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Oligarchia, ossia il governo di pochi. Sono passati oltre due millenni dai tempi di Platone - che vedeva in questa forma costituzionale una degenerazione dell’aristocrazia, il governo dei ricchi - alla Russia di Vladimir Putin. La sostanza è cambiata di poco. Il Paese più vasto del mondo, ex superpotenza planetaria convertitasi dopo il crollo dell’Urss a player regionale e promotrice per forza di cose di un nuovo ordine multipolare, è retta in fondo da un’oligarchia.

Formalmente la Russia è da oltre vent’anni una democrazia, in realtà è in una fase di transizione verso un modello pseudo democratico o pseudo dittatoriale (è questione di punti di vista), dove sia i processi decisionali politici che le leve dell’economia sono nelle mani di un esiguo gruppo di persone. C’è chi la chiama democratura (democrazia+dittatura) facendo pesare più la valenza politica, chi invece aborre i neologismi può definirla appunto oligarchia, accentuando il fatto che i pochi che comandano sono pure ricchi sfondati. E così come è oligarchica la Russia putiniana di oggi, con i protagonisti più conosciuti presenti nelle cronache anche dei media occidentali (Boris Berezovsky, Roman Abramovich gli ultimi due nomi saliti alla ribalta in questi giorni), la Russia di ieri, quella di Boris Eltsin, lo è stata ancor di più.

L’elezione al Cremlino di Vladimir Vladimirovich nel 2000 ha fatto da spartiacque tra due ere in cui il ruolo degli oligarchi è essenzialmente cambiato. Il primo decennio della Russia indipendente (1991-2000) - quello in cui l’élite al vertice ha dovuto affrontare il tracollo economico postsovietico e ha forgiato tramite le privatizzazioni selvagge la classe rapace turbocapitalista - è stato caratterizzato dalla sostanziale alleanza tra attori politici e attori economici: l’oligarchia eltsiniana, costituita dalla Famiglia allargata e dai “magnifici sette”, ha retto le sorti del Paese badando più agli interessi personali che al bene comune, come avrebbe detto Platone. Il presidente e il manipolo affiatato di robber barons (Beresovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Potanin, Mikhail Friedman, Pyotr Aven, Alexander Smolensky) hanno gestito la Russia allo stesso tavolo, con gli oligarchi che dietro le fette di torta generosamente distribuite dal Cremlino hanno assicurato a Corvo Bianco la permanenza nelle stanze del potere per due mandati. Clamorosa la situazione delle elezioni del 1996, quando Eltsin è riuscito a tener testa al comunista Gennady Zyuganov solo perché Berezosvky e Gusinsky hanno pilotato le loro televisioni al servizio del malandato capo di Stato che tra una vodka di troppo e qualche bypass rischiava di dover cedere inaspettatamente lo scettro.

I capitani d’industria postsovietici, allora pochi, agguerriti e smaniosi si affondare le mani nella politica (l'oggi defunto Berezovsky è finito addirittura alla presidenza del Consiglio di sicurezza della Federazione) si sono poi trovati di fronte al momento in cui scegliere il successore di Eltsin. I passaggi di potere in Russia avvengono sempre dall’alto: l’ascesa di Putin - già nel 1999 capo dei servizi segreti e primo ministro, la notte di capodanno del 2000 nominato in diretta televisiva da Boris Nikolaevich come suo erede favorito - è avvenuta con il consenso dei “magnifici sette” e la spinta decisiva proprio di Berezovsky. Il problema per gli oligarchi è arrivato non appena hanno capito che il nuovo inquilino del Cremlino avrebbe cambiato le regole del gioco. Con Putin nella stanza dei bottoni i meccanismi di fondo sono mutati perché il presidente, giunto a Mosca con una squadra proveniente in larga parte dall’intelligence, ha dato sostanzialmente un ultimatum: basta intromissioni oligarchiche nelle vicende politiche. Gli anni successivi sono stati quindi destinati a isolare chi non si è attenuto al patto: Khodorkovsky è finito in Siberia, Berezosvky e Gusinsky se la sono data a gambe - il primo alla corte di Sua Maestà, il secondo in Israele - altri pesci piccoli, pochi in verità, sono stati presi nella rete della giustizia selettiva che ha ostacolato i nemici di Putin e li ha costretti a scendere a patti o all’esilio, di solito dorato.

