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La guerra per l’Artico è cominciata da un pezzo. E ogni tanto qualcuno dei contendenti rinfresca la memoria a chi pensa che il riscaldamento terrestre e il disgelo nelle zone polari siano solo questioni ecologiche. L’ultima in ordine di tempo è stata la Russia che, attraverso Aleksandr Popov, direttore dell'agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, a fine ottobre ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni unite a riconoscere in fretta i nuovi confini che accrescerebbero la parte russa di Artico di oltre di 1 milione di chilometri quadrati.

Già nel 2001 Mosca ha presentato all’Onu la richiesta della ridefinizione dei territori di appartenenza, sulla base di studi e ricerche macinati senza sosta per un ventennio. Sotto la presidenza di Vladimir Putin la pressione è aumentata e le ultime spedizioni tra i ghiacci fra il 2010 e il 2012 sembrano avere portato le prove scientifiche che alla Russia spetta una fetta maggiore di quella che ha già.Perché tanta insistenza? Basta guardare cosa c’è sotto l’Artico: 10 miliardi di tonnellate di petrolio (il 13% delle riserve mondiali) e gas in quantità gigantesca (circa 1550 miliardi di metri cubi. Il 30% riserve mondiali non ancora sfruttate). In più la piattaforma custodisce immense riserve di oro, diamanti, rame, nickel, metalli rari e preziosi e chi più ne ha più ne metta. Insomma, un tesoro che pochi possono spartirsi e chiunque vuole cedere il meno possibile agli altri. Il problema sta appunto nella definizione dei confini tra i Paesi che si suddividono il territorio polare, cioè Russia, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia e Canada: la suddivisione del Mare glaciale artico ha creato dissidi mai risolti.

Secondo una convenzione del 1982 ciascun Paese controlla le acque sino a 200 miglia dalla rispettiva costa e il Polo nord sarebbe territorio neutrale. Da quando nel 2011 la Russia ha però chiesto una revisione, calcolando le 200 miglia a partire dalla propria piattaforma continentale, cioè considerando il territorio sotto le acque come il prolungamento della massa euroasiatica, sono cominciate le baruffe. L’Onu non ha dato nessuna risposta e si è limitato allora a consigliare altre ricerche. Nel 2006 ci ha pensato allora la Norvegia a volersi allargare allo stesso modo e la Danimarca non è stata da meno, presentando lo stesso anno analoghe richieste, sostenendo che il Polo si trova sotto il prolungamento della Groenlandia, quindi appartenente a Copenhagen. Il Canada ha annunciato per il 2013 una simile domanda al Palazzo di vetro. Spettacolare è stata però l’iniziativa del 2007 di Mosca, con Putin che ha mandato un sottomarino al Polo facendo piantare sul fondo del Mare glaciale artico la bandiera russa. Un po’ come facevano gli esploratori nei secoli passati, a scanso di dubbi.

Da una quindicina d’anni esiste anche il Consiglio dell’artico, un organo in teoria deposto a dirimere conflitti come quelli sul passaggio a nord-ovest (tra Atlantico e Pacifico) tra Canada e Stati Uniti, ma nella pratica, finora, inutile. Le Nazioni unite dovrebbero esprimersi presto sulla delicata materia, si dice nel giro di un paio d’anni, chiarendo definitivamente a chi spetta cosa, ma intanto la guerra continua. Il contendente più intraprendente sembra proprio la Russia, anche perché è di fatto l’unico Paese che già da tempo nelle zone artiche è attivo dal punto di vista economico in maniera massiccia, almeno a casa propria. Nel nord, dove vive il 10% della popolazione russa, viene prodotto il 20% della ricchezza e da qui arriva il 60% degli idrocarburi. Per sfruttare le risorse ancora imprigionate nel permafrost è stato calcolato che sino al 2050 Mosca dovrà investire sino a 500 miliardi di dollari. Denaro che la Russia è pronta a sborsare, anche se il Cremlino si è già detto favorevole a mobilitare gli investimenti dall’estero.

