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Tutto nasce per una scultura regalata dallo Stato francese alla città di Berlino Ovest nel 1987, che simboleggia gli stretti legami storici fra le due realtà. Più di quarant'anni dopo, artista e ambasciata di Francia hanno chiesto che otto platani, che in estate ostacolano la vista della scultura, vengano abbattuti. E le autorità politiche di Berlino asseconderanno il desiderio, abbattendo gli alberi e facendo arrabbiare i suoi abitanti. I dettagli nel post di Alexanderplatz su Lettera 43.

Adesso è finita davvero: alle 8 del mattino del 4 settembre, due camionette della polizia si sono presentate di fronte all'ingresso sgangherato del Tacheles con in mano il foglio di sgombero. Per ventidue anni dopo la caduta del muro, l'edificio ha rappresentato il centro della vita artistica alternativa di Berlino. Si può dire che il Tacheles se n'è andato in silenzio, dopo aver fatto rumore per quattro lustri. C'erano più giornalisti che uomini dell'ordine. Nessuno ha opposto resistenza, gli ultimi artisti hanno abbandonato la scena portandosi appresso i pochi quadri e le poche sculture che erano rimaste, inscenando solo una protesta simbolica: il lancio dalle finestre delle petizioni inutilmente firmate nei mesi passati contro la chiusura del centro e un happening un po' triste sul marciapiede antistante. C'era il sole, almeno.

Pochi metri più avanti, i vetri a specchio di un albergo moderno riflettevano il mogio andirivieni sulla Oranienburger Straße, piccolo antipasto di quel che avverà domani, quando la HSH Nordbank, attuale proprietaria dell'immobile, avrà trovato il nuovo investitore. Si parla di un altro albergo o di un palazzo per uffici. Berlino aspira a diventare una capitale moderna, ma rischia così di perdere il fascino ribelle che l'ha finora distinta e resa famosa nel mondo. La città che non si ferma mai ha nel suo Dna la spasmodica tendenza a divorare se stessa e il suo passato, ma il nuovo avanza facendo il verso a un'urbanistica standardizzata. Il rischio è già divenuto realtà qui a Mitte, nel cuore della capitale riunificata, dove edifici in vetro e cemento procedono inglobando gli spazi vuoti tanto amati dalle telecamere di Wim Wenders e ingoiando palazzi che hanno segnato epoche storiche.

Il Tacheles è stata una galleria d’arte moderna, messa su nel 1990 da un gruppo di artisti anarchici in un palazzo malandato destinato alla demolizione. Negli anni è divenuto un centro sociale e un atelier di creativi, un luogo di mostre, un cinema per pellicole indipendenti, un laboratorio teatrale sperimentale, uno spazio di discussione sul futuro della città, un caffè, lo Zapata, con pasto completo a otto euro. Nacque per impulso dell'effervescenza che pervadeva la Berlino liberata dal Muro: il nome, di derivazione yiddish, richiamava la censura ai tempi della Ddr. Tacheles vuol dire “parlar chiaro”, cosa proibita ai tempi del regime.

E di regimi, questo edificio costruito in 15 mesi, fra il 1907 e il 1908, dall'architetto del Kaiser Franz Ahrens ne ha visti sfliare tanti. Faceva parte di un complesso più grande, passato alla storia con il nome di Friedrichstraßenpassage, perché collegava con una galleria la Oranienburger Straße alla Friedrichstraße che le scorre quasi parallela: ingressi su due lati, stucchi sfarzosi e una grande cupola in cemento armato. Fu il centro commerciale più fastoso della Berlino di inizio Novecento. Vi si insediarono i leggendari magazzini Wertheim fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Dopo i lavori di restauro post-bellici, divenne il punto espositivo del colosso elettrico Aeg, poi ci arrivarono i nazisti, i nuovi padroni, che ci piazzarono gli uffici del Deutsche Arbeitsfront, il sindacato unico di imprenditori e lavoratori, e più tardi quelli del catasto centrale delle SS. Nuovo regime, nuove divise. Nel 1948 prese possesso degli uffici danneggiati dai bombardamenti il sindacato comunista Fdgb, l'organizzazione che raggruppava le 15 sigle sotto cui si articolavano le categorie dei lavoratori della Ddr e, nelle cantine sottostanti, si intrufolarono i soldati dell'Armata del popolo.

