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Mentre sulla Bundesliga si sono accesi i riflettori internazionali dopo i successi delle squadre tedesche nella Champions League dello scorso anno, dietro le quinte del massimo campionato si osservano movimenti importanti, a cavallo fra sport e business, che hanno confermato l'interesse crescente di grandi multinazionali per il calcio tedesco.

È il caso di un piccolo club della provincia orientale del Paese, che ha appena esordito nella Dritte Liga, la terza serie: il RasenBallsport di Lipsia, dietro il cui nome da associazione ricreativa si nasconde il colosso Red Bull, che già da anni presta i suoi colori al campione di Formula 1 tedesco Sebastian Vettel. Lì, nella città della Sassonia che nel 1989 diede il via alle manifestazioni di protesta che portarono alla caduta del Muro di Berlino e del regime della Ddr, i manager di Red Bull hanno lanciato da qualche anno la sfida di impiantare un club calcistico in grado, in un futuro non troppo lontano, di competere con i giganti dell'Ovest, Bayern, Dortmund, Leverkusen, Schalke 04, Mönchengladbach.

Ci avevano provato già nel 2006, cercando di rilevare i diritti sportivi della seconda squadra cittadina, il Sachsen Leipzig, scontrandosi però con il veto della federazione che proibiva l'utilizzazione del nome di una società sportiva per scopi pubblicitari e commerciali. Così tre anni dopo, i signori della bibita fondarono una squadra nuova di zecca, chiamandola RasenBallsport Leipzig (le iniziali ricordano il marchio Red Bull) e partendo dai campionati regionali con l'obiettivo di scrivere una storia di successo: l'affermazione e il consolidamento di una forte squadra calistica dell'est in una Bundesliga a trazione occidentale, capace di competere stabilmente con i tradizionali club dell'Ovest del Paese.

Da una multinazionale piena di soldi e risorse come Red Bull ci si sarebbe tuttavia aspettati una strategia di assalto simile a quelle seguite dai vari sceicchi arabi e tycoon russi e asiatici tuffatisi nel calcio europeo negli ultimi anni. E invece la strada intrapresa sembra voler ripercorrere quella dei più prudenti club tedeschi: massicci investimenti nelle infrastrutture (stadio, centri di allenamento, ricerca) e nei vivai. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione del managment di ingaggiare come direttore sportivo uno come Ralf Rangnick, 55 anni, l'uomo che ha portato in Bundesliga il 1899 Hoffenheim, il cosiddetto Chievo tedesco, un piccolo club di provincia (Hoffenheim conta appena 20 mila abitanti) che è la passione privata di Dietmar Hopp, il capo del primo consorzio tecnologico tedesco Sap.

Rangnick ha le idee chiare su come trasferire anche a est la filosofia vincente sperimentata a Hoffenheim: «Stiamo investendo ingenti risorse per poter allevare e far crescere in casa i talenti del futuro, quelli che daranno al Lipsia la possibilità di rimanere a lungo nella prima divisione». Il nuovo centro di allenamento, una serie di palestre, campi e piscine dotati delle attrezzature sportive più moderne, è costato 35 milioni di euro. Lo stadio cittadino, rinnovato nel 2006 per ospitare alcune partite del mondiale tedesco, è stato rilevato dal consorzio e ulteriormente ammodernato: oggi si chiama Red Bull Arena, è diventato la casa calcistica della squadra, una sorta di luogo identitario attraverso il quale fidelizzare il crescente numero di tofosi. Nell'ultimo campionato regionale ha registrato una media di 7500 spettatori a partita, un record, nello spareggio vittorioso per salire in Terza lega erano presenti sugli spalto oltre 30 mila tifosi. Lipsia è una grande città tedesca, con una fame enorme di grande calcio e l'ambiente entusiastico potrebbe rendere la strada per raggiungere i vertici del gotha tedesco più veloce rispetto a un piccolo centro come Hoffenheim.

