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Alla fine si è scoperto. I responsabili della strage alla maratona di Boston, nella quale il 15 aprile sono morte tre persone, erano con ogni probabilità due giovani fratelli ceceni: 19 e 26 anni, studenti negli Stati Uniti. Il terrorismo ceceno e caucasico, a lungo confinato nei confini dell’ex Unione sovietica, sembra dunque aver preso la rotta atlantica. Certo, sono ancora tutti da scoprire e analizzare i potenziali legami dei fratelli Tsarnaev con i gruppi estremisti che militano in Cecenia, Inguscezia e nelle altre regioni musulmane nella periferia inquieta russa. Ma si tratta comunque della prima volta in cui il terrorismo di matrice jihadista, nel corso dell’ultimo decennio attivo solo Mosca e dintorni, sceglie come bersaglio il lontano Occidente, la culla della democrazia. Trasformando così la questione del terrorismo fondamentalista nelle repubbliche dell’ex Urss in un problema internazionale.

Da tempo il Caucaso russo è diventato una polveriera in cui ribollono le istanze indipendentiste che dopo il crollo dell’Urss hanno portato ai due conflitti in Cecenia (1994-1996 e 1999-2000) e allo stato di guerriglia permanente che ancora adesso attraversa l’intera regione. Non solo. Qui fermentano anche gli spiriti più pericolosi della guerra santa, incitati dal nemico numero uno del Cremlino Doku Umarov che vuole installare un califfato nelle montagne del Sud della Russia. I collegamenti con il network di al Qaeda, dall’Afghanistan all’Arabia Saudita, denunciati lungamente da Mosca, sono in realtà rimasti una questione esclusivamente russa, almeno fino a oggi.
Gli attentati avvenuti nell’ultimo decennio (ultimi in ordine di tempo quello della metropolitana di Mosca nel 2010 e quello all’aeroporto di Domodedovo nel 2011, entrambi con circa 40 vittime), il sequestro al teatro Dubrovka (2002, 130 morti), gli aerei esplosi nel 2004 (80 morti), il massacro di Beslan (oltre 300 vittime) sono stati classificati in Occidente come una faccenda interna, un duello tra il Cremlino e le forze indipendentiste. Ma in realtà contenevano già i germi di un contagio al di là dei confini russi.

I leader della guerriglia cecena, da Ibn al Khattab (ucciso nel 2002, arrivato dall’Arabia Saudita per combattere i russi in Afghanistan e poi spostatosi in Cecenia) a Shamil Basaev (originario della Cecenia, ucciso nel 2006) fin dagli Anni 90 furono sospettati di avere connessioni internazionali che arrivavano sino a bin Laden. Oggi il loro erede è Doku Umarov, autonominatosi emiro del Caucaso nel 2007: solo dal 2011 però il comitato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite l’ha messo nella lista degli affiliati ad al Qaeda. Di Umarov sono noti sono i suoi rapporti con l’Imu (Islamic movement of Uzbekistan), gruppo terroristico che ha operato in varie repubbliche dell’Asia centrale, e con altre organizzazioni attive dentro e fuori il Caucaso.
La rivendicazione della strage di Domodedovo nel 2011 è avvenuta con un video in cui non solo Umarov accusava la Russia per l’oppressione dei musulmani, ma prendeva di mira anche gli Stati Uniti, descritti come «regime satanico» e forza occupante in Paesi islamici.

Insomma, vista da Mosca, era solo una questione di tempo perché si materializzasse altrove un incubo che la Russia sta vivendo da un paio di lustri. Se negli Anni 90 il terrorismo era davvero una battaglia tra uno Stato che si stava sgretolando - l’Urss - e gruppi che puntavano all’indipendenza delle repubbliche, nel decennio successivo il fondamentalismo islamico ha aggiunto l’elemento della jihad internazionale. Il fatto che i due giovani attentatori che hanno seminato morte e panico negli Usa siano originari della Cecenia è un segnale preoccupante per tutti, da Washington a Mosca. E illustra ancora una volta come tra i due Paesi il dossier della lotta al terrorismo aperto dopo l’11 settembre 2001 sia da risolvere in comune. Visto che le bombe colpiscono in maniera indifferenziata.