La gran parte dell’oligarchia, i superstiti del gruppo iniziale e i nuovi che hanno beneficiato del cambiamento, continua però a sostenere oggi il potere politico ricevendone sempre i dividendi. Sotto Vladimir Vladimirovich le competenze di questa èlite a due facce sono comunque ben definite e più efficienti. La Russia cresce di peso sulla scacchiera internazionale e si scrolla di dosso il complesso di debolezza interno causato dal disastroso decennio eltsiniano (tra due colpi di stato, 1991 e 1993, due guerre in Cecenia, 1994-1996 e 1999-2000, e il default del 1998). I deficit democratici sono considerati a Mosca errori di cosmesi per un Paese che non vuole accettare lezioni dall’Occidente, sempre pronto a bacchettare il Cremlino, ma anche sempre pronto ad accogliere nelle proprie banche il capitale degli oligarchi. La nuova razza padrona russa, i nuovi magnati che sono veri global player dell’economia mondiale avendo investito ovunque, non sono certo in declino. Si sono trasformati: il defunto Berezovsky e lo stesso Abramovich, hanno rappresentato e rappresentano un modello un po’ invecchiato, tra teorie del complotto e gossip.

Il centinaio di miliardari russi presente nella lista di Forbes (il più ricco d Russia è Alisher Usmanov con un patrimonio personale di 17,6 miliardi di dollari) incarna una classe diversa da quella dei “magnifici sette”, più moderna e globalizzata da un lato, più attenta a non pestare i piedi a nessuno dall’altro, pronta al compromesso per non perdere i privilegi e disposta a ridistribuire parte, seppur minima, della ricchezza attraverso meccanismi spesso imposti dall’alto. Non solo. Gli oligarchi puri, cioè quelli provenienti direttamente dai settori dell’economia e della finanza, sono stati affiancati dagli oligarchi di stato, i silogarchi (siloviki+oligarchi), ossia i siloviki - gli uomini che Putin nel corso di un decennio ha cooptato dall’apparato di sicurezza e inserito nei gangli dell’amministrazione, della burocrazia e delle aziende statali (Gazprom e non solo) - diventati parte integrante del gruppo centrale di potere. Silogarchia, insomma, il governo dei siloviki e degli oligarchi: è questa la vera Russia di oggi. Chissà cosa avrebbe detto Platone.

(Linkiesta)

La dissoluzione dell’Unione Sovietica fu sancita in una dacia a Viskuli, nella foresta di Belavezha in Bielorussia, l‘8 dicembre del 1991. Nella riunione a cui parteciparono i presidenti di Russia, Bielorussia e Ucraina furono fatti scorrere fiumi di vodka. Non si sa ancora bene se per festeggiare o per intorpidire nell’alcool quella che poi Vladimir Putin avrebbe definito come “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”.

Fatto sta che Boris Eltsin, Stanislav Shushkevich e Leonid Kravchuk decisero di mettere la parola fine all’esperimento comunista. La bandiera rossa con falce e martello fu ammainata dal Cremlino il 26 dicembre, dopo che gli accordi bielorussi furono ratificati il 21 ad Alma Ata, allora capitale della repubblica sovietica del Kazakistan, dalle altre repubbliche che nel corso dei mesi precedenti avevano dichiarato già la loro indipendenza da Mosca.

A vent’anni dalla notte dei forti spiriti, Vladimir Vladimirovic ha proposto nel 2011 la sua versione di “Urss light”, l’Unione Euroasiatica che ha ricevuto sino ad ora le adesioni di Bielorussia e Kazakistan, in attesa di quelle scontate di Kirghizistan e Tagikistan, gli anelli più deboli della catena centroasiatica. Nicchia ancora l’Ucraina di Victor Yanukovich, impegnata a dover scegliere tra una cooperazione più stretta con Mosca e un avvicinamento a Bruxelles. Kiev è incagliata tra il caso di Yulia Tymoshenko e l’eterna questione del gas. Le altre due repubbliche dell’Asia centrale, Turkmenistan e Uzbekistan, sono ancora troppo impegnate a far regnare l’ordine interno, e il posizionamento sulla scacchiera internazionale passa in secondo piano.