A patto di rimanere fedeli al principio dei piccoli passi. La squadra che dovrà guadagnarsi i galloni della Seconda Bundesliga è stata costruita con l'accorto acquisto di giocatori di categoria e con qualche promettente giovane già emerso dal vivaio. «Abbiamo evitato di portare a Lipsia grandi nomi», ha spiegato il patron del club Dietrich Mateschitz, il miliardario austriaco a capo della Red Bull, «perché il nostro obiettivo non è quello di arrivare come un carro armato a tappe forzate nella Bundesliga, ma di creare una crescita sana e solida della squadra, possibilmente con giocatori fatti in casa».

Neppure il tempo di digerire la delusione per l'eliminazione nella semifinale di Champions League e un gruppo di tifosi del Real Madrid si era trasferito a Barcellona, sotto l'albergo che ospitava i giocatori del Bayern Monaco, per incitarli a matare gli odiati cugini del Barcellona. In Italia pare che molti simpatizzanti della Juventus tifino in finale per i bavaresi, solo perché con l'eventuale conquista del triplete (campionato, Champions e coppa nazionale) potranno annacquare l'eccezionalità del trionfo interista di tre anni fa. A Berlino, invece, gli appassionati di calcio, in gran parte tifosi della locale squadra dell'Hertha, hanno fatto pressioni all'amministrazione comunale per allestire i maxischermi sotto la Porta di Brandeburgo, riesumando la storica Fanmeile, il miglio di strada che intercorre fra la Porta e la Colonna della Vittoria, utilizzato per vivere in piazza le partite della Germania ai Mondiali e agli Europei. L'happening si terrà oggi, nonostante sia prevista pioggia a catinelle.

Per raccontare la sorprendente ascesa della Bundesliga sul trono del calcio continentale nel cinquantenario della sua fondazione forse non basta andare a sbirciare i conti in ordine delle sue squadre, le dirigenze infoltite di ex calciatori competenti, le strategie accorte, la crescita tattica degli allenatori, la credibilità della federazione nazionale, le infrastrutture sportive moderne che permettono incassi robusti. Probabilmente è sufficiente fermarsi a osservare questa mentalità differente dell'intero ambiente, capace di irradiare serenità e ragionevolezza. Gli hooligans esistono anche qui, sebbene le loro violenze siano confinate nelle leghe minori regionali, così come le rivalità calcistiche e di campanile. Ma quando si tratta dell'orgoglio calcistico nazionale, le barriere cadono e i tifosi si ritrovano in maggioranza riuniti dietro le bandire della squadra che rappresenta il Paese. E ora che in questa finale della competizione europea più prestigiosa sono arrivate in due, ci si potrà dividere fra simpatie e antipatie con maggior libertà: in fondo, come ha titolato la Süddeutsche Zeitung, «la Germania ha già vinto la Champions League».

In Germania il calcio è sempre stato il porto franco nel quale scatenare senza rimorsi quella passione nazionale tenuta ben a freno in campo politico. Nel sospetto diffuso che ogni pulsione patriottica potesse celare una sorta di conato nazionalistico o revanscista, lo spazio pubblico tedesco ha da sempre condannato ogni manifestazione esterna di orgoglio nazionale. Solo nel calcio lo sventolio di una bandiera nero-rosso-oro aveva licenza di sdoganamento. Con la riunificazione, questa licenza è tracimata in una specie di carnevale perpetuo, alle bandiere si sono aggiunte ghirlande da mettere al collo e bandierine da istallare sull'auto, bar e caffé si riempiono di frequentatissimi tavolini all'aperto dotati di immancabile televisore, ogni città si è inventata la sua Fanmeile per celebrare collettivamente gli eventi e gli stadi registrano il tutto esaurito anche nei gelidi mesi invernali: il calcio è diventato il collante infantile di un Paese maturo e i tedeschi faticano a credere che altrove, magari nelle calienti terre latine, le partite della Nazionale o dei club non vengano vissute con la stessa euforia. Vagli a dire, ad esempio, che gli invidiati Azzurri faticano a riempire gli stadi nelle partite di qualificazione.

