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Torna o non torna? Le voci sul rientro al Cremlino di Vladislav Surkov, l’eminenza grigia già a fianco di Vladmir Putin per oltre un paio di lustri che lo scorso maggio aveva dato le dimissioni da vice-premier, si rincorrono a Mosca mentre è in atto la campagna elettorale per l’elezione del borgomastro della capitale russa. Se il prossimo 8 settembre è però ormai chiaro che sarà l’attuale sindaco Sergei Sobyanin a riconfermarsi senza troppi problemi, nei dintorni del Cremlino c’è molta meno certezza su quello che sta pianificando dietro le quinte.

Surkov, considerato un po’ l’ideologo della democrazia sovrana, l’artefice del sistema putiniano così come si è sviluppato da quando Vladimir Vladimirovich è arrivato per la prima volta alla presidenza nel 2000, se n’era andato la scorsa primavera, non appena Putin aveva ripreso il suo posto nella stanza dei bottoni dopo la parentesi di Dmitri Medvedev. Allora vi era stata una certa sorpresa condita da qualche mistero sul motivo della decisione, che il diretto interessato non aveva davvero chiarito dando così voce a infinite speculazioni. Allo stesso modo in questi giorni, dopo che il quotidiano Izvestia ha svelato l’ipotesi di un suo ritorno al fianco del presidente e Surkov stesso ha smentito per via indiretta il fondamento della notizia, a Mosca si continua a tentare di decifrare cosa bolle in pentola.

Probabilmente, secondo gli osservatori più attenti, si tratta del solito gioco tra falchi e colombe che si contendono il controllo del sistema che ha il suo cuore nell’amministrazione presidenziale, il gigantesco apparato che sta alle spalle di ogni inquilino del Cremlino. Introdotta ufficialmente dal primo presidente della Russia Boris Eltsin nel 1991, l’Administrazia è la culla del potere, che viene formalmente esercitato dal presidente con il supporto indispensabile di un’organizzazione che è funziona come una macchina da guerra e conta ora circa 1500 persone.

Formalmente é l’organo che fornisce il supporto amministrativo al presidente nell’esercizio delle sue funzioni e si occupa anche dell’elaborazione di leggi e decreti legge, coordina le attività di politica interna ed estera, e attraverso la sua ventina di direttorati ha di fatto la supervisione su tutto ciò che avviene nel Paese. Il capo dell’Amministrazione, i suoi vice, gli advisor, gli uomini al vertice di ogni dipartimento, sono nominati direttamente dal capo dello stato, che se da un lato ha il controllo assoluto, dall’altro deve potersi fidare ciecamente dei suoi uomini.

Nei posti chiave e a capo dell’amministrazione sono finti così sempre i fedelissimi, come Anatoli Chubais e Alexander Voloshin sotto Boris Eltsin oppure Medvedev e Sobyanin con Putin. Oggi, con Vladimir Vladimirovich di nuovo al Cremlino, al vertice c’è Sergei Ivanov, affiancato dai due vice Alexei Gromov e Vyaceslav Volodin. Secondo alcuni analisti sarebbe stato proprio quest’ultimo, vicino al proprietario di Izvestia Aram Gabrelyanov, a far trapelare la possibilità di un ritorno di Surkov nei corridoi del Cremlino in qualità di advisor. Surkov è stato all’amministrazione presidenziale con tutti i tre presidenti che si sono succeduti al Cremlino.

Arrivato nell’agosto del 1999 con Eltsin, qualche giorno prima che Putin passasse dai vertici dei servizi segreti alla poltrona di primo ministro, è rimasto come vice capo sino al 2008; è stato il numero due con Medvedvev sino alla fine del 2011, prima di passare sempre con Dmitri Anatolevich al governo, dove sino a maggio di quest’anno ha ricoperto il ruolo anche di capo dell’apparato governativo. Nessuno come lui conosce i gangli dell’amministrazione e in un suo come back dopo qualche mese di assenza non ci sarebbe in realtà nulla di rivoluzionario, anche se ormai a tirare le fila sono altri.

