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Un cappello a falde larghe sulla testa, un movimento deciso e al tempo stesso disinvolto delle braccia e un po' di pancetta, che fa tanto simpatia: l' Ampelmännchen, l'omino del semaforo dell'ex Germania est con cui molti turisti europei hanno familiarizzato scambiandolo ormai per un simbolo di Berlino, al pari della torre della televisione e della Porta di Brandeburgo, è stato indicato dagli scienziati dell'università privata Jacobs di Brema come il più efficacie segnale stradale d'Europa e presto potrebbe dilagare in tutte le città dell'Ue.

Come sempre in Germania, un sigillo accademico apre la strada a futuri radiosi e la certificazione dei professori di psicologia dell'istituto anseatico appare ineluttabile: la riconoscibilità dei segnali proiettati dall'omino dell'est è di gran lunga superiore a quelli del corrispettivo simbolo occidentale. Motivo più che sufficiente per proporre ufficialmente, prima al governo tedesco e poi alla commissione europea, di adottarlo a tutti gli incroci del continente, dal Portogallo alla Svezia, dall'Estonia all'Italia.

Per giungere al risultato clamoroso, gli psicologi hanno realizzato una serie di test utilizzando la cosiddetta tecnica dello Stroop-Versuchsanordnung, un parolone tedesco di difficile traduzione: consiste nel proiettare a un gruppo di partecipanti le immagini gli omini dello stop e dell'andare con i colori invertiti rispetto al solito. Verde per quello che indica lo stop, rosso per quello che invita ad attraversare. E solo nel caso dell'omino dell'est, coloro che hanno partecipato al test non hanno avuto esitazioni a riconoscere l'esortazione del segnale, senza farsi trarre in inganno dai colori invertiti.

«La figura dell'omino orientale è rimasta senza dubbio più impressa», ha detto Claudia Peschke, coordinatrice del gruppo di ricerca, «e la sua funzione è risultata di gran lunga più energica rispetto al suo parente occidentale». Da qui l'invito degli esperti a disseminare di omini col cappello a falde larghe tutti gli incroci della Germania e a estendere la proposta ai palazzi istituzionali di Bruxelles, dove si sta studiando l'ipotesi di unificare su tutto il continente la segnaletica stradale, semafori compresi. I burocrati europei hanno elaborato un prototipo stilizzato piuttosto amorfo e i docenti di Brema hanno opposto la convinzione che il disegno sia troppo simile agli omini presenti nella vecchia Germania ovest: algidi, poco espressivi, per nulla comunicativi. Meglio dunque quelli orientali, tanto più che i partecipanti che si sono sottoposti ai test di brema erano stati selezionati secondo differenti nazionalità europee.

Il segreto dell'Ampelmännchen non starebbe però nella sua simpatia o nell'apparente rilassatezza dei gesti. I movimenti dell'omino, sia nella versione stop che del via libera, richiamano quelli che erano in vigore tra i Vopos della Ddr: quando c'era da fermare il traffico su una corsia, il poliziotto del popolo addetto alla sicurezza stradale si alzava lievemente sui tacchi, ruotava il corpo con uno scatto marziale di 90 gradi e apriva le braccia perpendicolarmente alla strada, intimando alle Trabant l'arresto. «Anche l'omino dell'ovest replica le movenze che i poliziotti adottavano per regolare il traffico a occidente», ha osservato Peschke, «ma il risultato tradotto sulla segnaletica dei semafori non ha prodotto la stessa efficacia.

La rivincita per l'omino dell'est è arrivata dopo esser sopravvissuto a molte disavventure. Con la riunificazione tedesca, ha rischiato di essere triturato nel processo di occidentalizzazione subito dalla Ddr: i vecchi segnali stradali furono progressivamente sostituiti da cartelloni realizzati nelle fabbriche dell'Ovest e la stessa sorte era stata stabilita anche per l'Ampelmännchen, fino a quando una petizione popolare ne chiese a gran voce il salvataggio e riuscì anche ad ottenerlo. Da quel momento, l'invasione degli omini occidentali, con le loro braccia insulsamente aderenti al corpo nella versione in rosso e appena staccate in quella verde, venne arrestata e piano piano l'omino dell'est riguadagnò le posizioni perdute, riversandosi a sua volta prima nei quartieri occidentali di Berlino e poi in altre città dell'ovest tedesco: la normativa in vigore prevede infatti che siano le singole comunità amministrative a scegliere quale dei due simboli utilizzare per i propri semafori.