Su questo ambiente di fondo le società calcistiche hanno impiantato la loro rinascita, partendo da tre pilastri: conti in ordine per assicurarsi una duratura stabilità finanziaria, infrastrutture moderne per trasformare gli stadi in collettori di incassi e una ossessiva cura dei vivai per crescersi i campioni in casa ed evitare le follie di mercato tipiche di altri campionati. Le entrate economiche delle società della Bundesliga si basano sull'equilibrio: il 26,5% deriva dagli sponsor, il 26,4% dai diritti televisivi e il 21,8 da vendita dei biglietti, merchandaising e introiti collegati alla frequentazione degli stadi. Gli investimenti nei settori giovanili sono enormi: nella stagione 2010-2011 quasi 77 milioni di euro, l'8,4% in più rispetto a quella precedente con tendenza ancora in crescita. Il mercato dei trasferimenti di calciatori incide solo per il 10% degli introiti. La media degli spettatori presenti allo stadio è la più alta d'Europa, con 44.293 presenze a partita contro le 34.601 della Premier League inglese. Francia, Spagna e Italia oscillano tra i 20 e i 28 mila spettatori. Anche in questo caso la tendenza tedesca è in crescita, quella degli altri campionati in calo.

Sempre nella stagione 2010-2011 i ricavi complessivi della Bundesliga hanno superato i 2 milioni di euro, un aumento del 7,2% in due anni e, per tenere i club sulla corda, la Federazione calcio tedesca, la Dfl, rilascia ogni anno una licenza che certifica lo stato di salute complessivo delle squadre ammesse, basato su criteri finanziari, sportivi, giuridici, infrastrutturali e di sicurezza. In poco più di un decennio, il calcio tedesco è passato dalla depressione all'orgoglio, dall'eliminazione della Nazionale nei gironi iniziali degli Europei del 2000 alla finale monocolore di Champions League nel tempio del calcio di Wembley.

A volte il calcio è capace di scrivere la biografia di un intero Paese e la rinascita della Bundesliga ha accompagnato di pari passo quella della Germania. Poco più di un decennio fa il Paese era alle corde, considerato il vero malato d'Europa, una locomotiva vecchia e sfiatata, inadatta alle durezze della competizione globale e destinata a finire prima o poi in qualche rimessa per vecchie glorie. La Bundesliga ne era il suo specchio: un campionato noioso e poco attraente che forniva alla squadra nazionale giocatori mediocri. Poi tutti si sono rimboccati le maniche. Gli imprenditori hanno messo mano a dolorose ristrutturazioni, rimodellando le strategie di mercato che avevano assicurato il successo in passato ma che ora non funzionavano più. I politici hanno rivoltato come un calzino la pesante struttura dello stato sociale e introdotto riforme nel mercato del lavoro, anche a costo di pagarle elettoralmente. E anche gli uomini del calcio hanno ideato un concetto di rinascita che lentamente ha dato i suoi frutti. Solo qualche anno fa nessuno conosceva i nomi di Thomas Müller, Bastian Schweinsteiger, Mats Hummels, Mario Götze o Marco Reus e Robert Lewandowski era un oscuro attaccante che si dimenava nelle serie minori polacche. Oggi sono i pezzi pregiati di due squadre che si contenderanno il trofeo più prestigioso d'Europa.

Il prossimo anno approderanno in Uefa League le seconde file della Bundesliga, squadre come l'Eintracht Francoforte o il Friburgo zeppe di giovani interessanti, e il cerchio sarà completo. Il Bayern intanto si prepara a un ulteriore passo in avanti: in inverno ha messo sotto contratto l'allenatore più richiesto del momento, Peep Guardiola. Era stato preso per far compiere alla corazzata bavarese il definitivo salto di qualità, ma dopo la stagione trionfale che si sta concludendo qualche dubbio sul fatto che questo sforzo fosse necessario è spuntato. Se prima sembrava che fosse la Bundesliga ad aver bisogno del top-trainer straniero per diventare grande, oggi è evidente che sia Peep Guardiola ad aver bisogno della Bundesliga per mantenere il passo delle proprie ambizioni.