(Lettera 43)

È un bollettino di guerra quello che arriva regolarmente dal Caucaso. Un bollettino ignorato dall’Occidente e che al Cremlino è ormai diventato consuetudine. La Russia è intrappolata in una guerra nascosta dalla quale non riesce e uscire e che lascia una lunga scia di sangue nelle repubbliche meridionali della Federazione: Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Ossezia, Circassia. Secondo il sito Caucasian Knot il bilancio dall’inizio dell’anno è di quasi 600 morti, la metà dei quali in Daghestan. È un elenco non ufficiale, quello reso noto qualche giorno fa, e probabilmente incompleto, ma che rende l’idea di quale sia la situazione ora in quella che è sempre stata definita la polveriera caucasica e che in realtà esplode a ritmo giornaliero falciando a centinaia forze dell’ordine, terroristi, civili. Oltre 140 i poliziotti e i militari uccisi in attacchi kamikaze, attentati dinamitardi e scontri a fuoco, più di 300 gli uomini legati alla lotta armata finiti ammazzati, circa 140 i cittadini che hanno avuto la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, in aggiunta a un numero imprecisabile di persone scomparse, rapite e mai più ritrovate.

Se all’elenco di questi primi otto mesi del 2011 si aggiunge quello degli ultimi vent’anni, da quando il Caucaso in contemporanea con la dissoluzione dell’Urss ha iniziato a ribollire tra spinte centrifughe e terroristiche, il quadro che ne esce è difficilmente quantificabile in maniera esatta, nell’ordine comunque delle decine di migliaia se non oltre, ma è in ogni caso devastante. Se infatti la parola guerra, usata per i conflitti in Cecenia del 1994-1996 e 1999-2009, è ormai stata sostituita con normalizzazione, a Mosca non hanno ancora trovato la chiave per mettere fine a un dramma diffuso le cui ragioni vanno oltre lo schema manicheo del duello tra centro e periferia. Due settimane fa al Forum internazionale di Yaroslav il presidente russo Dmitri Medvedev ha ammesso che i problemi della Russia sono sempre gli stessi: “Combattiamo da anni contro il separatismo e il terrorismo. Abbiamo indebolito il nemico, ma non abbiamo ancora vinto”. Più moderato nel linguaggio del suo predecessore Vladimir Putin che aveva promesso di ricacciare i terroristi nelle fogne, ma altrettanto evanescente nei risultati.

Nel Caucaso gli ideali indipendentisti si intrecciano con il radicalismo di matrice islamica, il progetto di un fantomatico califfato che dovrebbe riunire le repubbliche musulmane e fare pulizia degli infedeli russi. Ma non solo: interessi economici e di clan, più o meno puliti e più o meno criminali, per spartirsi i soldi del Cremlino destinati appunto alla suddetta normalizzazione. In Cecenia con Ramzan Kadyrov, nelle altre repubbliche con i rispettivi uomini piazzati col benestare di Mosca. Corruzione, oltre a povertà e insicurezza sociale, alimentano un circolo da cui nessuno sembra più riuscire a sottrarsi. Dall’inizio degli anni Novanta e sino al 2008, con la fine del secondo mandato di Putin, il Cremlino ha combattuto il terrorismo in Caucaso, o comunque quello si definiva tale, per evitare la disgregazione dello stato e non ha saputo e voluto sviluppare una strategia per arginarne le cause. Fatti i fuori i vari comandanti sul campo, da Khattab a Basayev, passando per Maskhadov, decapitare l’architettura terroristica non è servito quasi a nulla. E il timore di azioni spettacolari come quelle del teatro Dubrovka o di Beslan è sempre dietro la porta.

Il tandem Putin-Medvedev non ha mostrato in questi ultimi tre anni una lungimiranza tale da fornire nuove solide basi per migliorare la situazione. E la guerra è rimasta nascosta, continuando a mietere vittime da una parte e dall’altra tra l’indifferenza di un Occidente capace solo di svegliarsi quando il sangue scorre a Mosca, come nel gennaio di quest’anno con la quarantina di morti per l’attentato all’aeroporto di Domodedovo. Le piccole e grandi stragi tra febbraio e agosto nelle piccole repubbliche non fanno rumore, coperte anche dalle notizie dei divi del pallone come Roberto Carlos e Samuel Eto’o che arrivano a Grozny e Makhachkala nei club degli oligarchi desiderosi di dare una nuova immagine di se stessi e di quelle zone. La realtà è però un po’ diversa. E con le elezioni parlamentari alle porte, in calendario il prossimo 4 dicembre, e soprattutto con quelle presidenziali previste nel marzo 2012, la guerra al terrore e il suo successo diventano una priorità, un elemento chiave nei programmi di chi vuole occupare le stanze del Cremlino.

