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È un bollettino di guerra quello che arriva regolarmente dal Caucaso. Un bollettino ignorato dall’Occidente e che al Cremlino è ormai diventato consuetudine. La Russia è intrappolata in una guerra nascosta dalla quale non riesce e uscire e che lascia una lunga scia di sangue nelle repubbliche meridionali della Federazione: Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Ossezia, Circassia. Secondo il sito Caucasian Knot il bilancio dall’inizio dell’anno è di quasi 600 morti, la metà dei quali in Daghestan. È un elenco non ufficiale, quello reso noto qualche giorno fa, e probabilmente incompleto, ma che rende l’idea di quale sia la situazione ora in quella che è sempre stata definita la polveriera caucasica e che in realtà esplode a ritmo giornaliero falciando a centinaia forze dell’ordine, terroristi, civili. Oltre 140 i poliziotti e i militari uccisi in attacchi kamikaze, attentati dinamitardi e scontri a fuoco, più di 300 gli uomini legati alla lotta armata finiti ammazzati, circa 140 i cittadini che hanno avuto la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, in aggiunta a un numero imprecisabile di persone scomparse, rapite e mai più ritrovate.

Se all’elenco di questi primi otto mesi del 2011 si aggiunge quello degli ultimi vent’anni, da quando il Caucaso in contemporanea con la dissoluzione dell’Urss ha iniziato a ribollire tra spinte centrifughe e terroristiche, il quadro che ne esce è difficilmente quantificabile in maniera esatta, nell’ordine comunque delle decine di migliaia se non oltre, ma è in ogni caso devastante. Se infatti la parola guerra, usata per i conflitti in Cecenia del 1994-1996 e 1999-2009, è ormai stata sostituita con normalizzazione, a Mosca non hanno ancora trovato la chiave per mettere fine a un dramma diffuso le cui ragioni vanno oltre lo schema manicheo del duello tra centro e periferia. Due settimane fa al Forum internazionale di Yaroslav il presidente russo Dmitri Medvedev ha ammesso che i problemi della Russia sono sempre gli stessi: “Combattiamo da anni contro il separatismo e il terrorismo. Abbiamo indebolito il nemico, ma non abbiamo ancora vinto”. Più moderato nel linguaggio del suo predecessore Vladimir Putin che aveva promesso di ricacciare i terroristi nelle fogne, ma altrettanto evanescente nei risultati.

Nel Caucaso gli ideali indipendentisti si intrecciano con il radicalismo di matrice islamica, il progetto di un fantomatico califfato che dovrebbe riunire le repubbliche musulmane e fare pulizia degli infedeli russi. Ma non solo: interessi economici e di clan, più o meno puliti e più o meno criminali, per spartirsi i soldi del Cremlino destinati appunto alla suddetta normalizzazione. In Cecenia con Ramzan Kadyrov, nelle altre repubbliche con i rispettivi uomini piazzati col benestare di Mosca. Corruzione, oltre a povertà e insicurezza sociale, alimentano un circolo da cui nessuno sembra più riuscire a sottrarsi. Dall’inizio degli anni Novanta e sino al 2008, con la fine del secondo mandato di Putin, il Cremlino ha combattuto il terrorismo in Caucaso, o comunque quello si definiva tale, per evitare la disgregazione dello stato e non ha saputo e voluto sviluppare una strategia per arginarne le cause. Fatti i fuori i vari comandanti sul campo, da Khattab a Basayev, passando per Maskhadov, decapitare l’architettura terroristica non è servito quasi a nulla. E il timore di azioni spettacolari come quelle del teatro Dubrovka o di Beslan è sempre dietro la porta.

Il tandem Putin-Medvedev non ha mostrato in questi ultimi tre anni una lungimiranza tale da fornire nuove solide basi per migliorare la situazione. E la guerra è rimasta nascosta, continuando a mietere vittime da una parte e dall’altra tra l’indifferenza di un Occidente capace solo di svegliarsi quando il sangue scorre a Mosca, come nel gennaio di quest’anno con la quarantina di morti per l’attentato all’aeroporto di Domodedovo. Le piccole e grandi stragi tra febbraio e agosto nelle piccole repubbliche non fanno rumore, coperte anche dalle notizie dei divi del pallone come Roberto Carlos e Samuel Eto’o che arrivano a Grozny e Makhachkala nei club degli oligarchi desiderosi di dare una nuova immagine di se stessi e di quelle zone. La realtà è però un po’ diversa. E con le elezioni parlamentari alle porte, in calendario il prossimo 4 dicembre, e soprattutto con quelle presidenziali previste nel marzo 2012, la guerra al terrore e il suo successo diventano una priorità, un elemento chiave nei programmi di chi vuole occupare le stanze del Cremlino.

(Lettera 43)

"Il Caucaso è ritornato a essere un’area ad alta tensione e non solo per la guerra dello scorso anno tra Russia e Georgia. Il conflitto dei cinque giorni nell’estate del 2008 è servito a Mosca per dare un segnale forte: il Cremlino non accetta di ridurre la propria influenza nella regione e traccia una linea rossa che gli Stati Uniti con l’amministrazione Bush e Mikhail Saakashvili hanno oltrepassato. Ma nel Grande Gioco che coinvolge le potenze tra Caucaso e Asia Centrale questa è solo una faccia della medaglia. La Russia è tornata a giocare sulla scacchiera internazionale, sfruttando le mosse sconsiderate del presidente georgiano, ma all’interno dei propri confini non ha ancora scovato il bandolo della matassa. ...continua a leggere "UNA SPOLVERATINA A KADYROV?"