Siamo dunque di fronte a un lungo ciclo tedesco anche nel calcio? È probabile, sebbene anche questa volta l'ambiente sembra refrattario a lasciarsi trascinare dall'euforia. Un giornale incline a lisciare il pelo del patriottismo come la Welt ha scritto: «C'è motivo di essere orgogliosi, ma è bene evitare facili trionfalismi, perché nel calcio i cilci si aprono e poi si chiudono, non sono mai eterni». La quadratura del cerchio sarebbe quella di tornare a vincere una competizione internazionale con la squadra nazionale: la strada è spianata ma il rischio di incocciare il Balotelli di turno è sempre presente.

(Si ringrazia il quotidiano Handelsblatt per la foto che correda l'articolo)

A dispetto del patriottismo malinconico dei suoi abitanti, la Varsavia di oggi cerca la sua identità specchiandosi in modelli altrui. I polacchi vorrebbero rappresentare un pezzo d'America nel cuore della nuova Europa e la sua capitale tenta di accreditarsi come una nuova Berlino sulle rive della Vistola. Risaliti i tunnel sotterranei sempre un po' maleodoranti della stazione centrale, ma ora imbiancati di calce fresca per dare al visitatore un'accoglienza meno tetra, si sbuca nel cuore della città moderna. È qui che Varsavia si sente un po' come la Berlino degli anni Novanta: un progetto in divenire, che non sa ancora bene dove voglia andare a parare ma che ha ben chiaro a cosa vuole sfuggire.

Attorno al maestoso Palazzo della cultura e della scienza, regalato da Stalin negli anni Cinquanta e per questo odiatissimo, sono spuntate come funghi torri di vetro e acciaio che sfidano il cielo con le loro forme ardite, suggerite dagli archietti-star più in voga del momento. Questo spicchio di città, un po' Manhattan e un po' Shangai, non ricorda nulla della vecchia e aristocratica Polonia mitteleuropea, ma dice molto della caotica ambizione di afferrare il futuro e tenerselo stretto, una volta per tutte.

L'orgoglio di oggi è l'economia. Anche per il 2012 la Polonia si è aggiudicata la maglia rosa nelle previsioni di crescita fra i Paesi dell'Unione Europea: il Pil aumenterà del 2,5%, un risultato niente male in un continente ancora infettato dalla crisi dei debiti pubblici. La Germania è ferma allo 0,6%, la Francia allo 0,4, per l'Italia è previsto un - 1,3. Sono i dati della commissione di Bruxelles. Ma sono anni che Varsavia non segna numeri in rosso. Neppure nel biennio nero della crisi finanziaria globale, fra il 2008 e il 2009, quando perfino la Germania fu costretta ad annaspare. Negli ultimi due anni si è tornati sopra il 3%. Il motore è ancora piccolo, ma qui si sentono un po' tutti una sorta di locomotiva. Metafora che vale almeno per l'area dei Paesi fuoriusciti dal blocco sovietico, dove la crisi ha aggredito bilanci gonfiati ed economie fragili. Varsavia si è mossa con maggior giudizio e oggi è vista come un punto fermo e un partner affidabile, che può pure permettersi di dilazionare i tempi per l'ingresso nell'euro.

Lo spirito del nuovo capitalismo polacco si è impossessato dei vecchi simboli dell'era comunista. Per 10 anni, fino al 2000, la Borsa di Varsavia ha macinato acquisti e vendite di azioni nel casermone sulla Nowi Swiat che per 40 anni era stato sede del Partito unito dei lavoratori, prima di spostare monitor e telefoni in un palazzetto a fianco, più spazioso e funzionale. Anche questo, manco a dirlo, con le facciate a specchio. I responsabili politici dell'economia, invece, continuano a tessere le loro fila in un edificio buio e grigio sulla Al Ujazdowskie, il quartiere edificato nel secondo dopoguerra seguendo le direttive urbainistiche e architettoniche del realismo socialista. In queste stanze buie e stagionate, il vice ministro Ilona Antoniszyn-Klik, 36 anni e una laurea in Scienze economiche all'Università europea Viadrina di Francoforte sull'Oder, racconta a Lettera43 il segreto del boom polacco: «Abbiamo un solido mercato interno, composto da 40 milioni di consumatori che hanno voglia di spendere e comprare. Una manodopera qualificata e ben istruita, sia nei settori meccanici tradizionali che in quelli tecnologici innovativi. Un ambiente favorevole alle imprese e agli investimenti dall'estero. E una posizione strategica nel mezzo dell'Europa, a cavallo fra le economie affermate di Francia e Germania e quelle emergenti della Russia e dell'Asia».

