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Articolo di Pierluigi Mennitti

L'ultima tegola caduta sulla testa di un politico ungherese ha coinvolto il capo dello Stato Pal Schmitt. L’ex campione olimpico di scherma è accusato di aver plagiato la propria tesi di dottorato, una dotta dissertazione sui programmi dei giochi olimpici nei tempi moderni, presentata 20 anni fa ottenendo il massimo dei voti e la lode: 180 delle 250 pagine del lavoro sarebbero state riprese, parola per parola, da uno studio del 1987 dello scienziato bulgaro Nikolai Georgijew, tradotto poi in francese e catalogato nella biblioteca del museo dei giochi olimpici di Losanna. Ancora un politico sedotto dal fascino accademico, uno scandalo di tipo tedesco.

Ma con i chiari di luna che vive Budapest, c'è da scommettere che questo scivolone passerà in secondo piano e non avrà l'eco e le conseguenze che in Germania hanno coinvolto l'astro nascente della Csu (Unione cristiano sociale) bavarese Karl-Theodor zu Guttenberg. Gli ungheresi hanno altro a cui pensare. Quella che un tempo fu la locomotiva del lungo treno di Paesi riemersi dall'era glaciale sovietica si ritrova ancora una volta con i motori in panne. Due crisi, aggrovigliatesi l'una sull'altra, hanno messo i fieri magiari all'angolo del ring europeo. Quella politico istituzionale, determinata dalla volontà del premier conservatore Viktor Orban di varare una nuova costituzioneche riscrive i connotati dello Stato, cancellando per sempre le tracce dell'esperienza socialista e costruendo sembianze tutte nuove, in sintonia con il sentimento nazionalista che ispira il suo Fidez, il partito di maggioranza assoluta. E quella economica, che di fatto attanaglia il Paese da un decennio, ma negli ultimi tre anni si è fatta più dura, tanto che - dal 2008 - l'Ungheria balla sul ciglio del disastro, aggrappandosi ora al Fondo monetario internazionale (Fmi), ora all'Unione europea (Ue) e qualche volta illudendosi di potersi aggrappare a se stessa.

Le due crisi s'incrociano, si sovrappongono, si inseguono alimentandosi a velocità impazzita una con l'altra. All'inizio dell'anno, con l'entrata in vigore della nuova magna charta, quella istituzionale aveva preso il sopravvento, con le critiche puntuali dei vertici di Bruxelles e le manifestazioni di piazza di un'opposizione rediviva ma incapace di capitalizzare politicamente il dissenso crescente. Ma è l’intero complesso legislativo varato negli ultimi tempi dal governo che non piace all’Unione. Al di là delle formulazioni teoriche della costituzione, della storia riscritta sul canovaccio di un nazionalismo religioso, l'Ue aveva puntato il dito su tre punti molto concreti: limitazione dell'autonomia della banca centrale, vincoli alla Corte costituzionale e ingerenza nel sistema giudiziario. Sotto accusa, il tentativo di smantellare la tripartizione del potere e di minacciare la tenuta della democrazia magiara. Ora è tornata in primo piano quella economica, dopo che il premier aveva tentato di sganciarsi dai pesanti condizionamenti degli organismi internazionali corsi in aiuto in cambio di politiche di risparmio tanto impopolari quanto recessive. Ma a camminare sulle proprie gambe l'Ungheria non ce la fa più, il tentativo di mandare tutti a quel paese e puntare sul nazionalismo economico si è rivelato un'illusione populista. La crisi è tornata a mordere affondando gli incisivi nelle carni molli di un Paese sfiancato.