Non si tratta però di progetti semplici e se da un lato lo scioglimento dei ghiacci può aiutare nello sbloccamento delle risorse, dall’altro i problemi tecnici e ambientali sono sempre dietro l’angolo. Come è già successo per il piano di Shtokman nel Mare di Barents - guidato da Gazprom con i norvegesi di Statoil e i francesi di Total - che è rimasto nel congelatore per i costi troppo alti in attesa di tempi migliori.
Ma per fa capire che comunque fa sul serio, nonostante gli stop temporanei, Mosca periodicamente alza la voce, piantando bandiere, ordinando esercitazioni militari, spedendo navi tra i ghiacci o facendo volare bombardieri sul Polo: ogni azione va bene per ribadire che il Cremlino non ha nessuna intenzione di mollare la presa sull’Artico.

(Lettera 43)

Se negli anni novanta l’attenzione del mondo sul Polo Nord era concentrata su problemi ambientali come lo scioglimento dei ghiacci e l’estinzione di specie animali, nello scorso decennio la corsa agli approvvigionamenti energetici ha spostato gli interessi politici ed economici.

Paolo Sorbello / Eurasia

Si pensa che il bacino Artico possieda grandi quantità di idrocarburi: un recente studio dello United States Geological Service (usgs) stima che vi sia circa il 20% delle riserve mondiali. Tali riserve sono difficilmente quantificabili a causa degli evidenti problemi di esplorazione e di estrazione dovuti alle temperature e ai banchi di ghiaccio. Di conseguenza, l’estrazione di petrolio e gas naturale non presenta una grande attrattiva per le compagnie petrolifere: l’investimento di enormi capitali senza la sicurezza della buona riuscita del progetto potrebbe risultare antieconomico. I rischi collegati sarebbero la decrescita dei prezzi da una parte e l’incertezza sulla suddivisione territoriale del Polo.

Il Mar Glaciale Artico (od “Oceano Glaciale del Nord”, come viene definito in russo) è considerato un appendice dell’Oceano Atlantico e, in quanto tale, è caratterizzato come “mare aperto”, non come “oceano”. Le esplorazioni del Novecento verso le nuove frontiere del Nord hanno in seguito messo in evidenza come tale mare possa essere considerato un “Mediterraneo Polare”, data la somiglianza con il mare tra Europa, Medio Oriente e Africa. L’Artico, che divide Asia, Europa e Nord America, era rimasto impraticabile fino all’attiva separazione dei ghiacci da parte di spedizioni polari mirate ad aprire passaggi attraverso la calotta polare (Passaggio a Nordest, Passaggio a Nordovest). Durante una di queste spedizioni, nel 1909, lo statunitense Peary pose la bandiera a stelle e strisce a testimonianza dei loro successi. L’apertura dei passaggi ha fatto parte della stagione delle esplorazioni artiche, quando certe imprese rappresentavano più una sfida per l’uomo che una venture economica. Questi passaggi hanno permesso le comunicazioni tra nazioni molto lontane in quanto a distanza longitudinale, ma che invece sono facilmente raggiungibili attraversando i ghiacci polari.

La situazione giuridica e le rivendicazioni

Negli ultimi anni, le nazioni che si affacciano sull’Artico hanno tentato di risolvere l’annosa questione giuridica sulla sovranità dell’Artico. Il diritto del Mare, codificato da una Convenzione ONU redatta nel 1982 (unclos), prevede che nessuna sovranità possa essere reclamata sull’alto mare (art. 86 unclos). La Convenzione è stata ratificata da tutti i paesi che si affacciano sull’Artico, meno che gli Stati Uniti ed è entrata in vigore nel 1994. Nel 1996 è stato formato il Consiglio dell’Artico (Arctic Council) allo scopo di risolvere attraverso negoziati specifici le controversie, i problemi e le emergenze (soprattutto ambientali) che potessero sorgere. Trattandosi di “alto mare”, i paesi litoranei mantengono una zona economica esclusiva che si estende fino a 200 miglia dalla costa (artt. 57, 58 e 86). Mosca, fin dagli anni venti, ha cercato di far passare il principio settoriale, ritenendo di propria pertinenza il triangolo che ha come vertici il Polo Nord e i due estremi del territorio russo (la regione di Murmansk a nordovest e il distretto di Chukotski a nordest). Tale politica è da sempre osteggiata, soprattutto dai paesi scandinavi, che hanno adottato una politica unitaria sull’Artico.