Dal sottobosco imprenditoriale sono spuntati i primi campioni nazionali, aziende che da qualche tempo hanno messo con successo il naso nei mercati esteri. Da Poznan, la Solaris piazza i suoi autobus in tutta la Germania, rubando quote alla Mercedes. Da Cracovia, la Comarch smercia software di qualità in tutto il mondo. Da Wroclaw, il gruppo chimico Selena realizza investimenti fino in Cina. Da Plock, la compagnia petrolifera Orlec sparge stazioni di rifornimento in mezza Europa centro-settentrionale. Da Lublino, l'azienda mineraria Kghm Polska ha lanciato i suoi tentacoli fino in India e Brasile.

Le riforme varate nel ventennio post-comunista, senza soluzione di continuità da governi conservatori, liberali e socialisti, hanno modellato il Paese sui parametri dell'economia di mercato. Non sono stati passaggi indolori. A metà degli anni Novanta, la Polonia ha rischiato di soffocare per eccesso di zelo riformista: chiuse o ridimensionate le grandi fabbriche dell'era della pianificazione, disoccupazione di massa e il futuro annunciato che tardava ad arrivare. Erano gli anni della grande migrazione giovanile verso la Gran Bretagna e l'Irlanda, che allora si vantava del soprannome di tigre celtica. Una fuga di forze giovani e cervelli che la Polonia non ha riassorbito. Perché la buona istruzione può essere anche un'arma a doppio taglio e, se i salari sono migliori altrove, un laureato ancora oggi prende la valigia. Se il tasso di disoccupazione ufficiale è al 12%, quella giovanile schizza al 22 ed è una vera emergenza nazionale.

Nel frattempo molto è cambiato, ma i dolori non sono del tutto scomparsi. La ristrutturazione industriale si è mangiata un pezzo di storia: i cantieri navali di Danzica. Furono la culla di Solidarnosc, l'epicentro del sisma che in 10 anni arrugginì le fondamenta del regime di Jaruzelski. Oggi ad essere corrosi sono i vecchi impianti. I governi degli ultimi anni hanno cercato di prendere tempo, di svicolare dalle severe direttive europee contro i sussidi di Stato, hanno provato a vendere a un consorzio ucraino, a salvare il salvabile. Ma c'è stato poco da fare e ora la rabbia degli ultimi lavoratori si è scatenata contro i politici. La rivoluzione ha divorato i suoi figli e la Solidarnosc di oggi piazza le sue tende di fronte alla sede di un governo che si dice erede di quella stagione sindacale.

La protesta non si ferma al lavoro perduto ma si estende alle proposte per il futuro. Lo squilibrio demografico è un problema che attanaglia la Polonia come tutti gli altri Paesi europei. E il governo, fiero di un debito pubblico tutto sommato sotto controllo (56% del Pil), ha trovato un accordo proprio in questi giorni per mettere mano alle pensioni. Ufficialmente la soglia è oggi di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne. Il premier Donald Tusk vuol portarla a 67 per tutti. «Il nostro sistema prevede attualmente molte eccezioni», ammette Antoniszyn-Klik, «come quelle per le forze armate e per la polizia, dunque la media effettiva è più bassa. Ma la riforma è stata complessa, perché portare a 67 l'età pensionabile delle donne comporta molti cambiamenti nelle politiche sociali. Ad esempio, siamo afflitti dal problema della denatalità». La proposta prevede passaggi graduali e qualche eccezione in cambio di una pensione più bassa, ma le opposizioni promettono battaglia in parlamento e nelle piazze.