(Lettera 43)

Beslan é stato un po‘ l’11 settembre russo. Più malvagio, l’obbiettivo erano bambini. Solo bambini. Un documentario della Bbc/Hbo ricostruisce la storia del sequestro e del massacro attraverso gli occhi dei piccoli. È datato, ma non importa. Molti soloni in occidente hanno l’abitudine di ricordare quei tre giorni di settembre nella tragica conclusione speculando sulle responsabilità delle autorità russe, prima, durante e dopo il blitz. Dimenticandosi di chi la strage l’ha pensata e compiuta.

I terroristi chiedevano la liberazione dei prigionieri nellae carceri di Cecenia e Inguscezia, il ritiro delle truppe russe, le dimissioni di Vladimir Putin. Shamil Basayev, la mente dell’operazione, è stato ucciso nel 2006. Qui sotto il video della Bbc (prima parte di sei, le altre sono linkate) e l’elenco dei principali attentati terroristici in Russia dal 1995.

 

Giugno 1995 – 150 morti, diverse centinaia di feriti durante l’attacco di guerriglieri ceceni agli ordini di Shamil Basayev a Budionnovsk.

Settembre 1999 – Buinaksk, Daghestan, 64 morti per un’autobomba che distrugge una palazzina di cinque piani abitata da famiglie di militari russi e da civili.

Settembre 1999 – 92 morti per il crollo di un palazzo di nove piani nella periferia moscovita di Peciatniki.

Settembre 1999 – 118 persone muoiono a Mosca per il crollo di un edificio di otto piani lungo il viale Kashirskoe.

Settembre 1999 – A Volgodonsk, nel sud della Russia, i morti sono 17, stesso modello che a Mosca.

Luglio 2000 – Serie di attacchi in Cecenia contro obbiettivi miliari a Argun e Gudermes, oltre 60 morti e oltre 100 feriti, anche civili.

Agosto 2000 – Attacchi a Argin, Khankala e Urus Martan, in Cecenia. 30 morti e 50 feriti.

Ottobre 2002 – Mosca, teatro Dubrovka, 129 civili e una quarantina di terroristi uccisi. Un gruppo di 41 guerriglieri ceceni, tra cui 18 donne, assalta il teatro Dubrovka di Mosca, prendendo in ostaggio circa 800 persone. L’organizzatore è Shamil Basayev.

Dicembre 2002 – Attentato a Grozny con 83 morti e 283 feriti. Vedove nere eseguono, Shamil Basayev rivendica.

Maggio 2003 – Znamenskoye, Cecenia, 59 morti e 200 feriti per attentato kamikaze contro edificio amministrativo.

Maggior 2003 - Iliskhan-Yurt, Cecenia, attentato al presidente ceceno Akhmad Kadyrov, 16 morti e 43 feriti. Kadyrov si salva.

Giugno 2003 – 19 morti a Mozdok, in Ossezia del nord, una donna kamikaze si fa esplodere nelle vicinanze della base militare russa dopo aver fermato un autobus che trasporta militari e civili diretti alla base.

Luglio 2003 - Vedove nere all’aerodromo di Tushino, alla periferia di Mosca, prima di un concerto, 15 morti.

Agosto 2003 – Attentato davanti all’ospedale militare di Mozdok, muoiono 50 persone.

Dicembre 2003 – Attentato su un treno nella Russia meridionale, vicino a Stavropol, fra Iessentuki e Piatigorsk, 40 morti.

Dicembre 2003Mosca, un’attentatrice suicida si fa saltare in aria vicino alla Piazza rossa uccidendo 5 persone.

Febbraio 2004 - Mosca, un’esplosione in un treno della metropolitana causa 41 morti e 250 feriti.

Maggio 2004 – Il presidente Akhmad Kadyrov è ucciso in un attentato a Grozny.

Agosto 2004 - Mosca, attentato suicida nei pressi della stazione ella stazione di metropolitana Rizhkaya, 10 morti e 51 feriti.

Agosto 2004 – Esplodono in volo due aerei decollati da Mosca, 90 morti.

Settembre 2004 – Massacro di Beslan, Ossezia del Nord, l’11 settembre russo, più di 330 morti.

Ottobre 2005 – A Nalchik in Inguscezia attacco jihadista in cui muoiono circa 130 persone.