Negli anni Settanta una commissione decretò l'instabilità dell'edificio. Una prima parte venne abbattuta e i piani urbanistici prevedevano una strada di collegamento tra le due vie unite prima dalla galleria e la completa demolizione del palazzo nel 1990. Cadde prima il Muro: un gruppo di artisti raccolti attorno all'Iniziativa Tacheles occupò l'edificio rimasto vuoto. Era il 13 febbraio 1990, due mesi prima del programmato intervento delle ruspe. Gli artisti si diedero da fare, colorarono le pareti, trasformarono i calcinacci in figure artistiche e ottennero una nuova perizia che ne certificò la staticità.

Nei vent'anni successivi il centro è stato frequentato da artisti come Henry Arnold e Régine Chopinot, Sebastian Hartmann e Matthias Merkle, Felix Ruchert e Christoph Winkler. Ne hanno calcato le scene i professionisti dell'Orphtheater e hanno suonato i loro strumenti i musicisti della Detsche Symphonie-Orchester di Berlino. Gli anni Novanta hanno rappresentato il periodo d'oro del Tacheles, che era riuscito a imporsi alle polemiche (mai mancate) come la fucina principale della controcultura berlinese e ad attirare pittori, scultori, coreografi, attori desiderosi di sperimentare inedite forme espressive. Poi il lento declino, di pari passo con una lunga controversia giudiziaria con i diversi proprietari che si sono succeduti nel tempo, fatta di scartoffie e denunce, insolvenze e ricorsi, accomodamenti e tentativi di sgombero. L'ultimo contratto (prezzo di affitto simbolico 1 marco a metro quadrato, 50 centesimi di euro) era scaduto nel 2008. Da allora il destino è apparso segnato. Molti artisti avevano traslocato altrove, i politici non sono riusciti a spendere altro che dichiarazioni di circostanza e la vicenda ha assunto i contorni tipici di una controversia privata. Scemata l'aura artistica, il Tacheles era comunque rimasto meta di un flusso di turisti inarrestabile: 400 mila all'anno, in gran parte giovanissimi.

Gli ultimi moichani, che silenziosamente hanno raccolto le proprie opere di fronte a composti poliziotti, riapriranno bottega a Neukölln, il quartiere più problematico di Berlino che sta provando con varie iniziative a cancellare la sua fama criminale. La cittadella artistica emigra fuori dal centro, che non sa più che farsene dei suoi utopisti. «Via il Takeles, via il sindaco Wowereit», grida un capellone in maglietta nera. È l'ultima maledizione.

Quella del 2011 è l’edizione della lentezza. Quando Dieter Kosslick, deus ex machina della Berlinale, il festival internazionale del cinema di Berlino, ha tirato fuori lo slogan da associare alla 61esima edizione che per dieci giorni, dal 10 al 20 febbraio, attira sulla capitale tedesca i riflettori del mondo cinematografico mondiale, il pensiero è andato al titolo di un romanzo che negli Anni '80 spopolò in Germania: Elogio della lentezza. Piacerà al suo autore, Sten Nadolny, nel frattempo divenuto scrittore di bestseller, questa Berlinale ad andamento lento.

«Lo scorso anno, per celebrare i 60 anni, abbiamo compiuto uno sforzo immane offrendo un programma degno di un anniversario», ha spiegato Kosslick, «ma ci siamo anche accorti di aver sacrificato la compattezza che ha sempre caratterizzato la nostra manifestazione». Troppi appuntamenti, troppi film, troppi party. Quest’anno si è voluto fare un passo indietro. «È una scelta consapevole», ha continuato il direttore del festival, «io stesso sono un amante non solo dello slow food ma anche della slow life, e credo che questo sentimento incroci anche quello di molte persone a disagio in questo tempo divenuto veloce e complicato. Il nostro è un messaggio chiaro: abituarsi a vivere più lentamente di come facciamo oggi e imparare a godersi i momenti della vita».