Se nell’Administrazia da un lato Ivanov, ex Kgb e ministro della difesa, può essere iscritto alla corrente dei siloviki, i duri provenienti come Putin dai servizi o dall’apparato militare, dall’altro Gromov, diplomatico di carriera, e Volodin, con formazione da ingegnere e un passato da professore nell’Accademia della pubblica amministrazione, non possono certo essere classificati come falchi alle spalle di Putin. Anche se molti dei liberali arrivati con la presidenza Medvedev hanno dovuto fare poi le valige, non tutti quelli rimasti sono cekisti.

Lo zar, maestro in questi dodici anni nel tenere in equilibrio le spinte da entrambi i fronti, conservatore e liberale, è sempre impegnato a spostare pedine facendo attenzione a non esagerare con i torti a uno a all’altro gruppo. Il ritorno di Surkov alla sua corte significherebbe probabilmente in questo senso il tentativo di arginare le pressioni crescenti degli hardliners.

Come era previsto la coppia Dmitrij Medvedev-Vladimir Putin non si è fatta impressionare più di tanto dalla protesta di sabato 10 dicembre e la dimostrazione organizzata lunedì 12 dai sostenitori del tandem di Russia unita in Piazza del maneggio, nel cuore di Mosca, è la prova che il Cremlino non vuole certo lasciare la strada libera all’opposizione, e non solo in senso metaforico. Le azioni dei movimenti giovanili putiniani Nashi (i nostri) e Stal (acciaio) sono certo meno spontanee di quelle inscenate nell'ultimo fine settimana dagli eterogenei critici del regime, ma vengono trasmesse con gran risalto nei notiziari dei canali statali a riprova - per il popolo in poltrona - che se un giorno la gente scende in strada contro Putin, il giorno successivo è a favore dello zar.

Presidente e capo del governo hanno insomma incassato il colpo, ben consapevoli che il disastro elettorale è farina del loro sacco, e sono passati alle contromosse. Da un lato la strategia è quella di confermare il sostegno che Russia unita ha ottenuto alla Duma con qualche trucco attraverso la legittimazione della piazza, dall’altro è l’utilizzo del guanto di velluto anziché del pugno di ferro per ridurre le frizioni e riconquistare la gran parte degli elettori moderati che non vogliono nessuna rivoluzione, ma solo un aggiustamento di rotta. Nonostante calo e manipolazioni, il partito del potere rimane ben saldo sia alla Duma sia al di fuori del parlamento e alcune correzioni di linea da qui alle presidenziali di marzo 2012 dovrebbero confermare che per la maggioranza dei russi non c’è alternativa credibile a Putin.

Non lo sarà certo il terzo uomo più ricco di Russia Mikhail Prokhorov che proprio lunedì 12, spinto probabilmente dall’euforia postelettorale, ha annunciato la sua candidatura. Il suo ex partito Causa giusta ha raccolto alle legislative meno dell’1% e insieme con il fatto che la categoria degli oligarchi non è la più amata dai russi è facile prevedere per lui un fiasco.
Senza contare il fatto che i movimenti sottotraccia e le voci di possibili alleanze con l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin possono riportare la notizia nell’alveo delle molteplici strategie volte a favorire proprio Putin.

In ogni caso premier e presidente si sono divisi come sempre i compiti per recuperare il terreno perduto e far fronte alla protesta che corre per le strade e via internet. Lo schema del poliziotto buono e del poliziotto cattivo che ben ha funzionato durante la loro coabitazione è ritornato di moda, nonostante qualcuno abbia pensato e pensi ancora che le note di emancipazione di Medvedev da Putin siano state e siano tuttora motivi di rottura strutturale e non semplici divergenze di pensiero dovute al carattere e alla formazione. Il capo dello stato si è mostrato in questi giorni il più accondiscendente dei due nei confronti dell’opposizione e non è escluso che alcune delle istanze della folla di Piazza Bolotnaya vengano presto accolte, a partire dal siluramento del presidente della Commissione elettorale Vladimir Churov.