Donald Tusk è fra due fuochi. Da un lato gli si accredita il merito di aver riportato serenità e stabilità in una scena politica da sempre turbolenta, di aver ristabilito rapporti cordiali con i suoi vicini e di aver fatto riacquistare prestigio e credibilità internazionale al Paese, dopo gli eccessi populisti dei gemelli Kaczynski. Dall'altro gli si rimprovera una certa timidezza nell'azione riformista, accusa che gli è costata la scissione del liberista radicale Janusz Palikot, che con una sua lista autonoma ha conquistato il 7% dei voti alle ultime elezioni, pescando nell'elettorato urbano giovane e secolarizzato.

E al fronte sulle pensioni si aggiunge quello con la chiesa cattolica. Nel pacchetto di riforma del governo c'è anche la proposta di chiudere il fondo pubblico utilizzato per pagare le pensioni dei sacerdoti e le attività degli organismi religiosi, anche non cattolici. Un fondo creato dal regime comunista, poi mantenuto con l'idea che sarebbe stato finanziato attraverso i beni della Chiesa, un tempo confiscati dal regime e poi restituiti. Ma una lista di quei beni non è stata mai creata, e per 20 anni il fondo ha attinto alle risorse dello Stato. Ora il governo intende estinguerlo e affidare il finanziamento delle chiese a un contributo del 3%, che ogni cittadino può destinare alla religione che vuole con la dichiarazione dei redditi.

Se la politica ha l'inevitabile passo lento delle mediazioni e dei compromessi, la società corre, anche se a doppia velocità. Le campagne restano indietro rispetto alle città, le regioni orientali arrancano nel confronto con quelle occidentali. E gli investimenti premiano le aree più fortunate, con il rischio di allargare la forbice della crescita e di accentuare gli squilibri. In questi mesi è tutto un affannarsi per completare in tempo i lavori per ospitare i primi campionati europei di calcio a Est, in coabitazione con l'Ucraina. La data d'inizio è l'8 giugno. Cantieri e gru hanno invaso il Paese. Se gli stadi sono già stati completati, molto resta da fare nel campo delle infrastrutture, il vero tallone d'Achille. Il tempo stringe, i lavori sono tanti e non tutto sarà finito in tempo. «Poco grave», dice a Lettera43 Jan Mazurczak, direttore dell'organizzazione turistica di Poznan, città che ospiterà due partite dell'Italia, «l'essenziale sarà pronto, il resto lo completeremo dopo, perché comunque si è investito in opere strategiche la cui valenza supera gli Europei di calcio». Vero, però i ritardi di cui forse i tifosi neppure si accorgeranno macchiano un po' l'immagine di efficienza che il Paese vuol dare all'estero. Dall'ingresso nell'Unione Europea, i finanziamenti giunti in Polonia per l'ammodernamento del sistema di trasporto sono stati ingenti e l'occasione dei campionati di calcio ha accelerato il flusso di denaro. C'era tantissimo da fare: ristrutturare gli aeroporti, velocizzare le linee ferroviarie, rifare le stazioni, costruire le autostrade.

Sul principale asse ovest-est, dal confine con la Germania a quelli con Bielorussia e Paesi Baltici, si congestiona da anni l'immenso traffico diretto e proveniente dai Paesi dell'Est. La nuova autostrada da Francoforte sull'Oder a Varsavia e da qui a Danzica verso nord, rappresenta l'arteria principale del nuovo sistema stradale. Per ora si viaggia a singhiozzo: sul primo tratto si arriva fino a Lodz, a 100 chilometri da Varsavia; sul secondo ci si ingolfa ancora fra cantieri e deviazioni. I tecnici assicurano che almeno quest'ultimo sarà pronto per l'inizio di giugno, ma per muoversi speditamente da Lodz a Varsavia bisognerà attendere il prossimo inverno.

Il congedo dalla stazione di Poznan racchiude bene questo particolare momento della Polonia. Ci si immette sui binari percorrendo i corridoi bui della vecchia struttura, mentre a poca distanza gli operai sono arrampicati sulle impalcature da cui spunta la sagoma, in vetro e acciaio, della stazione nuova. Il ronzio delle gru e delle scavatrici copre la voce che arriva dall'altoparlante, il vento solleva polvere che finisce negli occhi. Negli sguardi dei passeggeri in attesa leggi l'orgoglio per il nuovo che avanza e l'ansia di non riuscire a farcela in tempo. Una corsa verso il futuro, con il cuore in gola e un po' di fiatone.