E la lentezza è il filo conduttore di due film in competizione che Kosslick ha invitato a tenere d’occhio: El premio, film argentino coprodotto da Messico, Francia, Polonia e Germania e Come Rain come Shine, lavoro del regista sudcoreano Lee Yoon-ki che torna a Berlino dopo il bellissimo My dear enemy. El premio ha segnato il debutto, dopo lavori minori, di una regista di origine argentina, Paula Markovitch e racconta la storia di una bambina di sette anni, Ceci, che deve mantenere un grande segreto, pur non riuscendo a comprenderne l’importanza. Dal suo silenzio dipende la salvezza della famiglia. Ceci e sua madre vivono nascoste per sfuggire alla repressione della dittatura militare argentina e la narrazione verte sui suoi interrogativi: cosa deve dire e cosa deve invece tacere per meritare l’amore della madre? C’è una grande passione per gli scenari messicani, sullo sfondo dei quali si snoda la fuga delle due donne e una lenta consapevolezza di acquisire, momento dopo momento, fotogramma dopo fotogramma, una distanza che è anche una sorta di liberazione dalle costrizioni della dittatura.

Berlino ospiterà anche la prima mondiale di Come Rain come Shine. Lee Yoon-ki, uno dei registi coreani più sorprendenti degli ultimi anni, ha proposto la storia intensa e sentimentale di due giovani sposi che, dopo cinque anni di matrimonio, si devono separare perché lei ha trovato un nuovo amore. Il regista si è immerso nei misteri di un rapporto incrinato, ricostruendo il complesso processo di riavvicinamento dei due, anche per merito di una vecchia ricetta di cucina sulla quale avevano costruito l’identità del loro rapporto. Anche in questo caso un film lento, con la riscoperta, ingrediente dopo ingrediente, di legami che si pensavano cancellati per sempre, un delicato gioco a nascondino fra due cuori che provano a ritrovarsi. Nel cast, Im Soo-jung e Hyun Bin.

Dei 22 film inseriti nel cartellone principale, di cui 16 in concorso per aggiudicarsi l’Orso d’oro, l’Italia è presente solo per la coproduzione dell’americano The Forgiveness Of Blood del regista Joshua Marston, co-realizzato insieme ad Albania e Danimarca. Un film che affronta dall’angolo visuale di due piccoli fratelli il tema della besa, il concetto di onore della cultura albanese, la cui rottura dà origine a faide familiari che seminano vergogna e morte.

Nella sezione Panorama irrompe la caricatura del nostro mondo politico, con Cetto La Qualunque e lo slogan del «più pilu per tutti» di Antonio Albanese. Lo spaccato meno nobile dell’Italia di oggi, direttamente dalle cronache al grande schermo: con Qualunquemente di Giulio Manfredonia, balzato al primo posto nella classifica dei botteghini italiani, i tedeschi rideranno, noi un po’ meno. Non resta che consolarsi con la proiezione nella sezione Berlinale Special del Marchese del Grillo, omaggio alla memoria di Mario Monicelli, che a Berlino vinse nel 1982 l’Orso d’argento e di Gianni e le donne di Gianni De Gregorio, alla sua seconda opera sopo il successo di Pranzo di Ferragosto.

O rifarsi con Isabella Rossellini a capo della giuria internazionale che deciderà i premi dei film in concorso: oltre agli Orsi, d’oro e d’argento, anche il riconoscimento Alfred Bauer. La figlia di Ingrid Bergmann e Roberto Rossellini, attrice trasformatasi in regista e produttrice, guiderà un gruppo che sulla carta doveva essere composto da cinque persone. In realtà saranno solo in quattro ad accompagnarla - gli altri membri della giuria sono la produttrice Jan Chapman, l’attrice Nina Hoss, i registi Aamir Khan e Guy Maddin e la costumista Sandy Powell - perché il regista iraniano Jafar Panahi (Camera d’oro a Cannes nel 1995 per Il palloncino bianco, Pardo d’oro a Locarno nel 1997 per Lo specchio, Leone d’oro a Venezia nel 2000 per Il cerchio e Orso d’argento a Berlino nel 2006 per Offside) è ancora incarcerato nelle patrie galere di Teheran. Ci resterà per sei anni e per 20 gli sarà impedito di girare film, rilasciare interviste e viaggiare all’estero.

