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Articolo di Pierluigi Mennitti

Nel fine settimana dominato dalla paura per la riapertura delle Borse, l'8 agosto dopo la bocciatura del rating statunitense, l'analisi degli economisti tedeschi rende l'idea del clima che stanno vivendo i governi dei Paesi dell'area euro. «Il bisogno finanziario dell'Italia è enorme», ha proseguito il magazine, «e secondo le stime degli esperti governativi, gli altri partner europei non sono in grado di garantire l'intero debito statale italiano di 1.900 miliardi di euro».
I problemi di Roma si ripercuoterebbero inevitabilmente anche su Berlino: «In breve tempo i mercati sospetterebbero che anche a un Paese come la Germania si stia chiedendo troppo».

Se l'Italia, per la sua stazza economica, è il Paese che anima di più gli incubi tedeschi, lo stesso discorso viene esteso all'altro grande malato, la Spagna. Sono rispettivamente la terza e la quarta economia dell'area euro e il salvataggio di entità così grandi è solo nelle mani dei loro governi: «L'ombrello del fondo Efsf è stato concepito per venire in aiuto di Paesi di piccole e medie dimensioni», ha aggiunto lo Spiegel, riprendendo le osservazioni del governo di Berlino, «per Roma e Madrid, invece, l'unica strada percorribile è quella dei risparmi e delle riforme». Poche ore prima della riapertura delle Borse asiatiche, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno ribadito questi concetti nel tentativo di porre un argine al timore di nuovi crolli sui mercati. «Le recenti misure adottate da Italia e Spagna per il consolidamento dei bilanci e il miglioramento della competitività vanno nella giusta direzione», ha scritto la Süddeutsche Zeitung, riferendo il comunicato congiunto franco-tedesco, «e in particolare l'obiettivo italiano di anticipare di un anno il pareggio di bilancio rappresenta una scelta dal significato strutturale».

Agli annunci è necessario però, in breve tempo, far seguire i fatti: «Una completa e rapida conversione delle misure proclamate è indispensabile per favorire la tranquillità dei mercati». A questo si è aggiunto il via libera alla possibilità che la Banca centrale europea acquisti i Btp italiani: «Esiste una base adeguata per l'intervento della Bce». In un contesto internazionale così drammatico, anche chi, come la Germania, aveva finora festeggiato solo dati positivi, comincia a rivedere le stime per il prossimo futuro. Negli ambienti economici e politici si fa sempre più strada la convinzione che la robusta ripresa economica del 2010, che aveva fatto registrare i numeri più alti dai tempi della riunificazione, sia stata una breve parentesi. Già le anticipazioni sul 2011 indicano un rallentamento della crescita in atto, le previsioni per il 2012 sono più cupe: nel frattempo si è fermato il mercato del lavoro, che nel mese di luglio ha fatto registrare una lieve inversione di tendenza dopo mesi consecutivi di discesa della disoccupazione.

Gli umori registrati fra imprenditori e consumatori sono tornati dopo tanto tempo pessimistici. «L'economia tedesca, grazie alla sua forza nell'export, ha approfittato ampiamente della ripresa globale degli ultimi due anni», ha scritto la Welt, «ma una eventuale, nuova recessione mondiale non potrà essere evitata dalle nostre aziende. Il peso di quei mercati che ancora sembrano andar bene - Russia, Canada e Paesi scandinavi - è troppo piccolo per bilanciare la caduta nelle altre aree e, in particolare, in quella statunitense».
Non può esistere un'isola felice in un mare in tempesta e i tedeschi osservano i marosi altrui sapendo che non basterà alzare le dighe.

(Lettera 43)

Ancora ieri, nella conferenza annuale con la stampa estera, Angela Merkel si era tenuta sul vago, evitando di pronunciare qualsiasi giudizio sulla corsa alla presidenza della Bce: «Sono fatta così, mi prenderò fino all'ultimo minuto disponibile, ma poi vi avvertirò della scelta». Ma nelle ultime ventiquattro ore la lancetta dell'orologio deve essere corsa più in fretta della clessidra normalmente usata dalla cancelliera.