Poi fu la volta dell'aggressione commerciale. Visto che il marchio funzionava, un imprenditore tedesco decise di appropriarsene, piazzandolo su borse e magliette, felpe e portachiavi, gomme e matite, quaderni e lampadari: un merchandising milionario di cui non rimase neppure una briciola all'inventore della figura, tale Karl Peglau, scomparso nel 2009 tra molti rimpianti dei cultori dell'ostalgia e senza aver mai visto il becco di un quattrino per la sua invenzione. Nel frattempo la famiglia dei pupazzetti si è anche infittita: a Dresda è comparsa qualche anno fa anche l'Ampelmädchen, la ragazza dei semafori, perchè in Germania l'uguaglianza di genere è un obiettivo da raggiungere anche in modi bizzarri. Ma a presidiare gli incroci di Sicilia, gli scienziati di Brema consigliano sia mandato solo il maschio.

Finora la biografia politica di Angela Merkel negli anni della Ddr era stata raccontata come un capitolo poco affascinante: nessuna partecipazione attiva, un attento equilibrismo fra le organizzazioni giovanili del regime cui era obbligatorio aderire per non perdere le opportunità di studio, distanza anche dai movimenti di opposizione che prepararono il terreno per la Wende, la svolta. Narrano le cronache che la notte in cui cadde il Muro la futura cancelliera della Germania riunificata non rinunciò alla tradizionale serata in sauna e celebrò più tardi l'evento, senza troppa passione, bevendo una birra in una kneipe di Berlino est con una sua amica.

Solo dopo i rivolgimenti politici optò per la sua personale discesa in campo, prima nel piccolo raggruppamento moderato Partenza democratica (Demokratischer Aufbruch), poi nella più grande Cdu, che scalò a passo di carica negli anni Novanta sfruttando il declino del suo mentore Helmut Kohl, defenestrandolo quando fu invischiato nello scandalo dei fondi neri al partito.

Ora una nuova biografia di Angela Merkel, l'ennesima pubblicata in questo anno elettorale, promette di cambiare le carte in tavola e di capovolgere i tasselli della memoria. Lo hanno scritto due giornalisti politici dei principali quotidiani conservatori del Paese, Ralf Georg Reuth della Bild e Günter Lachmann della Welt (scuderia Springer), uscirà in libreria martedì 14 maggio per la Piper Verlag di Francoforte e già dal titolo si presenta come un romanzo del mistero: «La prima vita di Angela M.».

I due autori, immersi per anni in lunghe ricerche sul periodo giovanile trascorso da Merkel nella Germania comunista, sostengono di aver trovato prove sicure che l'allora studentessa di fisica sia stata molto più vicina al regime di Erich Honecker di quanto è stato raccontato finora. In particolare, negli anni del suo lavoro all'Accademia degli scienziati della Ddr, Angela Merkel fu una funzionaria e ricoprì dal 1981 il ruolo di segretaria della Fdj, l'organizzazione giovanile del partito, responsabile per l'agitazione e la propaganda. Circostanza che la cancelliera aveva sempre smentito. Inoltre era presente nella direzione del consiglio di fabbrica, ma di questa sua esperienza sindacale esistevano già delle fotografie.