Gli ultimi due decenni sono stati per Ashgabat e Tashkent all’insegna dell’immobilismo e della ricerca di un equilibrio tra le pressioni russe e statunitensi. Per ora non sembra che né Gurbanguly Berdymukhammedov né Islam Karimov si vogliano accodare al progetto del Cremlino. Mentre il Turkmenistan continua la sua politica multivettoriale in solitudine, l’Uzbekistan è comunque membro della Sco, l’organizzazione di Shangai trainata da Mosca e Pechino che si pone come alleanza un po’ ibrida in chiave antiamericana.

Non è però ben chiaro come la Sco potrà in futuro muoversi con due baricentri in concorrenza. Ecco dunque che l’Unione Euroasiatica, a vent’anni dal crollo dell’Urss sembra davvero un modello capace di svilupparsi sia a livello economico che politico sul solido asse Mosca-Astana (l’aggancio di Minsk è importante per la cosmesi e la psicologia, non per la sostanza; per Kiev il discorso è diverso).

I prossimi sei anni con Putin al Cremlino saranno decisivi per capire non solo che strada prenderà la Russia sul versante interno, ma per vedere se questo nuovo attore sarà in grado di reggere l’avanzata del drago cinese. Un futuro spazio economico “da Lisbona a Vladivostok”, seguendo le parole del primo ministro e futuro presidente russo, cioè una più stretta cooperazione tra Unione Europea e spazio ex sovietico, potrebbe risultare decisivo per evitare che l’area collassi su se stessa. Ma la miopia congenita che regna a Bruxelles come a Mosca fa sì che i problemi all’ordine del giorno siano altri.

(Limes)

Crollo di Valdimir Putin? I russi si sono svegliati e quindi c'è da attendersi una rivoluzione arancione a Mosca? Il risultato delle elezioni parlamentari di domenica 4 dicembre che ha visto Russia unita perdere quasi il 15% dei voti (oltre 13 milioni di elettori) è per certi versi sorprendente, ma non deve indurre al solito errore occidentale che vede Mosca per come vorrebbe fosse e non per quanto è realmente. Manipolazioni elettorali e controllo dei media, abuso delle risorse amministrative ed emarginazione strategica dell’opposizione non sono certo cosa nuova e hanno le loro radici nella Russia degli Anni 90, quella che aveva respirato qualche soffio di democrazia, ma era finita tra l’ingordigia degli oligarchi e un presidente un po’ ubriacone che trascinò il Paese sull’orlo del baratro.

Le speranze accese da Putin nei suoi primi due mandati si sono raffreddate durante il quadriennio di Dmitrij Medvedev al Cremlino e ora la prospettiva che il premier ritorni per sei anni al timone del Paese nel segno dell’immobilismo non ha certo entusiasmato i russi che gli anno mandato un chiaro segnale. Il consolidamento e la verticalizzazione del potere sono state appoggiate dalla stragrande maggioranza dei russi, che però sente ora l’esigenza di vere riforme. Sin dai tempi di Boris Eltsin e della nuova Costituzione del 1993 infatti il presidente russo è sempre stato il numero uno e il parlamento - che «Corvo Bianco» prese a cannonate nell’estate di 18 anni fa - è sempre stato insignificante.

Anche le proteste di questi giorni a Mosca, San Pietroburgo e altrove fanno parte di un rituale che nell’ultimo ventennio si è ripetuto diverse volte, sempre in forme limitate e amplificate a dismisura dall’eco occidentale, e sono elementi integranti di un quadro che va visto nel suo contesto, quello di un sistema che non è mai stato veramente democratico e che è tutt’ora in transizione, a 20 anni dal crollo dell’Unione sovietica. Se sino alla fine degli Anni 90 la protesta di piazza era riservata ai soliti comunisti, nostalgici di un passato che per le vecchie generazioni è sempre stato difficile da rimuovere, dallo scorso decennio ai seguaci di Gennady Zyuganov si è affiancata la nuova opposizione, quella costituita dall’élite che aveva sostenuto Eltsin e che Putin all’inizio del suo primo mandato aveva cominciato a sostituire e che si è alleata con chi da qualsiasi prospettiva si oppone al Cremlino.