Gli Stati possono rivendicare una zona economica esclusiva più estesa delle 200 miglia, qualora si dimostri la continuità con la propria piattaforma continentale (art. 76 unclos). Virtualmente, considerando la dorsale Lomonosov come parte integrante della piattaforma continentale russa, Mosca ha disegnato un’area che va anche oltre il Polo Nord, contravvenendo alla consuetudine della suddivisione in settori con vertice proprio sul Polo. Questa rivendicazione è stata consegnata presso la Commissione ONU “sui limiti delle piattaforme continentali” dalla Russia. La stessa commissione ha ricevuto le richieste della Norvegia e ne attende ulteriori da Canada (2013) e Danimarca (2014). Tuttavia, con molta probabilità, le proposte dei singoli Stati non saranno compatibili. Rimane da capire in base a quale principio si muoverà la Commissione e come saranno affrontati i problemi legati alla sicurezza, agli approvvigionamenti energetici e alle popolazioni artiche. Una soluzione onnicomprensiva che affronti tutte le questioni relative all’Artico potrebbe essere raggiunta con un trattato internazionale. Sarebbe tuttavia necessario prevedere strumenti di monitoraggio e risposta rapida ai problemi, soprattutto ambientali, che potrebbero sorgere.

L’atteggiamento russo

Proprio la Russia, nell’agosto del 2007, pose la propria bandiera sul fondale del Mare Artico. Su questo evento intervenne l’Alto Commissario Europeo Javier Solana, sostenendo che da allora sarebbero cambiate le dinamiche geostrategiche. Nell’ultima Strategia Energetica (che rilascia proiezioni fino al 2030), decreto approvato alla fine del 2009, il Cremlino stabilisce le prossime tappe per lo sviluppo energetico regionale. Sono previsti lo sviluppo massiccio di infrastrutture di trasporto e la facilitazione dell’iniziativa privata attraverso l’abbassamento della pressione fiscale. Il primo di questi obiettivi riguarda la creazione di un condotto per il trasporto del gas naturale dalla regione di Murmansk che si congiunga con il sistema di trasporto eurasiatico, al fine di completare l’unificazione della rete rivolta all’esportazione, sia verso ovest, sia verso est. Il secondo obiettivo è realizzato dalla recente riforma della tassazione che abbatte significativamente il carico fiscale sulle operazioni di upstream (esplorazione, estrazione e produzione) soprattutto a nord del circolo polare artico. Quest’ultima mossa rappresenta una novità assoluta nella sfaccettatura giuridica della politica energetica russa, che ha una storia di incertezze burocratiche e ostilità tecniche verso gli investimenti esteri nei nuovi giacimenti (che sono quasi tutti inclusi nell’elenco delle aree di interesse strategico).

La Federazione Russa ha assunto una posizione “antagonista” ai recenti meeting dei paesi che si affacciano sull’oceano Artico, che si riflette nelle dichiarazioni del 2010 della Dottrina di Sicurezza Nazionale «non si esclude l’uso della forza per risolvere controversie che possano sorgere dalla battaglia competitiva per le risorse naturali». Questa posizione rafforza l’atto unilaterale del piazzamento del vessillo russo sul fondale della porzione controversa dell’Artico, ma si distingue dalla tendenza dimostrata storicamente dalla Russia, che preferisce attenersi con scrupolo al Diritto Internazionale.

Oltre alle questioni di principio, la presenza di isole e popolazioni indigene ha causato alcune controversie negli ultimi decenni, che gli Stati hanno spesso risolto con accordi bilaterali. L’ultimo passo significativo è stato compiuto da Norvegia e Russia, durante gli incontri bilaterali che hanno preceduto il meeting del Consiglio dell’Artico nell’autunno 2010.

Energia artica

Per quanto concerne i giacimenti più promettenti sul confine meridionale della calotta polare come Shtokman, la Strategia Energetica al 2030 riporta, con un errore di unità di misura, dati fermi alle esplorazioni del 2006/07. Nuovi sviluppi si sono visti nel 2008, quando il Cremlino ha pubblicato la propria “Strategia artica”. Inoltre, degli studi paralleli sui dati geologici forniti dagli organismi scientifici russi e norvegesi hanno spinto Bellona, organizzazione di Oslo che si occupa di questioni energetiche e ambientali, a prevedere l’inizio della produzione di gas per il giacimento russo al 2035.