Reuth e Lachmann sono convinti di aver trovato le prove documentali finora mancanti per riscrivere la biografia giovanile della cancelliera, che sarebbe stata dunque molto più politica di quel che si riteneva. Prove che invano hanno ricercato politologi di prestigio, come ad esempio Gert Lanngut, forse il conoscitore più esperto di storia della Cdu, che aveva finora sempre ridimensionato le voci ricorrenti di un impegno politico della cancelliera negli anni vissuti nella Ddr. «Angela Merkel non è piombata in politica come un'outsider nel dicembre del 1989, come ha sempre sostenuto», hanno dichiarato i due giornalisti, che già pregustano il clamore che il loro libro è destinato a suscitare e che verrà anticipato con ampi stralci nella edizione di lunedì 13 maggio sullo Stern: «Anzi, fu già attiva molto prima della svolta nel movimento Partenza democratica e, a quei tempi, non era affatto favorevole alla riunificazione della Germania ma sosteneva la riforma nel socialismo democratico di una autonoma Ddr». Una posizione allora condivisa anche da molti intellettuali critici ma non ostili al regime, come la scrittrice Christa Wolf.

Gli autori hanno rivelato di aver potuto ricostruire il passato della cancelliera attraverso documenti inaccessibili, in gran parte di proprietà privata, e con decine di interviste a testimoni di quel tempo che finora avevano taciuto. Il sospetto che ora avanzano nel nuovo libro è che la cancelliera abbia successivamente «armonizzato i passaggi della sua precedente esperienza nella Ddr con i requisiti di una militanza cristiano-democratica». Una sorta di abbellimento del passato che spiegherebbe in qualche modo la sua ritrosia ad addentrarsi pubblicamente nei ricordi di quegli anni. E, secondo i critici conservatori della donna più potente del mondo, spiegherebbe anche la linea politica socialdemocratica imposta al partito, così lontana dalla tradizione dei suoi padri nobili, Konrad Adenauer ed Helmut Kohl.

La rapida ascesa di Angela Merkel sulla scena politica della Germania riunificata è stata resa possibile dalle straordinarie condizioni determinate dal rivolgimento politico di quei mesi, è la tesi del libro, e in particolare dal supporto ottenuto da due personaggi chiave: Wolfgang Schnur, capo del movimento riformista Partenza democratica e Lothar de Maizière, leader della Cdu orientale e ultimo capo di governo della Ddr prima della riunificazione (nonché zio dell'attuale ministro della Difesa Thomas de Mazière, uomo forte della Cdu merkeliana): «Curioso che entrambi i leader citati si siano poi rivelati informatori non ufficiali della Stasi». La fase di transizione che portò alla riunificazione resta, a distanza di oltre vent'anni, un capitolo ancora da indagare in in molti meandri: il caos del momento, le necessità della Germania ovest di operare con partiti alternativi alla Sed che tuttavia erano stati abbondantemente infiltrati negli anni della dittatura, le smanie di riciclaggio dell'apparato comunista sconfitto, tutto concorse a un processo disordinato che potrebbe rivelare ancora sorprese.

Quanto all'accusa di aver voluto tirare un colpo basso elettorale pubblicando il libro proprio a pochi mesi dalle elezioni del 22 settembre, i due giornalisti si sono scherniti: «Il libro esce in questo momento semplicemente perché ora lo abbiamo finito. Abbiamo anche cercato di parlare con la cancelliera, per confrontare con lei le nostre scoperte, ma il suo portavoce ci ha riferito che non aveva tempo per rispondere alle nostre domande».

(Pubblicato su Lettera43)

A 22 anni dalla riunificazione tedesca, il processo di integrazione fra le due metà della Germania mostra ancora limiti economici che si riflettono sul piano sociale e demografico. I passi in avanti sono stati tanti, molti di più di quelli che la popolazione stessa riesce a percepire, ma gli squilibri tuttora presenti rischiano di gravare sulle regioni orientali anche per la prossima generazione.

Uno studio recente, presentato dal Bundeninstitut für Bevölkerforschung (Bib), l'agenzia federale che da Wiesbaden monitora i flussi migratori interni al Paese, ha fotografato le dinamiche della popolazione tedesca negli ultimi anni, confrontando i dati con quelli del 1990, l'anno della riunificazione. I risultati, riportati dalla Welt, hanno confermato «la tendenza di fondo all'emigrazione dalle aree rurali degli ex Länder della Ddr, ribadendo il pericolo di uno spopolamento di regioni già svantaggiate dal punto di vista economico e industriale». Il problema è aggravato dal fatto (anche questa una conferma) che a fare le valigie siano principalmente donne giovani alla ricerca di migliori opportunità di vita e di lavoro altrove. Il fenomeno era già stato osservato da molti studiosi: le donne della Germania est risultano mediamente dotate di una maggiore preparazione scolastica e di un più spiccato spirito d'iniziativa rispetto agli uomini, probabilmente a causa del ruolo attivo che era già loro assegnato nella società socialista.