E così la piazza di oggi si muove per esempio tra Grigori Yavlinski, fondatore del Partito liberale Yabloko (in corsa sin dal 1995, ma dal 2003 fuori dalla Duma), un moderato, però senza appeal elettorale; Boris Nemtsov, ex vice primo ministro sotto Eltsin, da 20 anni sulla breccia, da sempre contro Putin, ma incapace di coagulare intorno a sé un partito serio; Garry Kasparov, talvolta segnalato dai media occidentali come uno dei più duri oppositori del regime, in realtà ex campione di scacchi ed editorialista del Wall Street Journal con alle spalle un movimento un po’ bizzarro (Altra russia) di cui fa parte Eduard Limonov, scrittore e numero uno del Partito nazionalboscevico.

Questi rumorosi antiputiniani raccolgono qualche migliaio di persone per le strade e non hanno mai avuto nessuna possibilità di influire sulle vicende politiche, in parte perché tenuti sotto controllo, ma soprattutto perché il loro seguito è davvero molto limitato. Ingannevole di questo punto di vista è la sproporzione tra lo spazio che trovano sui media occidentali e il peso obiettivo all’interno della Russia.

Chi invece può dare grattacapi al Cremlino è quella maggioranza che non è andata alle urne (il 40% degli elettori, circa 30 mila persone) insieme con tutti coloro che hanno votato per comunisti e nazionalisti, non tanto per convinzioni politiche, ma per protesta e per dare un segnale chiaro al partito del potere. Questi russi sono quelli che nel futuro prossimo possono e devono far capire che buona parte della Russia sta cambiando ed è ora che qualcosa cambi ai piani alti del sistema.

Tra questi ci sono i giovani che si muovono su internet seguendo le orme del blogger Alexei Navalny e non vanno certo alle urne, ma ci sono pure gli esponenti della classe media, che si è notevolmente espansa nell'ultimo decennio proprio grazie a Putin e che ora è preoccupata per gli aspetti involutivi della politica del Cremlino.

Vent’anni fa la Russia ha già avuto la sua rivoluzione, alla quale è seguito un decennio tragico (due colpi di stato, 1991 e 1993; due guerre in Cecenia, 1994-96, 1999-2000 e il default economico del 1998), e i russi non ne vogliono certo un’altra. Qualche aggiustamento però sì. I primi segnali possono venire dalla formazione del prossimo governo e la primavera russa potrebbe arrivare sorprendentemente in versione light, coadiuvata e gestita proprio da Putin, se decidesse di usare i prossimi sei anni al Cremlino per fare, almeno in parte, quello che il Paese gli sta chiedendo da tempo.

(Lettera 43)

Campagna noiosetta, vigilia tranquilla, risultato scontato. Le elezioni russe per la Duma non sono certo al cardiopalmo. Hanno provato a mettere un po’ di pepe le signorine scosciate che in internet hanno fatto pubblicità per Dmitri Medvedev, presidente che guida le liste di Russia Unita, ma senza troppo successo.

Vladimir Putin ha schiacciato ultimamente sul pedale del gas nazionalista, evocando il solito complotto straniero di chi si impiccia di cose russe senza chiedere il suo permesso, tentando più che altro di deviare qualche preferenza di chi ha già deciso di votare i comunisti dell’immarcescibile Gennady Zyuganov o i liberaldemocratici (di nome, non di fatto) dell’eccentrico Vladimir Zhirinovski.