(Versione integrale e ampliata di un reportage pubblicato su Lettera 43)

Articolo di Pierluigi Mennitti

 

Solo alcuni giorni fa, un sondaggio realizzato da Allianz, lo sponsor principale del campionato Mondiale di calcio femminile che si gioca dal 26 giugno in Germania, aveva lasciato poche speranze: pochi tedeschi erano a conoscenza dell'avvenimento, ancora di meno lo avrebbero seguito negli stadi. Nessuna particolare emozione per uno spettacolo sportivo che, nelle prossime settimane, promette di coinvolgere il Paese in una febbre in rosa simile a quella vissuta cinque anni fa per il Mondiale maschile.

Insomma, le risposte condensate nel rapporto confezionato da un istituto di ricerca erano l'annuncio di un flop sicuro, nonostante il martellante battage pubblicitario e il conforto del politically correct, secondo il quale la passione per il football non dovrebbe conoscere differenze di passione se a calciare un pallone verso la porta sia un uomo come Miroslav Klose o una donna come Brigit Prinz. E tuttavia, come ha raccontato lo Spiegel del 27 giugno, «i 74 mila spettatori della partita inaugurale della nazionale tedesca all'Olympiastadion di Berlino sembrano smentire le previsioni più fosche e lasciano al contrario ben sperare sul fatto che, questa edizione tedesca possa rappresentare un trampolino di lancio per il calcio femminile anche in Europa».

Forse gli entusiasmi sono adesso eccessivi, almeno quanto lo erano state le preoccupazioni della vigilia. Bisognerà attendere il responso complessivo degli spettatori e osservare la risonanza nei media anche per le prossime 32 partite, con squadre nazionali come la Corea del Nord o la Nuova Zelanda destinate ad attirare attenzione magari più per qualche curiosità politica o geografica che sportiva, ma l'esordio berlinese di domenica 26 giugno, i 150 mila spettatori complessivi della cerimonia inaugurale di poche ore prima a Francoforte, le foto dell'intero governo tedesco seduto nella tribuna d'onore dell'Olympiastadion e, soprattutto, le immagini della cancelliera tedesca Angela Merkel emozionata come raramente accade negli ultimi tempi, possono far decollare un evento che si temeva destinato all'indifferenza.

Nel frattempo, il mondo del calcio che ruota attorno e sopra questo universo femminile, è in fondo lo stesso di quello maschile e uguali sono le polemiche che hanno accompagnato la giornata inaugurale. Per esempio, quella fra la stampa locale e il presidente della Fifa Joseph Blatter, abituato a conferenze stampa più ovattate ed evidentemente a disagio di fronte a cronisti che lo incalzavano sui recenti scandali del settore. La Süddeutsche Zeitung ha riportato con qualche scetticismo il suo lungo discorso «sul futuro femminile del calcio, una convinzione che lo stesso Blatter espresse fin dal 1986, pur non credendoci molto neppure lui».

Ma perché l'evento sportivo del calcio femminile si trasformi in un business redditizio, c'è bisogno che anche le prossime tre settimane che separano dalla finale vedano la stessa attenzione, se non la stessa partecipazione, della giornata inaugurale. Per organizzare il Mondiale in Germania, i tedeschi hanno investito impegno e denaro, ristrutturato alcuni stadi, coinvolto città e strutture che non erano state impegnate cinque anni fa in occasione del Mondiale maschile. È il caso di Dresda e Bochum, Mönchengladbach e Augsburg o Sinsheim, città in cui questo evento sportivo ha già portato investimenti destinati a durare oltre il calcio.