«Sono loro a lasciare più frequentemente le regioni deboli e periferiche della Germania orientale», ha riportato la Welt, « mentre gli uomini tendono a rimanere, anche se non hanno lavoro, affidandosi ai servizi e all'assistenza sociale per tirare a campare. I dati in dettaglio hanno mostrato che mediamente, nei distretti orientali, per 100 uomini in età compresa fra i 18 e i 24 anni si trovano solamente 85 donne coetanee. E se questa è la media, in alcune provincie il numero delle giovani donne scende fino a 75. Nel 1990 il rapporto era di 100 a 95». Per gli esperti demografi, il saldo negativo di oggi rischia di riflettersi anche sulla prossima generazione, vanificando ogni tipo di intervento a sostegno dell'economia di queste aree: «Assieme alle giovani donne, emigra anche la futura generazione di mamme con un ulteriore prevedibile calo delle nascite».

Lo spopolamento delle campagne e delle piccole città ad est è stata nell'ultimo ventennio l'altra faccia della riunificazione tedesca, una lenta e inesorabile emigrazione silenziosa che ha privato queste regioni delle fasce di popolazione più competenti, giovani e intraprendenti, accentuando i problemi di immobilismo e stagnazione economica. Nelle zone interne della Sassonia, del Meclemburgo-Pomerania anteriore, del Brandeburgo e della Sassonia-Anhalt, l'invecchiamento degli abitanti di interi villaggi ha prodotto nel cuore dell'Europa più produttiva un fenomeno simile a quello delle regioni più povere dell'Europa meridionale.

Ma rispetto ai primi anni della transizione, un secondo dato mostra segnali di cambiamento. «Rispetto al passato, non sono più i Länder tedeschi occidentali ad avvantaggiarsi di questo flusso», ha scritto ancora il quotidiano, «ma le grandi e medie città dell'est come Dresda, Lipsia, Potsdam e Greifswald». Da qui non solo l'emigrazione si è interrotta, ma si assiste a due tipi di movimenti inversi: il rientro dei cittadini che subito dopo la riunificazione si erano spostati ad ovest e l'afflusso della nuova emigrazione dalle zone rurali orientali. Cittadini tedeschi ormai convinti di poter trovare nelle città dell'est le opportunità di lavoro prima cercate a occidente o quelle che mancano nelle campagne.

«Nei vecchi Länder il rapporto fra uomini e donne giovani risulta oggi di 100 a 93», ha concluso la Welt, «e dunque resta sostanzialmente invariato rispetto al 1990». I saldi positivi si ritrovano invece tutti nei centri urbani dell'est dove, secondo Susanne Stedtfeld, ricercatrice dell'istituto di Wiesbaden, «le giovani tedesche orientali provenienti dalle campagne riescono a trovare condizioni migliori di istruzione, lavoro e qualità della vita rispetto agli uomini». Spicca su tutti il dato della città di Greifswald, un centro di 55 mila abitanti sulla costa del Mar Baltico a pochi chilometri dal confine con la Polonia, noto per aver dato nel 1774 i natali al pittore romantico Caspar David Friedrich e oggi sede di una grande e vivace università: «Qui si registra un rapporto fra i sessi addirittura capovolto rispetto alla media nazionale: per ogni 100 uomini si contano 123 donne».

Quando non c’era WikiLeaks, Internet era ancora un vago progetto nella mente dei militari americani e, soprattutto, lo spionaggio era un’arte avventurosa e pericolosissima, il grande gioco dei servizi si svolgeva all’ombra degli archi di ferro verdi del Glienicker Brücke, il ponte sul fiume Havel che collega Potsdam a Berlino. Erano i tempi della Guerra Fredda e delle due superpotenze, delle divisioni ideologiche e della competizione fra due mondi, due sistemi politici, due economie. Era necessario spiarsi, carpirsi i segreti, anticipare le mosse. E non c’era posto migliore di Berlino, sdoppiata in due avamposti militari, est contro ovest, divisa da un Muro invalicabile per tutti ma non per uomini scaltri, titolari di cammuffati salvacondotti diplomatici.