Storie su cui si sono buttati a pesce i media, dovendo pur raccontare qualcosa di questa tornata elettorale che secondo i sondaggi avrà se non altro il merito di dare una registrata al tandem del Cremlino Putin-Medvedev alle prese con i dati in calo. Russia Unita potrebbe perdere una sessantina di seggi (da 315 a 250, sui 450 al parlamento), e anche questa non è che sia una grande sorpresa: i russi non sono passivi del tutto e non hanno apprezzato la sceneggiata della staffetta annunciata tra Vladimir Vladimirovich e Dmitri Anatolevich, con il primo che in primavera si riprenderà il posto di presidente e il secondo che dovrebbe finire a fare il capo del governo (salvo imprevisti). In più si aggiunge la crisi che non ha risparmiato la Russia e se in Europa i reggenti o sono stati direttamente silurati o hanno i rating in cantina non si capisce bene perché a Mosca dovrebbe essere diverso.

I tedeschi ce l’hanno con la Merkel, i francesi con Sarkozy, i russi con Putin e il suo clone. Promesse mancate, riforme strutturali finite nell’oblio, corruzione dilagante. Quindi è fisiologico che molti non andranno alle urne e saranno meno di quelli che Russia Unita sperava coloro che voteranno per il partito del Cremlino. La situazione russa è particolare e la democrazia sulla Moscova funziona in maniera diversa che sulla Senna o sul Tamigi (sarebbe sorprendente il contrario), tutto va quindi letto nell’ottica post-sovietica.

A vent’anni dalla fine dell’Urss è la sesta volta che viene rinnovata la Duma e gli unici due partiti che dal 1993 sono stati sempre rappresentati sono il Kprf (i comunisti) e il Lpdr (i liberaldemocratici), formazioni che sono regolarmente state all’opposizione. Ad avere la maggioranza sono stati di volta in volta i “partiti del potere”, quelli messi in campo sotto l’egida del capo di stato di turno (da Boris Eltsin a Putin-Medvedev) e che hanno goduto perciò del bonus presidenziale, vale a dire hanno avuto a disposizione le risorse amministrative e la benevolenza dei media.

Nel decennio putiniano è stata Russia Unita a farla da padrona, prima ci sono state le alleanze variabili dei baroni e degli oligarchi. Il risultato di questo gioco è che da sempre si sa già chi vince e soprattutto chi perde. Un ruolo marginale hanno giocato i partiti minori, di destra o di sinistra, messi in seria difficoltà ultimamente dagli alti paletti burocratici per la registrazione e la soglia di ingresso fissata al 7%.

Nella Duma in carica il quarto partito oltre a Ru, Kprf e Lpdr è Russia giusta, che dovrà sudare per ritrovare i suoi seggi in parlamento. Il suo leader Sergei Mironov non è più nelle grazie del Cremlino e rischia quindi di perdere qualcosa. Incertezza anche per Giusta Causa, il nuovo partito della destra liberale guidato da Andrei Dunayev che dopo l’abbandono dell’oligarca Mikhail Prokhorov appare destinato a rimanere a bocca asciutta. Stesso discorso per lo storico Yabloko di Grigori Yavlinski e i Patrioti di Russia. Qualche seggio di consolazione verrà distribuito ai partiti che pur non avendo raggiunto il 7% avranno oltrepassato il 5%. Poca roba, di fronte alla scorpacciata che farà in ogni caso Russia Unita. Il fatto di non avere forse più la maggioranza dei due terzi, ma solo quella relativa potrà servire a Putin anche per dimostrare ai critici in Occidente che la democrazia alla russa a suo modo funziona. Sicuramente più di quelle in Kazakistan o Azerbaijan.

(Linkiesta)

Non sarà certo un’onda anomala rossa, ma è un fatto certo che i comunisti russi stanno di nuovo tornando alla carica. Secondo i sondaggi alle prossime elezioni parlamentari potrebbero sfondare la soglia del 20%, sempre lontani dal partito del potere guidato da Vladimir Putin contro il quale nulla si può, ma lanciati per rinverdire i fasti degli anni Novanta, quando costituivano ancora la maggioranza relativa. Oggi come allora li guida Gennady Zyuganov, fisico convertitosi alla politica, da diciotto anni membro della Duma della Federazione Russa e per quasi trent’anni del Partito comunista dell’Urss.