Medvedev lunedì 12 ha confermato via Facebook che «tutti i cittadini russi hanno il diritto di manifestare il proprio punto di vista e di protestare liberamente», ma ha anche respinto le accuse di brogli elettorali, dicendo che non è d’accordo «né con gli slogan, né con le dichiarazioni dei manifestanti».
E dall’alto dei suoi oltre 370 mila «mi piace» della sua pagina sul social network pare quello del tandem più adatto a rispondere a chi di internet fa il veicolo della protesta. Per la manifestazione di sabato 10 gli iscritti sono stati oltre 35 mila (cifra dalla quale è partito il conteggio per la replica in calendario il 24 dicembre).

Putin da parte sua, dopo la prima sfuriata che ha investito Hillary Clinton e i provocatori occidentali, ha dimostrato di non voler cedere a chi protesta al di fuori dello spazio che il regime concede, ma ha anche promesso di voler ascoltare le voci dell’opposizione. Tramite il suo portavoce Dmitri Peshkov, lo zar ha fatto sapere che «quella che abbiamo visto è stata una protesta democratica di una parte della società che non è contenta dei risultati delle elezioni. Negli ultimi giorni siamo stati testimoni anche di dimostrazioni di altri segmenti della popolazione che sostengono invece questi risultati. Rispettiamo il punto di vista dei manifestanti, stiamo sentendo cosa dicono e continueremo ad ascoltarli». A Mosca, e su Facebook, il duello continua.

(Lettera43)

La manipolazione dei risultati delle elezioni parlamentari ha turbato non solo i pochi liberali russi ma anche l'opinione pubblica moderata che rivoterà Putin in assenza di alternative. Washington, Pechino e Mosca si studiano in cagnesco.

Lucio Caracciolo / Limes

 

I russi non hanno paura dell'influenza.Malgrado l'appello dell'ispettore medico capo Gennady Grigorievich Onishchenko, che li invitava a disertare le piazze perché a causa del “tempo gelido” gli assembramenti di “vasti gruppi di persone” avrebbero diffuso il fastidioso morbo di stagione, in decine di migliaia hanno protestato ieri contro le frodi elettorali di Putin. Da Kaliningrad a Vladivostok, passando per San Pietroburgo e soprattutto Mosca, i manifestanti hanno sfidato raccomandazioni mediche e moniti governativi. Le cifre come al solito ballano, ma almeno nella capitale si è trattato della più grande manifestazione dell'ultimo ventennio.

Non è ancora “primavera russa”. Ma la legittimità del sistema putiniano è per la prima volta apertamente contestata da una quota influente del pubblico. Soprattutto nelle componenti giovani e urbane, decisive nei grandi momenti della storia russa. Comunisti, nazionalisti e finora sparuti liberali mettono nel mirino Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev. Pretendono nuove elezioni, stavolta vere.

Alcuni esperti calcolano che la manipolazione abbia regalato ai putiniani il 15-20% in più dei voti, altri si fermano a un più realistico 10%. Rispetto al 49,3% ufficiale, Russia Unita avrebbe quindi in realtà mantenuto il rango di primo partito, ma non disporrebbe più della maggioranza alla Duma. Una truffa troppo smaccata anche per gli standard russi. Almeno di questi tempi, quando la crisi economica mondiale è assurta a crisi globale di credibilità della politica. A partire dai governi e dai partiti che li sostengono.

A tre mesi dalle elezioni presidenziali che nelle previsioni generali riporteranno Putin al Cremlino - e forse Medvedev a vita privata - l'allarme è scattato nei palazzi del potere russo. Lo stesso premier aveva personalmente accusato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton di eccitare le proteste e di supportare gruppi di opposizione: “Non vogliamo che la situazione in Russia si sviluppi come a suo tempo in Kirghizistan o in Ucraina”. Tradotto: “Cari americani, fatevi gli affari vostri. In ogni caso, stroncheremo sul nascere qualsiasi 'rivoluzione colorata'”.