I rendimenti dei titoli di Stato sono schizzati ai massimi storici, l'asta dei Bond di inizio gennaio è stata un fallimento, il fiorino è precipitato ai minimi sull'euro, i cds (i contratti di riassicurazione in caso di fallimento) hanno toccato quota 745, lo spread fra i titoli ungheresi e quelli britannici viaggia a quota 750. Più in là c'è solo il default, il crack finanziario che rischia di travolgere anche i Paesi vicini, le cui banche sono esposte sul fronte magiaro. L'Austria può perdere la tripla A nelle valutazioni delle agenzie di rating, l'Italia trema con le esposizioni di Sanpaolo e Unicredit, in Germania la bavarese BayernLB già si lecca le ferite sul bilancio del 2011. Così il governo è tornato sui suoi passi, ha chiesto di nuovo l'aiuto di Fmi e Ue, si è detto disponibile a riprendere il percorso stretto del risanamento che voleva abbandonare. Solo che i prestatori di denaro non si fidano più e pongono condizioni più stringenti per riaprire i cordoni della borsa. Una su tutte: rivedere la norma costituzionale che limita l'indipendenza della Banca centrale. I colloqui sono ripartiti e con essi le trattative. Ai toni di sfida delle settimane precedenti, si sono sostituite parole di accomodamento. Il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso, si è detto certo che l'Ungheria recepirà le richieste di Bruxelles e Washington, Viktor Orban ha assicurato che «se serve, si potrà cambiare anche la legge sulla banca centrale». Per venerdì 20 gennaio è previsto un incontro tra il commissario Ue per gli affari economico-finanziari, Olli Rehn, e il ministro delle Finanze ungherese Gyorgy Matolcsy. Nel frattempo, la commissione si cautela e prepara un procedimento legale contro Budapest che verrà formalizzato martedì 17 gennaio.

Nel mirino, le leggi sulla banca centrale, sulla giustizia e sulla tutela dei dati personali. Tre normative che cozzano con il trattato europeo di Lisbona. Se il governo non le abolirà o non le cambierà in maniera sostanziale, scatteranno le misure sanzionatorie, una multa assai salata: «Ora la palla è nel campo ungherese», ha detto laconicamente una portavoce della commissione. Intanto, i mercati hanno rifiatato e la tensione si è allentata. «L'Ungheria non è paragonabile alla Grecia», ha osservato Peter Brezinschek, responsabile dell'area ricerche dell'austriaca Raiffeisen, «la sua economia è tuttora concorrenziale e ci sono tutti i presupposti per tenere sotto controllo il debito pubblico, oggi al 77% del Pil. Il Paese ha bisogno di riforme strutturali, ma deve introdurle non solo annunciarle».

Il responsabile di questo avvitamento è Viktor Orban, il leader che un anno e mezzo fa aveva sbancato le urne, assicurandosi una maggioranza di due terzi che lo aveva illuso di poter forzare la mano. L'uomo che gli avversari considerano né più né meno che un aspirante dittatore e che le opinioni pubbliche europee paragonano a un pericoloso avventuriero, ha in verità una storia più complessa alle spalle, non troppo diversa da quella di molti leader conservatori europei di questi tempi. Nato come liberale innovatore, ha abbracciato nel decennio passato la visione di un conservatorismo intriso di pulsioni nazionaliste, ancoraggi religiosi, populismo economico, individuando un vuoto politico da colmare nel quale ha trovato sintonia con una borghesia sfiatata, appagata da un relativo benessere ma spaventata dalle sfide contemporanee.

Non è una storia avulsa dall'Europa, come i suoi critici amano far credere. Al contrario, Orban ha interpretato un fenomeno assai diffuso in questo spicchio di vecchio continente che con vezzo letterario amiamo chiamare Mitteleuropa. Vaclav Klaus a Praga, e prima ancora Jörg Haider a Vienna, i gemelli Kaczynski a Varsavia e, sul lato opposto dello spettro politico, Robert Fico a Bratislava, hanno virato sul terreno del nazionalismo populista, declinandolo ora a sinistra, più spesso a destra. Il mondo dei piccoli Stati nel cuore dell'Europa, scongelato dopo i 45 anni di fratellanza realsocialista, si è ritrovato a fare i conti con i fantasmi non rielaborati della prima metà del secolo. Polacchi contro tedeschi, cechi contro slovacchi, baltici contro russi, sloveni contro croati, ucraini contro se stessi e ungheresi contro tutti. L'Europa occidentale si è allargata con i suoi conflitti stemperati dal balsamo di mezzo secolo di pace e di destino comune e si è ritrovata spiazzata dalle memorie antiche dell’Est. In più Orban ha un problema tutto suo, interno all'Ungheria: l'ascesa degli estremisti dello Jobbik, la formazione xenofoba e neonazista che concorre alla sua destra, usando un linguaggio ben più duro e spregiudicato.