Agosto 2006 – Attentato nel mercato Cherkizovsky, alla periferia di Mosca, 10 morti e 50 feriti.

Novembre 2008 – A Vladikavkaz in Ossezia del Nord una vedova nera si fa esplodere a una fermata di bus, causando la morte di 11 persone e una quarantina di feriti.

Agosto 2009 – Autobomba kamikaze a Nazran in Inguscezia provoca 25 morti e 164 feriti.

Novembre 2009 – Attentato al Nevsky Express tra Mosca e San Pietroburgo, 39 morti e 95 feriti.

Gennaio 2010 – A Makhachkala in Daghestan 6 morti e 19 feriti per autobomba contro commissariato di polizia.

Marzo 2010 – Mosca 40 morti e 100 feriti in due attacchi coordinati alle stazioni della metropolitana Lubjanka e Park Kultury.

Marzo 2010 – a Kyzlar, in Daghestan 12 persone uccise e una cinquantina ferite in seguito a un attentato suicida.

Maggio 2010 – 8 morti e 40 feriti a Stavropol prima di un concerto dell’esibizione di un gruppo popolare ceceno.

Settembre 2010 – A Vladivkavkaz 17 persone morte e 160 ferite per autobomba kamikaze.

Ottobre 2010 – Assalto in grande stile al parlamento ceceno di Grozny. Tre terroristi, un impiegato e due poliziotti morti.

Gennaio 2011 – Oltre 35 morti all’aeroporto di Mosca Domodedovo per un attentato kamikaze.

(Linkiesta)

È uscito in Italia per le edizioni Voland “Patologie”, di Zachar Prilepin, noto scrittore e giornalista russo con un passato da soldato in Cecenia. Nel suo libro, scene di guerra e vita militare si alternano a schizzi della vita passata, la vita di pace, vagheggiata e avvolta in un alone da paradiso perduto. Una recensione.

Elena Murdaca / Osservatorio Balcani e Caucaso

 

Dopo Arkadij Babčenko, sbarca in Italia un altro scrittore e giornalista russo con il passato di soldato in Cecenia. Al Salone del Libro di Torino è stato infatti presentato "Patologie", di Zachar Prilepin, un romanzo che vede trasposta in prosa la sua esperienza di membro delle truppe speciali russe in Cecenia. Due volte, nel 1996 e nel 1999.

"Patologie" è il suo primo libro, tradotto per adesso in 12 lingue, italiano incluso. In Russia è stato pubblicato dalla casa editrice Ad Marginem, che annovera fra i suoi autori alcuni nomi illustri e controversi, quali Sorokin e Limonov, ma ha anche pubblicato l'esplosivo "I mutanti del Cremlino", che alla sua autrice, Elena Tregubova, è costato l'esilio. All’attività letteraria Prilepin affianca quella politica: membro del partito nazional-bolscevico, è un attivista antiputiniano. E' stato fra gli organizzatori della Marcia dei dissidenti a Nižnyj Novgorod e firmatario del manifesto „Putin deve andarsene“, pubblicato nel marzo 2010. Il protagonista di "Patologie" è Egor Taševskij, comandante di un'unità delle forze speciali russe di stanza a Grozny. Scene di guerra e vita militare si alternano a schizzi della vita passata, la vita di pace, vagheggiata e avvolta in un alone da paradiso perduto. Daša, la ragazza lasciata a casa, eterea e sensuale, è la personificazione di questa vita che fa capolino di tanto in tanto, tirandolo fuori dalla guerra e riportandolo al passato. Ogni apparizione di Daša è quasi una visione mistica a sfondo erotico:

Ogni creatura divina dopo il coito è triste’ – Daša mi citava le parole di un martire russo; eravamo stesi nella sua cameretta con la carta da parati blu e lei mi accarezzava la testa rasata. – ‘Ogni creatura divina è triste dopo il coito’ ma tu sei triste prima e dopo.

Io ti amo – dicevo io.

Anche io – rispondeva lei leggera.

No… Io ti amo patologicamente. Io ti amo istericamente…

Là dove finisce l’indifferenza inizia la patologia – sorrideva lei.

A queste descrizioni, seguono, senza nessun preavviso, le brusche immagini di guerra viva che riportano alla realtà:

Andrjucha fa scattare il braccio sinistro, agguanta qualcuno dalla finestra e con uno strattone lo trascina all’esterno. L’uomo barbuto, in giubbotto di pelle, acciuffato per il collo dalla zampa di Andrjucha, volteggia sul terreno afferrandosi al kalash strappatogli di mano.