Per quanto riguarda Shtokman, che con le sue 370 miglia quadrate è il secondo giacimento di gas più esteso al mondo, gli ultimi sviluppi prevedono l’inizio dell’estrazione nel 2013. Se i dati delle versioni più ottimistiche fossero corretti, questo sarebbe il deposito più grande al mondo di gas naturale, capace di soddisfare la domanda europea di gas per sette anni. Ma le difficoltà tecnologiche nell’estrazione e nella manutenzione riguardanti le operazioni offshore sono probabilmente la ragione per cui la Russia sta cercando di rendere più appetibile la partecipazione straniera nelle Joint Ventures e negli accordi di produzione condivisa (Production Sharing Agreements o PSA). Shtokman è regolato da un PSA che coinvolge Gazprom (51%), Total (25%) e Statoil (24%), stabilizzato nell’ottobre 2007. L’ingresso di Total nelle quote della russa Novatek apre nuove prospettive per Parigi nella spartizione degli idrocarburi polari. Inoltre, Shtokman ha rappresentato un banco di prova importante per la collaborazione artica tra Russia e Norvegia: gli ultimi incontri hanno risolto alcune questioni territoriali tra i due paesi che perduravano dalla fine degli anni cinquanta.

Di nuovo, un giacimento molto promettente in quanto a volumi, ma probabilmente non profittevole in termini economici, diventa un canale fondamentale per la risoluzione attraverso vie diplomatiche di questioni di sovranità territoriale. Questa tendenza si sta rivelando sistematica da qualche tempo. Soprattutto nell’area ex-sovietica, i nuovi giacimenti scoperti in territori a sovranità non definita sono spesso il motore della cooperazione internazionale tra gli Stati rivali (vedasi la collaborazione russo-kazaka su Kurmangazy e quella azero-turkmena su Shah Deniz).

Rosneft e BP: il grande freddo

Alla fine di gennaio 2011, prima della comunicazione del primo “rosso” in bilancio dal 1992, i vertici della British Petroleum (BP) hanno prospettato una collaborazione con Rosneft per lo sfruttamento di risorse nella zona russa dell’Artico. Allora, Rosneft era un campione dell’energia russa a pieno titolo: la seconda compagnia petrolifera russa era controllata dallo stato e Igor Sechin, importante uomo del Cremlino, la presiedeva. L’accordo, tuttavia, sembrava poco probabile già in partenza, dato il tradizionale atteggiamento russo, riluttante verso qualsiasi interesse estero per le proprie riserve strategiche. Inoltre, TNK-BP – la JV russo-britannica formata nel 2003 grazie all’intensa collaborazione tra Putin e Blair – non gradì la propria esclusione dalle trattative. Rosneft, infatti, avrebbe guadagnato in cambio il 5% delle azioni BP. Il volume monetario dell’accordo si aggira intorno ai 16 miliardi di dollari[xv].

Mikhail Fridman, l’oligarca russo che ha permesso il collegamento tra la Siberia e Londra, ha forse subito un ulteriore tentativo di Putin di scavalcare l’interesse privato, dopo lo smantellamento di Yukos, delle cui ricchezze ha principalmente beneficiato Rosneft. L’azione legale di Alpha Bank, gruppo finanziario di Fridman che controlla TNK, ha inserito un nuovo ostacolo nella partita tra Londra e Mosca. Il progetto BP-Rosneft era nato come tentativo di avvicinare i due colossi energetici nel Mare di Kara, un territorio ostile alle esplorazioni. Il partenariato avrebbe significato uno scambio di know-how scientifico e tecnologico, tanto desiderato dalla componente russa. Se il Cremlino vuole far diventare l’Artico il suo centro energetico dei prossimi decenni, deve imparare a sfruttarlo. Per ottenere tale scopo, Mosca era disposta a invitare i suoi rivali stranieri in patria e a concedere il 9,5% degli stock di Rosneft. Ma a causa delle multiple azioni legali di Fridman, l’accordo è stato ripetutamente bloccato dalle corti (prima russe, poi svedesi). Egli sostenne che «se si vuole prendere una nuova moglie, bisogna prima divorziare dalla propria», mentre Putin si sentì ingannato da BP, colpevole di non aver comunicato che gli accordi con TNK-BP ne impedissero la capacità di negoziare direttamente con il governo russo.