Così, l'Ungheria odierna sembra la brutta copia del Paese dolce, attraversato dal Danubio, che aveva ammaliato gli europei. Il Paese immaginato da Orban tenta di mettere le briglie alle squadracce che battono i paesini della Pannonia facendo giustizia sommaria dei capri espiatori di sempre, i rom, e tiene bordone al sindaco di Budapest, che ha pensato di risolvere il problema dei senzatetto emanando un regolamento che vieta loro di dormire nei cortili o negli androni dei palazzi, destinando alle calende greche la costruzione dei dormitori pubblici. Più repressione che assistenza, più egoismo che solidarietà. È lo smottamento di un Paese ritrovatosi in prima fila nell'anno magico del 1989 e poi adagiatosi su se stesso, sulla sua superiorità. Il simbolo delle occasioni perdute lo si ritrova 100 chilometri a Sud di Budapest, dove la pianura si apre al mare interno del Balaton. Qui, negli anni Settanta, ci venivano in vacanza i tedeschi dell'Est e dell'Ovest a riannodare destini familiari tranciati dal muro di Berlino e ad assaporare atmosfere vagamente mediterranee.

Più tardi arrivarono i latin lover italiani, orfani dei fasti della riviera adriatica, alla ricerca delle prime avventure oltrecortina. Quando cadde il muro e l'Europa tornò unita, il Balaton doveva diventare il luogo di vacanze della nuova borghesia Est europea. Ma le infrastrutture alberghiere sono rimaste quelle dei tempi del socialismo, il modello della vacanza tutto compreso non ha funzionato più e la nuova autostrada che lo collega alla capitale ha velocizzato la discesa di tedeschi, cechi, baltici e polacchi verso i lidi mediterranei della Croazia, più economici, moderni e di tendenza. Il Balaton è diventato una macchia azzurra che scivola tristemente dai finestrini delle auto. È a questo declino che l'Ungheria è chiamata a sfuggire. Ha ancora le carte in regola per provarci, ma è una sfida che va al di là dei prossimi prestiti finanziari del Fmi, che forse arriveranno col contagocce, seguendo la tempistica delle revisioni legislative del governo. La domanda è se questa classe politica sia all'altezza del compito. Ma, anche in questo, la questione ungherese non è un'eccezione europea.

(Lettera 43)

Quale Angela Merkel, e di conseguenza che tipo di Germania, si trovano di fronte Mario Monti e l'Italia? Il vertice a tre di Strasburgo fra il primo ministro italiano, il presidente francese e la cancelliera tedesca, è cascato nel pieno della crisi finanziaria che, dopo aver colpito uno dopo l'altra le economie indebitate dell'Europa meridionale, investe adesso il cuore stesso del continente e minaccia l'esistenza dell'euro.

Il dibattito sulle misure che potrebbero allentare le pressioni dei mercati si è trasformato in uno scontro. Dal ruolo della Banca centrale europea, il conflitto si è spostato negli ultimi giorni sulla proposta del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso di introdurre gli Eurobond, ipotesi da sempre invisa ai tedeschi. Nel dibattito sulla legge di bilancio al Bundestag, il giorno prima del vertice, la cancelliera ha ribadito un'opposizione che, nonostante le blande disponibilità dei giorni scorsi, appare sempre più definitiva. Angela Merkel ha ripetuto davanti ai deputati che l'invenzione di obbligazioni comunitarie è un'idea che non può funzionare e ha invece sottolineato l'obiettivo di apportare limitate modifiche ai trattati europei per rafforzare il controllo sulle regole di stabilità dell'euro, la necessità di raggiungere misure coordinate per la ricapitalizzazione delle banche e il rapido rafforzamento del fondo di stabilità Efsf.