Un ribelle!” capisco io e lo guardo come se vedessi un diavolo in carne e ossa.

Andrjucha Cavallo gli strappa dalle mani il fucile e col calcio picchia diverse volte sulla fronte, sul naso, sulla bocca spalancata da cui subito zampilla rosso, del ceceno. Stëpa Čertkov aiuta coi piedi, assestando colpi troppo frequenti e dunque non molto forti sul fianco dell’uomo a terra.

Sorprende il tono asettico, naturalistico, usato per dipingere la brutalità della guerra, quasi fosse un lavoro come un altro. Si ritrovano i classici argomenti dell'esistenza del soldato: le sigarette, la vodka, la mancanza di sonno, il rancio, le donne, i disordini intestinali e la diarrea. Accanto alle specificità cecene: Grozny, i rastrellamenti, i rapporti fra russi e ceceni, i ceceni che combattono al fianco dei russi, le russe che sposano i ceceni.

La paura della morte sbuca a ogni pagina:

Mi sollevo un po’ e sento che sopra la testa volano pallottole: fischiano per davvero.“Se fossi più alto, sarei già morto” capisco.

A sinistra dell’aeroporto c’è una piazza d’armi, marciano dei soldati. “Magari domani muoiono, e li costringono a marciare. C’è qualcosa di sbagliato…” penso.

Ma perché mi vergogno a ficcarmi sotto il letto e dire che ho mal di pancia?” penso nella branda. “Che razza di stupida vergogna è? Quelli ti ammazzano, e fine… Come fanno a sapere che Ramzaev verrà da solo? E se viene con un’intera banda? E noi stiamo ad aspettare nel portone come idioti? A chi sarà balzata in mente una cosa del genere?” Non trovando risposta a nessuna delle mie domande, smetto di pensarci. Prendo un libro, ma non ci capisco niente.

Come si fa a scrivere dei libri, quando si può prendere e ammazzare una persona? Me. E che senso ha leggerli? Una sciocchezza. Carta.”

Il sentimento della "fratellanza del fronte" teorizzato da Rilke nel suo "Niente di nuovo dal fronte occidentale" è presente in abbondanza nel romanzo di Prilepin.

Fratelli d’armi e di mancanza di senno! – dico io. Che importa cosa dico. Semënyč, padre adorato! Infame, fomentatore, figlio di buona donna! Griša! Hasan! Miei cari…

E a fumare.

E di ritorno.

La vodka, ovviamente, è finita presto.

Ma giacché Semënyč ha detto dieci, vuol dire che così deve essere. Non nove e non undici. Dieci. Tutti noi lo capiamo. In fin dei conti è un ordine…

Magari un’altra e basta. Shh! Caspita, non siamo mica venuti da casa a mani vuote.

È un esercito russo ripulito e idealizzato, quello di Prilepin, dove il nonnismo non esiste, dove i superiori si prendono cura dei sottoposti, dove i soldati rimangono normali e sani, immuni al virus della guerra, che rimane uno sporco lavoro senza intaccare l'anima. Non c'è odio, né disperazione, solo una salutare e naturale paura di non ritornare più a casa. L'aspetto più sporco e deletereo della guerra non viene trattato dalla penna di Prilepin. Difficile considerarlo un romanzo documentario o di denuncia. Il che nulla toglie al valore artistico dell'opera.

Prilepin è scrittore prolifico e molto apprezzato in Russia. La lista dei riconoscimenti letterari accumulati in meno di un decennio di attività letteraria lascia senza fiato: si tratta di 13 premi attribuiti in poco più di un lustro di attività letteraria. Dopo aver spopolato in Russia si sta imponendo gradualmente ad un pubblico internazionale. Prossimamente uscirà in Italia, sempre per le Edizioni Voland „San’kja“, il suo secondo libro, che riflette invece la sua esperienza di attivista politico.

(Osservatorio Balcani e Caucaso)

Era a casa dei suoi genitori, in Cecenia. Rustam Makhmudov, il presunto killer di Anna Politkovskaya, non ha opposto resistenza quando un commando speciale è venuto a catturarlo ad Achkoy Martan, a metà strada tra la capitale Grozny e il confine con l’Inguscezia. Le autorità di Mosca sono convinte che sia stato proprio lui ad assassinare la giornalista russa della Novaya Gazeta il 7 ottobre del 2006 con due pallottole sparate da una Makarov.