In attesa della prossima ondata di protesta, in calendario per il 24 dicembre, azzardiamo due provvisorie deduzioni. La prima riguarda la stabilità del sistema politico russo, la seconda le conseguenze geopolitiche della contestazione. Quanto alla prima: Putin resta certo il leader più amato dal suo popolo. Anche perché gli aspiranti alla successione sono impresentabili o appaiono finora di taglia troppo ridotta. Ma il carisma dello zar si sta logorando. La decisione di ricandidarsi alla presidenza ha turbato non solo i pochi liberali russi, ma una fetta di opinione pubblica moderata, governativa per istinto e vocazione. Il pesante “ritocco” dei risultati elettorali, in omaggio al principio per cui importante non è come si vota, ma come si contano i voti, ha fatto scattare la scintilla. Evidentemente Putin aveva sottovalutato la sensibilità di molti suoi concittadini. Compresi alcuni di coloro che lo rivoteranno presidente, in assenza di alternative credibili.

Finora il sistema partitico russo era modellato sulle “democrazie popolari” dell'Est ai tempi della guerra fredda. Un partito centrale - non più i comunisti, ma Russia Unita - e vari partiti satelliti, deputati a fingersi di opposizione. A cominciare dai veterocomunisti di Zyuganov e dai nazionalisti di Zhirinovsky. Ai margini, a recitare più o meno gratuitamente il ruolo degli irriducibili, sparuti oppositori filo-occidentali. I quali erano ieri in piazza con comunisti e nazionalisti. Insieme a loro, molti giovani finora estranei all'impegno politico. Tutti a inveire contro Russia Unita, “partito di ladri e imbroglioni”. Se e quando tornerà al Cremlino, Putin dovrà dunque affrontare la crisi della costellazione partitica finora vigente. Al caso, con metodi spicci.

Quanto ai riflessi geopolitici, conviene misurarli nel triangolo Washington-Pechino-Mosca. Le tre principali potenze mondiali si studiano in cagnesco. Gli americani, inclini a vedere nella Cina un pericoloso competitore se non un nemico da battere come a suo tempo l'Urss, farebbero volentieri a meno di doversi confrontare anche con Putin tornato al Cremlino, di sicuro non un amico degli Usa. Altro che “reset”. Di qui il sostegno non solo retorico agli oppositori di uno zar che ha già dato filo da torcere agli occidentali. E di qui anche l'esplicito sostegno del regime di Hu Jintao a Putin. Fra cinesi e russi le relazioni restano tiepide.

Su un punto di fondo Mosca e Pechino restano però sorelle: l'orrore per il “caos”, per le “rivoluzioni colorate”, intese come interferenze americane nei loro affari domestici, mascherate da sostegno a movimenti presuntamente democratici. I precedenti “colorati” nell'ex Unione Sovietica – Ucraina in testa - non sono comunque incoraggianti né dal punto di vista degli interessi geopolitici americani né quanto a progressi verso gli standard occidentali. Eppure Putin appare nervoso. Le proteste l'hanno sorpreso. Certo il capo non si tirerà indietro. Ma quella che fino a ieri sembrava un'autostrada destinato a riportarlo al Cremlino fino al 2024, oggi si rivela un percorso tortuoso, pieno di trappole.

Putin passerà alla storia come lo zar che nei suoi primi otto anni da presidente ha salvato la Russia dalla disintegrazione totale. Ma saprà inventarsi un ruolo per il terzo mandato? Vedremo se il Putin 3.0 sarà quello della modernizzazione economica e di qualche prudente riforma di segno liberale, oppure se inaugurerà una nuova età dei torbidi.

(Limes)

È scoppiata la democrazia? L’era Putin verso il tramonto? La grande manifestazione di Mosca - svoltasi il 10 dicembre senza incidenti e in un clima surreale, con 50 mila poliziotti a presidiare la capitale russa- segna senz’altro un passo importante nel processo di transizione democratica del Paese. Un evento che si è aggiunto a una settimana di proteste senza precedenti avvenuta proprio nei giorni in cui cade il ventesimo anniversario della dissoluzione dell’Urss (accordi di Belavezha firmati l’8 dicembre del 1991 e ratificati ad Alma Ata il 16).