Se mai l'idea degli Eurobond dovesse far breccia nel nuovo muro di Berlino, questo avverrà solo dopo che saranno stati trovati e applicati meccanismi in grado di controllare le politiche economiche e finanziarie degli Stati europei, e in particolare di quelli meno virtuosi. Ma il quadro che offre la Germania è meno monolitico di quel che appare e assai più frastagliato. Anche sul piano parlamentare, dove la posizione granitica della Merkel è stata criticata dal leader dell'opposizione socialdemocratica, Sigmar Gabriel, su due piani. Quello esterno, sul quale l'Spd ha accusato la cancelliera di giocare con il fuoco e di spingere i Paesi indebitati dell'Eurozona a una guerra su due fronti: da un lato pretendendo una dura politica di risparmio, dall'altro impedendo che questi stessi Stati possano accedere a tassi più corretti per i crediti. E quello interno, rimproverando il fatto che il governo tedesco rifiuti nella propria politica di bilancio di fare quel che richiede agli altri Paesi, cioè risparmiare: invece di pensare a consolidare il debito, la maggioranza vuole varare il taglio delle tasse.

Delusioni inattese sono arrivate anche dai mercati.  Il 23 novembre la Bundesrepublik ha sperimentato quel che finora era capitato solo agli Stati indebitati. Nell'asta dei Bund decennali non è stato raggiunto il volume previsto dei 6 miliardi di euro e il 35% delle emissioni non ha trovato alcun interesse da parte degli investitori. Uno choc che ha spaventato i tedeschi, finora convinti di poter restare al riparo dei marosi finanziari: «È estremamente preoccupante che l'economia più affidabile d'Europa non sia riuscita a finanziare il volume preventivato», ha detto Ralf Umlauf, analista di Helaba, «si è trattato di un voto di sfiducia nei confronti dell'euro». E John Davis della banca WestLB ha aggiunto: «È il segnale che la crisi dell'euro ha ormai raggiunto anche la Germania».

E la stampa riflette una situazione sempre più apprensiva e caotica. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha preso di petto frontalmente il presidente della Commissione europea, dopo aver nei giorni scorsi invitato la Merkel a considerare l'opportunità degli Eurobond: «L'unico vero interesse di Barroso, con le sue proposte, è quello di riacquistare visibilità sul piano europeo e di recuperare l'importanza perduta negli ultimi anni, da quando la crisi finanziaria ha proiettato in primo piano i leader nazionali, oscurando il ruolo della Commissione». La Süddeutsche Zeitung ha supportato le resistenze del mondo tedesco verso una maggiore condivisione degli sforzi anti-crisi: «I trattati europei proibiscono a ragione che gli Stati siano garanti assieme per i debiti. Ogni unione monetaria soffre di un problema di fondo: la moneta unica alletta i fabbricatori di debito, perché i governi nazionali non scontano le conseguenze di cattive politiche economiche e ne riversano il peso sugli altri Stati. E gli Eurobond accrescono questa irresponsabilità, trasformando l'Europa in un Casino Royal. La Germania correrebbe il rischio di dover pagare tassi più alti per i propri crediti e di dover concedere una responsabilità senza limiti per quelli altrui».

Tra i grandi giornali, solo lo Spiegel si è staccato dal mantra teutonico e in un commento affidato a Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times, ha sostenuto che la politica dovrebbe riprendere in mano le redini della gestione della crisi, ma cambiando il canovaccio interpretativo degli eventi: «In Germania sono prevalse due curiose bugie che a furia di essere ripetute sono divenute credibili per tutti, anche per gli altri governi europei.