Dopo il tentativo di buyback fallito da BP nei confronti della propria JV russa, la compagnia londinese ha dovuto inchinarsi alla decisione arbitrale del maggio scorso che ha interdetto BP da negoziati sui nuovi progetti di esplorazione in territorio russo. Così, TNK-BP manterrà l’esclusiva per qualsiasi attività di BP nell’Artico. Grazie a questo escamotage Bob Dudley, l’a.d. di BP succeduto a Tony Hayward dopo il disastro della Deepwater Horizon, aveva provato a salvare lo scambio di azioni e di quadri. Ma l’arbitrato ha negato quest’ultima possibilità e affidato la transazione a un blind trust. La cronaca della questione è andata avanti negli ultimi mesi con lo stesso ritornello di difficoltà giuridiche miste a diatribe politiche. A fine maggio, il ministro dell’energia russo Sergei Shmatko l’ha infine definito «un accordo sfumato» e ha provato a coinvolgere Shell, senza scambi di azioni, per i progetti nel Mar Glaciale Artico.

Tanto rumore per nulla, diranno infine le testate economiche internazionali, ma forse la chiave di lettura più interessante è quella di politica energetica: c’è una forte tensione sull’esplorazione del sottosuolo artico alla ricerca di nuovi giacimenti per placare la sete di idrocarburi. Il Cremlino è arrivato a concedere la partecipazione straniera in progetti “strategici” a causa del declino della produzione nelle roccaforti siberiane del gas. Il segnale è chiaro, prima di convertirsi alle fonti rinnovabili, la Russia tenterà di sfruttare le riserve tradizionali fino all’ultima goccia. Data l’importanza strategica dei progetti futuri, lo Stato manterrà il ruolo da protagonista e si perpetuerà la dinamica di interdipendenza tra politica energetica e politica estera.

Conclusione

La corsa all’Artico somiglia sempre più alla corsa all’Africa risalente a più di cento anni fa. Oggi come allora, l’oggetto della prova di forza è lo spazio, considerato terra nullius, insieme alle sue risorse. A differenza dell’Africa, d’altra parte, per configurazione geografica e climatica, l’Artico non possiede una quantità di risorse facilmente quantificabile o sfruttabile. L’incertezza sulla disponibilità dei tesori nel sottosuolo artico si accompagna all’incertezza sul quadro giuridico che vi ripartisce la sovranità. L’evoluzione, attraverso tutto il Novecento, delle regole internazionali sull’Artico dimostra come la consuetudine tra Stati possa essere scavalcata da accordi di hard law a cui gli Stati dovranno adeguarsi. Nell’attesa di un trattato sull’Artico, gli Stati possono rifarsi ad accordi bilaterali, consuetudini, interpretazioni del Diritto del Mare, oltre che al proprio diritto interno.  Un trattato che regoli i vari aspetti giuridici che riguardano la calotta polare, il suo ecosistema e le relazioni commerciali tra i paesi che vi si affacciano potrebbe comunque non essere abbastanza per risolvere i problemi che potranno sorgere, specialmente a livello ambientale. Lo sfruttamento delle risorse nel sottosuolo artico, senza considerare chi ne sarà alla fine il beneficiario, ne espone a rischi ulteriori l’ecosistema, già messo a dura prova dal riscaldamento globale che sta causando lo scioglimento dei ghiacci.

