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Un trionfo regionale a 7 giorni dal voto nazionale è sempre di buon auspicio. Una fortuna dunque per Angela Merkel che il calendario avesse assegnato alla democristianissima Baviera il compito di fornire i dati elettorali che nell'ultima settimana di campagna elettorale saranno il punto di riferimento del dibattito politico. La riconquista della maggioranza assoluta da parte della Csu, il partito cristiano-sociale gemello della Cdu di Merkel, può rafforzare negli elettori tedeschi la convinzione che la cancelliera viaggi spedita verso la riconferma.

Ma dietro i numeri del trionfo si nascondono anche alcune insidie. Più degli altri Länder tedeschi, la Baviera è in realtà un mondo a parte, con una specifica tradizione politica che rende azzardata la tentazione di proiettarne i risultati a livello federale. Storia elettorale alla mano, non è una sorpresa che i liberali siano finiti sotto la soglia del 5% né che i socialdemocratici si siano fermati su quella del 20. Il monocolore cristiano-sociale è stato la regola della politica bavarese, il crollo al 43% nelle elezioni precedenti un'eccezione. Aver recuperato il consenso perduto 5 anni fa (le legislature regionali durano in Germania un anno in più rispetto a quelle federali) a danno principalmente degli alleati liberali è stato il capolavoro politico di Horst Seehofer, un leader che in Baviera conta molto più della cancelliera.

La forza ritrovata della Csu potrà semmai diventare un problema quando si tratterà di mettersi attorno a un tavolo per definire l'eventuale futuro programma di governo: Merkel dovrà trattare con un partito molto più forte di 4 anni fa e alcune promesse elettorali di Seehofer - a cominciare dall'introduzione del pedaggio autostradale per gli automobilisti stranieri - saranno spine nel fianco.

Ma in attesa di capire con quali partner la cancelliera dovrà sedersi per costruire il nuovo governo, ci sarà da fronteggiare la reazione dei liberali: Philipp Rösler ha accolto la sconfitta in Baviera sottolineando la specificità di questo voto regionale, ma il rischio di restare sotto al 5% anche il 22 settembre è segnalato da tutti i sondaggi e la debacle bavarese ha aumentato la paura. «Per questo il partito si è lanciato già da qualche giorno prepotentemente nella campagna per il secondo voto», ha scritto il Tagesspiegel, «nella speranza di convincere una parte di elettori conservatori a segnare sulla parte della scheda riservata al voto proporzionale il simbolo dell'Fdp». La scheda elettorale tedesca consente infatti due voti: il primo per scegliere il deputato del collegio uninominale, il secondo per determinare proporzionalmente i seggi dei partiti nel Bundestag. È su questo secondo voto che si gioca la composizione del parlamento.

«Senza un buon risultato dei liberali, l'attuale governo di Angela Merkel non ha alcuna possibilità di restare in carica», ha aggiunto il quotidiano berlinese, «e l'unica alternativa praticabile sarebbe quella della grande coalizione con i socialdemocratici». Una vittoria mutilata per la cancelliera che si trova adesso, come ha scritto la Tageszeitung, di fronte a un grave dilemma: insistere con i propri elettori per il doppio voto alla Cdu o provare a prestare una parte del secondo voto agli alleati liberali. Un gioco rischioso, come dimostrato dal disastro regionale di 9 mesi fa in Bassa Sassonia, tanto più che le correzioni alla legge elettorale apportate su richiesta della Corte costituzionale hanno reso la funzione del secondo voto ancora più importante rispetto a 4 anni fa. È per questo che il segretario generale della Cdu, Hermann Gröhe, ha escluso alla Süddeutsche Zeitung «che il suo partito presterà voti ai liberali».

A seguito del risultato bavarese, gli ultimi 7 giorni di campagna elettorale rischiano di trasformarsi in uno scontro all'arma bianca proprio fra gli alleati di governo. I singoli elettori conservatori potrebbero essere tentati di disattendere le indicazioni di partito e votare in seconda battuta l'Fdp per evitare una grande coalizione con l'Spd. E i candidati liberali punteranno proprio su questi timori. Scontrandosi inevitabilmente con la cancelliera, che invece vorrebbe fare il pieno di consensi per trattare dalla maggiore posizione di forza possibile gli equilibri del futuro governo: poco importa che si tratti dell'Fdp o dell'Spd. Tanto più che, dopo il voto di Monaco, dovrà già vedersela con un Csu rinvigorita dal 49% ottenuto a casa sua: un risultato che la Cdu di oggi può solo sognare.

