in gola e un po' di fiatone.

(Versione integrale e ampliata di un reportage pubblicato su Lettera 43)

Il primo commento tedesco ai risultati elettorali provenienti dalla confinante Polonia è stato in realtà un sospiro di sollievo. La distanza tra i due eterni rivali della destra polacca si è fermata sulla soglia più alta della forbice indicata dai sondaggi e il premier uscente Donald Tusk resterà ancora 4 anni alla guida del governo. È la prima volta, dalla svolta del 1989, che un primo ministro viene confermato per un secondo mandato. Un ulteriore segnale di stabilità politica che incorona la Polonia come il Paese più affidabile e sicuro fra quelli che poco più di 20 anni fa voltarono le spalle al comunismo.

Hanno vinto i moderati di Piattaforma civica (Po) e hanno perso i populisti di Diritto e Giustizia (PiS), anche se le percentuali testimoniano quanto il Paese resti diviso nella dicotomia fra città e campagna e come, anche nell'elettorato dell'unico stato europeo dove l'economia non ha subito in questi ultimi tempestosi anni l'onta di una crisi, sia montata una sorta di sfiducia nella politica: il 10% del partito libertario di protesta di Janusz Palikot e lo scarso 48% di partecipazione al voto ne sono spie preoccupanti.

Ma la spinta europeista impressa 4 anni fa da Donald Tusk è salva e la Welt ha rassicurato i lettori tedeschi osservando che «per le relazioni tra Germania e Polonia ci sono solo buone notizie: sotto il governo di Tusk, il rapporto fra i due vicini è sensibilmente migliorato e il legame fra il premier polacco e la cancelliera tedesca sono stati più che amichevoli». La preoccupazione di ritornare alle tensioni e alle frizioni che avevano segnato il biennio di coabitazione dei due gemelli Kaczynski a metà dello scorso decennio era cresciuta sulla stampa tedesca con l'approssimarsi del voto e con il tam tam dei sondaggi che indicavano un recupero della lista del gemello sopravvissuto. Quel recupero c'è stato, ma non è stato sufficiente a ribaltare le previsioni.

Se per la Germania e l'Europa il risultato di Varsavia va bene così, per la Polonia stessa le valutazioni sono meno rassicuranti. O almeno così la pensa lo Spiegel, che nel primo commento apparso lunedì 10 ottobre sul suo sito online sottolinea come Donald Tusk non possa dichiararsi davvero soddisfatto del risultato ottenuto: «Sebbene il suo partito abbia ottenuto il 37% dei voti, dovrà tenere conto che la metà degli elettori è rimasta  a casa. Venti anni dopo il cambio di regime, la classe politica polacca gode di una fama catastrofica e viene considerata dai suoi stessi elettori incapace, ostinata, provinciale, rozza e spesso anche corrotta».

C'è poco da star tranquilli e nessun motivo per dormire sugli allori. «Il vincitore passa per essere un simpatico noioso», ha proseguito con ironia il magazine, «e in questo ruolo se la cava ancora bene. A bordo del suo 'Tuskobus' ha percorso nelle ultime settimane il Paese in lungo e in largo, cercando di conquistare il consenso dei suoi cittadini. Ma la trovata non è servita a molto, la Polonia è in buona salute ma pochi considerano questo risultato merito di Tusk».

Il premier ha comunque deluso molti suoi sostenitori nei suoi primi 4 anni, ha preferito una strategia di piccoli passi e tralasciato molte importanti riforme: l'apparato dello Stato è rimasto troppo grande e costoso, le infrastrutture non sono migliorate: le strade sono in una condizione miserabile, le stazioni ferroviarie in uno stato catastrofico. «Non è neppure ancora sicuro che la Polonia del miracolo economico riuscirà a completare tutti i lavori previsti per ospitare i campionati europei di calcio nella prossima estate», ha concluso lo Spiegel, «mentre negli ultimi tempi il debito pubblico è cresciuto e anche l'euforia degli imprenditori si è raffreddata. Prevale l'opinione che il boom sia passato e che si vada incontro ad anni difficili. Tusk non ha vinto per lo splendore del suo bilancio politico, ma soprattutto perché i suoi avversari non avevano risposte da offrire per combattere la crisi prossima ventura».

Sulla permanente spaccatura nel Paese si è soffermata invece la Süddeutsche Zeitung, saottolineando come «la geografia elettorale ha dimostrato anche questa volta diverse divisioni: il Nord e l'Ovest della Polonia hanno votato in larga maggioranza per la politica europeista di Donald Tusk, mentre le regioni sud-orientali hanno ancora una volta affidato il loro consenso al partito euroscettico di Jaroslaw Kaczynski. L'uomo delle provocazioni e delle spaccature continua a essere molto forte nelle campagne, laddove gli abitanti delle grandi città hanno ancora una volta rinnovato la fiducia al partito di governo». Magari senza troppa convinzione e solo per mancanza di alternativa. Ma ai tedeschi va comunque bene così.