Un’ultima valutazione, considerati i rischi giuridici e ambientali, risiede nella fattibilità di progetti di estrazione di idrocarburi che richiedono tecnologie molto avanzate e ingenti investimenti iniziali. L’economicità di tali progetti è messa in discussione dai troppi rischi collegati. Nell’Artico meridionale molti progetti hanno subito ritardi e alcuni, principalmente Shtokman, rappresentano ormai una sfida politica prima che essere un lungimirante obiettivo di politica energetica. Mosca partecipa da protagonista alla “corsa all’Artico” e la facilità con cui si muove in campo energetico – soprattutto attraverso dichiarazioni pubbliche e progetti di investimento – la rende credibile nelle sue rivendicazioni. La carta energetica sembra servire al Cremlino per portare avanti le sue pretese in campo internazionale da una posizione di forza. Nonostante il tentativo di far valere il fait accompli con la posa della bandiera nel 2007, il soft power energetico sembra più efficace dell’hard power militare nel risolvere le questioni aperte dell’Artico.

(Eurasia)

I ghiacci si sciolgono. Se gli ambientalisti si preoccupano, c’è qualcuno che si frega le mani. Sono un po’ tutti quelli che si vogliono dividere la torta energetica che è sempre stata ben custodita sotto la neve eterna. Ma i tempi e le temperature cambiano. E così è partita la corsa all’Artico. La Russia prevede di presentare nel 2012 una proposta alle Nazioni Unite per espandere i propri confini nella regione.

Il primo ministro Vladimir Putin ha già promesso che Mosca aumenterà la sua presenza, anche militare, per difendere i propri interessi. Le sue parole hanno lasciato poco dubbi: “Se i nostri interessi geopolitici verranno messi in dubbio, noi li proteggeremo con fermezza e consistentemente”. Intanto è iniziata qualche giorno fa una spedizione per dimostrare la fondatezza scientifica delle pretese sulla piattaforma continentale russa nell’Artico nelle zone indicate come Lomonosov e Mendeleev.

Certo, si tratta di questioni scientifiche e giuridiche, ma la posta in palio è molto di più di un pezzo di carta. Non per nulla nel 2007 i russi avevano piantato il loro tricolore sul fondo del Mar Glaciale Artico, oltre 4.000 metri sotto il Polo Nord. Altre nazioni limitrofe aspirano però a dividersi il tesoro sotto i ghiacci, dagli Stati Uniti alla Danimarca, dal Canada alla Norvegia.

Una nuova Guerra Fredda? Forse, anche solo per le temperature. La strada maestra è comunque quella delle trattative, senza però indietreggiare. “Sicuramente la Russia intende rafforzare la sua presenza nell’Artide. Siamo aperti al dialogo con tutti i vicini. Porteremo avanti la costruzione di nuove infrastrutture, stazioni meteo ecologiche”. L’esempio è quello dell’accordo sulla delimitazione delle zone di competenza nell’Artide e sulla cooperazione nel Mar di Barents e nel Mar Glaciale Artico entrato da poco in vigore fra Russia e la Norvegia.

Insomma, a Mosca hanno le idee ben chiare, tanto che Gazprom gestisce già due progetti importanti di gas nell’Artico, di cui una con la norvegese Statoil, mentre la statale Rosneft e la britannica BP operano su tre giacimenti del Mare di Kara. Ci vorranno alla fine ancora anni per capire come verrà tagliata la nuova torta ghiacciata, ma è certo che la corsa al Polo sta aprendo un capitolo nel quale entreranno anche altri potenti attori interessati sia allo sfruttamento delle risorse energetiche che a quello delle nuove vie di navigazione tra Atlantico e Pacifico.

(Russia Oggi)

La Russia non molla la presa sull'Artico. E in attesa del 2014, quando potrà presentare alla preposta commissione Onu il dossier con le proprie rivendicazioni sulle gelide acque della regione polare, decide di dislocare in zona un nutrito numero di soldati.

Mauro de Bonis / Limes

 

Ad annunciarlo il ministro della Difesa russo, Anatolij Serdjukov, che precisa trattarsi di ben due brigate al posizionamento delle quali stanno predisponendo un piano dettagliato comprendente armamenti, numero di soldati e infrastrutture. Le truppe russe faranno sicuramente base a Murmansk e Arkhangel'sk, le due grandi città a nord della Federazione, ma potranno essere piazzate anche in altri siti della regione. La presentazione di questo piano militare per l'Artico arriva appena un giorno dopo le dichiarazioni rilasciate dal primo ministro Putin. Il premier russo ha ribadito, in una conferenza ad Ekaterinburg, l'importanza strategica che Mosca assegna alla regione polare, spiegando che “la Russia è impegnata a espandere la propria presenza nell'Artico” e che pur rimanendo “aperti al dialogo con i partner stranieri” la Federazione è pronta a difendere i propri interessi geopolitici regionali “con fermezza e coerenza”.