Mai nell’ultimo decennio si è assistito a una dissenso così massiccio nei confronti di governo e presidente, mai così tanti cittadini sono scesi in piazza accomunati dalla volontà di esprimere il proprio malcontento verso quella che hanno considerato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: le manipolazioni alle elezioni (non una novità, ma questa volta svelate impietosamente via internet) sono state infatti la palla colta al balzo per urlare l’insoddisfazione e la preoccupazione per la piega che sta prendendo la Russia sotto il tandem.
Il pericolo di stagnazione economica e di involuzione democratica hanno mobilitato una massa eterogenea che non ha avuto timore di presentare le proprie precise richieste di cambiamento al Cremlino.

In questo senso il risveglio della coscienza politica e civile è certamente una svolta. Come lo è l’atteggiamento dell’èlite al potere, che ha lasciato respiro alle voci del dissenso senza nessuna interferenza. Non solo: anche i media statali nazionali hanno concesso largo spazio alla notizia del giorno (seppur con qualche lacuna), invertendo la tendenza che era valsa sino al fine settimana.

Il fatto che non ci siano stati incidenti e che le televisioni nazionali abbiano fatto un resoconto semi-completo è il segno che la coppia Putin-Medvedev sembra aver deciso di cambiare percorso, imparando dagli errori grossolani fatti negli ultimi mesi. Anche la piazza ha fatto la sua parte, senza nessuna provocazione e senza accendere inutili scintille.

Il collante anti-putiniano ha unito voci estremamente diverse, le cui cinque richieste (rilascio dei prigionieri politici, annullamento delle elezioni, dimissioni del presidente della Commissione elettorale Vladimir Churov, nuovo sistema elettorale più liberale e nuove elezioni) non verranno però certo accolte dal regime. Non tutte per lo meno. Se il Cremlino potrà compiere qualche passo verso il dialogo, ordinando qualche indagine e facendo rotolare qualche testa, liberando i manifestanti arrestati in questi giorni e cambiando qualche legge, è impensabile che si arrivi alla ripetizione delle elezioni.
Potrebbe esserci al limite qualche riconteggio a livello locale con qualche spostamento di seggi. Non di più.

La situazione in Russia non è infatti come quella in Georgia nel 2002 o in Ucraina nel 2004, quando le famose rivoluzioni hanno ribaltato i risultati elettorali. Allora si trattava di casi completamenti diversi, in un contesto locale e internazionale particolare – il braccio di ferro geopolitico tra Mosca e Washington sulla scacchiera postsovietica – mentre quello della Russia odierna è uno scenario a se stante, che in realtà non concede troppe illusioni.

In primo luogo perché di fatto, nonostante i boati dei media occidentali, il potenziale numerico dell’opposizione è tutto sommato limitato (i manifestanti di Mosca avrebbero riempito a malapena lo stadio Luzhniki, poco per reclamare un cambio di regime senza avere alternative in una capitale di una quindicina di milioni di persone e in un Paese di 140 milioni di abitanti).
Quando il dissenso viaggia su internet, non bisogna inoltre dimenticarsi che la Rete è sì uno strumento di libertà, ma negli Stati dove la democrazia latita è anche facile manipolare e controllare. Basta tenere presente l’esempio cinese.
In più in Russia nemmeno la metà della popolazione è connessa, con alte percentuali nelle grandi città, ma bassissime in provincia, dove è sempre la tivù a comandare. A Facebook sono iscritti nemmeno cinque milioni di persone (circa l’8% degli internauti russi) e di questi sono stati poco più di 30 mila coloro che si sono dati appuntamento il 10 dicembre nella Capitale.

In secondo luogo l’opposizione anti-putiniana non è politicamente organizzata, se si eccettuano i movimenti di estrema destra e estrema sinistra che potrebbero prossimamente far saltare l’idillio scoppiato in piazza Bolotnaya e far precipitare primo o poi la situazione. È chiaro però che ora, in vista delle presidenziali di marzo, Vladimir Putin dovrà elaborare una diversa strategia.