Ora si tratta di coinvolgere il pubblico, di vincere lo scetticismo degli appassionati, puntando magari sull'attrazione di un calcio ancora a dimensione umana. «Per il momento, tuttavia, la partecipazione resta di gran lunga inferiore rispetto a quella di cinque anni fa», ha osservato il cronista dello Spiegel che ha attraversato le strade di Berlino durante la partita della nazionale tedesca, «solo un paio di kneipe hanno istallato i televisori all'esterno organizzando i famosi public-viewing, raccogliendo attorno ai tavolini più curiosi che veri appassionati, non ci sono ancora le bandiere issate su ogni automobile, la gente chiede i nomi delle giocatrici cercando subito l'equivalente maschile per individuarne il ruolo in campo e tutto si svolge in un'atmosfera che, se non può dirsi elettrizzata, almeno si mantiene rilassata».

Un calcio, appunto, a dimensione più naturale, lontano dagli eccessi che accompagnano quello maschile. Che è poi quel che in tanti, delusi dagli scandali più recenti scoppiati in vari paesi europei, dicono di desiderare. «Se la squadra di casa arriverà alle fasi finali, l'interesse crescerà», ha concluso il settimanale tedesco, «e non è escluso che, alla fine, anche per il calcio femminile si potrà organizzare un grande maxi-schermo pubblico sotto la Porta di Brandeburgo, capace di attirare migliaia di tifosi».

(Lettera 43)

È ripartito il campionato di calcio russo, mentre quelli occidentali si avviano nella fase finale. Il timing è diverso, questione di latitudine. Quest’anno è di transizione, l’anno scorso i Mondiali in Sudafrica, nel 2012 gli Europei in Polonia e Ucraina, prima volta all’Est. Nel 2018 la Coppa del Mondo sarà in Russia, che un po’ a sorpresa se l’è aggiudicata battendo sul filo di lana l’Inghilterra, la culla del pallone. Ma in tempi cambiano. Anche nell’ex Unione Sovietica.

Le squadre russe e ucraine hanno iniziato a far capolino in Europa. Nessuna ha mai vinto la Champions League, ma nelle altre competizioni qualche luce c’è stata: nel 2009 la Uefa è stata vinta dallo Shaktar Donetsk, l’anno prima dallo Zenit di San Pietroburgo, nel 2005 dal Cska di Mosca, primo team a vincere qualcosa dopo la dissoluzione dell’Urss e il disfacimento del calcio sovietico.

Prima la ormai smantellata Coppa delle Coppe era stata appannaggio della Dinamo Kiev (1975 e 1986) e della Dinamo Tbilisi (1981). Altri tempi, appunto. Come quelli in cui la nazionale dell’Urss vinceva i campionati europei, era la prima edizione, quella del 1960. Oro pure alle Olimpiadi del 1956 e del 1988, per quel che contava il calcio dei cinque cerchi. Ne è passata di acqua sotto i ponti dalle magie sovietiche di gente come Lev Jashin, Oleh Blochin, Igor Belanov, Olexander Savarov, Oleh Protassov o Oleksij Mychajlychenko. Poi sono arrivate le varie nazionali e per i successori di Valery Lobanovsky in Russia sono arrivati tempi più complicati.

Ma a Mosca come a Kiev, a San Pietroburgo come a Donetsk, nazionali e club hanno iniziato a copiare sempre più i sistemi occidentali, a prendere direttamente trainer e giocatori stranieri di caratura internazionale, sono giunti i grandi oligarchi a investire nel calcio. In Russia ora la stella è Arshavin (che però gioca nell’Arsenal a Londra ed è pure membro del partito di Vladimir Putin “Russia Unita”), mentre la squadra è affidata all’olandese Dick Advocaat.

In Ucraina la nazionale qualificata di diritto agli Europei si affida al grande Andrei Shevchenko, vecchia conoscenza del calcio italiano. Anche i club parlano straniero, dall’italiano di Spalletti a Pietroburgo, al rumeno di Lucescu a Dontesk. È la globalizzazione postsovietica del pallone. Tanto che in Cecenia anche a Ramzan Kadyrov è venuto in mente di cooptare qualche mito e Ruud Gullit è finito ad allenare il Terek Grozny. Il campionato russo è ripartito, vinca il migliore.

(Pubblicato su Russia Oggi)