(Pubblicato su Lettera43)

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In parallelo alla campagna elettorale nazionale, si giocava in Baviera la sfida per il rinnovo del governo regionale. Si sta  votando in queste ore, con una settimana di anticipo rispetto al voto federale. E i bavaresi, che costituiscono in Germania una sorta di popolo a parte, sono ovviamente molto più presi dalle vicende di casa propria che da quelle nazionali. I primi dati sull'affluenza hanno evidenziato un sensibile aumento dei votanti (circa il 10 per cento in più) rispetto a 5 anni prima, quando la Csu perse la maggioranza assoluta.

La Baviera è da decenni il dominio incontrastato della Csu, la costola cristiano-sociale e conservatrice del partito di Angela Merkel: due forze vicine e distinte, riunite a Berlino in un coordinamento parlamentare, l'Unione. È stato il feudo di Franz Josef Strauss, il politico più conservatore che abbia mai calcato la scena politica della Bundesrepublik, capo indiscusso della Csu dal 1961 al 1988, anno della sua morte, poi di Edmund Stoiber, oggi di Horst Seehofer, ministro presidente dal 2008.

Sempre un uomo solo al comando, un cristiano-sociale: raramente uno spazio per dualismi, se si eccettua l'eccentricità della capitale Monaco, dal dopoguerra guidata prevalentemente da sindaci socialdemocratici. Dal 1993 governa ininterrottamente Christian Ude, che questa volta sfida Seehofer per la poltrona regionale ma senza chance di successo, come ha confermato l'ultimo sondaggio pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung: Csu al 47%, Spd al 18, Verdi al 12 e la lista civica dei Freie Wähler all'8. Con i liberali presumibilmente fuori dal parlamentino, l'unico interrogativo è se Seehofer riuscirà a riguadagnare per la Csu la maggioranza assoluta, dopo la parentesi del governo di coalizione con l'Fdp. Fra poco più di un'ora, le prime proiezioni scioglieranno il dubbio.

I numeri bavaresi sono da primi della classe: è il Land più vasto della Germania, il secondo più popoloso, il più ricco, quello con meno disoccupati (meno del 4%, statisticamente si parla di piena occupazione), con le scuole e le università migliori, con gli ospedali più efficienti, con le imprese più dinamiche e innovative e con l'agricoltura più moderna. Un idillio con un nome ufficiale che ribadisce la sua specificità: Libero Stato di Baviera. In questo mondo a parte, dove nulla sembra poter funzionare meglio, la campagna elettorale si è concentrata su un'unica questione: l'introduzione del pedaggio autostradale per finanziare il miglioramento delle infrastrutture di trasporto, per troppo tempo trascurate. Seehofer, che conosce bene i suoi polli, ha tirato fuori dal cilindro una proposta che fa a pugni con il diritto europeo, che da queste parti non gode di grande rispetto, almeno finché non si tratta di discutere i sussidi agricoli comunitari: il pedaggio, sottoforma di un contrassegno da applicare sul parabrezza come in Svizzera e in Austria, lo pagheranno solo gli automobilisti stranieri che transitano per le autostrade tedesche.

Una proposta non condivisa dalla cancelliera che ha più volte escluso l'introduzione di un pedaggio sotto un suo governo, ben sapendo che Bruxelles non accetterebbe mai una discriminazione verso altri cittadini dell'Ue, e dunque il contrassegno dovrebbe per forza essere esteso anche agli automobilisti tedeschi. Ma i bavaresi sono cocciuti e Seehofer è il più cocciuto di tutti. In campagna elettorale ha promesso di imporsi come un patriota bavarese nelle future trattative per il governo nazionale.

Già in passato la pressione della Csu è stata decisiva per introdurre le poche riforme di stampo davvero conservatore varate dal governo Merkel nell'ultima legislatura, come il sussidio per l'istruzione in casa dei bambini alle madri che non vogliono mandarli all'asilo. Il partito ha una forte capacità di pressione sull'alleato cristiano-democratico e Seehofer ha già individuato un trucco per far digerire a Bruxelles il contrassegno autostradale per gli stranieri: gli automobilisti tedeschi lo riceveranno automaticamente con il pagamento della tassa annuale sull'auto.

In più, la proposta ha fatto proseliti nel Land confinante del Baden-Württemberg, dove nel consiglio regionale guidato da verdi e socialdemocratici si è formata una maggioranza trasversale favorevole all'introduzione del pedaggio autostradale per gli stranieri. E per Angela Merkel non sarà facile mantenere l'unica promessa fatta esplicitamente agli elettori durante il duello televisivo con Peer Steinbrück.