La prima bugia riguarda la causa della crisi, che non è la cattiva gestione dei bilanci pubblici, pratica che di fatto ha riguardato la sola Grecia, ma gli indebitamenti privati che hanno scatenato la crisi bancaria del 2008 e trasferito il peso sulle casse pubbliche. La seconda bugia riguarda l'inflazione, lo spettro che dagli Anni 30 insegue i tedeschi. Ma non fu l'inflazione a favorire l'ascesa di Hitler, quanto la deflazione che ne seguì ed è questo il vero pericolo che bisognerebbe evitare».

La conclusione cui è giunta lo Spiegel - che in un altro articolo paventa anche l'isolamento della Germania e la nascita di un'alleanza italo-francese sugli Eurobond, sostituendo il termine in voga nelle ultime settimane di Merkozy con quello di Sarkonti - prospetta tutta un'altra strada per uscire dalla crisi rispetto a quella proposta dal governo Merkel: «Non comprendere le cause della crisi significa non trovare gli strumenti per risolverla. Le sole politiche di risparmio e anche le riforme strutturali non saranno sufficienti. La depressione è talmente progredita che senza la Bce e pure senza gli Eurobond nulla funziona più. Il pessimismo deriva però dal fatto che la politica ha poco tempo per cambiare registro, uno, forse due mesi. Ma se non cambia la narrazione della crisi, difficilmente se ne trattanno le conseguenze corrette».

(Elaborazione e aggiornamento di un articolo pubblicato su Lettera43)

Nuove preoccupazioni accompagnate da un tonfo alla Borsa di Francoforte nella seduta del 22 novembre per la Commerzbank, la seconda banca tedesca, in parte statalizzata dopo la crisi finanziaria del 2008. «Secondo indiscrezioni raccolte in ambienti finanziari, la Commerzbank avrà bisogno di molti più capitali rispetto a quello che era stato preventivato per centrare il target di Core Tier 1 al 9% entro giugno 2012», ha scritto l'Handelsblatt.

La nuova cifra che è circolata potrebbe aggirarsi attorno ai 5 miliardi di euro e l'indicazione proverrebbe da un rapporto interno degli analisti della banca. «Questa ipotesi», ha proseguito il quotidiano di Düsseldorf, «diventerebbe realtà nel caso in cui le autorità di controllo bancario europeo dell'Eba dovessero portare avanti il piano di imporre requisiti patrimoniali più severi per gli istituti di credito, per accrescere le difese contro ulteriori tempeste finanziarie».

La notizia si è sparsa velocemente sui mercati e gli operatori di Borsa, di questi tempi estremamente sensibili, hanno punito il titolo di Commerzbank che ha ceduto quasi il 10%, toccando il valore negativo record di 1,2180 euro. L'Handelsblatt ha poi spiegato: «Sulla base dei dati riferiti al secondo trimestre, la banca tedesca aveva stimato un fabbisogno di capitale attorno ai 2,9 miliardi di euro. Ma i dati del terzo trimestre hanno peggiorato la situazione, facendo registrare una perdita di ulteriori 700 milioni di euro, anche se non è chiaro fino a che punto questa perdita abbia inciso sul nuovo calcolo del fabbisogno di capitale».

L'organo di controllo europeo Eba ha da tempo annunciato di voler richiedere un nuovo aumento del capitale delle banche del continente, una misura che rischia di creare enormi problemi a molti istituti. La Germania, assieme ad altri Paesi, sta cercando di opporre resistenza. «I governi europei intendono in questo modo ristabilire la fiducia degli investitori internazionali verso questo settore particolarmente colpito dalle crisi finanziarie degli ultimi anni», ha ripreso ancora il quotidiano economico, «dal momento che gli istituti di credito soffrono per aver sottoscritto in maniera massiccia le obbligazioni statali di molti Paesi europei. Una condizione che si riflette nell'assottigliamento del loro tetto di capitale. Nel settore, tuttavia, l'azione dell'Unione Europea si scontra con violente critiche, perché l'aumento di capitale preteso andrebbe ben oltre le nuove richieste del regolamento internazionale di Basilea III».