E pochi minuti fa il settimanale Die Zeit ha lanciato sul suo sito online una dichiarazione raccolta direttamente dalla Merkel che suona come il via libera definitivo: «Ich kenne Mario Draghi. Er ist eine sehr interessante und erfahrene Persönlichkeit. Er steht unseren Vorstellungen von Stabilitätskultur und solidem Wirtschaften sehr nahe. Deutschland könnte eine Kandidatur von ihm für das Amt des EZB-Präsidenten unterstützen». Tradotto: «Conosco Mario Draghi. Si tratta di una personalità interessante ed esperta e assai vicina alla nostra idea di cultura della stabilità e di un'economia solida. La Germania potrebbe sostenere una sua candidatura alla presidenza della Banca centrale europea.

Non sorprenda il congiuntivo utilizzato: könnte, potrebbe. Per chi ieri si è scontrato con il muro di gomma della cancelliera verso ogni domanda riguardante la Bce, quello di oggi, se non sarà smentito, è un passo in avanti decisivo. Che apre definitivamente le porte a Mario Draghi.

A breve Angela Merkel scoprirà le carte del governo nel grande gioco che si è aperto su due tavoli, quello della Bundesbank e della Banca centrale europea, dopo l’annuncio di dimissioni di Axel Weber. La cancelliera è fatta così: quando scoppia una tempesta e tutti si affannano sul ponte a destra e a manca, lei mostra una calma imperturbabile, si rinchiude nella cabina di comando, studia le carte e, solo quando è convinta della decisione, esce in coperta e annuncia la scelta. Finora le è andata bene quasi sempre: le decisioni si sono rivelate spesso giuste, di certo spiazzanti per i suoi avversari e utili a salvare la pelle alla sua ciurma.

Una capacità di sopravvivenza che non lascia nulla al caso. Tutto è studiato, razionalizzato, valutato. Merkel si prende il suo tempo, incurante di quel che accade fuori, di quel che scrivono i giornali o quel che dichiarano i politici, siano di maggioranza o di opposizione. Così, per sapere come questa volta sbroglierà la matassa che si è aggrovigliata attorno ai due palazzi di Francoforte, è quasi inutile inseguire le quotidiane rivelazioni di questo o quel giornale. Restano solo due possibilità: attendere o affidarsi a quel poco che dicono gli uomini a lei vicini, gli unici autorizzati a centellinare, con parsimonia, gli umori che maturano dietro l’oblò del palazzo della cancelleria.

Steffen Seibert è uno di questi. Il portavoce del governo venne pescato nell’agosto dello scorso anno dalla redazione della Zdf, la seconda rete pubblica tedesca, direttamente dalla Merkel, per sostituire Ulrich Wilhelm che compiva dopo 5 anni di onorata carriera il percorso opposto, dal governo alla direzione della Bayerischer Rundfunk, il canale radio-televisivo pubblico della Baviera. Compito, una faccia da bravo ragazzo che gli regala un’immagine assai più giovanile rispetto ai suoi 50 anni, Seibert ha lasciato trapelare, se non l’identikit, almeno qualche traccia dell’uomo su cui Berlino punterà per sostituire l’attuale presidente della Bce, il francese Jean-Claude Trichet, che a ottobre farà le valige. E ha confermato che il passaporto del nuovo uomo non sarà fondamentale per la scelta. Insomma, Angela Merkel potrebbe anche confermare le indiscrezioni che finora la vorrebbero restia a puntare su un candidato tedesco, dopo lo smacco del forfeit di Weber.