Putin ha anche chiarito che Mosca non ha alcuna intenzione di rinunciare alle pretese territoriali nell'Artico, e alla presentazione, tra due anni, degli studi che proverebbero come la Russia abbia il diritto ad inglobare nei propri confini marittimi oltre 1,2 milioni di chilometri quadrati di gelide acque artiche. Acque che nascondo un tesoro energetico immenso e che Mosca, insieme alle altre capitali rivierasche e a quelle con interessi concreti nella regione, ha intenzione di sfruttare complice il progressivo scioglimento dei ghiacci artici. Interessi giganteschi, che potrebbero cozzare e scatenare crisi dalle conseguenze imprevedibili. Per questo la Russia ha deciso di armare e bene il suo nord.

Ma non è detto che i soldati spediti al freddo e al gelo del Nord debbano forzatamente tornare utili. C'è possibilità di dialogo e accordo tra Stati per lo sfruttamento di una regione decisamente ostica e la demarcazione di confini contesi, come sono riusciti a fare Russia e Norvegia già da tempo, firmando un trattato per la delimitazione marittima tra i due paesi e per una stretta cooperazione artica. Un accordo in vigore esattamente dal 7 luglio 2011 e che faciliterà sia la pesca delle rispettive flotte sia la cooperazione energetica tra Oslo e Mosca nel Mar di Barents e nell'Oceano Artico, perché stabilisce regole precise sullo sfruttamento comune dei preziosi idrocarburi che la regione nasconde.

(Limes)

Il matrimonio russo-britannico non si farà. Non è stata trovata nessuna soluzione al progetto di alleanza tra il gigante russo statale del petrolio Rosneft e la British Petroleum, la compagnia inglese che vede sfumare così le ambizioni sui giacimenti nell’Artico. Rosneft cerca forse altri partner; in corsa ci sono Exxon, Shell, Chevron, i cinesi. Quello che sta sotto la calotta fa gola a mezzo mondo.

Era stato il premier russo Vladimir Putin lo scorso gennaio a benedire il progetto che prevedeva uno scambio di partecipazioni da 16 miliardi di dollari tra i due colossi energetici. Ma qualcosa è andato storto. A mettersi di traverso sono stati proprio i soci russi della joint venture di Bp nell’ex repubblica sovietica, la Tnk-Bp.

L’oligarca Mikhail Friedman non ha infatti accettato le ultime offerte inglesi, oltre 30 miliardi di dollari per la quota detenuta dal gruppo Access Renova e farsi da parte, e ha fatto così ingoiare una pillola amara a Putin. Neppure al Presidente Dmitri Medvedev la cosa è piaciuta troppo, se è vero che ha detto che “bisognava prestare più attenzione alle sfumature degli accordi tra azionisti e sulle questioni giuridiche, che sorgono sempre nell'ambito della preparazione di tali importanti documenti“.

Dietro il mancato affare c’è insomma la lotta per il controllo dei grandi gruppi energetici, pubblici e privati, che hanno nella Russia di oggi un enorme peso non solo economico, ma anche politico. Se da un lato lo Stato cerca di acquisire sempre maggior potere attraverso le compagnie controllate come Rosneft nel campo del petrolio e Gazprom in quello del gas, dall’altro i gruppi privati non vogliono essere tagliati fuori.

La corsa alla risorse dell’Artico si intreccia con quella al Cremlino: il primo ministro Putin e il Presidente Dmitri Medvedev, pur giocando nella stessa squadra, hanno visioni diverse sulla strategia da adottare per raccogliere il massimo profitto nella grande partita energetica. Il matrimonio mancato tra Rosneft e Bp, anche se gli inglesi credono ancora alla collaborazione e la porta è, secondo alcuni, ancora aperta, è in sostanza un tassello nell’intricato puzzle da costruire in vista delle elezioni presidenziali del 2012 per capire chi sarà il prossimo inquilino del Cremlino.

(Russia Oggi)