Nei corridoi dell'Eba, si sussurra che le cifre allo studio non sono ancora definitive, e tutto quel che finora è trapelato ai mass media è frutto di supposizioni e interpretazioni. Ma l'agenzia di stampa Reuters è venuta a conoscenza della cifra che racchiuderebbe il fabbisogno di capitale di tutte le grandi banche tedesche: più di 10 miliardi di euro. La Commerzbank, che di tutte le grandi banche ha le necessità maggiori, non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa. «Con l'aumento del fabbisogno di capitale è cresciuta anche la pressione nei confronti del capo dell'istituto Martin Blessing», ha concluso l'Handelsblatt, «che aveva legato il proprio destino personale alla scommessa di coprire il buco bancario entro la metà del 2012, senza dover ricorrere ancora una volta all'aiuto dello Stato».

Un aiuto che Commerzbank era stata costretta a chiedere dopo la crisi finanziaria del 2008, restituendo poi allo Stato negli anni successivi una parte del prestito ottenuto.
Il consiglio di amministrazione ha promesso di raggiungere l'obiettivo riducendo in prima linea il rischio di bilancio attraverso la sottoscrizione di capitale, poi bloccando la nuova attività della finanziaria immobiliare Eurohypo, infine diminuendo il raggio di concessione dei crediti a lunga scadenza, che saranno affidati solo a quelle attività che hanno a che fare con i mercati tedeschi e polacchi, che rappresentano il core-business dell'istituto. Ma molti analisti finanziari ritengono che anche i Länder e i Comuni tedeschi dovranno mettere in preventivo un drastico taglio nella concessione dei crediti.

(Pubblicato su Lettera43)

“La crisi non c’è, ci sono solo problemi economici che si possono risolvere”, queste le parole tranquillizzanti del vice primo ministro Anatoli Tosik in Parlamento. La linea è quella del presidente Alexander Grigoryevich Lukashenko: il Paese non va a rotoli, c’è solo qualche meccanismo da aggiustare per risollevare le sorti dell’economia. In realtà dopo oltre tre lustri al potere e la congiuntura economica disastrosa un po’ dappertutto, il capo di Stato ha poco da sorridere, tra l’inflazione alle stelle e il crollo del rublo. Per Tosik però non c’è davvero da preoccuparsi e “la Bielorussia dispone del potenziale necessario per raggiungere gli obiettivi prefissati”. Secondo il vice premier il reddito medio a settembre 2011 è stato di 260 dollari, il 73% in più rispetto all’anno precedente.

Le cifre che arrivano da Minsk sono sempre da prendere con le molle, ma è certo che la capitale in questo ottobre 2011 non dà l’impressione di essere troppo sotto pressione. Supermercati e locali pieni, la gente compra ogni cosa, auto e bus in circolazione in gran parte non più vecchi di dieci anni, niente code alle pompe di benzina. Ora. La crisi c’è, ma è insomma ben nascosta. La svalutazione si mangia però stipendi e i prezzi salgono, con il rischio che prima o poi il castello di Lukashenko si dissolverà davvero.

A dare un po’ di fiato al sistema saranno le privatizzazioni annunciate e i miliardi che arriveranno dalla Russia. Gli aiuti dell’Unione Europea sono congelati, così come quelli del Fondo Monetario Internazionale, ma anche qui è una questione di tempo. Quando le maglie del regime si allargheranno un po’, allora accadrà lo stesso alle sanzioni: un elastico visto già nel passato nel gestire il quale il capo dello Stato è un maestro.

La situazione è insomma grave, ma se Lukashenko continuerà a garantire una certa stabilità non ci saranno sconvolgimenti sul breve periodo. Scenari rivoluzionari sul modello nordafricano non sono certo graditi a Minsk, nemmeno però di questi tempi a Mosca o a Bruxelles. Dal lato russo il Cremlino punta sull’intensificazione dei rapporti all’interno dell’Unione euroasiatica, lasciando aperte le opzioni per gli scenari interni, dall’altro l’Unione Europea ha altre gatte da pelare, a partire dall’euro per finire ai rapporti tesi con l’Ucraina. Alexander Grigoryevich può starsene tranquillo ancora per un po’.