Per il figlio Ilya, uno dei primi a reagire alla notizia dell’arresto, può trattarsi davvero di una svolta per ricostruire non tanto le modalità, quanto i motivi dell’omicidio di sua mamma, la scrittrice e attivista per i diritti umani più famosa al di fuori dei confini russi. “Sono contento del suo arresto perché era una figura chiave nelle indagini e ora il suo fermo può dare nuovo impulso alla prosecuzione dell'inchiesta” ha detto Ilya, secondo cui un nuovo procedimento giudiziario potrà finalmente portare almeno l’autore materiale dietro le sbarre.

Nel 2008 il primo processo che aveva coinvolto i due fratelli di Rustam, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, e due ufficiali dell’Fsb e del ministero dell’Interno, Sergei Khadzhikurbanov e Pavel Ryaguzov, si era concluso con un’assoluzione per tutti gli imputati. Nel 2009 la Corte Suprema aveva però riaperto il caso dopo aver riscontrato un vizio di forma e da allora è in corso il nuovo processo.

La vicenda si era intrecciata con un altro episodio di sangue quando sempre due anni fa Stanislav Markelov, avvocato e direttore dell’Istituto russo per lo stato di diritto che prestava assistenza anche la Politkovskaya, insieme con Anastasia Baburova, una giovane giornalista che lavorava per la Novaya Gazeta, erano stati ammazzati per strada a Mosca da due estremisti nazionalisti.

Gli assassinii di Politkovskaya e Markelov, personaggi entrambi impegnati nella difesa dei diritti civili e umani in Russia, erano diventati il simbolo della nobile e tragica resistenza di fronte alla brutalità della guerra in Cecenia e ai suoi effetti collaterali. Se i due killer di Markelov sono stati condannati all’inizio di maggio da un tribunale della capitale (Nikita Tikonov all’ergastolo, Evgenia Chassis a 18 anni), ora l’arresto di Rustam Makhmudov può riportare un po’ di giustizia anche nel caso della Politkovskaya.

È però improbabile che si vada a scavare sino in fondo dietro un omicidio che è diventato un caso internazionale e che è servito sempre come esempio di come la Russia del tandem Dmitri Medvedev – Vladimir Putin sia un posto dove i giornalisti scomodi rischino di fare una brutta fine. Secondo Reporters whitout Borders Mosca è nel 2010 al 140esimo posto tra 178 nazioni per quel riguarda la libertà di stampa. Un dramma che viene da lontano, visto che durante gli anni di Boris Eltsin al Cremlino siano stati ammazzati quasi il triplo dei giornalisti rispetto a quelli sotto Putin (34 e 13, dati dell’americano Cpj, Commitee to protect journalist).

Se è vero quindi che i media liberi sono stati soffocati già ai tempi di Corvo Bianco è altrettanto vero talvolta la questione è di prospettiva: come in un altro caso emblematico, quello dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky, incarcerato in patria carcere per frode ed evasione fiscale e successivamente condannato per appropriazione indebita e riciclaggio, che si ritiene invece una sorta di prigioniero politico, sostenuto tra l’altro da Amnesty International (per cui è un “prigioniero di coscienza”) e da alcuni circoli occidentali. La giustizia selettiva russa non piace insomma a tutti.

Sulla questione si è espressa ieri anche la corte di Strasburgo, alla quale l’ex padrone della compagnia petrolifera Yukos era ricorso, condannando sì le autorità di Mosca a pagare 10 mila euro per danni morali, ma non ha riconoscendo la natura politica del processo al quale Khodorkovsky è stato sottoposto. I giudici nella sentenza emessa all’unanimità hanno rilevato violazioni sulle condizioni di permanenza in prigione e irregolarità procedurali in relazione alla detenzione, ma hanno segnalato la mancanza di “prove incontestabili, necessarie” a supporto della richiesta di sanzionare un procedimento politicamente motivato.

Come dire che il povero Khodorkovsky si deve arrangiare. Ultimamente l’oligarca in disgrazia si era rivolto a Medvedev per la revisione del processo parlando di una “condanna vergognosa”. E il presidente aveva detto che se l’ex miliardario venisse rilasciato non ci sarebbe alcun pericolo. Ma secondo Putin, il vero guidatore del tandem, il posto giusto per Khodorkovsky è quello riservato ai ladri, e cioè la galera. Ancora per un bel po’. Questioni di prospettiva, appunto.

(Il Riformista)