Ci si inseguiva e ci si nascondeva, spionaggio e controspionaggio, fino a quando qualcuno non finiva nella rete con il rischio di restarci per sempre. Era in quei momenti che il Glienicker Brücke tornava utile: perché lì sovietici e americani, est e ovest, avevano deciso che di tanto in tanto si sarebbero reciprocamente restituite le spie arrestate. Il lavacro delle colpe altrui e delle proprie,

Oggi è tutto un altro mondo. La Bundestraße numero 1, che collega i ricchi sobborghi sud-occidentale della capitale alla nobile città di Federico il Grande, si srotola semideserta nella foresta berlinese fra alberi secolari strapazzati dal vento e si trascina appresso due piste ciclabili sulle quali si affannano ciclisti di ogni genere: sportivi strappati al Tour de France, anziani cocciuti, studenti carichi di libri, giovani famiglie con il rimorchio dei bambini agganciato. Fino a prima della seconda guerra mondiale, era un tratto della famosa carrozzabile che collegava i due estremi del grande Reich, Aquisgrana nel cuore della Renania occidentale a Königsberg (oggi Kaliningrad) sull’estremo orientale del Baltico.

Qua e là occhieggiano gli specchi d’acqua del Wansee e dell’Havel, il lago e il fiume che fanno di questa periferia dorata, schiacciata fra Berlino e Potsdam, un angolo di Finlandia trapiantato nel Brandeburgo. Da sempre è un paradiso di fuga dei berlinesi. Ci venivano a trascorrere il fine settimana ai tempi del Kaiser, poi nei dorati anni Venti e anche negli anni del nazismo, quando venne costruito il primo stabilimento balneare, lo Strandbad Wannsee, un complesso in stile neoclassico che fa venire in mente le architetture di Sabaudia. E ci venivano anche ai tempi del Muro, ma solo i berlinesi dell’ovest, ai quali gli spazi verdi e blu del Wannsee davano l’illusione di non essere rinchiusi in un’isola dalla cortina di ferro.

Poche centinaia di metri più avanti, gli archi di ferro verdi del Glienicker Brücke segnavano il confine tra due mondi: sull’asfalto, solerti funzionari avevano tracciato una linea bianca orizzontale, oggi quasi completamente sbiadita, per marcare visivamente la cesura. John Le Carré, Len Deighton e decine di meno noti scrittori di spy stories lo avevano eletto come scenario principale dei loro romanzi ma spesso la realtà superava la fantasia della penna.

La descrizione di questo teatro doveva rispettare i canoni del genere letterario: nebbia, umido, freddo, sempre di notte, con luci rade e fioche a illuminare i grandi segreti della guerra fredda. Poi il Muro venne giù e su questo stesso ponte transitarono le Trabant festanti, uno dei tanti punti di passaggio lungo i quali andò in scena la festa ubriaca di una città e di due popoli. E da allora la nebbia non appartiene più al Glienicker Brücke. Sopra non ci sono più gli sbarramenti e le torrette, ci passano i pedoni, le auto e le biciclette, con gli occupanti che talvolta rallentano davanti alla targa che ne ricorda la storia. Per il resto prevale il colore, e alle immagini grigie di Le Carré e Deighton si sovrappongono i quadri di Max Liebermann, il pittore ebreo perseguitato dai nazisti che da queste parti aveva la sua villetta e che ritraeva i Biergarten affollati e chiassosi del Wannsee negli anni Venti.