(Russia Oggi)

Il Pireo, tra scioperi, declino e penetrazione cinese. Uno dei grandi simboli della crisi greca.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

S’è ripreso a lavorare, giù al porto. Comandanti, primi e secondi ufficiali, nostromi, carbonai e mozzi sono tornati alle loro postazioni. Sui moli è ricominciato il solito trambusto. Il traffico, in entrata e in uscita, è nuovamente intenso. Come sempre. I traghetti sciabordano, le loro ciminiere sputacchiano nuvoloni di gasolio. L’impasto tra carburanti e salsedine ha ridato all’aria la classica, sgradevole viscosità. Fino a lunedì, però, la porzione del Pireo deputata al traffico passeggeri è stata la pallida copia di se stessa. Lo sciopero dei marittimi, durato la bellezza di otto giorni e indetto a causa – manco a dirlo – delle politiche draconiane imposte dal governo sotto dettatura bruxellese, ha inchiodato le imbarcazioni ai moli e imposto all’infrastruttura, terza al mondo e prima in Europa per volume di passeggeri, una lunga pausa.

A visitarlo di domenica, nell’ultimo giorno di agitazione, lo scalo ateniese sembrava un cimitero di traghetti. All’interno dell’area portuale, grande silenzio e qualche comparsa. C’erano quelli che il porto ce l’hanno nel sangue e non possono farne a meno: gli anziani che confabulano e i pescatori senza pretese, alcuni armati di canna e altri di togno (lo strumento intorno al quale chi pesca senza canna avvolge il filo di nylon). C’erano delle famiglie, uscite dalla funzione domenicale nella chiesa di Aghios Nikolaos (San Nicola), a passeggio sulle banchine. Ma c’era anche chi al porto ci si è dovuto inevitabilmente fermare, come Philippe e Max, due pompieri francesi, annoiati a morte. «Saremmo dovuti andare a Creta per un’esercitazione congiunta con i colleghi greci. Invece siamo qui, da giorni, impotenti. Mangiamo, beviamo, dormiamo. Alternative non ne abbiamo». «A scioperare sono solo i marittimi. I portuali, gli ormeggiatori e gli altri che lavorano a terra, in questi giorni non hanno incrociato le braccia. Però è come se l’avessero fatto. Se i traghetti restano ancorati non hanno nulla da fare. Quindi sono rimasti a casa», ci ha spiegato un agente alla caserma della polizia marittima, prima di scagliarsi contro il governo Papandreou, l’Europa, la finanza volatile e tutto quanto il resto, in una filippica serratissima.

Lo sciopero ha tenuto fermi anche gli operatori delle biglietterie delle compagnie navali. «Noi delle biglietterie non siamo in agitazione. Ma molte compagnie, visto che è tutto bloccato, hanno preferito tenere a riposo i dipendenti, concedendo dei giorni di ferie e risparmiando un po’ di soldi, visto che lo sciopero ha causato loro importanti perdite», ha riferito un’impiegata della Blue Star, tirando fuori la testa dalla finestrella del suo gabbiotto, uno dei pochissimi aperti. Clienti zero, comunque.

Le compagnie di navigazione, in effetti, c’hanno rimesso parecchio. «Tutti questi giorni di sciopero hanno significato migliaia di rimborsi per i passeggeri e migliaia di euro in fumo». Così Sophia, dipendente di un’agenzia turistica situata nei pressi della stazione della metropolitana. Niente passeggeri, niente turismo. Con i tempi che corrono, rinunciare alle entrate generate dal flusso di villeggianti, preziose come l’oro, fa male. Le isole, poi, come ha registrato il quotidiano Ekhatimerini, sono a corto di rifornimenti. Senza contare che non è la prima volta, da quando la crisi ha aggredito il paese, che il Pireo s’inceppa. Le statistiche dell’autorità portuale, relative al 2010, indicano che l’anno scorso, rispetto al 2009, c’è stato un calo, a livello di passeggeri, pari al 5,96%. Il prossimo bollettino dovrebbe essere ancora peggiore. L’unica eccezione della otto giorni di sciopero è stata quella della navi da crociera. I bestioni della Msc, della Costa e della Louis hanno continuato a entrare e uscire dal porto, scortati delle navi pilota con i loro equipaggi, in via eccezionale al lavoro.