«Lo abbiamo invitato e il suo nome non lo abbiamo cancellato dalla giuria», ha detto accalorandosi Kosslick, «ma non faremo come a Cannes, non lasceremo la sedia vuota sul palco, per il semplice fatto che qui a Berlino i giurati sono in piedi». La protesta della Berlinale contro la repressione del regime iraniano non sarà, però, meno spettacolare: «Nel corso del festival, esattamente alle ore 16 dell’11 febbraio, ora e giorno della rivoluzione iraniana, trasmetteremo nel Berlinale Palast sulla Marlene-Dietrich-Platz Offside, il film con il quale Panahi vinse cinque anni fa l’Orso d’argento».

Nel panorama di questa 61esima edizione in formato compatto, è da segnalare ancora il documentario italiano Le quattro volte del regista Michelangelo Frammartino nella speciale sezione dedicata al cinema culinario, una delle invenzioni di Kosslick. Il film, già insignito a Cannes del premio Quinzaines, è stato girato sull’Appennino calabrese e descrive il rapporto fra uomo e ambiente per mezzo di un’anima che attraversa quattro vite successive, quelle di un pastore, di un capretto, di un castagno e dei carbonai.

E poi, la presenza per la prima volta di tre produzioni in 3D: due fuori concorso, Pina di Wim Wenders dedicato alla vita della ballerina Pina Bausch e Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog e uno in competizione, Les contes de la nuit del francese Michel Ocelot.
Non manca anche questa volta Madonna che, come nel 2008, arriva sulla Sprea a presentare il suo nuovo lavoro W.E., incentrato sulla scandalosa vita della famiglia reale inglese dei Windsor.

E mentre per tutta la città hanno fatto la loro apparizione i cartelloni pubblicitari del festival con il nuovo logo, una grande B maiuscola su sfondi multicolori che sa tanto di revival grafico Anni '70, non resta che fornire ai lettori-cinefili che stanno preparando le valigie per raggiungere Berlino un’ultima carrellata di proposte dal cartellone principale: tra i film più attesi il western dei fratelli Coen Il Grinta, già candidato a dieci premi Oscar, Il discorso del Re di Tom Hoope, Margin Call di JC Chandor, l’atteso The Turin Horse di Béla Tarr, Nader and Simin, a Separation del regista iraniano Asghar Farhadi, V Subbotu del russo Alexander Mindadze sul disastro di Chernobyl, The Future cooproduzione tedesco-americana della regista Miranda July e Almanya – Willkommen in Deutschland, film fuori concorso della regista Yasemin Samdereli sull’immigrazione turca in Germania. «Un film davvero divertente quest’ultimo», è stato il consiglio finale di Kosslick, «girato con allegria, un lavoro che ci fa dire: stranieri, venite qui da noi, con voi le cose possono solo andar meglio».

Pubblicato su Lettera 43

Si apre oggi a Berlino la decima edizione dell'Internationales Literaturfestival, undici giorni di discussioni, letture, dibattiti e concerti sparsi un po' ovunque per la città. Luogo centrale sarà l'Haus der Kulturen der Welt, l'edificio a forma di ostrica appollaiato nel parco del Tiergarten e ormai confinante con i palazzi governativi della Cancelleria e del Reichstag. Focus di questa edizione: l'Europa dell'Est. Così Berlino torna a guardare verso l'oriente continentale, alle sue espressioni artistiche più recenti, da quelle letterarie a quelle teatrali e musicali e soprattutto a farsi guardare e scrutare dagli scrittori di quei paesi per i quali, dalla caduta del Muro, rappresenta una sorta di centro di gravità permanente. ...continua a leggere "LITERATURFESTIVAL, BERLINO GUARDA A EST"

Nel clima rivoluzionario e anarchico delle settimane successive alla caduta del muro, una data importante è quella del primo dicembre, giorno in cui cade anche il muro della censura. La libertà di espressione apre gli orizzonti a nuove iniziative. Nel suo appartamento di Prenzlauer Berg, sulla Gethsemanestrasse, Christoph Links, allora trentacinquenne redattore culturale della rivista Sonntag, fonda la prima casa editrice privata della Ddr. Porterà il suo nome, Ch Links Verlag, e sarà un successo. ...continua a leggere "L’EPOPEA EDITORIALE DI CHRISTOPH LINKS"