Nel novembre del 1991 Boris Eltsin, in seguito al putsch di agosto e alla vigilia della dissoluzione dell’Impero che sarebbe stata sancita a dicembre, mise al bando il Pc sovietico e Zyuganov fu uno dei fondatori della nuova formazione rinata nel 1993 e di cui poi prese la testa nel 1995. Da allora Gennady Andreevich non perde un colpo e tra alti e bassi è sempre stato la punta di diamante dell’opposizione, sia ai tempi di Corvo Bianco che nell’ultimo decennio, dominato dal tandem Putin-Medvedev.

La perdita di appeal dei due signori in questione ha riportato alla ribalta Zyuganov e compagni, capaci di agganciare non solo il solito zoccolo duro di nostalgici, ma anche qualche forza fresca, oltre naturalmente alla protesta di sinistra (quella di destra si dirige verso i liberaldemocratici del Lpdr, ossia verso Vladimir Zhirinovsky). Alle elezioni del 2007 il Kprf (Kommunističeskaja Partija Rossijskoj Federacii) aveva raggiunto l’11,57% dei voti e 57 seggi, domenica sera gliene potrebbero essere assegnati una novantina. Non sarebbe certo il record della sua storia, ma il miglior risultato nell’era putiniana.

Se i sondaggi verranno dunque confermati sarà ancora una volta Zyuganov a ricoprire il ruolo di anti-Putin, anche in vista delle presidenziali del 4 marzo 2012 quando i due si ritroveranno di fronte, questa volta personalmente e non solo come candidati di punta dei rispettivi partiti alle legislative. Il quasi settantenne Gennady Andreevich è uno abituato agli scontri. Soprattutto a perderli, sia per il fatto che i seguaci del comunismo nella Russia di oggi sono comunque una minoranza, sia perché i suoi rivali, sia negli scontri diretti per il Cremlino, sia in quelli per la Duma, non hanno rinunciato a utilizzare ogni possibile risorsa, anche sporca.

Non è solo la storia di queste elezioni, pilotate dall’alto per non lasciare troppo spazio a sfoghi indesiderati, ma di tutte quelle del passato. Una storia che dimostra come la via della democrazia della Russia è stata smarrita quasi prima di essere stata imboccata. La differenza, tra gli anni Novanta e oggi, è nella percezione occidentale: allora i brogli per tener buoni i comunisti erano giudicati a fin di bene e le manipolazioni dei media erano giustificate dal fatto che bisognava evitare mali ben peggiori.

Quando Zyuganov nel 1996 arrivò al ballottaggio delle presidenziali contro Boris Eltsin dovette soccombere di fronte al capo di stato in carica alla fine di una campagna elettorale che fu il segnale, secondo il leader del partito liberale Yabloko Grigori Yavlinski, della morte della libertà di stampa in Russia. Quindici anni fa si trattava di impedire che i comunisti, primo partito alle parlamentari del 1995 con il 22%, riprendessero il comando in un Paese in crisi dopo la prima guerra cecena (1994-1996) e saccheggiato dalle bande di oligarchi. Gennady Andreevich prese al primo turno il 33% contro il 35% di Eltsin, che prima del ballottaggio “comprò” i voti del terzo incomodo, il generale Alexander Lebed, nominato in seguito segretario del Consiglio della Federazione. Nonostante la sconfitta e l’ostracismo del potere, Zyuganov portò i comunisti a confermare maggioranza relativa alla Duma eletta nel dicembre del 1999, davanti al primo partito di Putin Unità e a Patria-Tutta la Russia, che poi in parlamento si allearono mettendo ancora una volta i rossi in castigo.

Il 24,3% di allora è rimasto il miglior risultato alle elezioni parlamentari. Nel 2003 il Kprf ha ottenuto il 12,8%, poco più di quello che avrebbe conquistato quattro anni dopo. Ora Zyuganov vuole quasi raddoppiare, anche se il suo ruolo non cambierà. Confinato ai banchi dell’opposizione, lontano dai centri di potere, espressione di un passato che non passa e che qualcuno delle vecchie generazioni in Russia guarda ancora con un pizzico di nostalgia.

(Lettera 43)