Superati gli archi ed entrati ufficialmente nel Brandeburgo, colpisce l’occhio una bella ed elegante palazzina turrita, costruita a metà dell’Ottocento in stile italiano. È Villa Schöningen, oggi riportata all’antico splendore da un attento lavoro di restauro. Custodisce le memorie degli anni divisi, le mappe di confine, le uniformi dei Vopos, i resti del filo spinato, le sbarre di frontiera e una collezione infinita di foto e filmati che ripercorrono la storia di questo checkpoint. Mathias Döpfner, presidente dell’editrice Axel Springer, ne ha rilevato la proprietà per realizzarvi il museo, dopo che per dieci anni era stata abbandonata e condannata al degrado. Ai tempi della Ddr, il regime ne aveva fatto un asilo e per quasi quarant’anni bambini e maestre hanno trascorso giornate di svago all’ombra di uno dei confini più misteriosi d’Europa.

Tre furono i grandi scambi tra le spie. Americani e sovietici si accordarono per questo ponte dopo lunghe discussioni. Era un posto isolato ma a due passi dai centri abitati, c’era spazio sufficiente da un lato e dall’altro per organizzare le operazioni in sicurezza e i russi potevano seguire tutto dall’alto di un’altra palazzina utilizzata come centro di osservazione del Kgb. Il primo incontro avvenne il 10 febbraio 1962, in una mattinata nevosa. Gli uomini della Cia fecero andare dall’altra parte Rudolf Ivanovich Abel, inglese d’origine passato a carpire segreti per la Russia bolscevica e ottennero in cambio Francis Gary Powers, pilota di aviazione, abbattuto e catturato durante un volo segreto nei cieli russi con il suo U-2. Il segreto dell’operazione non durò a lungo e scarne notizie comparirono sulle prime pagine dei quotidiani occidentali.

Il secondo scambio avvenne oltre vent’anni dopo, quando il clima tra le due superpotenze era già avviato verso la distensione. Correva l’11 giugno 1985 e sulle due sponde del ponte si assemblarono 23 persone (tra prigionieri politici e informatori) liberate dalle carceri della Ddr e 4 top-spie del blocco comunista cadute nella rete della Cia. Protagonista delle trattative fu l’avvocato Wolfgang Vogel, che per conto di Erich Honecker mediò per anni tutte le situazioni più complesse con la controparte tedesco-occidentale.

Fu lui l’artefice anche del terzo e ultimo scambio, forse il più sensazionale, sia per la presenza in forze di giornalisti e telecamere che per la qualità delle pedine scambiate. I sovietici si decisero infatti a liberare all’Ovest il matematico ebreo Anatolij Borisovic Saranskij, uno dei maggiori esponenti del dissenso, ex interprete di Andrej Sacharow e fondatore del movimento d’opposizione Refusenik. Colui che diventerà ripetutamente ministro di Israele con il nome di Natan Sharansky, venne fatto incamminare da solo sull’asfalto del ponte, prima di tutti gli altri, perché gli americani avevano ottenuto che la sua liberazione avvenisse come dissidente e non come spia. Le immagini di quel giorno lo mostrano impacciato mentre si tiene con le mani la vita dei pantaloni: i sovietici gli avevano fatto un ultimo affronto, consegnandogli un calzone troppo largo e senza cintura e lui, invece di camminare dritto come gli era stato ordinato, raggiunse il territorio di Berlino Ovest zigzagando a destra e sinistra. In totale 4 persone passarono a Ovest e 5 a Est, tra cui due numeri uno dello spionaggio sovietico come i coniugi cecoslovacchi Karel e Hana Köcher.

Ancora 3 anni e il Muro sarebbe venuto giù. La notte del 9 novembre 1989 resta nella memoria collettiva lo spartiacque fra due epoche. Qui sul ponte, anche quella notte, tutto era buio e silenzioso. L’agitazione cominciò il giorno dopo quando, con qualche ora di ritardo, vennero alzate per sempre le sbarre, dando nuovo significato al nome beffardo con cui i dirigenti della Ddr avevano voluto chiamarlo per 40 anni: ponte dell’unità.

(Articolo pubblicato su Lettera 43)

Nello stesso giorno l’ultima mano di vernice allo stadio, il taglio del nastro e l’amichevole di lusso. Per gli outsider orientali del calcio berlinese comincia una nuova storia. Parliamo della seconda squadra di Berlino, l’1. Fc Union Berlin, messa in ombra nell’ultimo ventennio dall’ascesa dei cugini occidentali dell’Hertha, tornati a disputare campionati di buon livello in Bundesliga grazie ai potenti investimenti di grandi gruppi industriali tedeschi. Ai supporter dell’Union, invece, bastano le mani e l’orgoglio. Il secondo è servito a tener duro negli anni bui, le prime hanno lavorato duramente per ristrutturare lo stadio di casa.