(Lettera43)

Migliaia di persone pacificamente in piazza, a Mosca e San Pietroburgo e in altre città della Russia. Presidi simbolici anche nel resto d’Europa, da Milano a Berlino, per dimostrare contro i brogli elettorali di domenica scorsa che hanno consegnato la maggioranza assoluta al partito di Vladimir Putin. Niente scontri tra manifestanti e polizia in quella che è stata la più grande azione di protesta in Russia nell’ultimo decennio. Già durante la settimana vi erano stati cortei non autorizzati con centinaia di fermi. Alcuni personaggi simbolo dell’opposizione come il blogger Alexei Navalny erano finiti in guardina e subito condannati a due settimane di reclusione.

Per questo si temeva oggi nella capitale russa una nuova escalation. I timori della vigilia avevano viaggiato sullo scontro al vetriolo tra Putin e Hillary Clinton, che dopo aver puntato l’indice contro le manipolazioni del Cremlino e aver speso parole di solidarietà con l’opposizione si era sentita arrivare di ritorno le cannonate di Putin che l’accusava di voler fomentare una rivoluzione colorata sul modello di quelle a regia americana avvenute in Georgia e Ucraina. Ma la situazione oggi a Mosca é ben diversa da quella di Tbilisi nel 2002 e Kiev nel 2004, a partire dal fatto che non c’è nessun alternativa confezionata al regime attuale.

Le migliaia di persone che sono scese per le strade non rispondono a nessun ordine che arriva da Oltreoceano e sono semplicemente i rappresentanti di un movimento con diverse anime (alcune delle quali non proprio limpide, a partire dal nazionalbolscevico Eduard Limonov e al fascista Ilya Lazaremko, per arrivare ai signori che hanno governato ai tempi di Boris Eltsin, poi silurati da Putin e ora alla ricerca di una improbabile rivincita, da Boris Nemtsov a Mikhail Kasyanov) la cui pazienza è stata strapazzata. Ogni elezione in Russia è stata viziata da trucchi organizzati dal partito del potere, ma questa volta – complice la farsa inscenata dal tandem con lo scambio di poltrone annunciato a settembre – sembra proprio che la coscienza civile e politica di un bel po’ di russi sia stata improvvisamente svegliata. Non solo i soliti poveri pensionati, giovani e classe media si sono buttati prima su internet e poi fuori dalle case per esprimere la propria rabbia e la volontà a non essere presi in giro.

Manifestazione autorizzata, migliaia di poliziotti a controllare e nessun incidente. Nessuna provocazione. Cinque le richieste formulate oggi dall’opposizione su un palco su cui sono saliti anche noti giornalisti come Leonid Parfenov e Oleg Kashin e scrittori come Boris Akunin: dalla liberazione di chi è stato imprigionato in questi giorni all’annullamento delle elezioni, dalle dimissioni di Vladimir Churov (il presidente della Commissione elettorale) alla realizzazione di un nuovo sistema elettorale e partitico, per finire con nuove elezioni libere. Cinque istanze con cui Putin e Medvedev devono fare i conti, anche in vista della prossima manifestazione già indetta per il 24 dicembre e soprattutto con l’occhio alle elezioni presidenziali del 4 marzo 2012.

Dei cinque punti in realtà solo due non possono essere certo accolti dalla coppia al potere (l’annullamento delle elezioni e la ripetizione di esse), ma sugli altri tre si può trattare. Chudov e qualche altra testa rotolerà, Navalny e compagni usciranno di prigione, il cambiamento del sistema elettorale è una cosa scontata, dato che già per le prossime elezioni della Duma è già previsto un abbassamento della soglia di sbarramento dal 7 al 5%. Altre correzioni potranno essere fatte nella nuova Duma, dove l’opposizione di comunisti e nazionalisti è abituata ad accodarsi alle decisioni del Cremlino. In fondo Putin ha la possibilità nei prossimi mesi di riportare in alto i rating con alcuni gesti e provvedimenti che non gli costeranno la rielezione. Questo è lo scenario che i più ottimisti tra i cremlinologi prospettano. La giornata di oggi è il segno che una mediazione è possibile. Forse.