(Pubblicato su Lettera43)

Articolo di Pierluigi Mennitti

In un'Europa alle prese con una delle fasi più complesse della sua storia politica, giunge uno dei semestri di presidenza più attesi degli ultimi anni. La guida dell'Unione va alla Polonia: il timone che dovrà impedire alla nave continentale di sfracellarsi sugli scogli greci, sulle barriere doganali danesi o di perdersi nelle nebbie di un'incerta politica estera è in mano a Donald Tusk, il leader gentile che ha riportato la Polonia nel cuore del continente, dopo gli eccessi nazional-populistici dei gemelli Kaczynski.

È il secondo semestre di presidenza consecutivo affidato a un Paese proveniente dall'ex blocco orientale e succede a quello ungherese, segnato da accenni nazionalistici e ambigue leggi interne contro la libertà di stampa, durante il quale tuttavia si è concluso l'itinerario della Croazia verso la membership nell'Unione, previsto fra due anni. Alla Polonia tocca innanzitutto il compito di ricostruire la fiducia dei cittadini verso i valori e le istituzioni dell'Europa.

«La cosa più importante oggi è ristabilire la fiducia nel senso dell'Europa», ha detto Donald Tusk nell'intervista esclusiva concessa al quotidiano tedesco più istituzionale, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «e talvolta ho l'impressione che proprio gli europei coltivino il dubbio che l'Europa sia il luogo migliore in cui vivere. E tuttavia l'Europa è proprio il luogo migliore del mondo, se lo osserviamo attraverso la prospettiva dei suoi diritti fondamentali e dei suoi valori, tutti focalizzati alla tutela dell'uomo. E noi europei siamo i primi a dimenticare quanto il nostro continente rappresenti un modello e un esempio per il resto del globo, un oggetto del desiderio». Non deve sorprendere che proprio un Paese rientrato nel cuore dell'Europa dopo decenni di forzata appartenenza al blocco sovietico e un più ampio passato di sofferenze possa restituire nuova linfa vitale a un'idea europea un po' appassita. In appena vent'anni la Polonia ha realizzato una transizione di successo che l'ha trasformata nell'economia più stabile e dinamica dell'ex area socialista ed oggi rappresenta un punto di riferimento imprescindibile dei nuovi equilibri europei scivolati verso est.

L'approccio nei confronti della crisi greca e di quelle possibili negli altri Paesi a rischio ha un chiaro marchio bruxellese: «Dobbiamo evitare tutti i turbamenti che possano condurre alcuni Paesi alla bancarotta finanziaria e mettere in discussione l'esistenza stessa dell'Europa», ha ripreso Tusk, «appoggiare in ogni modo la coraggiosa opera di riforma del presidente Papandreou e utilizzare i giusti toni nel dibattito pubblico. «Io condivido quella concezione nordica», ha aggiunto il premier polacco, «secondo cui è necessario che i Paesi adeguino le proprie condizioni di vita alle regole fondamentali che ci siamo dati, ma è necessario non far mancare mai la solidarietà, assicurare che la richiesta di un ritorno alla responsabilità sarà accompagnato dagli aiuti necessari».

L'esperienza di un Paese che ha a lungo sofferto la separazione da un'Europa di cui è parte integrante, ritorna ogni qualvolta l'intervista tocca i punti di crisi nel rapporto fra i diversi membri. È il caso, ad esempio, della decisione danese di rimettere i confini doganali a nord verso la Svezia e a sud verso la Germania.  «Forse come polacco posso capire meglio di altri il valore dell'idea di Schengen, cioè di un'Unione senza confini interni», ha replicato Tusk alla Frankfurter, «perché prima di riconquistare la nostra libertà non era mica tanto facile oltrepassare quei confini. Per milioni di europei, l'Europa è soprattutto il sinonimo della libertà di movimento da una parte all'altra, senza passaporti e senza controlli».

Ma l'Europa, spesso identificata solo come un enorme carrozzone burocratico privo di legittimità democratica, rischia di appassire per mancanza di fiducia: «Nella situazione attuale abbiamo bisogno del massimo di comprensione e fiducia», ha concluso il premier polacco, «il veleno più insidioso è proprio questa crisi di fiducia che produce visioni ristrette e ci impedisce di pensare con categorie europee ai problemi che abbiamo di fronte. «È necessario ritrovare una voce unitaria invece che parlare per slogan cercando di imporre i nostri interessi nazionali particolari», ha spiegato Tusk, «e credo che oggi siamo testimoni di uno scontro fra due prospettive: una di respiro tattico, che ci conduce a decisioni sbagliate perché legate a problemi interni dei nostri Paesi e magari al risultato di un'elezione particolare, e una strategica. Questa prospettiva strategica richiede coraggio, e soprattutto la forte consapevolezza che esista un interesse comune europeo».

Da Varsavia, dunque, arriva una lezione di europeismo che dovrà tradursi, nel breve tempo dei sei mesi di presidenza, in atti concreti. Accanto alle emergenze oggi sul tappeto, il semestre polacco dovrebbe caratterizzarsi anche per una più chiara e decisa azione nei confronti dei Paesi sospesi sul bordo orientale dell'Unione.

(Lettera 43)