Ha un nome romantico, An der Alten Försterei, letteralmente “alla vecchia foresteria”, un nido del football che sembra uscito dagli almanacchi storici del calcio inglese, con le tribune a ridosso del terreno di gioco e un tabellone azionato a mano, con i numeri dei gol stampati sul cartone che scorrono come su un vecchio calendario ingiallito. Un pezzo originale di Ostalgie rivisitato però vent’anni dopo la caduta del muro, tempi in cui anche all’est, se si vuole, è possibile realizzare i propri sogni.

Il riscatto di questo mito calcistico della Germania orientale corre sul doppio binario di una società rimessa in sesto dopo i bilanci in rosso degli anni passati da un presidente che ha passato la sua giovinezza sui gradoni dell’Alte Försterei e di una tifoseria genuina che ha saputo rinverdire la fama ribelle e alternativa che l’accompagnava anche negli anni della Ddr. Così nell’anno calcistico 2008-2009, gli undici in campo hanno riportato la squadra in seconda Bundesliga, la nostra serie B, vincendo con tre giornate d’anticipo il campionato regionale zeppo di vecchie glorie della Ddr come Carl Zeiss Jena o Dinamo Dresda. E migliaia di tifosi al sabato riempivano lo Jahn-Sportparkstadion del quartiere di Prenzlauer Berg, un tempo dimora dell’odiata Dinamo Berlino, la squadra della Stasi, e la domenica si presentavano puntualmente all’Alte Försterei con picconi, trapani e cazzole per rimettere in sesto il loro vecchio stadio.

Una lista lunga duemila nomi - meglio soprannomi - comuni, come Benni o Mulli o Kalle o Schnalle, nomignoli da classe operaia, appena usciti dalle case del quartiere Köpenick, estrema periferia orientale di Berlino, dove si trova lo stadio della foresteria e l’anima profonda di questa squadra-famiglia. Tifosi artigiani, carpentieri di professione o volontari del cemento che per 365 giorni hanno regalato il loro tempo libero per rimettere in ordine uno stadio glorioso che se ne veniva giù a pezzi. Avevano atteso i soldi del comune, sempre promessi e mai arrivati, e alla fine hanno deciso di seguire l’esempio del presidente: rimboccarsi le maniche e far da soli. E chi non aveva alle spalle una carriera di muratore ha contribuito alla causa preparando cibo e dolci, portarndo birra e wodka per sostenere gli eroi veri, quelli che in un anno hanno buttato giù le vecchie gradinate e innalzato uno stadio nuovo di zecca.

Così quando l’Union squadra è salita in seconda serie, i giornali nazionali hanno voltato lo sguardo verso questo angolo di Berlino est e hanno scoperto che il miracolo era dietro i successi sul campo. Lì, sul rettangolo di gioco dello Jahn-Sportparkstadion temporaneamente usurpato ai nemici della Stasi, segnavano nomi sconosciuti al grande calcio e qualche chilometro più in là, all’Alte Försterei, altri nomi sconosciuti davano di gomito per costruire quello che la politica aveva promesso e mai dato. Così, quando alla fine è arrivato un piccolo contributo dal comune, i tifosi-muratori hanno continuato a far da sé, senza ricorrere ad alcuna ditta specializzata, se non per l’installazione della copertura, operazione troppo delicata anche per i professionisti.