Nel consueto briefing con i giornalisti del lunedì mattina, Seibert ha risposto a una domanda precisa sulle prospettive della corsa di Mario Draghi. «L’idea del governo tedesco – ha detto il portavoce – è che non sarà decisiva la nazionalità del nuovo presidente, ma la sua volontà di combattere l’inflazione». E il fatto che il presidente di Bankitalia non sia, come temono la stampa e l’opinione pubblica tedesca, un fautore dell’euro debole ha fatto tirare le somme a un giornale economico autorevole come l’Handelsblatt, che sul suo sito online ha titolato: «Merkel mostra simpatia per Mario Draghi alla presidenza della Bce». Da via XX settembre devono aver intuito l'abbocamento, se Mario Draghi si è lasciato docilmente intervistare dall'autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung, lodando la via tedesca alla ripresa economica e sposando la linea del rigore cara a Berlino.

Tutto sarà più chiaro fra pochi giorni, forse già mercoledì 16 febbraio, quando il governo di Berlino renderà pubblici i tasselli che comporranno la nuova struttura della Bundesbank. Ma se le voci che circolano nel ristretto gruppo che ruota attorno alla Merkel verranno confermate, potrebbe anche venir fuori la sorpresa di un appoggio dei tedeschi alla candidatura italiana. In questo caso, i giochi per Mario Draghi, che in giornata ha ricevuto anche la robusta sponsorizzazione del Financial Times e venerdì scorso quelle non del tutto disinteressate di Giulio Tremonti, se non fatti sarebbero comunque più semplici.

Seibert conferma solo i tempi brevi per la Bundesbank: «In questa settimana troveremo una buona soluzione». Non resta che seguire le tracce dei rumors. Il nome che potrebbe sostituire Axel Weber, le cui dimissioni saranno effettive ad aprile, è quello di Jens Weidmann, con i suoi 42 anni giovanissimo consigliere economico di Angela Merkel ma con alle spalle una già lunga esperienza che annovera 2 anni nel Fondo monetario internazionale e, soprattutto, un passaggio proprio nella Bundesbank, dove guidò il Dipartimento per le analisi e le politiche monetarie fino al 2006, quando si trasferì al fianco della cancelliera. Per il governo ha coordinato i lavori preparatori del G-20 e del G-8. Il viaggio al vertice della Bundesbank sarebbe però a tappe, con un breve periodo di rodaggio all’interno del consiglio direttivo e il passaggio alla presidenza durante l’estate. I mesi di transizione sarebbero invece guidati dall’attuale vice Franz-Christoph Zeitler. Queste le voci più accreditate, alle quali si aggiunge quella che vorrebbe Angela Merkel serbare ancora un nome a sorpresa. Sulla nomina di Weidemann, al quale lo stesso Axel Weber ha riservato giudizi assai lusinghieri, potrebbe pesare il sospetto di eccessiva vicinanza al mondo politico. Ma chi lo conosce bene, assicura che il giovane economista ha la caratura adatta per interpretare qualsiasi ruolo con grande autonomia.

Sul versante della Bce, vanno invece ancora riportate le parole del ministro dell’Economia, il liberale Rainer Brüderle, che in un’intervista alla Bild ha rafforzato l’impressione che la Germania non si impunterà su una candidatura tedesca. «Non è importante la nazionalità del candidato – ha detto – ma il fatto che sia intimamente convinto che l’inflazione non risolva alcun problema e che gli europei abbiano bisogno di prezzi stabili per assicurare crescita e benessere». Quel che appare certo, è che il tentativo di mettere in campo un vasto accordo bipartisan per rilanciare una candidatura nazionale non ha fatto molta strada. La proposta lanciata dallo Spiegel nel fine settimana, e ripresa con entusiasmo dal capogruppo dell’Spd Frank-Walter Steinmeier, di mettere in corsa l’ex ministro delle Finanze Peer Steinbrück, è stata rispedita al mittente senza tanti complimenti dal diretto interessato. E di fronte ai profondi contrasti delle ultime settimane fra maggioranza e opposizione su temi economici come la riforma del welfare state, i margini per una soluzione condivisa sembrano davvero ristretti. Insomma, Berlino ha indicato il percorso maestro al futuro presidente della Bce, senza richiedergli una specifica carta d’identità. E l’impressione è che questa strada possa condurre a Palazzo Koch.

Aggiornamento di un articolo pubblicato su Lettera 43.