Scenario diverso, invece, quello nella parte occidentale del Pireo, situata nel sobborgo di Keratsini e destinata alle operazioni delle navi merci. Lì non s’è scioperato e gru, muletti e macchinari vari hanno scaricato e caricato container dai e sui cargo. Ma a Keratsini, un immenso complesso infrastrutturale, con due spiazzi giganteschi pieni di automobili giapponesi e coreane non immatricolate, pronte a entrare nel mercato europeo, tira ancora aria di tempesta. Il punto è che i portuali non hanno digerito l’arrivo di Cosco, colosso cinese dei trasporti marittimi, che s’è presa in affitto per 35 anni un intero settore dello scalo di Keratsini, tramite un contratto dal valore di cinque miliardi di euro e l’impegno a costruire un nuovo molo. L’accordo, stabilito nel 2006 dal governo conservatore di Kostas Karamanlis, ha portato il sindacato portuale a organizzare scioperi a catena contro la privatizzazione del Pireo e il “modello cinese” del lavoro (importante la diminuzione del traffico merci), fino a quando, nell’autunno del 2009, l’esecutivo Papandreou ha negoziato nuovi termini, con nuove garanzie.

Eppure i lavoratori e le loro organizzazioni continuano a guardare con ostilità Cosco, che, stando a quanto ha riportato la testata americana National Public Radio (Npr) in un’approfondita inchiesta dello scorso luglio, non ammette la presenza di sindacati tra i suoi dipendenti greci, pagherebbe salari dimezzati rispetto alla media greca e imporrebbe turni lunghissimi, senza per giunta riconoscere gli straordinari. Il numero uno di Cosco, Wei Jiafu, ha più volte smentito queste storie, tenendo a precisare che non uno dei suoi dipendenti greci ha mai incrociato le braccia. La cosa non ha tuttavia rassicurato Nikolaos Georgiou, a capo del sindacato dei portuali, il quale ha spiegato, alla Npr, che il timore è che il modello cinese dell’impiego s’affermi anche tra le altre corazzate commerciali che operano a Keratsini. Mente i giornali dicono che Pechino sta usando il Pireo come l’hub da cui spedire, in tutt’Europa, le sue merci. «Paccottiglia a basso costo», le ha definite Gilda Lyghounis, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso da Atene.

Scioperi, stipendi decurtati e calo del traffico nel settore dei traghetti, grosse preoccupazioni in quello dei cargo. La crisi greca s’allunga, insidiosa, anche sulle banchine del Pireo. Gli unici che sul mare e sui porti non sembrano risentire delle turbolenze sono gli armatori, il cui fatturato, grazie a una pioggia fitta di commesse dall’estero, è in aumento, in controtendenza rispetto ai tempi che corrono. Può aiutare, questo, la Grecia a rialzarsi? Difficile. Gli armatori hanno gli uffici al Pireo, con la Grecia hanno poco a che fare. «Sono, in larghissima parte, operatori economici internazionali. Le loro navi sono iscritte ai registri navali di altri paesi, i loro equipaggi sono in prevalenza formati da stranieri. La marina mercantile greca – ragiona Alessandro Napoli, esperto di affari economici internazionali che ha vissuto e frequentato a lungo il paese ellenico – è una delle più grandi al mondo, ma in sostanza non è greca. Quindi, allo stato, in termini di tasse, entra poco o nulla».

(Radio Europa Unita)