Sembra il lieto fine di un film di Ken Loch o di un libro di Nick Hornby, con la squadra operaia che va in paradiso e i tifosi-lavoratori che si godono le partite stretti in piedi sui nuovi gradoni dello stadio. Tra fuochi pirotecnici e vecchia passione, la notte di Köpenick regala emozioni indimenticabili. Per la partita di inaugurazione è stata invitata proprio l’altra squadra di Berlino, l’Hertha, per rispolverare un derby che mancava dal 1990. Gossy è uno dei capisquadra che ha guidato la pattuglia di volontari nei lavori. Strabuzza gli occhi mentre distribuisce pacche sulle spalle alle decine di tifosi che vengono a fargli gli auguri. Per tutti ha una parola di incitamento, come fosse ancora sul cantiere. «Dei giornalisti sono venuti a chiedermi se ogni volontario ha ricevuto un biglietto omaggio per questa festa. Gli ho risposto: ma ci avete visto in faccia? Noi siamo quelli che hanno costruito lo stadio, i biglietti ce li siamo comprati e pagati. A noi basta questo monumento qua».

Il monumento è una stele di ferro su cui campeggia un grande elmo da operaio rosso fiammante come i colori dell’Union. Sulla stele sono stampigliati, a futura memoria, tutti i nomi dei tifosi operai che hanno prestato la loro opera all’impresa. «Si è trattato soprattutto dei tifosi della vecchia generazione», spiega con un po’ di rammarico Jens-Martin, 42 anni, che scelse l’Union perché era la squadra ribelle che non piaceva al regime. «Le nuove leve del tifo sono di pasta diversa, subiscono il mito ultras, stanno un po’ cambiando la natura del nostro pubblico. Noi amiamo ancora tifare all’inglese, senza guide prestabilite. A uno gli viene in mente un coro, parte e gli altri seguono. Non ci sono tabelle prestabilite». Più un tifo "per" che un tifo "contro". Un esempio? «Una volta avevamo una certa simpatia con l’Hertha», ricorda Jens-Martin «cantavamo Union e Herta unite perché loro erano quelli dell’ovest e la cosa faceva arrabbiare i capi della Ddr. Poi negli ultimi anni gli occidentali hanno avuto soldi e investimenti, sono cresciuti e hanno fatto proseliti anche qui da noi. E questo ha raffreddato i rapporti».

Il tifo all’inglese è un po’ una fissa qui a Köpenick. Lo stadio è bello e spartano, rifatto per tre quarti. Resta solo da rinnovare la tribuna centrale. Il progetto finale prevede una facciata monumentale, in mattoni rossi, con il logo della squadra come frontale esterno e dentro una gradinata spiovente sul campo da gioco. Si attendono nuovi soldi per completare il lavoro: più british di così! Questa stella dell’est ha i suoi miti e le sue tradizioni, che non vuol svendere a nessuno, neppure ai nuovi sponsor che oggi accorrono con sonanti contributi e con la promessa di portare l’Union ancora più in alto. Loro sono gli Eisern, uomini di ferro, capaci di gridare dal primo all’ultimo minuto e poi ridere (o più spesso piangere) per i risultati della propria squadra. Anche oggi va così, alla fine vincerà l’Hertha, 5 a 3, ma la festa è tutta per il nuovo miracolo di Köpenick, lo stadio costruito dai tifosi.

Tutto serve a rinforzare la fede: le sconfitte rendono più forti, e più ne arrivano, più gli Eisern diventano tosti. Ma anche le vittorie hanno un sapore speciale: il tabellone manuale è un cimelio stretto in una torretta di mattoni rossi tra la gradinata e la curva dei tifosi locali. Oggi che un nuovo tabellone elettronico annuncia anche all’Alte Försterei i tempi del calcio moderno, quel vecchio reperto del calcio che fu è fissato per sempre su un risultato storico: l’8 a 0 rifilato un paio di anni fa nell’Oberliga, una serie minore, ai nemici di sempre, quella Dinamo Berlino un tempo vezzeggiata dalla Stasi e nel cui stadio è stata festeggiata quest’anno la promozione in seconda serie. Quando i giocatori in biancorosso entrano sul terreno di gioco, i tifosi intonano sciarpe al vento l’inno della squadra. È una canzone rock tostissima, scritta e cantata da una fan d’eccezione, anche lei un pezzo di storia della Germania est: Nina Hagen. Fin da quando aveva quattro anni, saltellava il sabato pomeriggio tra le ginocchia del padre e le gradinate dell’Alte Försterei. Perché di ferro si diventa, dell’Union si nasce.