Quali speranze di suspance può dare una campagna elettorale, quando il principale candidato alternativo al premier in carica non riesce a sfruttare le sue debolezze? Peer Steinbrück (Spd) le sta provando tutte: si è commosso in pubblico accanto alla moglie, ha preso di mira con più decisione la gestione della crisi europea di Angela Merkel, ha richiamato all'ordine lo sfuggente segretario del suo partito, ha cambiato portavoce dopo le gaffe collezionate nei mesi passati. È pure riuscito a strappare un breve incontro a quattr'occhi con Barack Obama il 19 giugno a Berlino, rodendosi il fegato poi qualdo la cancelliera, in diretta televisiva, si è presentata in mezzo alla Pariser Platz scortata a sinistra dal sindaco socialdemocratico Klaus Wowereit e a destra dal suo illustre ospite americano. Casualità del protocollo?

Ora l'Obamamania è passata e la politica berlinese, per 4 giorni completamente assorbita dall'evento, torna a tuffarsi nella campagna elettorale. Mancano tre mesi al voto, quelli decisivi, in cui gli elettori scelgono veramente per quale partito votare. Domenica 23 giugno le due forze democristiane, Cdu e Csu, riunite nel rassemblement dell'Unione hanno licenziato il programma elettorale, un appuntamento importante nella politica tedesca basata su partiti che mantengono un ruolo fondamentale di indirizzo dell'azione pubblica: 125 pagine ricche di proposte e promesse che hanno ricevuto il sigillo finale dai leader dei due partiti gemelli (Angela Merkel e Horst Seehofer) non, come avvenuto in passato, nella sede centrale della Cdu ma nelle sale panoramiche dell'Humboldt Box, la struttura provvisoria che domina il cantiere da cui sorgerà il vecchio castello del Kaiser riprogettato dall'architetto italiano Franco Stella.

Un programma di cui si sapeva già molto, dopo che la cancelliera aveva anticipato un paio di settimane fa i punti elettoralmente più allettanti. Una serie di misure di spesa che i quotidiani economici hanno valutato intorno ai 28 miliardi di euro e che avvicinano il piano dei conservatori a quello dei concorrenti socialdemocratici, almeno sul lato delle uscite: introduzione del salario minimo per legge, freno all'aumento indiscriminato degli affitti, aumento del contributo per l'educazione a casa dei figli, pensione per le mamme, finanziamenti per la costruzione di nuove strade e scuole. È il paradosso di una Merkel che in Europa non deflette dalla linea di austerità proposta agli Stati in crisi e a casa propria non disdegna di aprire i cordoni della borsa, anche a costo di pregiudicare l'equilibrio dei conti interni.

Gli unici ad aver espresso critiche aperte al programma cristiano-democratico sono stati i liberali, alla faticosa ricerca di un profilo più netto per recuperare il consenso perduto e superare la soglia di ingresso al Bundestag del 5%. I mugugni della cosiddetta corrente economica della Cdu sono invece rimasti sottotraccia: la campagna elettorale impone l'immagine di un partito unito e per nessun motivo la cancelliera vuole che si replichi quanto avviene nel campo socialdemocratico, dove le ultime schermaglie fra candidato e segretario hanno rimesso il piombo nelle ali di Steinbrück.

Ma c'è un motivo ben preciso per cui la componente liberista del partito terrà la bocca chiusa e lo ha spiegato senza troppi riguardi il presidente del consiglio economico della Cdu, Kurt Lauk: «Non credo proprio che queste promesse verranno mantenute dopo il voto. Si tratta di annunci puramente elettorali che servono a prendere voti, ma non è mai accaduto che un programma di governo si sia basato sui programmi elettorali. È una cosa che gli elettori sanno bene per esperienza».

Se voleva essere un colpo basso contro una cancelliera ormai padrona assoluta del partito, il missile rischia di mancare l'obiettivo. «L'assenza di dibattito attorno al programma elettorale si adatta perfettamente allo stile di Angela Merkel», ha osservato il settimanale progressista Die Zeit, «e nell'Unione ha tradizionalmente sempre prevalso un atteggiamento pragmatico: fintantoché alla cancelliera arriderà il successo, i suoi critici resteranno indifferenti». Al limite si lasceranno scappare una battuta maligna, come nel caso di Lauk.

Difficile però che la Spd riuscirà a sfruttare questa debolezza dell'avversaria. I sondaggi continuano a essere molto favorevoli al partito di Merkel e le percentuali assegnate dai principali istituti demoscopici si differenziano solo di pochi decimali. Mancano tre mesi decisivi, ma al momento l'unica incertezza sembra essere legata al partito che accompagnerà la Cdu al governo per i prossimi 4 anni: ancora i liberali, qualora alla Fdp riesca una clamorosa rimonta, o una nuova Grande coalizione con i socialdemocratici, oppure la novità di un'alleanza verdi-conservatori, mai sperimentata a livello nazionale. Tante opzioni per una sola donna al comando, che ha anche cancellato dal programma la precisa indicazione di una coalizione preferita: mani libere.